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A presto!

L’austerità è incompatibile con la democrazia, non col fascismo

L’incompatibilità tra austerità e democrazia è un concetto negli ultimi anni sostenuto a più riprese dai movimenti sociali: migliaia di manifestazioni, presidi, cortei hanno attraversato i continenti per dire «our democracy against their austerity» rivelando la contrapposizione tra le due, per ricordare ai presunti paladini dello Stato di diritto espressione della sovranità popolare che «o povo é quem mais ordena».

La modalità di introduzione delle norme che hanno ridefinito il mercato del lavoro per renderlo più “flessibile”, eroso diritti conquistati in decenni o secoli di lotte, aumentato le disuguaglianze sociali, costretto milioni di persone alla precarietà e alla povertà, da alcuni sono state definite “tecnofascismo”. I provvedimenti di privatizzazione dei servizi, smantellamento dello stato sociale, ristrutturazione del debito a suon di tagli, ovvero le famose riforme, in passato imposti ai paesi dell’altra metà del mondo con il nome di “piani di aggiustamento strutturale”, sono stati imposti nei paesi europei scavalcando i parlamenti nazionali, esautorati nelle questioni economiche di primaria importanza dagli organismi finanziari internazionali. Istituzioni non soggette a controllo democratico hanno pesantemente condizionato istituzioni rappresentative: è la “dittatura dei mercati”.

Dal canto loro, i rappresentanti del potere hanno sempre fatto il possibile perché questa narrazione degli eventi prendesse piede e hanno reagito di volta in volta misurandosi sapientemente con la situazione: provando inizialmente a smorzare i toni per tenere a bada l’opinione pubblica, cercando di ricondurre le soggettività potenzialmente sovversive e le loro simpatie alla “ragionevolezza”, ovvero al riconoscimento dell’inevitabile supremazia del mercato con conseguente genuflessione alla sua volontà trascendente (Papademos quando diceva: «sacrifici o baratro»); quando ciò non era possibile, hanno optato per la via della compiacenza, mostrandosi premurosi e comprensivi, chiarendo che le rivendicazioni dei movimenti erano giuste e le proteste sacrosante, ma questioni tecniche imponevano di rimandare la loro realizzazione (Draghi quando diceva: «li capisco, noi alla loro età non abbiamo dovuto aspettare»); quando il riconoscimento da parte delle masse dell’esistenza, nella società, di interessi contrapposti e inconciliabili si è fatto un rischio elevato a tal punto da far scricchiolare le fondamenta della retorica dei sacrifici, la risposta è divenuta repressiva.

I momenti di mobilitazione sono stati spesso teatro di pratiche conflittuali che hanno incontrato la repressione del dissenso in nome dell’ordine. Ecco perché i movimenti sociali, nell’interfacciarsi con queste imposizioni, vi riconoscono il fascismo: si tratta di scelte prese da una ristretta minoranza e imposte con la violenza a garanzia dell’ordine sociale ovvero delle disparità.

È per questo che, durante la campagna elettorale greca dello scorso anno, il tanto sgolarsi dei vertici europei per invitare a non votare Syriza fu motivo di indignazione ma non di sorpresa; lo stesso può dirsi del mancato invito a non votare il partito neonazista greco Alba Dorata: l’austerità è incompatibile con la democrazia, non con il fascismo.

Quello che non era ancora successo era l’ammissione esplicita dell’incompatibilità tra austerità e antifascismo, avvenuta meno di un mese fa e passata quasi inosservata dai mezzi di informazione. Il 28 maggio, la società finanziaria JPMorgan Chase&Co, con sede a New York, leader nei servizi finanziari globali, ha pubblicato un documento di analisi (qui visualizzabile per intero) sull’attuale situazione nella zona Euro, contenente considerazioni sulla funzione a lungo termine dell’austerità, sul suo stato di avanzamento, sugli ostacoli che ne impediscono la piena attuazione.

«La gestione della crisi nella zona euro si è evoluta nel corso degli ultimi tre anni, ma una questione di fondo è sempre stata presente, costantemente: che i problemi esistenti a livello nazionale dovrebbero essere affrontati a livello nazionale prima che la regione intraprenda ulteriori passi di integrazione» recita il documento già nell’introduzione.

«All’inizio della crisi si pensò che i problemi nazionali preesistenti fossero soprattutto di natura economica: debito pubblico troppo alto, problemi legati ai mutui e alle banche, tassi di cambio reali non convergenti, rigidità strutturali. Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sistemi politici dei paesi del sud e le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire un’ulteriore integrazione dell’area europea»

«I sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo»

«I sistemi politici e costituzionali del sud presentano tipicamente le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. Le carenze di tale eredità politica sono state rivelate dall’incedere della crisi: i paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, con esecutivi limitati nella loro azione dalle costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)»

Praticamente, in questo documento per la prima volta dei banchieri ammettono apertamente che ordinamenti costituzionali basati sui valori dell’antifascismo non sono compatibili con i dettami di quella che ritengono la “scienza economica”, che non è altro che l’economia neoliberista.
In questo modo, il tecnofascismo di oggi giunge alle stesse conclusioni del fascismo di ieri, con la differenza che mentre i fascismi novecenteschi giustificarono la propria azione articolandola sul piano politico, l’austerità viene imposta perché considerata l’unica alternativa sul piano economico. Gli effetti non sono dissimili: è necessario un governo forte che scavalchi facilmente i parlamenti, bisogna abolire le tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori, non deve essere permesso manifestare il proprio dissenso contro proposte sgradite. Si deve insomma ammorbidire gli eccessi di democrazia, che sono eccessi nella misura in cui minacciano un sistema economico fondamentalmente autoritario, basato sulla gerarchia anziché sulla partecipazione e sulla condivisione: in questo senso, i fascismi del secolo scorso ebbero la funzione storica di frenare gli stessi eccessi.

Una volta lo facevano per difendere «la nazione», oggi lo fanno per difendere «la crescita». Entrambi sono vuoti feticci.

 

Uno dei pochi articoli sull’argomento: JP Morgan all’Eurozona: “Sbarazzatevi delle costituzioni antifasciste”

Reo tempo

Scrivere scritti lucidi richiede lucidità.
Questo spazio ha sempre cercato di essere un angolo di lucidità.
Contro la tendenza dominante, fatta di parole vuote o non comprese.
Quelle parole nascondono in verità un tremendo silenzio. Frastornante.
Il non sapere è alla base di questa epoca del vuoto: si manifesta in molteplici forme.
Dall’ignoranza all’insensatezza, dall’indecisione alla precarietà. Sono tutte forme di non sapere.
È un vuoto che avvolge tutto, avvolge le singole persone.
Non viviamo predisposti alla speranza, che lascia tempo per pensare ed agire, ma siamo immersi in una continua attesa del futuro prossimo, che non lascia tempo a nessuno.
Ho la sensazione che ci stiano fregando.
Vorrei interrompere solo per un momento il vuoto che circonda gli individui.
Un vuoto la cui ombra precariamente incombe su ogni cosa, oscurando la luce delle nostre speranze future.
Ma sappiate, voi che leggete: per un po’ di tempo poca sarà la lucidità.
Magari, quando i suoi livelli rientreranno, avremo il piacere di tornare a costruirla insieme.
Nel frattempo, niente sarà qui più scritto, per scongiurare il rischio di cambiare il genere di spazio. Il quale non intende perdere la sua anima lucida. Del resto, «la massima creatività possibile viaggia entro regole più rigide possibili: tu non devi vivere in una situazione che ti aiuta a tirare fuori tutto il possibile quello che hai dentro, ma in una situazione che ti obbliga a tirare fuori solo quello che assolutamente deve venir fuori».
Intanto il compito lo lascio a voi.
Riempire il silenzio di questo frastuono.
E intanto, dorme quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.

