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Emilio non era convinto

Emilio fu uno dei pochi seriamente preoccupati fin dal principio.

«Basta con le parole» dicevano. «Bisogna passare ai fatti. Viva la rivoluzione!»
«Quale rivoluzione?» chiedeva lui.
«La rivoluzione: dateci una rivoluzione e noi vi seguiremo».

Ma su che presupposti di base? Perseguendo quali principî, quali ideali, quale idea di società da costruire? Questo interrogativo Emilio si poneva in quei primi anni, ma alla domanda non c’era risposta, come si evinceva da dichiarazioni come quella fatta dal capo ispiratore di questa decantata rivoluzione: «Tutte le altre associazioni, tutti gli altri partiti, ragionano in base a dei dogmi, in base a dei preconcetti assoluti, a degli ideali infallibili, ragionano sotto la specie della eternità per partito preso. Noi, essendo un antipartito, non abbiamo partito preso».
Qualche anno più tardi lo stesso ribadirà: «Il programma non è una teoria di dogmi sui quali non è più tollerata discussione alcuna. Il nostro programma è in elaborazione e trasformazione continua; è sottoposto ad un travaglio di revisione incessante, unico mezzo per farne una cosa viva, non un rudere morto».
Tali esternazioni chiarivano fin da subito che la grandezza di quella particolare rivoluzione, secondo i suoi sostenitori, consisteva proprio nell’assenza di ideologie, considerate astratte e inadatte a produrre una qualunque risposta adeguata alla situazione esistente e da contrapporsi all’azione, la quale invece è in grado di risolvere concretamente i problemi reali, attraverso la dedizione, l’impegno, l’entusiasmo che prende l’animo e permette all’essere umano di imbarcarsi in grandi eventi, in imprese di importanza storica: il primo programma si definiva solennemente «rivoluzionario perché antidogmatico».

Emilio non era convinto. Questi pretendevano il raggiungimento di un insieme di obiettivi senza collocarli in una visione coerente: in virtù della sfoggiata mancanza di dogmi a influenzarne l’azione politica, perseguivano tutto ma anche il suo contrario. O almeno, questo davano a intendere.

L’incredulità di Emilio cresceva col tempo di fronte alle disarmanti giustificazioni di suoi amici ed compagni di partito che, uno dopo l’altro, passavano a sostenere questa nuova forza, più o meno apertamente. Chi perché tutti vi potevano trovar casa, purché disprezzassero la politica tradizionale e adorassero il nuovo («Voi siete democratici? E io non sono forse democratico? Voi siete autonomisti e repubblicani? Ebbene continuate ad esserlo, nessuno ve lo impedisce. Noi siamo un mosaico in cui la diversità dei colori e il multiforme aspetto dei dettagli dànno maggiore splendore all’insieme»); chi perché così doveva andare, per forza di cose, perché «di questo passo non si può andare innanzi», perché «i tempi sono difficili».
Non diversamente accadeva dentro le istituzioni, nelle grandi città, nelle campagne, in tutto il paese: chi in tempo di guerra era sembrato non avere alcuna voglia di morire, ora si dichiarava pronto alla morte; chi diceva «se quelli trionfano, la civiltà del nostro paese rincula di venti secoli», pochi giorni dopo prendeva incarichi con orgoglio da quelli che intanto avevano trionfato; chi era un sincero radicale oppositore, adesso si convertiva alla causa, motivandola con abbondanti ragioni ideali.

