L’indiano di Locke
Viene un po’ da ridere a pensare che nel mondo circa un miliardo di persone credono che il mondo sia sorretto da un elefante, il quale è a sua volta sorretto da una tartaruga, la quale è sorretta pur certo da qualcosa, ma che cosa non si sa, come riportava già Locke in un noto aneddoto parlando di tutt’altro (o forse no?) rispetto alla riflessione che ora seguirà.
Se mi viene da ridere è solo perché è una stupidaggine a cui non sono abituato; al contrario, chi è abituato ad altre stupidaggini riderà di quelle ritenute meno ridicole da altri. Di certo nessuno troverà un luogo, nel mondo, abitato da una comunità umana di cospicue dimensioni in cui non sia ritenuta vera almeno una stupidaggine: le stupidaggini vengono costruite sistematicamente dalle società, come strumento di omologazione e di stabilità, possibili solo passando per un senso di appartenenza e di identificazione con il gruppo (qualcuno ha detto che le stupidaggini sono sovrastruttura). Quindi nessuno sogni di trovare una civiltà senza stupidaggini, senza falsi miti (ridondanza?), senza convinzioni assurde impossibili da giustificare con la sola ragione, fosse anche una ragione con un cuore; o sogni pure se vuole, ma non la troverà.
Non riderà forse e non resterà a bocca aperta, come Pi, chi è abituato ad altre stupidaggini fin dalla nascita, nell’apprendere che circa due miliardi di persone credono che una donna senza perdere la verginità abbia partorito un figlio padre di se stesso che morente chiese a suo padre, cioè se stesso, perché lo avesse abbandonato? L’inghippo mi pare illogico e assurdo tanto quanto quello della tartaruga e dell’elefante che sostengono il mondo, ma se esco in strada o vado al bar e racconto la storia del padre di se stesso nessuno sorride come per quell’altra, mentre se viceversa al mercato di Calcutta racconto la prima posso aspettarmi di scorgere dei sorrisi che invece non vedrei comparire sui volti dei miei interlocutori discorrendo della nascita del cosmo.
Eppure ci sarebbe da sorridere per tutte e due le storie.
Sorridiamo dunque alla debolezza dell’uomo, sorridiamo alle sue stupidaggini, ché non smetteremo mai di essere allegri.
«Sacrifici o baratro»
«In politica, per sinistra si intende generalmente il sostegno al cambiamento sociale al fine di costruire una società con una struttura più egualitaria. Solitamente le politiche di sinistra comportano una preoccupazione per coloro che nella società sono svantaggiati rispetto agli altri e un’assunzione che esistano delle disparità ingiustificate (che la destra vede come naturali o tradizionali) che dovrebbero essere ridotte o abolite».
Nella definizione che la versione inglese di wikipedia dà del concetto generico di sinistra è già scritta la storia dell’egemonia del pensiero unico degli ultimi decenni e la teoria della shock economy, la cui validità, a poche ore dall’appovazione dell’ennesimo piano di austerità da parte del Parlamento greco, è sotto gli occhi di tutti.

Piazza Syntagma, di fronte al Parlamento greco
Ieri sera in Grecia si era alla resa dei conti: qualche parlamentare ellenico ha votato a favore ma controvoglia, solo per compiacere lo spirito di responsabilità nazionale, qualcun altro ha votato contro ed è stato espulso dal partito politico di appartenenza (21 da Nea Dimokratia, 20 dal PASOK, 2 dal LAOS), come era stato promesso prima del voto, tutti gli altri hanno saturato di “ναι σε όλα” (significa “sissignore”) l’aula del Parlamento. I nodi sono venuti al pettine, si è chiarito infine da che parte ciascuno stava: dalla parte dei mercati o da quella del popolo, dalla parte del palazzo o dalla parte della piazza, dalla parte del capitale o da quella di chi ne è sfruttato e schiavizzato.
Il discorso di Papademos ai suoi colleghi insisteva: «sacrifici o baratro». Come se la crisi fosse un fenomeno naturale: c’è una siccità con conseguente carestia? vuol dire che ci sosterremo l’un l’altro, dimezziamo la nostra razione alimentare giornaliera e cerchiamo di resistere in condizioni sempre più difficili; c’è un incendio? lasciamo tutti le nostre case, è una rinuncia necessaria se vogliamo salvare pelle; c’è una crisi finanziaria? siamo tutti nella stessa barca, accettiamo il nostro triste destino, il taglio (ulteriore) del salario minimo del 20%, il taglio delle pensioni, la privatizzazione di autostrade, ospedali, scuole, beni comuni. E, di fatti, la risposta che danno i mercati è proprio un rialzo di tutte le Borse mondiali e il calo dello spread (ieri era a circa 3500, oggi è a 3000). Solo che in questo caso la pelle non se la salvano i greci, anzi si rischia un’emergenza umanitaria: gli ultimi mesi hanno visto tornare in Grecia il fenomeno dell’emigrazione di massa, dell’abbandono dei figli, l’aumento dei senzatetto, quelli che l’autore di questo blog paragona a zombie: «persone che hanno perso tutto e che vagano con aria allucinata per le strade».
