Archivi Blog

Il PD non è di sinistra

Articoli correlati: Il PD è di destra, La fine delle ideologie, Le ideologie sono sempre degli altri

Le precedenti considerazioni sul Partito Democratico mi sono valse accuse di non «fare un’analisi culturale» della questione. In realtà, quando questa critica mi veniva posta, tale analisi era già in fase di stesura. Ve la propongo di seguito (chiedo scusa se è scarna e poco sviluppata, ma la stanchezza di una sessione d’esami ricade anche su queste cose).

Nel contesto di mediaticizzazione e personalizzazione che ha pervaso la politica italiana negli ultimi vent’anni, con la nascita e l’affermazione di partiti prevalentemente subordinati a una personalità importante e onnipresente che funge da marchio e da amplificatore, si deve riconoscere al Partito Democratico il merito di non aver assecondato questa tendenza.

In realtà, circa dieci anni fa cominciarono a comparire saggi di intellettuali che vedevano una mancanza in questo pregio, e ad essere presi in considerazione i consigli che invitavano la tradizionale sinistra alla ricerca di un leader da contrapporre alle altre forze elettorali più in fase con la tendenza.
La mancanza di una figura unificante è sintomo dell’altra strada intrapresa dal Partito Democratico di fronte al bivio: quella del pluralismo. Esponenti del defunto PCI banchettavano così insieme ai superstiti della DC; accoglievano fuoriusciti da un gran numero di note sigle della cosiddetta Prima Repubblica, come PSI, PLI, PRI.
Questo trasformismo ha interessato anche per altri partiti, ma con un’altra valenza: in Forza Italia molti migrarono ammaliati dallo scintillio del successo televisivo e della possibilità di tramutare l’immagine in soldi; nelle forze che confluirono nel PD, invece, esisteva ancora un contenuto politico, nel senso che molti si riconoscevano sinceramente nei suoi principî e aderivano in conseguenza ad una scelta ritenuta coerente politicamente. Detto in altre parole: mentre in questa accozzaglia la coesione era data dalla concretezza dei soldi o delle immagini, in quest’altra esisteva ancora un filo conduttore astratto.

Se è vero che non sarebbero mai esistiti partiti come Forza Italia senza Berlusconi o Italia dei Valori senza Di Pietro, solo per citare i due esempi del filone di maggiore successo elettorale (ma non dimenticando il grillismo), è altrettanto vero che il Partito Democratico non sarebbe esistito senza la “fine delle ideologie”. Il pluralismo è la convivenza di idee diverse e la collaborazione tra individui e gruppi differenti: è su questo concetto, a cui spesso ci si riferisce con “democrazia”, che il PD ha costruito, a cominciare dal nome, la sua non-identità.

Mentre gli altri partiti in risposta alla “fine delle ideologie” hanno rinunciato alle identità tradizionali e ne hanno acquistato di nuove sotto forma di leader più o meno carismatici, il PD, essendo il partito della “fine delle ideologie”, all’identità definita ha rinunciato tout court, adottando molte delle identità rimaste orfane, per poi di fatto perderle coscientemente sotto forma di pluralismo (detto in altre parole (qui), ci sono «interessi molteplici presenti nella cloaca piddina»).

È stato detto che molti si riconoscono nei principî del PD, ma questo sovente è possibile solo perché tali principî sono sfumati, vaghi e interpretabili, si sono allargati in modo da poter accogliere il maggior numero di consensi, un po’ come nel Movimento Cinque Stelle, anche se con una modalità e un retroscena ben diverso: mentre nel M5S non esistono paletti ideologici ma ci si appella al valore inopinabile della maggioranza, nel PD si accetta ogni proposta o posizione purché sia ritenuta “di buon senso”.

Ci si dimentica, in questo modo, che il “buon senso” non esiste: è una costruzione antropologica, un prodotto sociale, un’imposizione culturale che può essere anche violenta. Non, quindi, un criterio neutrale, ma con un indirizzo ben preciso: consolidare il tipo di sistema economico, sociale e culturale che ha prodotto il concetto stesso di “buon senso”. Se si pretende di applicarlo come base delle proprie scelte, si sta facendo assurgere a principio fondamentale qualcosa che è in realtà di profonda natura ideologica.

La conclusione è che il pluralismo del PD, proposto con l’intenzione velleitaria di superare gli steccati ideologici, si rivela uno strumento ideologico. Qualcuno non voleva che si “morisse democristiani”. Questi ci sono già nati.

O noi o i nazisti – «Questo movimento è ecumenico»: la concezione del popolo

Questo articolo è la quarta di quattro parti di un’analisi del Movimento Cinque Stelle dal titolo O noi o i nazisti
«L’antifascismo non mi compete»: anti-antifascismo del M5S
«Da te non me l’aspettavo»: quando Grillo non urla
«Questa è la democrazia»: il movimento come Stato
«Questo movimento è ecumenico»: la concezione del popolo

Confrontandosi con un sostenitore del M5S, la maggior parte delle critiche espresse sulle idee provoca un impasse: generalmente la risposta è che quella particolare idea non è che un’opinione personale e non deve essere considerata propria di tutto il movimento. Allora uno, per prevenire simili risposte, prova a criticare un’idea espressa sull’organo di movimento, il sito… che però è anche il sito personale di Grillo, quindi si torna al punto di partenza del semplicissimo diagramma di flusso: quella è un’idea di Grillo, non di tutto il movimento.

Insomma, il problema è sempre lo stesso: è inutile cercare un’opinione di tutto il movimento, perché tale opinione non esiste. Questo concetto è stato espresso nella prima parte di questa analisi.
Se mancano reali convergenze unificanti, non è sui contenuti che gli aderenti possono contare come collante; infatti ciò che li tiene insieme è Grillo, non un contenuto. Questo è stato argomentato nella seconda parte.
Il risultato di tale mancanza è la vuotezza del concetto di democrazia propagandato, che si appella a un’inesistente e velleitaria volontà generale. Questo discorso è stato affrontato nella terza parte.
In quest’ultima parte, si tratta della visione di fondo implicata dalla concezione grillina di democrazia.