Emilio Lussu scrisse Marcia su Roma e dintorni nel 1931, dopo il confino a Lipari per la sua opposizione al fascismo. Attraverso la sua narrazione, con cui intendeva «fissare gli avvenimenti politici del mio paese, così personalmente li ho vissuti in questi ultimi anni», egli si proponeva di raccontare i meccanismi alla base della nascita del fascismo, soprattutto per scongiurare il rischio che simili fenomeni si riproducessero altrove.
La scelta di rivolgersi a lettori stranieri è significativa: nella prefazione, Lussu dedica il libro esplicitamente a un pubblico di non italiani e le prime edizioni non furono in lingua italiana: tutte erano precedute da una ragionata premessa da cui si evinceva lo scopo originario del libro, cioè illustrare la genesi del fascismo. Infatti, con quale illusione, e addirittura con quale utilità, raccontare il fascismo agli italiani? Questi già conoscevano bene, in cuor loro, i motivi che li avevano spinti in massa a rifugiarsi sotto le ali del fascio littorio, da sinistra e da destra. Gli abitanti di altri paesi invece no, perciò aveva senso stilare un’opera con funzione di prevenzione, di difesa immunologica, di sviluppo degli anticorpi culturali e degli strumenti necessari a sventare l’affermazione di fascismi simili.
Oggi più che mai, Marcia su Roma e dintorni deve essere letto dagli italiani: dopo decenni di rimozioni, mistificazioni, falsificazioni, revisioni, abbiamo dimenticato, come popolo, di averlo vissuto in prima persona, il racconto di Emilio Lussu. Noi, oggi, siamo come coloro ai quali era dedicato il libro: siamo come degli stranieri, siamo estranei alla nostra storia e straniati dal presente che è ancora storia. Oggi, questo libro è dedicato a noi.

 

Ma il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l’autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi, che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, dovrebbe essere guardata e guidata con qualche precauzione.
Piero Gobetti, Elogio della ghigliottina

O noi o i nazisti – «Questa è la democrazia»: il movimento come Stato

Questo articolo è la terza di quattro parti di un’analisi del Movimento Cinque Stelle dal titolo O noi o i nazisti
«L’antifascismo non mi compete»: anti-antifascismo del M5S
«Da te non me l’aspettavo»: quando Grillo non urla
«Questa è la democrazia»: il movimento come Stato
«Questo movimento è ecumenico»: la concezione del popolo

Secondo un blog grillino (questo), l’apertura delle porte del M5S ai militanti di Casapound è stata un’occasione in cui Grillo «ha offerto una grande prova di democrazia diretta», in cui sarebbe stata applicata la massima volteriana che Voltaire non ha mai detto.

«Avete delle idee che sono condivisibili, alcune magari meno, alcune di più, però questo è democrazia». Anche questa affermazione costituisce il punto di partenza per una riflessione sulla concezione di democrazia su cui il M5S costruisce il consenso: per l’ideologia del superamento delle ideologie, in politica ciò che conta sono “le idee”, considerate una per volta e non inserite in un’analisi organica della società e in un progetto di cambiamento globale.
Da simili presupposti, ma anche da quanto è emerso in molte occasioni e dichiarazioni di semplici simpatizzanti o rappresentanti politici, nasce una concezione del movimento come sede di risoluzione dei conflitti tra “idee” contrapposte, in cui tale ruolo gli è esclusivo, e per cui non è contemplata una contrapposizione esterna. Ovvero: pretendendo di rappresentare gli interessi di tutti i cittadini, quindi anche di berlusconiani, omofobi, sessisti, fascisti, il movimento deve necessariamente trattare queste tendenze come questioni interne, non risolvibili attraverso una eventuale contrapposizione dall’esterno di quelle tendenze, poiché così facendo metterebbe a rischio la presunta rappresentatività di tutti i cittadini e di tutte le idee. Ciò che tradizionalmente si esprimeva attraverso il dibattito politico, comprese tutte le sue articolazioni conflittuali a diversi livelli, sembrano fenomeni e processi destinati ad avvenire all’interno del movimento, e non come espressione del confronto di movimenti e forze diverse: il movimento si sostituisce così alle sedi di competizione e discussione politica, istituzionali e non.

Non a caso un commentatore acuto scriveva (sempre in quel frangente): «ho l’impressione che il M5S stia cercando di organizzarsi come uno stato a sé: la loro intenzione è di poter dar vita ad un soggetto politico condivisibile da chiunque. Se guardiamo ai loro unici obbiettivi (abbattere la casta, difendere il bene comune, essere i rappresentanti dei cittadini) chi potrebbe non essere d’accordo? Il fatto è che questa impostazione deve essere quella dello Stato, e all’interno di essa deve avvenire il confronto dialettico tra i vari gruppi politici».