La decrescita che non va al nocciolo

Qualche tempo fa, sono andato ad un incontro con Maurizio Pallante, organizzato dal Teatro Rossi Aperto. Per chi non lo conoscesse, Pallante è il fondatore del Movimento per la decrescita felice (Mdf), associazione italiana che si ispira alle teorie di Serge Latouche, l’ormai noto filosofo francese ideologo della decrescita.

L’incontro è stato una buona occasione per attingere informazioni di prima mano sulla decrescita, senza distorsioni giornalistiche e preconcetti, nonché per intavolare una discussione su alcuni suoi punti controversi. Questa possibilità ha tuttavia messo in luce limiti non trascurabili della struttura, sia teorica che pratica, che si è dato in particolare il “ramo italiano” della decrescita, ovvero il movimento di Pallante.

Egli ha inizialmente esposto i principi della “decrescita felice” inquadrandoli nella sua personale visione, è passato poi a descrivere le possibili soluzioni ai problemi di natura sociale ed ambientale che pone l’attuale paradigma economico. Il discorso è diviso quindi in due parti: una di analisi, l’altra di prassi. Riporto di seguito due questioni, una per ciascuna parte.

Il ragionamento alla base della decrescita, riassunto all’osso, è il seguente: il fine ultimo del regime economico in cui viviamo è la crescita, ma questa è impossibile da mantenere illimitatamente a causa della limitatezza del pianeta; di conseguenza, è necessario raggiungere un regime di sostenibilità riducendo il consumo di materia ed energia; questo non deve significare, come erroneamente viene detto pensino i sostenitori della decrescita, una società di deprivazione e miseria, una condizione di recessione permanente, perché la riduzione deve interessare quella produzione e quei consumi che non aumentano il benessere ma che sono tenuti in vita dal sistema economico esclusivamente in quanto permettono la crescita, che si configura così come dannosa. La decrescita consiste nella rinuncia volontaria e ragionata alla crescita, non si tratta di subire proprio malgrado un decremento del PIL («è una dieta, non un deperimento»).

Nell’illustrare le modalità di tale riduzione, Pallante fa riferimento a due concetti distinti: quello di “merce” e quello di “bene”. Nella sua interpretazione, una merce è tutto ciò che può essere comprato o venduto, cioè che può diventare oggetto di scambio monetario; diversamente, un bene è tutto ciò che è in grado di soddisfare un bisogno; non tutti i beni sono merci (per esempio, le relazioni sociali) e non tutte le merci sono beni (per esempio, gli sprechi di cibo). Per una “decrescita felice”, Pallante propone di ridurre il consumo delle merci che non sono beni, cioè di quelli che chiama “sprechi oggettivi”: l’esempio più comunemente citato nei suoi discorsi è quello dell’energia sprecata per riscaldare un’abitazione, che potrebbe essere risparmiata coibentando le pareti in maniera ottimale.

Il motivo per cui riporto questa interpretazione è che secondo me fa acqua da tutte le parti.

Infatti, come ho provato a contestare direttamente a Pallante, la distinzione tra beni e merci è arbitraria (anzi, c’è chi la definisce «una stronzata»): per come definiamo un bene, cioè qualcosa che soddisfa un bisogno, facciamo riferimento a un concetto che non è assoluto, ma plasmato dalla società, dalla cultura, dal momento storico, ovvero il concetto di “bisogno”. Esistono infatti bisogni naturali e bisogni indotti. I primi si limitano all’esigenza di mangiare, bere, intrattenere relazioni sociali, proteggere il proprio corpo. Tutto il resto, tutto, è bisogno indotto dal tipo di società in cui si vive, dall’educazione ricevuta, dalle esperienze passate. Senza specificare il tipo di bisogno cui fare riferimento, è inutile proporre di ridurre la quantità di merci che non sono beni, perché qualunque merce può soddisfare un bisogno. Per esempio, la pubblicità crea bisogni, proprio al fine di aumentare il consumo di merci alimentando così la crescita: posso curarmi di tenere il frigorifero sempre pieno, anche a costo di buttar via gli alimenti in eccesso rispetto alla mia capacità di consumarli, senza concepire questo come uno spreco, perché soddisfa il mio bisogno (indotto) di “non sentirmi un pezzente”.

Cosa si intende allora con “merci che non sono beni”? È la domanda che ho posto a Pallante, il quale ha risposto: «io non voglio definire quali bisogni siano legittimi e quali meno, altrimenti va a finire che mi dicono che sono totalitario, perché porrei un limite arbitrario e del tutto soggettivo alla possibilità altrui di soddisfare i propri bisogni». Dovrebbe essere evidente a tutti che questo rifiuto fa crollare l’idea di base su cui è costruita tutta la visione del Mdf: se propongo di ridurre le merci che non sono beni ma non chiarisco cosa intendo per merci che non sono beni, sostanzialmente non sto dicendo niente di significativo.

Ci sono anche altri punti opinabili nella narrazione di Pallante. Egli parla di “sprechi oggettivi”, ma dimentica che tali sprechi non esistono se non perché conviene a qualche soggetto sociale: si tratta quindi, sempre, di “sprechi soggettivi”. Per esempio, non è corretto dire che l’eccedenza di energia usata per riscaldare una casa non coibentata rispetto a quella usata per riscaldare una casa ben coibentata sia uno “spreco oggettivo”: per chi vende quell’energia, lo spreco è un vantaggio immediato, perché si traduce in guadagno. La stessa cosa vale per il cibo avariato eliminato dal frigorifero sempre pieno, nonché per tutte le merci (a prescindere dal loro essere beni o meno): se sono vendute è perché la loro vendita conviene a qualcuno.