Lo sgretolamento dell’identità politica, espresso dal rifiuto delle “ideologie”, riflette quello dell’identità sociale, provocato dal crollo della coscienza di classe prodotto dall’atomizzazione di massa con i processi capitalistici degli ultimi decenni, che hanno realizzato il sogno dell’individualismo. Così come le “ideologie”, intese come sistemi onnicomprensivi, sono crollate frammentandosi in semplici “idee”, intese come singole soluzioni a problemi circoscritti, allo stesso modo le classi sociali, orfane della coscienza di classe, sono diventate categorie inadeguate frammentandosi in singoli individui. Il M5S intende dichiaratamente rapprentare i singoli individui con le singole idee, mettendo da parte qualsiasi appartenenza politica tradizionale o comunque pregressa.

Questa volontà trova la sua spiegazione solo se inquadrata in una particolare visione, in cui, come osserva Giuliano Santoro (qui), «non esistono parzialità, differenze di classe, conflitti. Il popolo è la massa omogenea e pacificata unita in nome di chissà quale identità». Affidarsi alla “volontà generale” senza dotarsi anche di limitazioni oltre cui tale volontà sia da considerarsi inaccettabile non è democrazia, ma populismo, ovvero un atteggiamento volto ad assecondare le aspettative del popolo, indipendentemente da ogni valutazione del loro contenuto, della loro opportunità: se la maggioranza degli attivisti e degli elettori del M5S diventasse, per dire, omofobo da un giorno all’altro, per il movimento non ci sarebbe alcun problema: l’importante è rappresentare “i cittadini”, a prescindere da chi sono e cosa vogliono.

In questo contesto, infatti, le azioni politiche dei comitati locali rispecchiano le posizioni dominanti in un luogo specifico in un momento specifico, e in certi casi questo risulta evidentemente contraddittorio dal punto di vista complessivo. Per esempio, il comitato di Parma ha manifestato per la chiusura di Casapound (vedi) perché «viola i principi della Costituzione italiana e leggi della Repubblica come il divieto di istigazione all’odio razziale e apologia di fascismo», ma quello di Bolzano contro la sua chiusura (vedi) asserendo che si trattava di «un gruppo di ragazzi che non solo hanno le carte in regola ma anche, fino ad ora, organizzato serate su temi diversi e interessanti, senza segni di apologia». Come è possibile? Semplice: si tratta di due comitati diversi. A causa della vuotezza di contenuti del M5S, il fatto che due comitati del M5S adottino posizioni l’una l’opposto dell’altra non genera assolutamente nessuna incoerenza.
Oppure: il mese scorso, i consiglieri bolognesi del M5S hanno votato un OdG del PdL in cui si esprime cieca solidarietà a Casapound, senza se e senza ma, ancor prima di conoscere in dettaglio le dinamiche dell’accaduto (vedi).
O ancora: a Pontedera il comitato locale si è rifiutato di partecipare a una manifestazione in solidarietà a bambini stranieri aggrediti da militanti di Casapound durante una cerimonia di premiazione all’insegna dell’integrazione (vedi).
Di recente, il gruppo milanese ha votato a malincuore contro finanziamenti per il giorno della memoria (vedi), perché così avevano stabilito le consultazioni online. È evidente che, dal loro punto di vista, sono stati ineccepibili e trasparenti: personalmente avrebbero agito diversamente, «ma noi eletti siamo solo portavoce» e non gliene si può fare una colpa.

Finora, per “cittadini” si è intesa la “totalità degli individui che vivono in Italia”, e la retorica del M5S tende a dipingerlo come rappresentanza di quest’ultima. In realtà, questo è falso.
Non tutti sanno che l’iscrizione al M5S è permessa solo a italiani: il Non statuto recita all’articolo 5 che «il movimento è aperto ai cittadini italiani maggiorenni». I “cittadini” che il M5S vuole rappresentare, quindi, sono gli “individui con cittadinanza italiana”. Qui il cerchio si chiude: il rifiuto della rappresentanza di interessi “di classe” si accompagna all’accettazione della rappresentanza “di nazionalità”; questo discorso è puramente ideologico e ricalca e richiama vari tipi di rappresentanza storici, in primis quella nazionalista, che divide gli interessi politici degli individui non in base alle loro condizioni materiali ma a concetti astratti e arbitrari come la cittadinanza e la nazionalità.
Ecco dunque che, dimenticando ed escludendo gli stranieri, anche di seconda generazione, e tutte quelle persone prive formalmente di cittadinanza, come gli immigrati senza documenti, il M5S inserisce delle limitazioni al concetto di rappresentanza “totale”, rivelandosi in questo un movimento ideologico al pari della politica da cui vanta di distinguersi.

Un’ultima cosa: c’è anche da chiedersi il senso della pubblicazione di quegli stralci del dialogo tra Grillo e Di Stefano da parte di Casapound Italia, resi praticamente uno spot elettorale con tanto di slogan alla fine («La prossima volta che voti, falli piangere»): visto che il M5S si presenta come una forza indipendente per le prossime elezioni politiche, tale scelta si rivelerebbe un boomerang per i candidati dell’estrema destra, che si troverebbero a pubblicizzare un avversario, se non fosse motivata dalla consapevolezza che Grillo è benvisto da una consistente porzione dell’elettorato (anche se in contrazione) e che una sua uscita a favore di Casapound, da parte di lui che non si è mai dichiarato favorevole a nessun’altra forza politica, non può che fungere da sponsorizzazione nel contesto dell’invasione del campo politico da parte della cultura aziendale. In altre parole, Casapound spera di ottenere visibilità tramite il marchio Grillo (di cui si parla qui), conosciuto, apprezzato, familiare, affidabile per molti: si tratta quindi di una strategia di marketing che mira a intercettare il voto di chi trova credibile Grillo, non necessariamente votandolo. Un possibile corollario è che molti neofascisti “delusi” negli ultimi anni si sarebbero rivolti al M5S e che questo video serva a farli tornare sulla retta via.

«Io, il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me»

Nota a margine: grazie Giap

O noi o i nazisti – «Questa è la democrazia»: il movimento come Stato

Questo articolo è la terza di quattro parti di un’analisi del Movimento Cinque Stelle dal titolo O noi o i nazisti
«L’antifascismo non mi compete»: anti-antifascismo del M5S
«Da te non me l’aspettavo»: quando Grillo non urla
«Questa è la democrazia»: il movimento come Stato
«Questo movimento è ecumenico»: la concezione del popolo

Secondo un blog grillino (questo), l’apertura delle porte del M5S ai militanti di Casapound è stata un’occasione in cui Grillo «ha offerto una grande prova di democrazia diretta», in cui sarebbe stata applicata la massima volteriana che Voltaire non ha mai detto.