Bene, gli zombie umani che si riversano nelle strade greche sono il risultato di un sistema che produce per sua natura zombie umani, da secoli nei territori coloniali schiacciati dall’imperialismo e dal colonialismo, da decenni nei paesi del cosiddetto Sud del mondo che spesso coincidono con i primi, da molto più di recente anche i popoli dei paesi che l’hanno creato: in breve, è un sistema che a lungo andare si mangia da solo. Non prima di una violenta agonia.
Ma che sia chiara una cosa: questo sistema non è naturale, questa crisi non è un fenomeno naturale. A chi non riesce a concepire un modo di gestire le risorse ambientali e umane diverso da quello attuale ricordo che lo schiavismo, che era alla base dei sistemi sociali delle civiltà europee classiche, era considerato da quelle culture “naturale”: nella Politica di Aristotele lo schiavo è definito come «un essere che per natura non appartiene a se stesso». Allo stesso modo, oggi, compiacere i mercati e assecondare la finanza sono per natura obblighi morali della società: se te lo chiedono i mercati, puoi fare qualunque cosa e non ne sarai considerato responsabile o complice, perché hai agito conformemente alla natura delle cose.
Papademos dice: «sacrifici o baratro», a me sembra tanto la versione speculare del quasi centenario «socialismo o barbarie».
Quanto manca a Pasqua?
Si resta affascinati ogni volta che si pensa a come l’isola di Pasqua fu colonizzata dai primi uomini che la videro, più di mille anni fa, a come riuscirono a vivere in completo isolamento, nel posto più sperduto dal mondo (migliaia di chilometri di oceano Pacifico in ogni direzione) per poi spegnersi improvvisamente lasciando ai posteri statue monumentali e altre prove di una ben più viva e florida civiltà, con la sua complessità sociale e politica.
Mi era successo con Armi, acciaio e malattie, mi succede ancora con Collasso: ogni volta che Jared Diamond parla dei Polinesiani, della loro conquista dell’oceano a bordo di canoe, della loro capacità di adattarsi ai più vari ambienti e con le più diverse risorse, lascia stupefatti e fa innamorare di quei popoli.
Quando i primi coloni giunsero sull’isola e attraccarono alla baia di Anakena, primo luogo di insediamento umano, trovarono un’isola già abitata da molte specie animali (in particolare uccelli) e vegetali che da tempo immemore la occupavano: una fitta vegetazione arborea, composta soprattutto di palme giganti, ricopriva la superficie ondulata e i rilievi testimoni dell’origine vulcanica dell’isola, formata a suo tempo dall’eruzione di ben tre vulcani adiacenti.
Questa ricca flora locale, unita alla meno ricca fauna autoctona che fu comunque integrata con il pollame che i coloni avevano portato con sé in canoa, permise agli abitanti dell’isola di sviluppare una civiltà altrettanto ricca: con le foglie degli alberi, il legno, le radici delle piante, la coltivazione delle aree adatte, la pesca, la caccia degli uccelli e la raccolta delle uova, l’estrazione di pietra dalle cave lasciate dagli antichi vulcani, questo popolo si potè procurare tutto ciò di cui avesse bisogno: cibo, strumenti, riparo.
In aggiunta alla soddisfazione di questi bisogni materiali, gli isolani onorarono gli antenati con la costruzione dei famosi moai, i misteriosi volti in pietra scolpita, alti fino a 10 metri e pesanti decine di tonnellate: erano modellati sul luogo di estrazione della roccia, poi trasportati nelle varie zone dell’isola, infine innalzati in posizione verticale, su enormi piattaforme in pietra, con lo sguardo rivolto verso l’entroterra.
Come tante altre rovine testimoni di civiltà passate, i moai sono impressionanti soprattutto per le domande che di fronte ad esse si pone l’uomo moderno: quali sistemi dovettero utilizzare i loro costruttori per innalzarle senza macchine, con la sola forza delle braccia? quale megalomania dovette prendere l’animo degli scultori o di chi li commissionava, portando nel tempo alla costruzione di statue sempre più alte e pesanti? perché all’arrivo, nel corso del Settecento, degli esploratori europei, le statue furono trovate tutte cadute per terra, molte delle quali spezzate?