Lo stesso Grillo, nella polemica scaturita in seguito alla vicenda del furto di simboli elettorali, ha dichiarato: «se non ci lasceranno partecipare si prenderanno la responsabilità della delegittimazione dello Stato», comparando dunque idealmente Stato e movimento. In quest’ottica, anche le parole testuali di Grillo assumono un altro valore: «c’è una violenza che sta per esplodere. Lo Stato deve prendersi in mano l’energia, non le multinazionali. Deve gestire sanità, strutture, scuola, autostrade, informazione. Noi siamo la controparte strutturale del Palazzo».

Il risultato è che la democrazia di cui parla il M5S si configura come un “minestrone” in cui possono trovare dimora persone con idee e visioni completamente differenti, anche incompatibili tra loro, con l’evidente impossibilità di trovare convergenze che vadano oltre la forma e vertano su contenuti reali.
Se a questa concezione di democrazia come “superamento dei conflitti esterni” si aggiunge il grave problema di democrazia interna, si ottiene una situazione di totale difetto dialettico: i conflitti esterni non esistono in quanto sono trasformati in conflitti interni, e i conflitti interni non esistono in quanto la struttura del movimento è autoritaria e soffoca qualunque dissenso in ogni ambito, dai contenuti politici addirittura all’estetica o al linguaggio.
Se l’intenzione di rappresentare tutti i cittadini si realizzasse, se il tipo di democrazia immaginato dal M5S fosse ipoteticamente portato a compimento, tutti i cittadini lo voterebbero, all’interno di questo risolverebbero controversie politiche e infine la volontà generale sarebbe espressa dalla posizione del M5S.

Quello che, consapevolmente o meno, il M5S propone attraverso la sua concezione di democrazia, è l’eliminazione dei conflitti politici (in senso lato) e il loro appiattimento verso un unico tipo di conflittualità («noi» contro «loro»): tecnicamente, questo è il fascismo.

Una certa cultura locale – Riflessioni sul 14 gennaio ibleo

Ragusa è una città che non ha mai brillato per impegno politico, inteso nella sua forma partecipativa, che coinvolge e connette partiti, movimenti e associazioni. A parte alcune personalità che si distinsero per l’adesione attiva a campagne di progresso sociale, non ha prodotto, dal punto di vista politico, che mostri informi pronti alla qualunque pur di ottenere il plauso del pubblico ibleo, a patto ovviamente di compiacere il padrone di turno. Quando, nel 1963 e nel 1968, a due successive tornate elettorali, il gerarca fascista Filippo Pennavaria si candidò al Senato, ottenne valanghe di voti dai cittadini ragusani. Non c’è da stupirsi, visto che – fa notare Giuseppe Nativo, studioso di storia iblea – «una certa cultura locale si attarda ancora su pregiudizi, stereotipi e vecchi campanilismi». Campanilismi che, radicati ancor oggi, permettono per esempio il perdurare da anni del dibattito sull’opportunità o meno di piazzare in centro storico una statua in onore del fascista Pennavaria, come se, in un paese civile e democratico, non dovesse essere scontato l’esito di una tale proposta.

È lo stesso campanilismo ad alimentare strani fenomenicome quello che domani (14 gennaio) promette di portare in piazza un cartello trasversale di associazioni che sposta il confronto dal piano locale al piano nazionale e, con provincialismo paraleghista, addita Roma come causa di tutti i problemi dell’economia iblea.

Cominciamo dal principio: in virtù del mio passato di studente “attivo”, ho ricevuto una e-mail dal direttore dell’ANCE Ragusa (“Associazione Nazionale Costruttori Edili”) che desiderava «fornire ragguagli inerenti alla manifestazione di giorno 14 gennaio recante il titolo “Tutti insieme per il rilancio ibleo” promossa dal Tavolo provinciale dello sviluppo e del lavoro di Ragusa che vede riunite tutte le organizzazioni datoriali, sindacali, ordini e collegi professionali, consumatori e le Diocesi di Ragusa e Noto. Il manifesto della manifestazione reca 5 proposte per sostenere le famiglie, difendere il lavoro, sviluppare le imprese e sarà esplicitato al termine dell’evento». Infine, mi si informava che «Oggi 10 gennaio il Presidente della CCIAA di Ragusa si è recato dal Provveditore agli Studi per chiedere l’adesione delle istituzioni scolastiche e consentire una massiccia partecipazione degli Studenti Iblei, futura classa dirigente del nostro Paese».