«Avete delle idee che sono condivisibili, alcune magari meno, alcune di più, però questo è democrazia». Anche questa affermazione costituisce il punto di partenza per una riflessione sulla concezione di democrazia su cui il M5S costruisce il consenso: per l’ideologia del superamento delle ideologie, in politica ciò che conta sono “le idee”, considerate una per volta e non inserite in un’analisi organica della società e in un progetto di cambiamento globale.
Da simili presupposti, ma anche da quanto è emerso in molte occasioni e dichiarazioni di semplici simpatizzanti o rappresentanti politici, nasce una concezione del movimento come sede di risoluzione dei conflitti tra “idee” contrapposte, in cui tale ruolo gli è esclusivo, e per cui non è contemplata una contrapposizione esterna. Ovvero: pretendendo di rappresentare gli interessi di tutti i cittadini, quindi anche di berlusconiani, omofobi, sessisti, fascisti, il movimento deve necessariamente trattare queste tendenze come questioni interne, non risolvibili attraverso una eventuale contrapposizione dall’esterno di quelle tendenze, poiché così facendo metterebbe a rischio la presunta rappresentatività di tutti i cittadini e di tutte le idee. Ciò che tradizionalmente si esprimeva attraverso il dibattito politico, comprese tutte le sue articolazioni conflittuali a diversi livelli, sembrano fenomeni e processi destinati ad avvenire all’interno del movimento, e non come espressione del confronto di movimenti e forze diverse: il movimento si sostituisce così alle sedi di competizione e discussione politica, istituzionali e non.

Non a caso un commentatore acuto scriveva (sempre in quel frangente): «ho l’impressione che il M5S stia cercando di organizzarsi come uno stato a sé: la loro intenzione è di poter dar vita ad un soggetto politico condivisibile da chiunque. Se guardiamo ai loro unici obbiettivi (abbattere la casta, difendere il bene comune, essere i rappresentanti dei cittadini) chi potrebbe non essere d’accordo? Il fatto è che questa impostazione deve essere quella dello Stato, e all’interno di essa deve avvenire il confronto dialettico tra i vari gruppi politici».

Lo stesso Grillo, nella polemica scaturita in seguito alla vicenda del furto di simboli elettorali, ha dichiarato: «se non ci lasceranno partecipare si prenderanno la responsabilità della delegittimazione dello Stato», comparando dunque idealmente Stato e movimento. In quest’ottica, anche le parole testuali di Grillo assumono un altro valore: «c’è una violenza che sta per esplodere. Lo Stato deve prendersi in mano l’energia, non le multinazionali. Deve gestire sanità, strutture, scuola, autostrade, informazione. Noi siamo la controparte strutturale del Palazzo».

Il risultato è che la democrazia di cui parla il M5S si configura come un “minestrone” in cui possono trovare dimora persone con idee e visioni completamente differenti, anche incompatibili tra loro, con l’evidente impossibilità di trovare convergenze che vadano oltre la forma e vertano su contenuti reali.
Se a questa concezione di democrazia come “superamento dei conflitti esterni” si aggiunge il grave problema di democrazia interna, si ottiene una situazione di totale difetto dialettico: i conflitti esterni non esistono in quanto sono trasformati in conflitti interni, e i conflitti interni non esistono in quanto la struttura del movimento è autoritaria e soffoca qualunque dissenso in ogni ambito, dai contenuti politici addirittura all’estetica o al linguaggio.
Se l’intenzione di rappresentare tutti i cittadini si realizzasse, se il tipo di democrazia immaginato dal M5S fosse ipoteticamente portato a compimento, tutti i cittadini lo voterebbero, all’interno di questo risolverebbero controversie politiche e infine la volontà generale sarebbe espressa dalla posizione del M5S.

Quello che, consapevolmente o meno, il M5S propone attraverso la sua concezione di democrazia, è l’eliminazione dei conflitti politici (in senso lato) e il loro appiattimento verso un unico tipo di conflittualità («noi» contro «loro»): tecnicamente, questo è il fascismo.

O noi o i nazisti

Articoli correlati: Sono stato grillino anch’io, Vuoti da riempire, Un marchio a 5 stelle [1], Un marchio a 5 stelle [2], Un marchio a 5 stelle [3]

«Se noi non entriamo a quel punto arrivano le Albe dorate, gente che emula Hitler. Entrano i nazisti in parlamento con il passo dell’oca»
Beppe Grillo in una dichiarazione del 15-12-12

«Sembri un delegato del Movimento Cinque Stelle»
Beppe Grillo a un candidato di Casapound Italia, movimento neofascista italiano

In calce a un articolo (qui) che esprimeva il disappunto per la mancanza definizione politica del Movimento Cinque Stelle e la conseguente ipotetica compatibilità con omofobi e fascisti, circa sei mesi fa un grillino scrisse: «non riesco a capire se si abbia veramente paura di un M5S omofobo, o si tratti di un più comprensibile principio di precauzione».
Dopo le ultime vicende, che saranno citate più avanti, risulta chiaramente che l’incapacità del mio interlocutore di comprendere il problema non solo sia il prodotto di una banale semplificazione della realtà, ma che addirittura il suo dubbio non abbia neanche senso: infatti, parlando di una qualche compatibilità tra Grillo, il M5S, l’omofobia e il fascismo, non si è ormai più nel campo delle ipotesi, bensì in quello della realtà fattuale. Ovvero: tale compatibilità è stata dichiaratamente espressa, senza ambiguità.

Occorre tuttavia astenersi dall’additare immediatamente come “fascista” Grillo e il movimento da lui fondato, giacché si commetterebbe lo stesso errore di semplificazione e valutazione affrettata diffuso in diversi ambienti politici. Si propone dunque di seguito un’analisi il più possibile ragionata, che cerchi di considerare i presupposti e il contesto culturale in cui si sviluppa il fenomeno del grillismo, nonché le implicazioni teoriche e pratiche di quei presupposti.