Gli storici di vario genere (quindi anche biologi e geografi, non solo archeologi e paleografi) hanno delle buone risposte a questo tipo di domande. Per una trattazione completa e interessante consiglio vivamente il II capitolo di Collasso, Jared Diamond, 2005.
Le statue erano innalzate sfruttando una tecnica che i discendenti degli isolani hanno raccontato volentieri quando finalmente qualcuno si è degnato di chiederglielo. Questa tecnica richiedeva l’utilizzo di molto legno, per costruire binari, funi e leve; inoltre richiedeva, ovviamente, la forza muscolare di centinaia di persone. Indirettamente, quindi, le risorse necessarie a questo lavoro erano la roccia delle cave per le statue e le piattaforme, le colture per sfamare chi lavorava senza poter produrre (era, in pratica, un impegno a tempo pieno), il legno degli alberi per cucinare il cibo e costruire gli attrezzi necessari. La necessità di un aumento demografico era soddisfatta allargando le colture ed estendendole ai terreni meno adatti.
Tutte queste attività, cioè deforestazione, coltivazione, caccia, pesca, provocarono una serie di conseguenze gravi per l’ambiente dell’isola di Pasqua: la maggior parte delle specie autoctone di uccelli si estinse, i terreni cominciarono a essere poco produttivi, il legno iniziò a scarseggiare. Senza alberi, non si potè più pescare perchè le canoe non furono ricostruite; la terra fu dilavata dalle piogge, in quanto non più protetta dal fogliame, e divenne ancor meno produttiva; le statue non furono più costruite; come combustibile si iniziò ad usare l’erba secca, anche se poco efficace. La produzione alimentare non poteva più sostenere la popolazione che era cresciuta in un periodo di intenso sfruttamento del terreno: molti isolani morirono di fame perché il cibo non bastava per tutti, ma questo accadde non prima di una sanguinosa guerra civile, durante la quale, presumibilmente, furono abbattute le statue innalzate dai gruppi ora avversari. I superstiti si diedero al cannibalismo per poter sopravvivere. Non potevano salpare verso nuove isole, perché non c’era più il legno per le imbarcazioni.
«Mi sono spesso domandato cosa pensasse l’abitante dell’isola di Pasqua mentre tagliava l’ultimo albero di palma. Forse gridava: «Non alberi, ma posti di lavoro»? Oppure: «La tecnologia risolverà tutti i nostri problemi! Non temete, inventeremo un materiale sostitutivo per il legno»; o magari: «È possibile che ci siano altre palme nelle zone inesplorate dell’isola di Pasqua. Si rendono necessarie ulteriori ricerche, perciò il divieto di abbattere gli alberi è prematuro e sparge solo il panico tra la popolazione». [...]
L’isolamento di Pasqua spiega, probabilmente, perché il crollo di questa società ossessioni i miei lettori
e i miei studenti. I paralleli che si possono tracciare tra l’isola di Pasqua e il mondo moderno sono così ovvi da apparirci agghiaccianti. Grazie alla globalizzazione, al commercio internazionale, agli aerei a reazione e a Internet, tutti i paesi della Terra condividono, oggi, le loro risorse e interagiscono, proprio come i dodici clan dell’isola di Pasqua, sperduti nell’immenso Pacifico come la Terra è sperduta nello spazio. Quando gli indigeni si trovarono in difficoltà, non poterono fuggire né cercare aiuto al di fuori dell’isola, come non potremmo noi, abitanti della Terra, cercare soccorso altrove, se i problemi dovessero aumentare».
Postumi del berlusconismo
Stanotte ho fatto un sogno in cui, inspiegabilmente, Napolitano un giorno destituisce il governo e mi sceglie come Presidente di un nuovo governo tecnico, nonostante non ci conosciamo affatto in alcun modo. Appena insediato, propongo di nazionalizzare tutti i beni comuni privatizzati e i servizi in precedenza pubblici, dalle poste alle ferrovie, includendo in aggiunta anche le banche.
Con quali soldi? Con quelli dei grandi evasori e la reintroduzione dell’imposta sugli immobili, più aumenti una tantum.
Poi, alla prima conferenza stampa, il giorno dopo, scopro di essere stato sostituito da nientemeno che Sabrina Ferilli, con un entourage di ministri presi dal mondo dello spettacolo: comici e attori. La scoperta non è piacevole perché nessuno mi aveva avvertito e mi aggiro per la sala cercando di capire per quale motivo al tavolo degli intervistati non ci sono posti liberi.