Molte cose non quadrano da questa prima presentazione: mancano i contenuti e le rivendicazioni della manifestazione, che si riducono ad un generico sviluppo, ad un “rilancio ibleo” e a 5 punti poco esplicitati; si chiede ai cittadini di partecipare all’evento promettendo di esplicitare eventuali contenuti soltanto dopo la manifestazione; si chiede (e si ottiene) l’adesione, a questo punto cieca, degli studenti, addirittura da formalizzare attraverso provvedimenti delle istituzioni scolastiche (non sapevo che una manifestazione di piazza dalle velleità politiche potesse ottenere appoggio istituzionale).

Prima di andare avanti è doveroso precisare quali siano le perplessità, di primo acchito, riguardo i cinque punti programmatici, riportati di seguito: piano straordinario per il lavoro, infrastrutture coerenti e integrate, misure contro l’evasione fiscale e l’abusivismo, semplificazione burocratica, abbattimento dei costi della politica. La perplessità nasce dal fatto che alcuni di questi punti vogliono dire tutto e il contrario di tutto, e questo sincretismo spiega la partecipazione di sigle che vanno dalla CGIL a Confindustria, soggetti sociali che in questo periodo sono in netto contrasto (e sull’art.18, mica bazzecole). È un cartello così trasversale che dentro potresti trovarci di tutto (come nel M5S), o forse solo una cosa.

Bastino un paio di esempi per mettere in guardia. Primo, anche lo smantellamento degli ammortizzatori sociali, l’eliminazione dell’articolo 18, la smania per la “flessibilità” lavorativa e il precariato possono essere considerati , a detta dei tecnici, “piano straordinario per il lavoro”; secondo, anche il Tav e il Ponte sono infrastrutture, bisogna vedere chi ne gestisce la costruzione e con che grado di trasparenza (senza allontanarsi troppo da Ragusa, anche il porto di Marina di Ragusa è un’infrastruttura, ma a che pro? E anche l’ampliamento del porto di Scoglitti lo è, ma fa crollare siti archeologici).
Insomma, chiedere sviluppo non significa nulla, bisogna specificare (perché non è scontato) che tipo di sviluppo, a favore di chi, in che direzione: entrare nel merito.

Si può cercare di risolvere queste perplessità andando a chiedere chiarimenti sulla pagina facebook (già linkata) sollecitamente creata per l’occasione, con tanto di account twitter, canale youtube (con uno spot di vaghissime frasi fatte pronunciate da una voce fascinosa e persuasiva come quelle delle pubblicità): lì gli organizzatori risponderanno che «tutte le parti sociali, nessuna esclusa, tutti gli ordini professionali, le diocesi di Ragusa e Noto, hanno convenuto su 5 proposte concrete» e rimanderanno al primo comunicato, del 17 dicembre, assicurando che vi si possono trovare «molte risposte alle tue domande»; tuttavia si trova lo stesso elenco ambiguo di cui sopra e niente di più.

Perché prima si è parlato di provincialismo paraleghista del tipo “Roma ladrona”? Per capirlo, un altro esempio: quello dell’abusivismo. A detta degli organizzatori è un problema che deve risolvere il governo, perché la colpa è dei governi che, negli anni, a partire dal 1982, hanno condonato a destra e a manca per garantire un certo afflusso nelle casse dello Stato ma, aggiungo io, soprattutto per ottenere voti (e quindi garantire un certo afflusso nelle tasche di singoli eletti). Ma la colpa è solo dei governi o anche di una caratteristica fauna locale che li rappresenta, che anche lei specula e mangia soldi, e che ha ricevuto una valanga di voti dagli elettori ragusani, magari parte dei quali sarà in piazza a protestare? Roma sarà ladrona, ma Roma chi l’ha eletta? Se si fosse voluto veramente combattere l’abusivismo si sarebbe dovuta abbattere sul nascere la cementificazione di una buona metà della costa iblea, anziché lamentarsene ora. Ad aver consentito che questo modello di gestione della costa prendesse piede non è stato il governo nazionale; se i ragusani vogliono trovare responsabili o complici si guardino allo specchio.