Il contesto è la crisi di rappresentanza e il presunto svuotamento delle categorie politiche tradizionali, due problemi a cui il M5S risponde chiaramente: al primo con l’idea di rappresentare i cittadini, categoria contrapposta al ceto politico, al secondo con l’asserzione di essere “né di destra né di sinistra” e per il superamento delle contrapposizioni ideologiche storiche.

In questa prospettiva, se prima vedevo il grillismo come un contenitore vuoto riempito da ciò che più abbonda nella società, ovvero da tendenze che lo rendevano “passivamente” di destra, ora mi ricredo, in parte, su alcuni punti, e lo riconosco come una forza “attivamente” di destra, cioè per definizione politica anziché per omissione, riguardo ad alcune questioni.

L’analisi del M5S sarà articolata in quattro parti:

«L’antifascismo non mi compete»: anti-antifascismo del M5S
«Da te non me l’aspettavo»: quando Grillo non urla
«Questa è la democrazia»: il movimento come Stato
«Questo movimento è ecumenico»: la concezione del popolo

Un marchio a 5 stelle [3]

Articoli correlati: Sono stato grillino anch’io, Vuoti da riempire

Qui la prima parte e la parte introduttiva, qui la seconda parte.

Distruggere la concorrenza. La cosa che più colpisce in tantissimi grillini è la cieca convinzione che il M5S sia l’unica alternativa possibile, l’unica via percorribile. Questa è una componente fondamentale della retorica di Grillo e degli attivisti del suo movimento: «senza di noi ci sarebbero i nazisti», «o con noi o con i ladri», «chi ci critica non dà alternative serie», e così via. Tale convinzione è alimentata parallelamente da una scarsissima profondità di analisi e memoria storica: a sentirli, pare che portare un panettiere o un salumiere in consiglio comunale sia una rivoluzione, ma dimenticano che il PCI portava gli operai in parlamento; pare che le mobilitazioni contro le grandi opere non ci sarebbero state senza l’appoggio decisivo del M5S, ma dimenticano che, per esempio, il movimento NoTav e quello contro il nucleare sono esperienze decennali; pare che nessun partito politico abbia mai destinato parte degli stipendi degli eletti ad attività diverse da quelle connesse alle tasche private dei singoli, ma dimenticano, per esempio, Rifondazione comunista; pare che i referendum contro la privatizzazione dell’acqua siano stati una vittoria politica del M5S, ma dimenticano quello che fu il popolo di Genova; insomma, esattamente come il blog di Beppe Grillo, anche il M5S si vanta di essere «il primo», e ciò fa parte della strategia finalizzata a renderlo appetibile agli occhi dei cittadini (smemorati): se tutto il resto non esiste e non è mai esistito, rimane solo il M5S.

Il primo metodo adottato dal marchio M5S per eliminare la concorrenza consiste dunque nel proporsi come unica vera via: tutte le altre alternative sono dimenticate o bollate come «poco serie».

Il secondo modo è espandersi invadendo “nicchie” simili nel panorama dei marchi: per tutelarsi dalla “contraffazione”, Grillo ha registrato anche simboli simili a quello del M5S che potrebbero essere adottati da “cloni” che si dicano forza alternativa, come ad esempio “Pirati a 5 stelle” (vedi). Come se la Nike detenesse diritti non solo per lo “swoosh” ma anche per i simboli simili apposti sulla merce contraffatta (in realtà ciò non avviene, perché per la multinazionale la diffusione del logo è un vantaggio a prescindere dal profitto diretto derivante dalla vendita dei singoli prodotti: bisogna ricordare che l’opera di costruzione del marchio è qualcosa di trascendente, e che se circolano simboli che imitano il logo della Nike, è tutta pubblicità gratuita per il “logo madre” che ne trarrà il vantaggio; ciò non accade per il M5S perché, diversamente dalla Nike, il suo spirito include l’idea di unicità, sopra menzionata, che sarebbe compromessa da una sfilza di loghi di imitazione).

A questo punto, è chiaro il motivo per cui il dissenso provoca reazioni come quella del comunicato di dieci giorni fa: Beppe Grillo è un marchio. In quanto marchio, ambisce invariabilmente all’egemonia e al monopolio non solo commerciale ma anche culturale.

Qualcuno, come Favia, che si proponga come innovatore dall’interno del movimento priva Grillo del suo ruolo: l’innovatore è lui e non deve esserlo nessun altro. In quest’ottica, la cacciata di Favia è dettata più da motivi di natura aziendale che da problemi politici: quello di Favia è un dissenso che si manifesta prima di tutto come rottura dell’incanto maturato attraverso il branding intorno al marchio di Grillo. Infatti l’espulsione, prima che politica è legale: a Favia viene fatto divieto di utilizzare il logo a cinque stelle o di riferirsi al M5S o alla figura di Grillo (vedi). Il problema quindi non è nelle azioni politiche di Favia, il disaccordo non è sui programmi, il vero problema è che la figura di Grillo deve rimanere immacolata, intaccata, unica nell’impersonare l’idea.

Come la Nike che, quando la figura di Michael Jordan diventò troppo ingombrante e si configurò come marchio in competizione con gli altri, compreso quello della Nike stessa, decise di mollarlo, allo stesso modo Grillo, nel momento in cui emerge qualche “marchio” come Favia che rischia di scalfire parte della sua fetta di “mercato delle idee” (ma non solo idee…) imperniata sul concetto del “nuovo”, fa di tutto per eliminare la concorrenza, lo boicotta, lo ostacola, lo ripugna, lo espelle, anche se è diretta emanazione del suo marchio. Anzi, proprio perché è diretta emanazione, e dunque condivide il retroterra culturale e gli elementi particolari del carattere aziendale, appena si fa strada un barlume di indipendenza e autonomia questo mette in pericolo l’egemonia del marchio.

Del resto, se è vero che Grillo è un marchio, e che il marchio è espressione della globalizzazione neoliberista e strumento delle multinazionali, è anche vero, come ha sostenuto Noam Chomsky, che «una multinazionale è più vicina al totalitarismo di qualunque altra istituzione umana».