La morale e l’interpretazione psicanalitica la lascio a voi che leggete.
I beni comuni, il profitto e la nostra sopravvivenza
Quando mi sono diplomato, ho preparato una tesina sul determinismo. Dentro ci stavano bene la sua origine democritea ed epicurea, l’opera letteraria di Lucrezio, la filosofia kantiana, il positivismo, il realismo, la fisiognomica e la psicanalisi, le divagazioni di Tacito sui popoli germanici, la meccanica quantistica e la fine del meccanicismo, la contrapposizione tra compatibilismo e incompatibilismo, insomma il determinismo in tutte le salse; e, visto che avevo letto da poco Armi, acciaio e malattie, dentro ci ho fatto stare anche quello.
Jared Diamond, l’autore, mi ha affascinato con le sue spiegazioni di natura antropologica e geografica riguardo le cause che hanno favorito l’ascesa dei popoli europei e la loro supremazia nel corso della storia: per rispondere a questo interrogativo, Diamond rifugge da ogni possibile forma di razzismo e darwinismo storico, rigettando l’idea che l’ascesa di alcuni popoli piuttosto che altri sia dovuta a ragioni di tipo genetico o comunque innate nelle particolari etnie protagoniste degli eventi storici. Per lui, spiegare scientificamente il predominio di alcuni popoli su altri non vuol dire giustificarlo, ciò significherebbe «confondere una spiegazione di cause con una giustificazione di risultato». Insomma, capire che “doveva andare così” non implica una valutazione etica del “così”.
Ora, a distanza di tempo, mi trovo a leggere l’inizio di un altro saggio di Diamond, intitolato significativamente Collasso, che cerca di spiegare perché alcune società sono scomparse lasciando ai posteri suggestive rovine mentre altre, coeve di quelle altre, sono sopravvissute fino ai giorni nostri. L’analisi parte da considerazioni economiche: tutte le società sfruttano le risorse del territorio, dal pesce al legno, dai metalli al terreno da coltivare. In che modo l’errata gestione del territorio ha portato alla scomparsa di alcune civiltà? Com’è possibile che i loro abitanti non se ne siano accorti? E cosa, se se ne sono accorti, ha impedito loro di invertire la rotta?
Tutte queste domande sono utili anche per comprendere il presente e per cercare di prevedere gli sviluppi del nostro tipo di società. A tal proposito, riporto un estratto preso dal primo capitolo, sul Montana e le sue risorse minerarie, la cui estrazione richiede l’utilizzo di pratiche inquinanti e la produzione di rifiuti tossici.
«La ASARCO (American Smelting and Refining Company), un gigante dell’industria mineraria e metallurgica, può essere difficilmente ritenuta responsabile per non aver bonificato una sua miniera particolarmente tossica. Le imprese americane esistono per procurare guadagni ai loro imprenditori; è questo il modus operandi del capitalismo americano. Un corollario del processo di arricchimento è di non spendere il capitale quando non sia necessario. Una filosofia così ferrea non è tipica soltanto dell’industria mineraria. Le aziende di successo tracciano una netta linea di demarcazione tra le spese necessarie al proseguimento della loro attività e quelle che vengono definite «obblighi morali». La difficoltà o la riluttanza a capire e ad accettare questa distinzione determina gran parte della tensione tra gli ambientalisti e il mondo degli affari. I capi delle grandi industrie sono contabili e avvocati, e non sacerdoti mossi da preoccupazioni morali».
La maggioranza delle persone non ha idea di quanti effetti spaventosi dell’attività umana si trovino solo in Montana, che è una zona degli Stati Uniti relativamente povera e poco inquinata. Se sommiamo tutta la merda di tutte le attività di tutte le società umane finiamo per impazzire. Qual è la soluzione per Diamond?
«L’azienda è una società a scopo di lucro, non un’organizzazione di beneficenza. Se gli abitanti del Montana vogliono che l’azienda modifichi il suo operato, con la conseguenza di diminuire i suoi profitti, è loro responsabilità far pressione sulla classe politica, per far approvare e rispettare leggi che obblighino le aziende a cambiare le loro pratiche, oppure spetta a loro acquistare in blocco quei terreni per gestirli diversamente».
Secondo me c’è un’altra soluzione, che Diamond trascura: l’abbattimento del sistema che pone il profitto prima dei beni comuni. Somiglia alla sua seconda ipotesi, ma è più globale; ciò non toglie che l’autogestione dei beni comuni possa essere un buon inizio.
Think globally, act locally.
