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Mi paga il PD

Negli ultimi tempi si è parlato molto di Grillo. A dirla tutta, in pochi hanno parlato: molti hanno urlato, altrettanti ne hanno chiacchierato per cambiare i soliti argomenti come la meteorologia, il calcio e la farfalla di Belen o semplicemente per ingannare il tempo. Pochi rompicoglioni hanno provato a intavolare analisi lucide e ragionate sul personaggio e sul fenomeno, partorendo discorsi più o meno fruttuosi e interessanti. Anche su questo blog se n’è discusso.

Ma non è questo l’argomento che sta per essere affrontato, anche perché, e qui lo dichiaro apertamente, per un intervallo di tempo di durata indefinita ma lunga la questione non sarà ripresa, almeno non direttamente. I motivi sono molteplici e vanno dalla nausea al rischio di alimentare una troppo facile caduta, a sinistra, dall’antiberlusconismo all’antigrillismo. Prima di inaugurare il temporaneo silenzio stampa, però, la mia coscienza mi impone di sciogliere le mie remore e fare chiarezza su un punto particolare.

Nel corso delle mie lunghe vicissitudini, infatti, un interrogativo mi si presentava con insistenza, ogniqualvolta il mio interlocutore fosse uno di quei cittadini  cui ormai comunemente si è soliti riferirsi con l’appellativo di “grillini”. La domanda, il più delle volte retorica, era riconducibile alla seguente: «ma ti paga il PD?». Ebbene, amici e amiche, lettrici e lettori, so di essere in procinto di deludere molti di voi, ma non posso più convivere col mio segreto, non posso più tenervi all’oscuro della verità che è arrivato il momento di rivelarvi una volta per tutte: sì, mi paga proprio il PD.

Mi ha pagato il tesoriere in persona, Antonio Misiani, accreditandomi di volta in volta una certa somma (un esempio di finanziamento dai partiti ai semplici cittadini come me, quindi qualcosa che dovrebbe ergersi a esempio per tutti i grillini).

Il pezzo sul marchio, per esempio, mi è valso 64,34 € più un bonus di 11,98 € per non aver ricordato ai lettori quanto il PD faccia pena come progetto politico; gli interventi su Giap mi hanno fruttato la bellezza di 172,50 € per la visibilità ottenuta; i commenti su Facebook di meno, perché non visibili a tutti; tutte le argomentazioni da me espresse sono valse un gettone aggiuntivo di 25,00 € se contenenti almeno un riferimento al fascismo. Per non parlare  di quelle volte in cui l’evidenza a favore delle mie specifiche ragioni lasciava interdetto il grillino di turno tanto da togliergli la parola o fargli preferire la fuga dal dibattito, seppur esposto per questo al pubblico ludibrio: quelle volte mi sono fatto 35,00 € a botta, spesso senza neanche troppa fatica. L’analisi O noi o i nazisti è costata alle casse del PD la cifra di 399,99 € in tutto, di cui 129,99€ soltanto per il finale della terza parte, in cui si fa notare la mancanza di reale democrazia interna e si osa addirittura fare analogie con il fascismo.

Sono somme piuttosto esigue, irrisorie se volete, roba da poco, lo so. E io sono un pezzente, penserete voi. Sticazzi. È roba da poco ma comunque più di quanto basta per arredarsi una stanza con mobili Ikea nuovi, lasciando forse qualcosa di resto per l’ultimo album di Guccini, e l’idea di una stanza nuova mi solleticava da un po’, così come mi piaceva il Maestro.

Insomma, volevo dirvi questa cosa e ve l’ho detta. Com’è risaputo, la rete è piena di pennivendoli e rompicoglioni al soldo del PD, che vanno in giro a disseminare fastidiosi dubbi: io sono uno di questi. Pardon, sono stato, visto che quando si saprà che ho svelato il complotto difficilmente il tesoriere mi riaffiderà un incarico. Scusami Antonio, ci eravamo tanto amati.

(A proposito di complotti, se il M5S paga bene, sarei interessato a disseminare in giro anche quelli.)

 

P.S. Potreste starvi chiedendo quanto mi è stato corrisposto per la pubblicazione della recensione di Marcia su Roma e dintorni di Emilio Lussu, che ha avuto un inaspettato successo, ma la risposta è che non mi è stato corrisposto nulla. E poi quel pezzo non è su Grillo, quante volte ve lo devo dire.

Un marchio a 5 stelle [3]

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Qui la prima parte e la parte introduttiva, qui la seconda parte.