Per non parlare di punti sulla semplificazione burocratica e sull’abbattimento dei costi della politica, che vengono coinvolti in una protesta di carattere territoriale quando invece riguarda l’intero paese. Intendiamoci, non che sia sbagliato puntare a questi obiettivi, ma è insensato farlo chiamando in causa l’identità locale: questo sposta inevitabilmente il conflitto (se in questo caso di conflitto si può parlare) dal piano sociopolitico al piano geopolitico, una mossa già abilmente condotta da criptofascisti rossobruni.

Dopo la ripetizione dei soliti cinque punti, sulla pagina facebook è calato il silenzio.
Si saranno forse risentiti per la chiusura dell’intervento? Quella che fa:

Aggiungo una nota a lato sulla partecipazione delle diocesi di Ragusa e Noto: generalmente non sono contrario alla partecipazione a iniziative locali da parte di rappresentanti di Stati esteri, in quanto la cooperazione tra gli stati e le comunità è quanto di più auspicabile si possa volere; tuttavia, non posso che notare una certa faziosità nell’invitare sempre rappresentanti dello stesso Stato estero; la prossima volta raccomando una delegazione del Costa Rica e una del Burundi.

Già, si saranno risentiti. Ma si sa, «una certa cultura locale si attarda ancora su pregiudizi, stereotipi e vecchi campanilismi».

P.S. Non ho inserito il seguente paragrafo nell’articolo perché non ho trovato le fonti dei dati, anche se mi ricordo di averle solo “sentite dire”. Se qualcuno fosse in grado di fornire fonti attendibili gliene sarei grato.
Mi sono chiesto anche come possano i costruttori edili lamentarsi degli affari in provincia, quando solo il capoluogo conta circa 70 mila abitanti ma ha un numero di unità abitative sufficiente per sostenerne 200 mila. Dopo aver investito e mangiato cemento hanno il coraggio di lamentarsi?

Senza parole

Non ci sono parole per ricordare. I Wu Ming dicono bene.

Emendamento 1707

Emendamento alla Camera n. 1707:

Niente obbligo di arresto per chi verrà sorpreso a compiere violenze sessuali di lieve entità verso minori.

I firmatari della legge: Gasparri (PdL), Bricolo (Lega), Quagliariello (PdL), Centaro (PdL), Berselli (PdL), Mazzatorta (Lega), Divina (Lega).

Bastardo populismo mediatico

Pensate probabilmente che sto per scrivere dei fatti più recenti della cronaca politica e giudiziaria per associarli al mostruoso conflitto di interessi nel nostro paese e al cosiddetto populismo mediatico predominato quasi capillarmente da una cerchia ristretta di imprenditori-politici-criminali-fascisti italiani, visto che oggi abbiamo conquistato le prime pagine di una miriade di giornali internazionali (tanto per citarne qualcuno: New York Times, Le Monde, The Guardian, The Economist, El Paìs) con la notizia che l’on. Presidente del Consiglio Italiano Silvio Berlusconi è stato chiamato in tribunale per rito immediato, per evidenza delle prove delle accuse a suo carico (che sono due, tra cui sfruttamento della prostituzione minorile).

Invece non è per esprimere l’orgoglio di aver conquistato, come Paese, notorietà in tutto il mondo, che scrivo stasera, bensì per puntare i riflettori su un altro evento, molto significativo e a mio parere importante per la sua pericolosità: i magistrati francesi si stanno mobilitando contro il presidente della République, Nicolas Sarkozy. Considero pericoloso il fatto come ho sempre considerato un pericoloso precedente la situazione politica ed istituzionale italiana.