Spreco alimentare. Foto da http://www.greenme.it

Questi nodi si collegano direttamente alla questione successiva, cioè l’insieme di pratiche proposte dalla teoria della decrescita e la visione del mondo che sottendono. L’idea che esistano “sprechi oggettivi” e “beni oggettivi” rivela una tendenza generale insita nell’analisi proposta da Pallante: l’incapacità di riconoscere il conflitto. Uno spreco è tale perché la ragione, neutra e oggettiva, lo riconosce come tale. Non esistono interessi contrapposti e inconciliabili all’interno della società, non esistono soggetti sociali che vivono di crescita e altri che ne alla crescita soccombono: esistono individui che, usando la propria ragione, lasciati liberi di scegliere, opteranno per la via che assicuri a lui e quindi alla collettività il massimo beneficio. Questa concezione individualista della società, in cui il singolo è considerato avulso da condizionamenti, capace di scegliere nel proprio interesse, autonomo e libero come un Robinson Crusoe su un’isola deserta, come vedremo si riflette anche nella proposta pratica.

La seconda domanda che ho posto a Pallante è stata la seguente: «la decrescita si pone anche come risposta al problema ambientale di un mondo in cui si consumano le risorse molto più velocemente di quanto siano rigenerate (si abbattono più alberi di quanti ne ricrescano, si mangiano più pesci di quanti ne nascano, e così via). Questo problema è strettamente correlato alla produzione: se essa ha, come scopo, la crescita, è logicamente impossibile raggiungere uno stato stazionario, in cui si consumino le risorse sempre a ritmi più lenti di quelli richiesti per rigenerarle. Ora, il fine della produzione dipende da chi ne controlla la gestione, cioè, nella nostra economia, i capitalisti. Cosa propone la decrescita per ridefinire i fini della produzione?».

Ancora una volta, la risposta lascia insoddisfatti: gli strumenti della decrescita per cambiare la società consisterebbero in «una vera e propria rivoluzione culturale» grazie a cui sempre più persone rinunciano ai consumi inutili, cosicché la produzione sia costretta ad adattarsi ai nuovi flussi di merci. Tuttavia questa ipotesi non risponde alla domanda e oltretutto è poco plausibile: pensare di poter convincere «la produzione», cioè i capitalisti, a smettere di perseguire la crescita è come pensare di poter convincere una persona a smettere volontariamente di respirare, perché rinunciare alla crescita sarebbe incompatibile con i principi su cui si basa il capitalismo. In realtà, secondo la logica individualista, questo non è un problema: i capitalisti, illustrata loro la bontà della teoria della decrescita per il benessere collettivo, comprenderebbero autonomamente e liberamente la necessità di abbattere il capitalismo e agirebbero di conseguenza. Purtroppo, c’è un problema non da poco, che Pallante si rifiuta di notare: a loro questo non conviene.

C’è un’altra mancanza: nel descrivere i rimedi ad alcuni sprechi e le modalità di riduzione dei consumi inutili, Pallante elenca una serie di cose che «si deve fare», ma non dice mai chi deve farle, non c’è mai un soggetto esplicito. I cittadini? I consumatori? I lavoratori? I popoli? In realtà, date le premesse, dovrebbe essere chiaro qual è il soggetto: l’individuo. L’individuo che, preso atto che il dogma della crescita è dannoso per l’umanità e il pianeta, e presa coscienza che esistono alternative che ciascuno può personalmente adottare, agisce di conseguenza, modificando il proprio stile di vita e non certo quello degli altri, perché come ben dice Pallante rivelandosi di matrice libertaria (anzi libertariana), «quella sarebbe un’imposizione». A questo punto la decrescita si configura come un progetto cui aderire su base volontaria, e mi chiedo in cosa differirebbe la società decrescitista auspicata da quella attuale: i singoli possono già scegliere il proprio stile di vita.

Il nodo centrale è proprio questo: rifiutare di imporre la volontà decrescitista contro gli sprechi in maniera conflittuale significa avallare la legittimazione culturale degli sprechi. Bisogna riconoscere che non esistono sprechi oggettivamente inutili, né c’è razionalità che regga: se non si influisce sui rapporti sociali, ogni progetto di ribaltamento è sterile.
Sull’isola di Pasqua era evidente a tutti che il legname stesse per finire, ma si continuò a sfruttare quella risorsa in modo non sostenibile perché ciò consentiva alla casta al potere di mantenere l’autorità. Allo stesso modo, è inutile cercare di convincere il sistema a cambiare in virtù di nobili fini ragionevoli: il sistema non può essere convinto, deve essere forzato.

Come ultima cosa, mi preme precisare che la parola “decrescita” è stata qui usata tutte le volte per riferirsi alla “decrescita felice” del movimento di Pallante, quindi alla componente italiana, non all’originaria teoria della decrescita: il pensiero di Pallante si discosta da quello di Latouche su punti che non possono essere considerati secondari, e che rendono il secondo un pensatore tendenzialmente di sinistra e la visione del primo tendenzialmente di destra. Mi spiace, ma “purtroppo” non riesco ad abbandonare queste “vecchie” categorie. Latouche affronta molte delle questioni cui Pallante non ha risposto o ha risposto in maniera insoddisfacente: egli parla esplicitamente di necessità di «superare la proprietà privata dei mezzi di produzione» e di «ridefinire il fine della produzione attraverso le relazioni sociali» e reputa legittimo che la collettività stabilisca dei limiti ai bisogni degli individui.
Un punto di contatto è costituito comunque dall’utilizzo di concetti marxisti in maniera da non renderlo evidente, anzi pretendendo di rifiutarne la legittimità: Pallante si spinge addirittura alla citazione quasi letterale di un passaggio del Capitale di Karl Marx attribuendolo al sociologo statunitense Richard Sennett.

Agli inizi del movimento, prima di optare per il nome di “decrescita”, assemblee di sostenitori discussero la scelta della denominazione da adottare. Tra le opzioni c’era il termine “ecosocialismo”, che fu scartato. Le parole pesano: se fosse stato scelto, probabilmente si sarebbero evitate certe simpatie.

Mi paga il PD

Negli ultimi tempi si è parlato molto di Grillo. A dirla tutta, in pochi hanno parlato: molti hanno urlato, altrettanti ne hanno chiacchierato per cambiare i soliti argomenti come la meteorologia, il calcio e la farfalla di Belen o semplicemente per ingannare il tempo. Pochi rompicoglioni hanno provato a intavolare analisi lucide e ragionate sul personaggio e sul fenomeno, partorendo discorsi più o meno fruttuosi e interessanti. Anche su questo blog se n’è discusso.

Ma non è questo l’argomento che sta per essere affrontato, anche perché, e qui lo dichiaro apertamente, per un intervallo di tempo di durata indefinita ma lunga la questione non sarà ripresa, almeno non direttamente. I motivi sono molteplici e vanno dalla nausea al rischio di alimentare una troppo facile caduta, a sinistra, dall’antiberlusconismo all’antigrillismo. Prima di inaugurare il temporaneo silenzio stampa, però, la mia coscienza mi impone di sciogliere le mie remore e fare chiarezza su un punto particolare.