La Convenzione Nazionale si parlava addosso

Post correlati: Uscite!, La lotta è il tempo, L’orgasmo della mente, Avevo vent’anni.
Consiglio anche: In Puerta del Sol

Se non si fosse parlato, niente sarebbe accaduto
Victor Hugo, Novantatré

Ai tempi del liceo, ero molto attivo in un’associazione studentesca e questa attività impegnava una parte rilevante del mio tempo. Le assemblee, o meglio le riunioni come le chiamavamo, erano essenzialmente condotte per curare i dettagli organizzativi e fare il punto della situazione delle iniziative in corso o in progetto.
Chi si occupa di fare queste fotocopie? Quando facciamo una colletta? Cosa ci scriviamo sul cartellone? Qualcuno ha aggiornato il sito? Com’è andata a finire per quel progetto?
Il risultato era che, alla fine della riunione, ti sentivi molto attivo e impegnato, ma non avevi imparato nulla che non fosse contingente: la riunione si riduceva a un momento di definizione dei compiti e della loro assegnazione. Conosco bene, così, la sensazione di aver discusso per ore senza aver costruito qualcosa di più grande, importante e generale delle singole azioni, insomma senza aver definito esplicitamente una linea politica basata sull’analisi delle circostanze.

Oggi riconosco in questo fatto una tendenza generale, che deriva dall’abbandono di una visione alternativa della società. È la tendenza secondo la quale l’era delle grandi narrazioni è finita, che propugna la fine delle ideologie e la necessità di un pensiero debole, che non aspira più a sistemi onnicomprensivi o a progetti di emancipazione globale, ma solo a forme specifiche di resistenza e intervento.

Questa rinuncia è visibile sia dall’interno che dall’esterno delle associazioni e dei movimenti. Dall’interno, come appena descritto, manifestandosi come incapacità di discutere criticamente il reale creando una visione alternativa totale; dall’esterno, il fenomeno è altrettanto evidente, e l’esempio più lampante e chiaro nella sua immagine è senza dubbio costituito non solo da eventi organizzati da movimenti “non proprio movimenti”, come i V-Day di Beppe Grillo e il No Berlusconi Day del Popolo Viola, ma anche da altri costruiti e sostenuti da movimenti nel vero senso del termine, come il “No Monti Day” (mi sento idiota solo a scriverlo) e tutta una carrellata di No Qualcosa Day, ormai una moda, anche per questioni di marketing.
Non sfuggono del tutto alla trappola neanche movimenti al di sopra di ogni sospetto, come i NoTAV, la cui battaglia rischia di passare per particolaristica (nonostante l’impegno dei militanti atto a scongiurare una visione “NIMBY” delle loro motivazioni) e richiedente un intervento circoscritto e non un cambiamento generale.

C’è davvero bisogno di una giornata contro Monti, una distinta contro il debito, una separata per difendere l’articolo 18, un’altra contro la corruzione, una ancora per la libertà di stampa, un’ultima per difendere gli operai Alcoa, Ilva, Fiat e così via?

Il Movimento per eccellenza in Italia, quello con la M maiuscola, cioè quello studentesco, che è anche l’unico movimento democratico di massa che la storia repubblicana abbia conosciuto dopo la Resistenza (forse anche da quando la storia repubblicana non era), ci ricorda che, quando esiste un movimento radicato, nelle strade e nelle piazze non si scende per questo o per quello, ma “per il movimento”. E il movimento include tutte le lotte, è onnicomprensivo, è globale, è totale. Può anche sembrare un discorso misticheggiante, ma questo dovrebbe essere un movimento: dovrebbe volersi appropriare anche del mistico, dello spirituale, dei sogni (non ci credo che lo sto scrivendo). Con questo non voglio scadere in una retorica romantica e ingenuamente inconcludente, bensì cercare di dire che non è solo il materiale che conta nell’impegno, ma anche l’immateriale. È l’immateriale che trascina il materiale, e non viceversa. Chi chiede di stare “coi piedi per terra” soffoca la spinta creativa: l’impegno è qualcosa che noi facciamo “per sentirci noi stessi come entità fisico-psichiche”, come dice Verdone.

Che effetti ha un approccio episodico e strettamente programmatico e a breve, al massimo medio termine, sulla radicazione dei movimenti? Sicuramente ne ha uno negativo: l’incapacità di parlare. Oggi siamo convinti che un forum o una chat comune possano sostituire il dialogo di persona; che un invito sui social network possa fungere da volantino; che ragionare, analizzare, discutere fino a notte fonda dei massimi sistemi, parlare sia una perdita di tempo rispetto all’imminente necessità di realizzare azioni e organizzare eventi; perché pensiamo che parlare non sia altro che parlarsi addosso senza concludere mai niente.
Ma sbagliamo, perché è questo “parlarsi addosso” che fa crescere i movimenti.
La Convenzione Nazionale si parlava addosso.
Impariamo a parlare, le parole sono armi in quanto idee.

Critica della tolleranza

«La distanza di sicurezza tra pensiero repressivo e azione repressiva si è pericolosamente accorciata» Herbert Marcuse, Critica della tolleranza

Quando si legge un libro ben scritto, di frequente ci si imbatte in semplici frasi o in più complesse manifestazioni del pensiero in grado di esprimere l’universale, lo spirito del tempo, quella sensazione che tutti avvertono ma che solo gli scrittori coraggiosi osano mettere nero su bianco.

Questo tipo di affermazioni è quello comunemente noto come aforisma, cioè una breve successione di parole che nella sua brevità riesce a cogliere la profondità del tutto, la sua densità e il suo significato: è una successione di simboli, i quali non sono intrinsecamente importanti, ma importante è la funzione che esplicano, quella di veicolare messaggi.

Le parole sono importanti, diceva qualcuno, perché esse sono il mezzo per raggiungere il significato, diceva qualcun altro; non solo questo, ma anche: le parole sfidano la realtà e possono precederla e nutrirla, giacché per noi la realtà non è che una percezione, e avere coscienza di un pezzo di realtà e parole per descriverlo significa astrarre, distruggere e dividere la realtà stessa. Per questo il linguaggio è strumento potenzialmente rivoluzionario: distrugge e crea. Imponendo il linguaggio si impone una visione della realtà: lo sanno (o forse semplicemente lo fanno) bene i giornalisti, i politici, i tecnocrati del XXI secolo. Ma lo sapeva altrettanto bene Herbert Marcuse.

La sua invettiva di neanche cinquanta pagine Critica della tolleranza meriterebbe quasi tutta d’esser citata: praticamente è un unico lungo aforisma, che sfidando la realtà permette di riconoscerla, illuminando il lettore, come un grande pensatore sa fare.