Del resto c’era da aspettarselo che, visto che dopo diversi anni di controllo mediatico di Berlusconi in Italia, nonostante i richiami alla moderazione da parte di organi nazionali, internazionali e non governativi, tale controllo non si è ridotto come richiesto ma anzi è stato rafforzato a sproposito e con spudoratezza e arroganza crescente, imponendo un controllo personalistico e aziendale della cosa pubblica a vantaggio di pochissimi imprenditori e dei loro amici, soffocando la politica con gli imperialistici principî dell’economia e della finanza, qualcuno si accorgesse che dopo tutto in Italia le cose vanno molto bene: volendo dire, con ciò, che è l’unico paese del capitalismo occidentale in cui la coincidenza totale tra classe politica e dirigenza economica non è tenuta nascosta all’opinione pubblica, così che non ci si fanno scrupoli di nessun tipo e lo Stato diventa una macchina funzionante palesemente per i soli interessi dei grandi ricchi o arricchiti. Detto in altre parole, in Italia gli stronzi possono fare quello che cazzo vogliono, soprattutto se sono ricchi.

E i ricchi di tutto il mondo adorano questa possibilità, non vedrebbero l’ora di poter evadere liberamente le tasse, violare contratti di lavoro e rimanere impuniti, crearsi un harem di puttane e ballerine offendendo l’umanità delle donne, rubare soldi senza finire in galera. È ovvio che tutto questo faccia gola. Ma anche senza interpretare la situazione italiana come un controllo del sistema economico sulla politica, di certo il populismo mediatico ha costituito un ottimo esempio di gestione del potere. Nessuna opposizione, infatti, né sociale, né parlamentare, né culturale (se ce n’è stata), è riuscita a scardinare il potere del regime, per quanto questo si sia macchiato di colpe gravissime, cominciando da violazioni dei diritti umani nel respingimento dei profughi e nella gestione del G8 di Genova nel 2001, andando a finire agli ultimi scandali, passando per i controlli dei servizi televisivi, l’approvazione dello scudo fiscale, le leggi di smantellamento della formazione e della ricerca, i tagli alla cultura, i crolli di Pompei, gli attacchi continui agli organi giudiziarî, le violente repressioni dei terremotati aquilani, dei pastori sardi, dei cittadini di Terzigno, degli studenti di tutta la penisola e delle migliaia di cittadini che per un motivo o per l’altro si sono trovati in strada a protestare.

Il regime ha retto ogni volta. E qual è il sogno di qualsiasi potere? Continuare ad esistere. Il potere ha capito che il berlusconismo paga e il populismo mediatico di Berlusconi costituisce, come già detto, un pericoloso precedente nella storia dell’Europa, che in molti sottovalutano. «In Francia o in Inghilterra non potrebbe mai succedere, si dimettono per una lampadina acquistata coi soldi pubblici! E poi c’è la legge sul conflitto di interessi». Spesso lo sento dire.

Ma intanto la Francia vive da almeno un anno qualcosa di simile: tagli alla scuola, contrasti con la magistratura, abuso dei privilegi dati ai parlamentari sono i tre dati più palesemente somiglianti. A questo si aggiunga il fatto che Sarkozy, l’anno scorso coinvolto in una storia di tangenti avvenuta quando era ancora sindaco, non si è dimesso e ha detto con tono familiare «noi andiamo avanti», mentre, sempre l’anno scorso, un suo ministro (Hortefeux) girava le sedi diplomatiche facendo battute razziste sugli arabi (e anche questo non mi giunge nuovo). Sarkozy è coinvolto in varie controversie giudiziarie, come l’affaire Clearstream 2 (che richiama stranamente il caso Hyberian 2 di Silvio), o l’affaire Woerth-Bettencourt (in cui avrebbe ottenuto finanziamenti illeciti per la campagna elettorale del 2007), o ancora il caso che lo ha visto telefonare alla redazione del quotidiano francese Libération per lamentarsi del titolo che avevano dato un articolo definendolo gentilmente «journal de gauche de merde». Inoltre pare che abbia esercitato pressioni per fare ottenere a un suo favorito la direzione di un giornale a tiratura nazionale, Les Échos, approfittando della vendita delle quote azionarie.

Insomma, in Francia c’è la legge sul conflitto di interessi, ma è facile aggirare la cosa (del resto anche secondo la legge italiana, cfr. art. 10 DPR 361/1957, «non sono eleggibili coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per contratti di opere o di somministrazioni, oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica», ma ciò non sempra importare a nessuno).