Nel corso delle mie lunghe vicissitudini, infatti, un interrogativo mi si presentava con insistenza, ogniqualvolta il mio interlocutore fosse uno di quei cittadini  cui ormai comunemente si è soliti riferirsi con l’appellativo di “grillini”. La domanda, il più delle volte retorica, era riconducibile alla seguente: «ma ti paga il PD?». Ebbene, amici e amiche, lettrici e lettori, so di essere in procinto di deludere molti di voi, ma non posso più convivere col mio segreto, non posso più tenervi all’oscuro della verità che è arrivato il momento di rivelarvi una volta per tutte: sì, mi paga proprio il PD.

Mi ha pagato il tesoriere in persona, Antonio Misiani, accreditandomi di volta in volta una certa somma (un esempio di finanziamento dai partiti ai semplici cittadini come me, quindi qualcosa che dovrebbe ergersi a esempio per tutti i grillini).

Il pezzo sul marchio, per esempio, mi è valso 64,34 € più un bonus di 11,98 € per non aver ricordato ai lettori quanto il PD faccia pena come progetto politico; gli interventi su Giap mi hanno fruttato la bellezza di 172,50 € per la visibilità ottenuta; i commenti su Facebook di meno, perché non visibili a tutti; tutte le argomentazioni da me espresse sono valse un gettone aggiuntivo di 25,00 € se contenenti almeno un riferimento al fascismo. Per non parlare  di quelle volte in cui l’evidenza a favore delle mie specifiche ragioni lasciava interdetto il grillino di turno tanto da togliergli la parola o fargli preferire la fuga dal dibattito, seppur esposto per questo al pubblico ludibrio: quelle volte mi sono fatto 35,00 € a botta, spesso senza neanche troppa fatica. L’analisi O noi o i nazisti è costata alle casse del PD la cifra di 399,99 € in tutto, di cui 129,99€ soltanto per il finale della terza parte, in cui si fa notare la mancanza di reale democrazia interna e si osa addirittura fare analogie con il fascismo.

Sono somme piuttosto esigue, irrisorie se volete, roba da poco, lo so. E io sono un pezzente, penserete voi. Sticazzi. È roba da poco ma comunque più di quanto basta per arredarsi una stanza con mobili Ikea nuovi, lasciando forse qualcosa di resto per l’ultimo album di Guccini, e l’idea di una stanza nuova mi solleticava da un po’, così come mi piaceva il Maestro.

Insomma, volevo dirvi questa cosa e ve l’ho detta. Com’è risaputo, la rete è piena di pennivendoli e rompicoglioni al soldo del PD, che vanno in giro a disseminare fastidiosi dubbi: io sono uno di questi. Pardon, sono stato, visto che quando si saprà che ho svelato il complotto difficilmente il tesoriere mi riaffiderà un incarico. Scusami Antonio, ci eravamo tanto amati.

(A proposito di complotti, se il M5S paga bene, sarei interessato a disseminare in giro anche quelli.)

 

P.S. Potreste starvi chiedendo quanto mi è stato corrisposto per la pubblicazione della recensione di Marcia su Roma e dintorni di Emilio Lussu, che ha avuto un inaspettato successo, ma la risposta è che non mi è stato corrisposto nulla. E poi quel pezzo non è su Grillo, quante volte ve lo devo dire.

Emilio non era convinto

Emilio fu uno dei pochi seriamente preoccupati fin dal principio.

«Basta con le parole» dicevano. «Bisogna passare ai fatti. Viva la rivoluzione!»
«Quale rivoluzione?» chiedeva lui.
«La rivoluzione: dateci una rivoluzione e noi vi seguiremo».

Ma su che presupposti di base? Perseguendo quali principî, quali ideali, quale idea di società da costruire? Questo interrogativo Emilio si poneva in quei primi anni, ma alla domanda non c’era risposta, come si evinceva da dichiarazioni come quella fatta dal capo ispiratore di questa decantata rivoluzione: «Tutte le altre associazioni, tutti gli altri partiti, ragionano in base a dei dogmi, in base a dei preconcetti assoluti, a degli ideali infallibili, ragionano sotto la specie della eternità per partito preso. Noi, essendo un antipartito, non abbiamo partito preso».
Qualche anno più tardi lo stesso ribadirà: «Il programma non è una teoria di dogmi sui quali non è più tollerata discussione alcuna. Il nostro programma è in elaborazione e trasformazione continua; è sottoposto ad un travaglio di revisione incessante, unico mezzo per farne una cosa viva, non un rudere morto».
Tali esternazioni chiarivano fin da subito che la grandezza di quella particolare rivoluzione, secondo i suoi sostenitori, consisteva proprio nell’assenza di ideologie, considerate astratte e inadatte a produrre una qualunque risposta adeguata alla situazione esistente e da contrapporsi all’azione, la quale invece è in grado di risolvere concretamente i problemi reali, attraverso la dedizione, l’impegno, l’entusiasmo che prende l’animo e permette all’essere umano di imbarcarsi in grandi eventi, in imprese di importanza storica: il primo programma si definiva solennemente «rivoluzionario perché antidogmatico».

Emilio non era convinto. Questi pretendevano il raggiungimento di un insieme di obiettivi senza collocarli in una visione coerente: in virtù della sfoggiata mancanza di dogmi a influenzarne l’azione politica, perseguivano tutto ma anche il suo contrario. O almeno, questo davano a intendere.

L’incredulità di Emilio cresceva col tempo di fronte alle disarmanti giustificazioni di suoi amici ed compagni di partito che, uno dopo l’altro, passavano a sostenere questa nuova forza, più o meno apertamente. Chi perché tutti vi potevano trovar casa, purché disprezzassero la politica tradizionale e adorassero il nuovo («Voi siete democratici? E io non sono forse democratico? Voi siete autonomisti e repubblicani? Ebbene continuate ad esserlo, nessuno ve lo impedisce. Noi siamo un mosaico in cui la diversità dei colori e il multiforme aspetto dei dettagli dànno maggiore splendore all’insieme»); chi perché così doveva andare, per forza di cose, perché «di questo passo non si può andare innanzi», perché «i tempi sono difficili».
Non diversamente accadeva dentro le istituzioni, nelle grandi città, nelle campagne, in tutto il paese: chi in tempo di guerra era sembrato non avere alcuna voglia di morire, ora si dichiarava pronto alla morte; chi diceva «se quelli trionfano, la civiltà del nostro paese rincula di venti secoli», pochi giorni dopo prendeva incarichi con orgoglio da quelli che intanto avevano trionfato; chi era un sincero radicale oppositore, adesso si convertiva alla causa, motivandola con abbondanti ragioni ideali.