La tolleranza che Marcuse critica è la tolleranza pura o astratta, quella senza eccezioni e condizioni, o come si direbbe oggi “senza se e senza ma”: una tolleranza siffatta «trattiene dal prender posizione, ma nel far così attualmente protegge il meccanismo già stabilito della discriminazione». Tanti sono gli esempi quotidiani del fenomeno in questione, da quelli che non sono “né di destra né di sinistra” a quelli che non sono “né razzisti né antirazzisti”. Le posizioni di costoro sono, come si rifletteva per il grillismo, «passive, deboli, in realtà non-posizioni che derivano direttamente dall’omologazione e dalla rassicurazione che dà l’imitazione di opinioni dominanti». Per dirla con Gramsci, «L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera». Si è anche parlato spesso, su questo blog, di come la pretesa velleitaria di porsi “oltre le ideologie” sia in effetti essa stessa un’ideologia o un prodotto ideologico.

La tolleranza che ingrandì la portata e il contenuto della libertà fu sempre partigiana, intollerante verso i protagonisti dello status quo repressivo. La tolleranza necessaria per un processo di liberazione «non può essere indiscriminata ed eguale nei contenuti, non può proteggere le parole false e i fatti sbagliati che dimostrano che essi contraddicono e vanno contro alle possibilità di liberazione. Tale tolleranza indiscriminata è giustificata nei dibattiti innocui, nella conversazione, nella discussione accademica; ma la società non può esser priva di discriminazioni dove la pacificazione dell’esistenza, la libertà e la felicità stesse sono in pericolo: qui, alcune cose non possono venir dette, alcune idee non possono venir espresse, alcune politiche non possono esser proposte, alcuni comportamenti non possono esser permessi senza fare della tolleranza uno strumento per la continuazione della schiavitù».

La democrazia totalitaria non teme la libertà di parola e di pensiero: «l’opposizione e il dissenso sono tollerati a meno che essi non sfocino nella violenza e/o nell’esortazione e nell’organizzazione della sovversione violenta. La supposizione sottesa è che la società stabilita è libera e che ogni miglioramento accadrebbe nel normale corso degli eventi, preparato, definito e collaudato nella discussione libera ed eguale, sull’aperta piazza del mercato delle idee». Le premesse nascoste in questa supposizione sono «l’espressione e sviluppo di pensiero indipendente, libero dall’indottrinamento, dalla manipolazione, dall’autorità esterna», ed essendo che esse non si verificano, «qualunque miglioramento posa succedere nel normale corso degli eventi e senza sovversione è probabile che sia un miglioramento nella direzione determinata dagli interessi particolari che controllano il tutto».

Il motivo per cui la democrazia totalitaria non ha bisogno di un’ampia censura è che le parole e i pensieri potenzialmente rivoluzionari sono censurati a monte, nella mente degli individui, da una capillare opera di indottrinamento che comincia nell’infanzia (Marcuse nota come i liberali, storicamente paladini dell’idea di tolleranza, la ritenessero applicabile, parola di John Stuart Mill, «soltanto agli esseri umani nella maturità delle proprie facoltà», indirettamente rendendo accettabile l’indottrinamento).

Perché avvenga piuttosto il contrario, è necessario che le persone siano «capaci di decidere e di scegliere sulla base delle proprie conoscenze, con accesso alle fonti autentiche dell’informazione, perché la loro valutazione sia il risultato d’un pensiero autonomo. […] Ma con la concentrazione del potere politico ed economico e l’integrazione degli opposti in una società che usa la tecnologia come strumento di dominio, il dissenso effettivo è bloccato laddove potrebbe liberamente emergere: nella formazione dell’opinione, nell’informazione e nella comunicazione. Sotto la guida dei mezzi monopolistici viene creata una mentalità per la quale giusto e sbagliato, vero e falso sono predefiniti ovunque concernono gli interessi vitali della società».

«Il significato delle parole è rigidamente stabilito. Parole diverse possono esser dette e ascoltate, ma, sulla scala di massa, esse vengono immediatamente valutate nei termini del linguaggio pubblico, un linguaggio che determina a priori la direzione in cui si muove il ragionamento logico». Anche qui gli esempi non mancano: quante volte si assiste a dei veri e propri corti circuiti quando si parla di “anarchia”, “uguaglianza”, “rivoluzione”?

L’imparzialità è innegabilmente uno strumento indispensabile per prendere delle decisioni nel processo democratico, ma nella democrazia totalitaria l’obiettività svolge un’altra funzione: «incoraggiare un’attitudine mentale che tenda a scoraggiare la differenza tra vero e falso, informazione e indottrinamento, giusto e sbagliato. Infatti, la decisione tra opinioni opposte è già stata presa prima che la presentazione e la discussione fossero iniziate».

Per finire (altrimenti mi faccio prendere la mano e cito davvero tutta l’opera), per Marcuse il discorso sulla tolleranza porta a riesaminare la distinzione tradizionale tra azione violenta e azione non-violenta. Anche nelle civili società occidentali, la violenza è quotidiana: «è praticata dalla polizia, nelle prigioni e negli istituti per malati di mente, nella lotta contro le minoranze razziali, è portata fino nei paesi arretrati. Ma trattenersi dalla violenza di fronte alla violenza immensamente superiore è una cosa, rinunciare a priori a rispondere colla violenza alla violenza, in campo etico o in quello psicologico è un’altra. […] In termini di etica, ambedue le forme di violenza [rivoluzionaria e reazionaria] sono inumane e dannose –ma da quando in qua la storia è fatta in accordo alle norme etiche?– Cominciare ad applicarle laddove i ribelli oppressi lottano contro gli oppressori, quelli che non hanno niente contro i possidenti, è servire la causa della violenza reale».

«Se quelli che soffrono a causa di questa legge e di quest’ordine e lottano contro di esso usano violenza, non dànno inizio a una catena di violenze ma cercano di spezzare quella stabilita. Da quando verranno puniti conosceranno il rischio, e quando lo corrono volontariamente, nessuna terza persona, e ultimi di tutti l’educatore e l’intellettuale, ha il diritto di predicar loro che se ne astengano».

La democrazia ha senso?