Distruggere la concorrenza. La cosa che più colpisce in tantissimi grillini è la cieca convinzione che il M5S sia l’unica alternativa possibile, l’unica via percorribile. Questa è una componente fondamentale della retorica di Grillo e degli attivisti del suo movimento: «senza di noi ci sarebbero i nazisti», «o con noi o con i ladri», «chi ci critica non dà alternative serie», e così via. Tale convinzione è alimentata parallelamente da una scarsissima profondità di analisi e memoria storica: a sentirli, pare che portare un panettiere o un salumiere in consiglio comunale sia una rivoluzione, ma dimenticano che il PCI portava gli operai in parlamento; pare che le mobilitazioni contro le grandi opere non ci sarebbero state senza l’appoggio decisivo del M5S, ma dimenticano che, per esempio, il movimento NoTav e quello contro il nucleare sono esperienze decennali; pare che nessun partito politico abbia mai destinato parte degli stipendi degli eletti ad attività diverse da quelle connesse alle tasche private dei singoli, ma dimenticano, per esempio, Rifondazione comunista; pare che i referendum contro la privatizzazione dell’acqua siano stati una vittoria politica del M5S, ma dimenticano quello che fu il popolo di Genova; insomma, esattamente come il blog di Beppe Grillo, anche il M5S si vanta di essere «il primo», e ciò fa parte della strategia finalizzata a renderlo appetibile agli occhi dei cittadini (smemorati): se tutto il resto non esiste e non è mai esistito, rimane solo il M5S.

Il primo metodo adottato dal marchio M5S per eliminare la concorrenza consiste dunque nel proporsi come unica vera via: tutte le altre alternative sono dimenticate o bollate come «poco serie».

Il secondo modo è espandersi invadendo “nicchie” simili nel panorama dei marchi: per tutelarsi dalla “contraffazione”, Grillo ha registrato anche simboli simili a quello del M5S che potrebbero essere adottati da “cloni” che si dicano forza alternativa, come ad esempio “Pirati a 5 stelle” (vedi). Come se la Nike detenesse diritti non solo per lo “swoosh” ma anche per i simboli simili apposti sulla merce contraffatta (in realtà ciò non avviene, perché per la multinazionale la diffusione del logo è un vantaggio a prescindere dal profitto diretto derivante dalla vendita dei singoli prodotti: bisogna ricordare che l’opera di costruzione del marchio è qualcosa di trascendente, e che se circolano simboli che imitano il logo della Nike, è tutta pubblicità gratuita per il “logo madre” che ne trarrà il vantaggio; ciò non accade per il M5S perché, diversamente dalla Nike, il suo spirito include l’idea di unicità, sopra menzionata, che sarebbe compromessa da una sfilza di loghi di imitazione).

A questo punto, è chiaro il motivo per cui il dissenso provoca reazioni come quella del comunicato di dieci giorni fa: Beppe Grillo è un marchio. In quanto marchio, ambisce invariabilmente all’egemonia e al monopolio non solo commerciale ma anche culturale.

Qualcuno, come Favia, che si proponga come innovatore dall’interno del movimento priva Grillo del suo ruolo: l’innovatore è lui e non deve esserlo nessun altro. In quest’ottica, la cacciata di Favia è dettata più da motivi di natura aziendale che da problemi politici: quello di Favia è un dissenso che si manifesta prima di tutto come rottura dell’incanto maturato attraverso il branding intorno al marchio di Grillo. Infatti l’espulsione, prima che politica è legale: a Favia viene fatto divieto di utilizzare il logo a cinque stelle o di riferirsi al M5S o alla figura di Grillo (vedi). Il problema quindi non è nelle azioni politiche di Favia, il disaccordo non è sui programmi, il vero problema è che la figura di Grillo deve rimanere immacolata, intaccata, unica nell’impersonare l’idea.

Come la Nike che, quando la figura di Michael Jordan diventò troppo ingombrante e si configurò come marchio in competizione con gli altri, compreso quello della Nike stessa, decise di mollarlo, allo stesso modo Grillo, nel momento in cui emerge qualche “marchio” come Favia che rischia di scalfire parte della sua fetta di “mercato delle idee” (ma non solo idee…) imperniata sul concetto del “nuovo”, fa di tutto per eliminare la concorrenza, lo boicotta, lo ostacola, lo ripugna, lo espelle, anche se è diretta emanazione del suo marchio. Anzi, proprio perché è diretta emanazione, e dunque condivide il retroterra culturale e gli elementi particolari del carattere aziendale, appena si fa strada un barlume di indipendenza e autonomia questo mette in pericolo l’egemonia del marchio.

Del resto, se è vero che Grillo è un marchio, e che il marchio è espressione della globalizzazione neoliberista e strumento delle multinazionali, è anche vero, come ha sostenuto Noam Chomsky, che «una multinazionale è più vicina al totalitarismo di qualunque altra istituzione umana».

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