Emilio Lussu scrisse Marcia su Roma e dintorni nel 1931, dopo il confino a Lipari per la sua opposizione al fascismo. Attraverso la sua narrazione, con cui intendeva «fissare gli avvenimenti politici del mio paese, così personalmente li ho vissuti in questi ultimi anni», egli si proponeva di raccontare i meccanismi alla base della nascita del fascismo, soprattutto per scongiurare il rischio che simili fenomeni si riproducessero altrove.
La scelta di rivolgersi a lettori stranieri è significativa: nella prefazione, Lussu dedica il libro esplicitamente a un pubblico di non italiani e le prime edizioni non furono in lingua italiana: tutte erano precedute da una ragionata premessa da cui si evinceva lo scopo originario del libro, cioè illustrare la genesi del fascismo. Infatti, con quale illusione, e addirittura con quale utilità, raccontare il fascismo agli italiani? Questi già conoscevano bene, in cuor loro, i motivi che li avevano spinti in massa a rifugiarsi sotto le ali del fascio littorio, da sinistra e da destra. Gli abitanti di altri paesi invece no, perciò aveva senso stilare un’opera con funzione di prevenzione, di difesa immunologica, di sviluppo degli anticorpi culturali e degli strumenti necessari a sventare l’affermazione di fascismi simili.
Oggi più che mai, Marcia su Roma e dintorni deve essere letto dagli italiani: dopo decenni di rimozioni, mistificazioni, falsificazioni, revisioni, abbiamo dimenticato, come popolo, di averlo vissuto in prima persona, il racconto di Emilio Lussu. Noi, oggi, siamo come coloro ai quali era dedicato il libro: siamo come degli stranieri, siamo estranei alla nostra storia e straniati dal presente che è ancora storia. Oggi, questo libro è dedicato a noi.

 

Ma il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l’autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi, che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, dovrebbe essere guardata e guidata con qualche precauzione.
Piero Gobetti, Elogio della ghigliottina

VOTA DADA

«Dada non significa nulla»
Tristan Tzara, Manifesto Dada

Alla fine della settimana corrente, gli italiani saranno chiamati, nella maniera più colorata, gioiosa, pacifica e civile possibile, a festeggiare il compleanno di mio fratello. Nell’attesa, molti amici, ritenendomi chissà quale esperto di compleanni, chiedono indicazioni di voto.

A me non è mai piaciuto dare questo tipo di suggerimenti per poi dichiararmi sistematicamente deluso e gridare al tradimento dello spirito originario, ed è per questo che rispondo a tutti di essere ben disposto a dar piuttosto indicazioni di non voto: non nel senso di promuovere attivamente l’astensione, ma in quello di fornire elementi per costruire una visione critica, attività più comunemente nota come “rompere i coglioni” oppure, con una variante cara soprattutto agli elettori di centro-sinistra, “fare polemica”.

Non è mia intenzione intavolare di seguito la solita «sterile polemica» sul fatto che il Movimento Cinque Stelle ricalchi le stesse pulsioni psicologiche e antropologiche sottese al primo fascismo degli anni Venti, che Rivoluzione Civile non sia affatto un partito rivoluzionario bensì uno schieramento socialdemocratico, seppur l’unico probabilmente presente nel prossimo Parlamento, che il Partito Democratico sia un partito di destra liberale moderata, che Giannino esattamente come il PD non possa essere considerato opzione votabile da una persona di sinistra (e sono ancora turbato dalla scoperta che queste persone effettivamente esistono). Propongo di dare per scontati tutti i contenuti di queste fastidiosissime polemiche.

Invece, ci si potrebbe chiedere se i principali problemi che ci troviamo a fronteggiare, e che condannano la nostra società alla genuflessione innanzi agli eterei, universali, assoluti, divini e impalpabili valori del mercato e della concorrenza, siano in qualche modo risolvibili dall’interno del Parlamento, o perlomeno dall’interno del prossimo, quello votato tra fiumi di spumante stappato in occasione del natale di mio fratello. A ben vedere, la risposta è “no”, giacché qualunque voto, direttamente o indirettamente, sarà un voto per il sobrio professore, per il tecnico disinteressato, per il servitore dello Stato (leggi qui per saperne di più).

Come fare dunque? Essendo io, come dicevo prima, poco esperto in compleanni, mi rivolgo a un amico che sembra sapere il fatto suo:

«Non rimane», risponde dopo aver scolato il suo boccale di birra scura «che seguire le regole dell’attuale democrazia e, in mancanza di un partito che mi rappresenti fra i due schieramenti che possono davvero decidere qualcosa, votare. Ma non un partito qualsiasi, quello è qualunquismo ed è pericoloso: bisogna avere dei criteri ben definiti, ed io condivido ora i miei, che possono essere riassunti in ciò che chiamo voto DADA.

«Il punto principale è quello estetico: devi trarre soddisfazione dall’avere tracciato una “X” su quel simbolo e non su di un altro. Secondariamente, va considerato l’impatto del voto: idealmente il partito che stai votando non deve poter usufruire del tuo voto esattamente come i big che non hai votato, vale a dire che più è lontano dalla soglia di sbarramento meglio è. Meno importante ma non banale è il fattore random: non fissarti su di un solo partito, selezionane due o tre (fino a sei per gli estimatori del dado) e lascia che sia il caso a decidere».

Insomma, vota dada. Tanto, questa volta, davvero ogni voto è inutile.

Dada non significa nulla. Il voto è dada. Il voto non significa nulla.

Disinformazione civile

Ieri è comparso, sul sito di Rivoluzione Civile, un articolo di Valentina Stefutti, candidata alla Camera dei Deputati, che chiarisce la posizione programmatica della sua lista rispetto alla questione della sperimentazione animale. L’analisi che viene proposta è purtroppo infarcita di inesattezze quando non di affermazioni false, che rinnovano il clima di disinformazione e distorsione della realtà molto diffuso sul tema grazie a una cattiva divulgazione e ad una scarsa educazione scientifica. Sono di seguito riportate le parzialità e le inesattezze presenti nell’articolo.

«La sperimentazione sugli animali è un metodo basato sull’assunto, totalmente sbagliato, che i risultati ottenuti sugli esemplari in laboratorio possano essere utili per gli esseri umani»

Questa affermazione è falsa: i risultati ottenuti su modelli animali in laboratorio sono di fatto stati utili nella ricerca e nella realizzazione di metodi di cura di una grande quantità di malattie, congenite e non; inoltre nessun ricercatore pretende che la sperimentazione animale sia di per sé sufficiente a dimostrare l’efficacia di una cura e la sua applicabilità su un essere umano, a causa della intrinseca diversità degli esseri viventi e delle loro risposte fisiologiche. I modelli animali costituiscono tuttavia un buon filtro tra le possibili vie da adottare nella ricerca, sia pura sia applicata, in quanto i risultati concernenti i meccanismi di base sono spesso generalizzabili, seppur con eventuali correzioni, a tutto il mondo animale.