«Genoa docet» è una frase utilizzata da alcuni riferendosi alla consapevolezza dei movimenti, dopo il G8 del 2001, che bisogna evitare gli scontri e che bisogna tuttavia essere sempre pronti a prendere le botte, perchè della polizia non ti puoi fidare. Ma Genova 2001 docet anche agli Stati nazionali come l’Inghilterra, che quest’autunno quando prendeva gli studenti che protestavano contro la triplicazione delle tasse universitarie, lasciava che le forze dell’ordine li picchiassero, non in strada, spudoratamente come accade in Italia come se fosse normale, ma pur sempre li picchiavano, al sicuro e al riparo da telecamere e testimoni.

Il sogno berlusconiano è sempre più vicino. Viva la libertà!

Cosa succede?

 

Sono molto preoccupato. Quante volte già avevamo lasciato vagare i pensieri e come un lampo aveva attraversato la nostra mente l’ipotesi di un ritorno della dittatura in Italia, il paese del fascismo, degli
anni di piombo, di tangentopoli e della perenne crisi economica e politica? Quante volte quel pensiero lo avevamo ricacciato indietro, ritenendolo non già immotivato ma per lo meno frutto di un’esagerata preoccupazione sintomo di italianismo dell’era berlusconiana, quella disfunzione della coscienza civica che porta tanto all’esasperazione di piccoli fatti quanto alla cecità di fronte a quelli grandi?
Ci avevamo provato, a pensare che l’opinione pubblica, dopo la caduta del Muro e le stragi siciliane, non fosse più disposta ad accettare la violenza, almeno fisica, come strumento di controllo del dissenso anche pacatamente manifestato e pacificamente, entro i limiti della Costituzione nata dalla Resistenza; ci avevamo provato a immaginare che gli scontri genovesi degli anni Sessanta o quelli reggini dei Settanta non avessero più motivo di esistere, non nella forma con cui si erano già manifestati; ci avevamo provato a credere che, nonostante il popolo italiano per decenni abbia votato democristiano, fosse ancora consapevole della validità inconfutabile dei valori costituzionali del 1948 e che così votasse non in virtù bensì nonostante la corruzione,
che avesse ancora nel cuore, un cuore sì trasformista, sì molliccio, sì moderato e perbenista e piccolo-borghese, ma un cuore che aveva battuto all’unisono con le parole di Mazzini, Garibaldi, vogliamo anche Gramsci, vogliamo anche Gobetti e i fratelli Rosselli, la coscienza che ciò che della Francia aveva fatto una Grande Nation era stato il mirabile trinomio “Liberté, Égalité, Fraternité”.
Nel provarci avevamo però dimenticato qualcosa di importante, cioè che non bisogna mai cullarsi sugli allori, giacché “su pietra che rotola non cresce muschio”, ed eravamo tutti così distolti dalla realtà delle cose che abbiamo finito per crederci veramente. Abbiamo creduto che se negli anni Ottanta è gradualmente svanita la
serie di tafferugli tra militanti di estrema destra e attivisti antifascisti è stato perché i primi non c’erano più, diventati innocui, democratici, inseriti perfettamente nel sistema democratico, che stava loro stretto, ma quello ci poteva anche stare. Del resto il sistema democratico stava stretto anche ai militanti dell’estrema sinistra.
Così abbiamo pensato di accettarli benevolmente e di rifiutare ogni forma di violenza.
E così, come già tante volte era successo in tempi recenti, ci siamo trovati di fronte alla manipolazione della logica e del linguaggio finalizzata all’indentificazione dello Stato con lo statista (in verità di uno pseudostato con uno pseudostatista): qualche mese fa ricordo di come Lupi, portavoce del Regime, in un dibattito televisivo avesse voluto sottolineare come i finanziamenti di cui si stava parlando non fossero dovuti “allo Stato,  Berlusconi” bensì agli enti regionali, e ricordo molto bene, visto che risale a ieri, lo spot di promozione del
turismo in Italia con la “voce sensuale” dello statista, come se stesse invitando qualcuno a casa sua. “Big Brother is watching you”. Pensa a tutto Lui o, come si dice dalle sue parti, “ghe pensi mi”: ci sono problemi? Nessun problema, “Big Brother is watching you”.
Ieri aquilani picchiati a sangue a Roma (sindaco compreso), caricati dalla polizia nonostante stessero seguendo il percorso stabilito; oggi operai picchiati a sangue a Milano, cinque feriti a manganellate. Che il Grande Fratello avrebbe dominato con la corruzione, la menzogna e il manganello, già Montanelli lo aveva capito. E quel Grande Fratello non è solo l’orwelliana presenza che autocraticamente identifica lo Stato con una persona: Montanelli è morto troppo presto, quando ancora lo squadrismo mediatico era agli inizi, per vedere un altro Grande Fratello, quello televisivo. Quel programma, come tutti gli altri programmi televisivi di Regime, distruggono conquiste di millenni di civiltà, proponendo modelli irrazionali e isterici incapaci di controllare razionalmente le loro pulsioni e per i quali l’unica relazione interpersonale possibile è quella della rissa e dell’insulto, in cui tutti parlano e nessuno ascolta. E puntualmente, nello stesso giorno dei pestaggi degli
aquilani, durante una seduta parlamentare, dopo che il deputato Barbato ha detto la sua, una squadra di parlamentari del Regime si alza immediatamente, appena concluso il suo intervento, e va a picchiarlo.