Vuoti da riempire
Vi propongo una mia riflessione scaturita dalla lettura di un articolo di Wu Ming 1 sul frame né di destra né di sinistra molto in voga negli ultimi anni, ma che ha radici storiche molto più profonde, che risalgono almeno al secondo dopoguerra.
Premetto che, in sintonia con altri interventi di questa discussione, ritengo che non si possa fare veramente politica senza schierarsi da una parte o dall’altra, quindi l’espressione né destra né sinistra è già sintomo di una collocazione fuori dalla politica reale e nel mondo dei sogni. La politica divide e deve dividere.
I “grillini” sono secondo me sinceramente né di destra né di sinistra, e se lo sono è perché si pongono dei vincoli e dei limiti sulla forma e non sul contenuto: danno forma a metodi, non ad obiettivi (no, “dare voce ai cittadini” o “stimolare la partecipazione” non sono obiettivi).
Tuttavia, banalmente, sinistra e destra non sono solo concetti della politica propriamente detta, quindi si può collocare a sinistra o a destra anche un movimento, come quello dei grillini, che non è propriamente politico.
È tutta una questione di vuoti da riempire.
I grillini hanno costruito un contenitore che è la partecipazione, ma è molto eterogeneo proprio per la trasversalità di questa esigenza: non esiste un’idea altrettanto trasversale sul come esprimere tale partecipazione e in che direzione, non esiste un contenuto che riempia questo contenitore.
Se questo movimento risulta, in ultima analisi al vaglio di un occhio politico, di destra, è a causa di questo vuoto: è più facile che un contenitore vuoto si riempia con ciò che è abbondante.
Se la TV, la radio, il salumiere e il vicino di casa dicono una cosa, dire quella cosa diventa più socialmente conveniente che dirne un’altra e prendere una posizione alternativa, ché quella non si sente mica dire in giro.
Non esiste una posizione propria del movimento perché non è dotato di una cultura politica autonoma: esistono posizioni di persone, che compongono il movimento, circondate e immerse in una cultura politica mainstream indiscutibilmente di destra (altro che egemonia culturale…).
Posizioni come quella di Grillo e alcuni grillini sull’immigrazione (“alcuni” nel senso logico; non voglio arrischiarmi a dire che si tratta di una posizione minoritaria) non sono forti: sono passive, deboli, sono in realtà non-posizioni che derivano direttamente dall’omologazione e dalla rassicurazione che dà il ripetere frasi ed esprimere opinioni che già dicono ed esprimono tutti (anche “i politici sono corrotti” e “vaffanculo al governo” lo dicono tutti).
L’analisi di WM 1, quindi, resta dal mio punto di vista legittima e sensata, ma si appoggia anche su contenuti politici che secondo me in realtà nel movimento dei “grillini” non ci sono.
Auguri!
Oggi è il giorno in cui la luce scende sul mondo e cala su di noi: accade solo una volta all’anno, ma dobbiamo ricordarcene sempre.
La saggezza dell’orso fragola
Sento un brusio confuso in mezzo a cui riesco a distinguere qualche frase, tipo «questo governo mi ha deluso», «da Monti non me l’aspettavo», «e io che ci speravo», insomma frasi che lasciano intendere che in tanti la fiducia nel nuovo governo è stata tradita con l’attuazione di politiche di mortificazione del lavoro e di scelte impopolari, e nel frattempo qualcuno dedica a Monti uno dei pugnàlati della giornata, che si è soliti dedicare a qualcuno non proprio simpatico.
Ma secondo questi che si lamentano e che cascano dalle nuvole, cosa c’era da aspettarsi da un governo tecnico (che significa destrorso liberista) chiamato a salvare l’Italia dall’attacco dei mercati per soddisfare le loro richieste sacrificali, se non ciò che, evidentemente, piace ai mercati, cioè privatizzazioni, flessibilità del lavoro, precarietà? E che altro aspettarsi da un governo controllato per metà dal Vaticano, se non che risparmi alla Chiesa il pagamento dell’ICI e continui a garantirle tutte le agevolazioni fiscali di cui ha sempre goduto dal 1929 in poi?
Invece no, «Monti è bravo», «Monti lasciamolo fare», «Monti vedremo», «Monti è sobrio e austero mica come quelli che c’erano prima». Ma sì, accettiamo un altro padrone: se ieri governavano i burattini delle banche e del mercato, oggi governano le banche e i mercati stessi. Non era più semplice sbarazzarsi dei padroni? Almeno non avremmo avuto tutte queste illusioni inattese e aspettative deluse. Ricordatevi cosa diceva Lots’o, l’orso rosso al profumo di fragola, che «Niente padroni significa niente cuori infranti».





Cultura! Libertà!