«Utilizzata come modello per lo studio delle malattie e per la sperimentazione di farmaci e sostanze chimiche, questa branca definita non a caso “cattiva scienza” dalla prestigiosa rivista scientifica internazionale “Nature” (novembre 2005), cela in realtà ingenti interessi economici»

Questa affermazione è volutamente inesatta: Nature è una rivista molto prestigiosa e pubblica centinaia di migliaia di articoli. Ogni tanto, com’è normale nella prassi scientifica, dà spazio a legittime critiche su specifici modelli o applicazioni di tecniche che rientrano nell’ambito della sperimentazione animale: per esempio, il caso citato, del novembre 2005 (qui), metteva in discussione l’affidabilità di un particolare esperimento condotto su un particolare oggetto di studio, i test tossicologici, in particolari modelli murini. Non si tratta quindi di una critica ragionata della ricerca su animali in generale, ma di un dubbio legittimo che concorre allo sviluppo del dibattito intorno a risultati specifici.
Inoltre, anche se l’articolo in questione avesse espresso forti critiche sulla sperimentazione animale in toto (cosa del resto piuttosto improbabile, dato che la ricerca scientifica non può fare a meno del suo oggetto di studio, per definizione stessa di scienza), dire che Nature avrebbe definito «cattiva scienza» la sperimentazione animale sarebbe comunque stato un ignobile tirare per la giacchetta una delle più prestigiose riviste scientifiche nel mondo: se in uno o più articoli sono comparse opinioni, pur suffragate da dati sperimentali o da analisi di altro tipo, contrarie all’efficacia della sperimentazione animale, ciò non fa di queste posizioni la posizione ufficiale di Nature.
Questa posizione semplicemente non esiste: una rivista pubblica risultati, non esprime opinioni.
Tra l’altro, è interessante citare un articolo su Nature contrario alla sperimentazione animale, viste le centinaia di migliaia di articoli che invece si basano proprio su questa e hanno quasi sempre mostrato coerenza e affidabilità nel tempo, confutando così l’idea che questa sia inutile e allo stesso tempo l’idea che Nature consideri la sperimentazione animale «cattiva scienza».

«La logica che sta alle spalle della sperimentazione animale, lungi dal perseguire il miglioramento della salute umana, è piuttosto da identificarsi in un interesse economico. L’universo di aziende e risorse destinate all’allevamento di animali da laboratorio è grandissimo e per questo non si intende utilizzare metodi diversi e meno costosi dal punto di vista economico e delle vite animali sacrificate»

Questa affermazione è parziale. Non è da escludere che le aziende ricerchino inevitabilmente il profitto privato, pure operando nel settore della ricerca, giacché il capitale ambisce a rigenerarsi e ad accrescersi, a prescindere dal mezzo, sia esso costituito da farmaci, beni di consumo, giocattoli o navi da guerra. Il difetto della frase riportata è che evita di citare i tanti casi in cui un miglioramento della salute umana c’è stato e omette il reale motivo dell’utilizzo di animali nella ricerca, che risiede nella definizione stessa di ricerca e di scienza: la scienza è, per definizione, sperimentale. La sperimentazione animale è semplicemente un’esigenza delle scienze biologiche, che per studiare l’essere vivente devono disporre dell’essere vivente: questo è nella natura del metodo scientifico.
Inoltre, dipingere il mondo della ricerca come totalmente subordinato agli interessi delle grandi aziende significa insinuare che gli scienziati non siano dotati di indipendenza nelle proprie scelte professionali, ovvero che si rifiutino di adottare certi metodi sperimentali anziché altri con lo scopo esclusivo di garantire la tutela di interessi diversi da quelli scientifici; questo, effettivamente, può accadere, ma pensare che tutti gli scienziati che conducono esperimenti sugli animali, ovvero pressoché tutti gli scienziati del settore biologico, lo facciano con questo scopo, è puro complottismo.

«Le reazioni avverse ai farmaci sono la quarta causa di morte nei Paesi industrializzati. Nella sola Europa sono circa 200mila le persone decedute a causa degli effetti collaterali»

Questa affermazione è fuorviante: anche se la stima fosse affidabile (ma non me ne sono sincerato), il fatto che i farmaci manifestino effetti collaterali non è necessariamente correlato alla sperimentazione animale. Se questi effetti esistono è piuttosto dovuto alla natura stessa del farmaco: tutti i farmaci sono molecole tossiche e, nel somministrarle, si spera sempre che gli effetti positivi siano maggiori di quelli negativi per la salute. Si sono verificati casi, in passato, di farmaci ritirati dal mercato in quanto ne è stata scoperto un grado di tossicità non compensato dai loro effetti benefici. In ogni caso, gli effetti collaterali non possono di certo essere attribuiti alla sperimentazione animale.

«D’altronde sono numerosi e ben più scientificamente accurati i metodi alternativi alla sperimentazione animale»

Questa affermazione è incompleta. Esistono moltissimi metodi alternativi, come le colture cellulari, le simulazioni al computer, gli studi clinici ed altri, che di norma non usano animali vivi, ma morti, perché i materiali utilizzati da qualche parte devono pur venire. Anche i metodi alternativi, quindi, fanno uso degli animali, e non c’è da stupirsi: non si può studiare un animale senza animale.
Questi metodi, inoltre, sono comunemente utilizzati in qualunque laboratorio di biologia nel mondo: far passare l’idea che siano pratiche poco diffuse e ostacolate dagli istituti di ricerca o dalle aziende farmaceutiche significa divulgare il falso.

«Uno fra tutti, la tossicogenomica: un metodo che prevede di mettere in contatto il DNA della cellula umana con le sostanze delle quali intendiamo verificare l’effetto tossico o dannoso»

L’esistenza di un metodo in grado raggiungere buoni risultati evitando di usare animali non dimostra che si possa farne a meno in generale: ad oggi, la maggior parte delle risposte fisiologiche non sono accuratamente prevedibili in assenza di un modello in vivo. Questo significa che in molti ambiti, per condurre una buona ricerca, non è sufficiente utilizzare metodi alternativi: per esempio, la tossicogenomica può servire a valutare gli effetti di una sostanza sul materiale genetico, ma non può prevedere gli effetti biologici cellulari, tissutali o sistemici dell’azione di una sostanza. Al momento, in nessun ambito della ricerca che coinvolge la biologia animale si può fare a meno degli animali.

«Anche in tema di costi, abbandonare la sperimentazione animale sembra la soluzione migliore»

È vero che la ricerca deve tener conto anche dei costi, ma non si può fare della riduzione dei costi della ricerca un cavallo di battaglia, soprattutto se il programma della lista con cui si è candidati propone un’inversione di tendenza rispetto ai tagli precedentemente apportati al settore.
Si sta così facendo della questione scientifica un problema di carattere economico, come se lo sviluppo delle conoscenze e il progredire del sapere scientifico dovesse sottostare alle leggi di mercato, non diversamente dalle forze politiche dalle quali Rivoluzione Civile si vanta di distinguersi.