Alcuni recenti discorsi mi hanno offerto l’opportunità di riflettere su concetti che davo ormai per assodati e su un interrogativo che potrebbe sembrare banale, ovvero: la dialettica democratica ha senso? E tali riflessioni hanno partorito una risposta positiva, quindi una conferma di ciò che pensavo prima di intraprendere le sopra menzionate discussioni. Si potrebbe osservare che crucciarsi tanto a riflettere su un’opinione e poi ribadirla non sia molto utile, per dirlo con un eufemismo, ma piuttosto l’attuazione di una retorica fallace e faziosa come la risposta di un Anselmo d’Aosta, che, sotto lo sguardo di un accigliato Gaunilone, fa platealmente uscire Dio dalla porta per farlo rientrare dalla finestra, ponendo sottobanco fin da subito ciò che intende dimostrare poi.

Tuttavia, mettendo le mani avanti, rivendico il mio diritto di riconfermare un’opinione opinabile dopo che essa è stata sottoposta a critica e ha subito gli attacchi della dialettica, fosse anche indistinguibile dalla sua precedente versione, in quanto la dialettica fortifica il pensiero, permette la sua maturazione, implica un passaggio obbligato dinamico tra la tesi e la sintesi facendo sì che queste due non possano mai essere identiche: detto in altre parole, una critica non può essere ignorata e quando così sembra in realtà così non è.

L’argomento è stato al centro di molte considerazioni provenienti da amici e conoscenti dell’area libertaria (odio appioppare etichette) che antepongono l’individuo alla collettività e mettono fortemente in discussione la validità della democrazia in quanto mezzo di imposizione della maggioranza sulle minoranze e l’individuo.

Questi pensieri mi hanno riportato alla mente una lunga discussione, fatta due anni fa con un amico anarchico, che verteva sulla realizzabilità di un metodo decisionale in cui ogni scelta ha valore esclusivamente se condivisa all’unanimità dall’assemblea. Sostenitore dell’unanimità, il suo ragionamento era semplice:

«La maggioranza non può decidere per la minoranza, perché schiaccerebbe la libertà di quest’ultima, quindi il confronto e il dibattito devono continuare finché si trova non un compromesso tra le parti, bensì qualcosa che realmente è voluto da tutta l’assemblea e che sarà approvato, infine, all’unanimità».

«Ma ci sono questioni in cui non esiste tale alternativa», ribattevo io, «in cui va scelta questa cosa o quest’altra, senza vie di mezzo né vie traverse. E, soprattutto, ci sono questioni su cui non ci può essere unanimità perché non c’è certezza, non c’è assolutezza. Tante delle nostre opinioni si basano su presupposti non dimostrabili che, in virtù di tale indimostrabilità, non possono essere scalfite dal confronto e dal ragionamento dialettico e sono destinate a restare inconciliabili con altre opinioni: ecco perché su queste questioni non si potrà mai trovare un accordo unanime».

«L’accordo unanime si può trovare», ribadiva lui, «perché siamo tutti ugualmente intelligenti e quindi in grado di capire su cosa basare i nostri ragionamenti, se su pregiudizi o su dati reali: parlandone, alla fine si escogita una soluzione che riesce ad accontentare tutti».

«Ma come», replicavo, «come puoi esser certo che ciascuno sia in grado di distinguere la realtà da una sua interpretazione parziale basata su presupposti indimostrabili? Come puoi non prendere in considerazione la possibilità che il ragionamento sia scavalcato dall’irrazionalità e dall’emozione istintiva, trasformando l’unanimità in uno strumento dittatoriale ad uso di uno o pochi dei membri dell’assemblea, che, con retorica e sotterfugi, siano riusciti a manovrare le opinioni dei restanti membri?»

«Ma ciò non sarebbe possibile, perché ogni individuo conosce bene il proprio vantaggio e quindi non permetterebbe che la decisione dell’assemblea diventi la decisione di una sua parte».

Bene, ricordo che, conclusa la discussione, mi resi conto che essa era stata esattamente un esempio di ciò che avevo descritto: non riuscimmo a trovare un accordo sulla questione maggioranza-unanimità, sia perché è per definizione impossibile conciliare i due metodi, sia perché, latenti nel discorso, c’erano due diverse opinioni basate su presupposti non dimostrabili, che cozzavano sotterraneamente l’uno contro l’altro: lui, infatti, era convinto che siamo tutti ugualmente intelligenti e quindi capaci di prevenire prevaricazioni plebiscitarie all’interno di un’assemblea, io, dal canto mio, ero meno propenso ad accettare questa idea, sulla base di considerazioni scientifiche e sociologiche. Scientifiche perché se prima eravamo stupide scimmie e ora siamo senzienti esseri umani deve esserci stata selezione naturale sulla base di caratteri tra cui verosimilmente quelli riconducibili alla sfera intellettiva; sociologiche perché la sociologia, oltre che la storia, mostrano quanto sia facile che gruppi di persone siano dirottati verso interessi particolari che non giovano ad essi. Ora, oltre al fatto che la scienza, di cui io ho fatto il mio strumento per la dimostrazione del mio presupposto, per sua struttura non verifica ma falsifica, dunque non dimostra la verità ma la non verità, c’è anche un altro problema. Infatti sono sicuro che anche il mio amico riuscirebbe a sostenere ragionevolmente il suo presupposto, cioè che siamo tutti intelligenti allo stesso modo.

La morale di questo breve racconto è che alcune scelte, al netto degli obiettivi che ci si pone, sono destinate a rimanere arbitrarie, dunque arbitraria in sede teorica rimane la mia preferenza per la democrazia piuttosto che per il sistema unanime.

Esso suscita però altre domande, perché degli stessi problemi che esponevo in quella discussione (latenti derive autoritarie, predominio delle emozioni sulla ragione) è passibile il metodo democratico. Perché allora preferisco la democrazia? Perché preferisco il collettivo all’individuale? Perché penso che se pensi solo per te, commetti lo stesso errore di Adam Smith, a cui dobbiamo la convinzione che se alziamo il livello dell’acqua per far salire gli yacht dei ricchi, al nuovo livello si alzeranno anche le barchette dei poveri, lo stesso errore per cui si immagina l’individuo avulso da condizionamenti, capace di scegliere nel proprio interesse, autonomo e libero come se vivesse su un’isola deserta. Ma qui il discorso si chiude, tornando all’arguto Gaunilone, perché quest’isola non esiste.