Questo non accadeva neanche col fascismo del Ventennio. I parlamentari erano picchiati, sì, erano anche uccisi, ma fuori dell’Aula: il dibattito istituzionale non è stato annullato ma è sceso tanto gravemente in basso. Del resto quella squadra di parlamentari, in virtù del velinismo, potrebbe esser composta di persone che sono deputati e deputate del parlamento proprio perché avevano preso parte al grande gioco del Grande Fratello.

Nel frattempo, nella regione della signoria elettiva e della monarchia assoluta, a Brescia, il sindaco lancia  un’iniziativa che, si vanta, è unica in Europa: prima di salire sulla linea 3 degli autobus urbani, molto frequentata da extracomunitari, chi vorrà potrà gratuitamente indossare guanti forniti dal comune per evitare il contatto con eventuali agenti patogeni di cui i “diversi” sono portatori. Eppure l’iniziativa, dice il sindaco, “non deve essere scambiata per un atto di intolleranza”. Come si diceva durante il Ventennio fascista, “la discriminazione non è persecuzione”. Così torniamo indietro con la gioia del Partito, una gioia che è possibile constatare 24 ore su 24: basta accendere un qualsiasi teleschermo. Ci abbiamo provato a credere che non si potesse essere così stronzi. Invece ci sbagliavamo di grosso.

Il fascismo c’è e fa molto male; e se non volete chiamarlo fascismo è ancora più preoccupante, perché possedere le parole per le cose significa riconoscerle.

Patriottismo calcistico

Mi dicono che è questione di sangue, che se sei nato in Italia non puoi che tifare Italia. Perchè tifare è crederci.
Ma che vuol dire credere nell’Italia? Vuol dire forse credere nella
teocrazia vaticana? Nelle rivoluzioni fallite? Negli anni di piombo e
nelle violenze della polizia? Vuol dire credere nel G8 di Genova?
Oppure nel fascismo televisivo? Vuol dire credere nella libertà di
farsi ognuno i cazzi propri? Nella cultura dell’apparenza e
dell’ipocrisia, del servilismo e dell’opportunismo? Vuol dire credere
nel 60% dei voti dati a dei fascisti attualmente al governo? Vuol dire
credere nella Lega Nord che col tricolore si pulisce il culo? Nella
fuga dei cervelli e nell’inesistenza di un futuro per i giovani? Oppure
ancora vuol dire credere ancora una nazione che storicamente rinuncia
al dialogo, parteggia per chi vince ma solo quando la partita è già
vinta, delega le responsabilità individuali e tutto giustifica, è
retriva ai cambiamenti e fondamentalmente di impronta cattolica e
xenofoba che vive di rendita dei grandi italiani del passato ma è
incapace di produrre oggi cultura e una solida identità nazionale? 

Sì, sono provocatorio!
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