Per concludere, c’è da fare una considerazione anche sulla competenza dell’autrice in materia di sperimentazione animale, ricerca scientifica, scienze della vita. Valentina Stefutti è un avvocato: è quindi competente in giurisdizione, ma non conosce il mondo della ricerca. Le opinioni espresse nel suo articolo sono frutto di un’ingannevole propaganda costituita da slogan forvianti che non esaminano come dovrebbero un argomento complesso, banalizzandolo e semplificandolo all’osso (e scusate se parlo di ossa), e propongono alle persone inesperte una visione parziale e insufficiente a una valutazione oggettiva; di un’informazione manipolata che cita, per esempio, l’aforisma di Einstein «nessuno scopo e tanto alto da giustificare metodi così indegni» che in verità non si riferiva alla sperimentazione animale, ma conferisce autorevolezza alla posizione contraria; dello sfruttamento, al pari di tanti movimenti politici, dell’impatto emotivo, che non invita a valutare razionalmente la realtà, ma a prendere posizioni identitarie che minano l’essenza stessa del pensiero critico.

Fin dalla nascista di Rivoluzione Civile, li ho chiamati ironicamente «compagni che sbagliano». E purtroppo sbagliano sempre di più.

Il PD non è di sinistra

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Le precedenti considerazioni sul Partito Democratico mi sono valse accuse di non «fare un’analisi culturale» della questione. In realtà, quando questa critica mi veniva posta, tale analisi era già in fase di stesura. Ve la propongo di seguito (chiedo scusa se è scarna e poco sviluppata, ma la stanchezza di una sessione d’esami ricade anche su queste cose).

Nel contesto di mediaticizzazione e personalizzazione che ha pervaso la politica italiana negli ultimi vent’anni, con la nascita e l’affermazione di partiti prevalentemente subordinati a una personalità importante e onnipresente che funge da marchio e da amplificatore, si deve riconoscere al Partito Democratico il merito di non aver assecondato questa tendenza.

In realtà, circa dieci anni fa cominciarono a comparire saggi di intellettuali che vedevano una mancanza in questo pregio, e ad essere presi in considerazione i consigli che invitavano la tradizionale sinistra alla ricerca di un leader da contrapporre alle altre forze elettorali più in fase con la tendenza.
La mancanza di una figura unificante è sintomo dell’altra strada intrapresa dal Partito Democratico di fronte al bivio: quella del pluralismo. Esponenti del defunto PCI banchettavano così insieme ai superstiti della DC; accoglievano fuoriusciti da un gran numero di note sigle della cosiddetta Prima Repubblica, come PSI, PLI, PRI.
Questo trasformismo ha interessato anche per altri partiti, ma con un’altra valenza: in Forza Italia molti migrarono ammaliati dallo scintillio del successo televisivo e della possibilità di tramutare l’immagine in soldi; nelle forze che confluirono nel PD, invece, esisteva ancora un contenuto politico, nel senso che molti si riconoscevano sinceramente nei suoi principî e aderivano in conseguenza ad una scelta ritenuta coerente politicamente. Detto in altre parole: mentre in questa accozzaglia la coesione era data dalla concretezza dei soldi o delle immagini, in quest’altra esisteva ancora un filo conduttore astratto.

Se è vero che non sarebbero mai esistiti partiti come Forza Italia senza Berlusconi o Italia dei Valori senza Di Pietro, solo per citare i due esempi del filone di maggiore successo elettorale (ma non dimenticando il grillismo), è altrettanto vero che il Partito Democratico non sarebbe esistito senza la “fine delle ideologie”. Il pluralismo è la convivenza di idee diverse e la collaborazione tra individui e gruppi differenti: è su questo concetto, a cui spesso ci si riferisce con “democrazia”, che il PD ha costruito, a cominciare dal nome, la sua non-identità.

Mentre gli altri partiti in risposta alla “fine delle ideologie” hanno rinunciato alle identità tradizionali e ne hanno acquistato di nuove sotto forma di leader più o meno carismatici, il PD, essendo il partito della “fine delle ideologie”, all’identità definita ha rinunciato tout court, adottando molte delle identità rimaste orfane, per poi di fatto perderle coscientemente sotto forma di pluralismo (detto in altre parole (qui), ci sono «interessi molteplici presenti nella cloaca piddina»).

È stato detto che molti si riconoscono nei principî del PD, ma questo sovente è possibile solo perché tali principî sono sfumati, vaghi e interpretabili, si sono allargati in modo da poter accogliere il maggior numero di consensi, un po’ come nel Movimento Cinque Stelle, anche se con una modalità e un retroscena ben diverso: mentre nel M5S non esistono paletti ideologici ma ci si appella al valore inopinabile della maggioranza, nel PD si accetta ogni proposta o posizione purché sia ritenuta “di buon senso”.

Ci si dimentica, in questo modo, che il “buon senso” non esiste: è una costruzione antropologica, un prodotto sociale, un’imposizione culturale che può essere anche violenta. Non, quindi, un criterio neutrale, ma con un indirizzo ben preciso: consolidare il tipo di sistema economico, sociale e culturale che ha prodotto il concetto stesso di “buon senso”. Se si pretende di applicarlo come base delle proprie scelte, si sta facendo assurgere a principio fondamentale qualcosa che è in realtà di profonda natura ideologica.

La conclusione è che il pluralismo del PD, proposto con l’intenzione velleitaria di superare gli steccati ideologici, si rivela uno strumento ideologico. Qualcuno non voleva che si “morisse democristiani”. Questi ci sono già nati.

Il PD è di destra

You don’t need a weatherman to know which way the wind blows
Bob Dylan, Subterranean Homesick Blues

Ultimamente, ho avuto accese discussioni con miei amici sulla votabilità del Partito Democratico alle elezioni che si terranno tra un mese: secondo loro, che sempre si sono definiti di sinistra e che hanno condotto un percorso, a me noto, di maturazione e formazione politica indiscutibilmente di sinistra, il voto al PD era praticamente scontato.
Inoltre, visto che gli ultimi sforzi di analisi si sono limitati al Movimento Cinque Stelle (parlo di questo) e considerato che una delle reazioni stereotipate dei suoi sostenitori è l’accusa di «stare col PD», colgo l’occasione per dimostrare che non è così. In primo luogo, io non sto col PD: credevo non ci fosse bisogno di specificarlo e che la mia posizione in merito fosse chiara anche a prescindere da una sua manifestazione esplicita, organica e lineare, ma evidentemente, come io ritenevo scontato il fatto di non poter sostenere il PD, per qualcun altro scontato era il contrario.
In secondo luogo, davvero non riesco a capire come una persona di sinistra, in grado di fare una scelta politica ragionata e coerente con il suo dirsi di sinistra, possa sostenere il PD, per un semplice motivo: il PD è un partito di destra.

Tanto per cominciare, neanche il PD stesso si definisce più di sinistra, ma «democratico e progressista». Al contrario, cerca addirittura di respingere ogni possibile associazione o legame reale con la tradizione di sinistra: per esempio, rifiuta di far parte del PSE (Partito Socialista Europeo) perché ritenuto troppo a sinistra, tanto che si è dovuto creare un apposito gruppo sovrapartitico per poterlo includere in una più neutra “Alleanza progressista dei socialisti e dei democratici”, in cui il PD si riconosce ovviamente nei “democratici” più che nei “socialisti”.

In virtù del millantato progressismo, ha sempre sostenuto la necessità di realizzare la tratta di treni ad alta velocità (TAV) nonostante l’opposizione popolare e l’evidente inutilità dell’opera (o meglio, utilità solo per le tasche delle aziende private coinvolte e della mafia infiltrata). Un’inutilità, tra l’altro, ammessa anche dai liberisti puri (qui), ai quali di certo si possono risparmiare eventuali accuse di bolscevismo.
In linea con la politica esemplificata dal sostegno al TAV, in economia il PD si dichiara in generale a favore delle privatizzazioni: nell’ambito delle infrastrutture intende «favorire l’ingresso di operatori privati italiani e stranieri»; non intende rispettare l’esito del referendum sulla gestione delle risorse idriche; accetta senza problemi finanziamenti da parte della grande imprenditoria italiana, come i Riva, per poi genuflettersi agli interessi dell’Ilva; promuove attivamente l’abolizione dell’articolo 18 e in generale delle tutele sindacali; si inchina acriticamente di fronte alle richieste di un cartello di banche che consiglia vivamente (nella lettera di Jean-Claude Trichet e Mario Draghi dell’agosto 2011) di procedere per decreto, il più rapidamente possibile, alla «cessione di società pubbliche locali» e alla riduzione della «rigidità nelle norme sui licenziamenti dei contratti a tempo indeterminato». Anzi, la gestione dello Stato diventa, sul piano economico, essenzialmente aziendale: Fassina, che rappresenta l’ala “sinistra” del PD, con un’intervista al Financial Times ha di recente rassicurato la finanza mondiale che «se andremo al governo non rinegozieremo il fiscal compact né abrogheremo il pareggio in bilancio in Costituzione».

Se questo non bastasse a dimostrare che il PD ha carattere di classe, ma di classe dominante, ciò è evidente dalle candidature alle scorse e anche alla prossima tornata elettorale: un gran numero di capitalisti non nasconde simpatie per il PD, sostenendolo indirettamente perché formi un governo con Monti, o addirittura direttamente e attivamente (Colaninno e De Benedetti sono solo due esempi). Si potrebbe obiettare che le candidature includono tanto quote di CGIL quanto quote di Confindustria. È vero, ma sono le azioni politiche operative a rendere conto di quale classe si è espressione: la maggior parte di queste, sono orientate in un’ottica di protezione degli interessi di oligarchie economiche. Tra l’altro, questo è uno dei motivi per cui il PD non ha mai voluto lavorare per una legge sul conflitto d’interessi.

Come su Diciotto brumaio (vedi), anch’io vorrei chiedere a Bersani quali delle seguenti spese calendarizzate dal Ministero della difesa entro il 2014, ovviamente approvate dalle commissioni parlamentari e dalle camere, egli ritiene assolutamente indispensabili e prioritarie: acquisizione di due sommergibili di nuova generazione, di navi da guerra, di elicotteri, di sistemi contraerei a corta/media portata e di difesa antimissile, completamento di una linea di elicotteri e relativo supporto logistico, completamento degli allestimenti e sistemi d’arma di una portaerei, prosecuzione di una serie di programmi missilistici internazionali, programma di approvvigionamento mezzi, equipaggiamenti, sistemi, nonché realizzazione di infrastrutture operative e di supporto per la costituzione di un HUB aereo nazionale. In realtà, cosa c’era da aspettarsi da parte di un partito che, attraverso Crocetta, presidente della regione Sicilia, si oppone a un’opera militare di portata mondiale (il MUOS) esclusivamente per il rischio di danni alla salute dei residenti nell’area intressata?

Il PD è più liberista di Monti: non fa altro che rimarcare che egli è un interlocutore piuttosto che un avversario politico (anzi, comunque vada, promettono di governare con lui, e su questo rassicurano gli USA). Alla questione delle privatizzazioni si è già accennato, inoltre nell’ultimo anno ha sostenuto un governo votando a favore di tutte le leggi che sanciscono lo smantellamento dello stato sociale, confermando la riforma della scuola e dell’università con i pesanti tagli, l’ingresso di privati nel mondo della formazione e la trasformazione degli organi di governo in consigli di amministrazione, tagliando i fondi destinati alla ricerca e alla sanità pubblica.
Qualcuno potrebbe obiettare che queste scelte sono state operate dai vertici del partito, ma che la base resta ancora a sinistra. A smentire una simile osservazione ci pensano i sondaggi da cui risulta che il governo italiano più di destra degli ultimi trent’anni è sostenuto con convinzione (e non a malincuore) da una percentuale dell’elettorato del PD molto maggiore di quella che si riscontra presso gli elettori del PdL.

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Sulla questione di genere, il PD è messo male. Fino a poco tempo fa, senza che questo suscitasse nel partito nessuna crisi di identità, accoglieva cattolici integralisti che, se dipendesse da loro, volentieri abolirebbero non solo la legge sull’aborto ma probabilmente anche quella sul divorzio.
Sul piano delle pari opportunità, siamo ridotti alle “quote rosa” e ad altra retorica femmaschilista.
Includendo nella questione di genere anche i diritti omosessuali, il partito sedicente di sinistra ha come presidente un’ex-esponente del Partito popolare ed ex-militante di Azione Cattolica che dei matrimoni omosessuali dice «non userei la parola matrimonio» e di chi li propone dice che hanno «posizioni massimaliste» (vedi).

Per non parlare della solidarietà con le Forze dell’Ordine «senza se e senza ma» a ogni piè sospinto, della legalità come valore assoluto astratto e non come prodotto sociale, degli occhiolini alle gerarchie ecclesiastiche…

E poi… ma davvero devo continuare?

Facciamo così: io mi fermo qui. Prima di concludere, però, cari sostenitori di sinistra del PD, voglio dirvi una cosa. Se pensate di essere di sinistra e sostenete il PD, o se pensate che le due cose non si escludano reciprocamente, un motivo dev’esserci. E infatti c’è: negli ultimi vent’anni si è sempre più radicata, nell’immaginario collettivo di una buona parte dell’opinione pubblica, l’idea che di destra siano la disonestà e l’illegalità di Berlusconi e che quindi essere di destra significhi essere disonesto, brutto e cattivo (tra l’altro, che il PD non sia disonesto è una posizione opinabile, visti i ripetuti scandali ed episodi di corruzione).
Ora, se sostenete il PD, sostenete un partito di destra; se lo sostenete con convinzione e condividendone i contenuti, siete voi stessi di destra. State tranquilli: siete onesti, belli e buoni.
Semplicemente, i vostri concetti di onestà, di bellezza e di bontà, che probabilmente ritenete neutri, privi di connotazione politica e scevri da quelle fastidiose e vecchie ideologie, sono funzionalissimi alla perpetuazione del potere della classe dominante, dello sfruttamento dei padroni, dei ricatti delle banche, della tutela del grande capitale, degli interessi delle oligarchie finanziarie.

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