Il feticismo dei post-it

Dedico le mie parole a tutti coloro che hanno condannato ciecamente le violenze (ostiniamoci ad etichettarle così, almeno ci capiamo, care anime belle) dello scorso 15 ottobre rivendicando la natura pacifica della manifestazione, anche se in realtà non ho intenzione di parlare direttamente di quei fatti. Ho scelto voi come interlocutori perché ritengo che il movimento (sì, mi ostino anche ad utilizzare questa parola per esprimere qualche cosa che forse in realtà non esiste) italiano debba rivedere le sue strategie per ritrovare la vitalità e l’efficacia che aveva un tempo e che prima del 15 ottobre era riuscito ad esprimere l’ultima volta verso la fine del 2003, quando era già agonizzante: e siccome voi fate parte del movimento tanto quanto me e io credo nella forza del dialogo e nelle armi della democrazia, vi dico da pari come la penso.

Non mi va di rifare discorsi che sono già stati fatti sulla questione violenza-nonviolenza e che hanno prodotto un’immensa mole di materiale su cui riflettere. Ai fini dell’argomento che mi accingo ad esporre è però necessario rimarcare come la violenza sia da considerarsi, senza esprimere giudizi morali, uno strumento come tanti altri: può essere lo strumento del potere che si difende, del capitale che sfrutta, della mafia che minaccia, dell’autonomo che lancia il sampietrino, e come ogni altro strumento può essere usato bene o male, da intendersi come efficacemente o meno. Per esempio, i fatti dimostrano che la violenza del 15 ottobre è stata poco efficace per il raggiungimento degli obiettivi che ci si proponeva di raggiungere (a parte quello immediato di alcuni: esprimere un disagio, lanciare un segnale di rabbia e frustrazione).

Ma sarebbe stata efficace la strategia che auspicavano quei tanti che intendevano recarsi a Roma per esprimere coloratamente o coloritamente la loro “indignazione”? Fa davvero paura al potere un corteo di centinaia di migliaia di persone, anche di un milione di persone, se queste camminano insieme, piantano tende, intonano cori? O fa forse più paura una folla di qualche decina di persone che minaccia di chiudere il proprio conto in banca?

A chi condanna la violenza a priori vorrei ricordare che quando la violenza l’hanno praticata in Tunisia e in Egitto andava a tutti bene, anche ai giornalisti de La Repubblica che una settimana fa invitavano alla delazione di massa di coloro che potevano aver preso parte al respingimento delle cariche della polizia in piazza San Giovanni. Ma certo, in Egitto sono sporchi e con la pelle scura, in più parlano arabo e sono musulmani, quindi la violenza la possono usare perché sono degli animali, perchè sono violenti: questo è il messaggio implicato nella morale di certa informazione perbenista. Tanto che quando, in primavera, la protesta stava migrando dal mondo arabo alla più civile Europa (prima in Croazia poi in Spagna), i giornali occidentali inizialmente hanno pensato bene di non parlarne.

A chi si illude di cambiare le cose solo accampandosi in una piazza a oltranza, come al Cairo, ricordo che l’occupazione di piazza Tahrir è stato un evento riuscito e di grande successo, efficace e non solo simbolico, grazie a successive ondate di scioperi che hanno paralizzato l’Egitto per settimane prima e durante la lotta di piazza.

A chi ripete meccanicamente, come un bambolotto parlante, lo slogan «no alla violenza», vorrei ricordare cos’è la nonviolenza: una pratica attiva di resistenza a leggi o decisioni che si ritengono ingiuste. In altre parole: disobbedienza civile. E vorrei ricordare sempre a costoro che Gandhi, con le cui parole si riempiono la bocca e adornano gli striscioni, in India non ha vinto standosene seduto davanti alle forze di occupazione inglese o prendendo manganellate insieme a migliaia di persone, ma boicottando il sale inglese e permettendo agli autoctoni di riappropriarsi di un bene comune da sottrarre alle grinfie dell’Impero.

Questo quindi si deve fare: ripartire dai beni comuni, dalla loro socializzazione, dal consumo critico. Ciascuno è importante. Inutile protestare contro la finanza con indosso un paio di scarpe fabbricate da bambini bengalesi, dei jeans scoloriti a costo di compromettere la salute degli operai che li hanno raschiati, una maglietta prodotta da lavoratori cinesi sottopagati, il tutto pubblicizzato attraverso i più infimi sistemi di controllo mentale magari da aziende quotate in borsa, la borsa che tanto si critica. Vano sputare nel piatto da cui si mangia: bisogna imparare a mangiare da un altro piatto. E dopodiché, invitare altri a mangiare dal nostro.

Sia chiaro che non sto proponendo la ricetta che ci libererà dal male, ma semplicemente un poco di coerenza e un poco di riflessione sul significato della nostra azione politica: il consumo critico è solo un modo per tirarsi fuori dal problema, ma non ancora di far parte della soluzione. Il consumo critico da solo non basta. Neanche gli scioperi da soli bastano. Le acampadas da sole non bastano. Tutti questi eventi devono essere espressione di un’unica Lotta, con la maiuscola, che le unifica tutte (io direi che è quella contro l’Ancien Régime). Senza la coscienza della necessità di tale unificazione, ogni singolo tassello sarà troppo piccolo per formare un’immagine sensata.

Avete tutti una scelta, a questo punto: o, in virtù del vostro “pacifismo nonviolento” continuate ad aderire ad appelli online, raccolte di firme e petizioni, mandate i vostri post-it a La Repubblica e affiggete i vostri striscioni e le vostre lenzuola per far contenta L’Unità (che poi in fondo, cosa cazzo sperano di ottenere?) oppure vi inventate un altro modo di praticare la nonviolenza. Anzi: la praticate e basta, niente feticismo dei post-it.

La disobbedienza civile

H. D. Thoreau nel 1854

Se nelle ultime due settimane non ho scritto nulla è stato per motivi di studio e non per mancanza di argomenti da trattare, che anzi mi affioravano alla mente con insistenza (decrescita, globalizzazione, movimenti). Ma fra un blocco di appunti e un libro di citologia ho trovato comunque come ritagliarmi il tempo per qualche sana lettura estiva, come potreste aver notato dall’elenco qui a lato, e così ho letto due libelli di Henry David Thoreau che hanno segnato la filosofia anarchica ottocentesca: La disobbedienza civile (1849) e La vita senza princìpi (1863).

Non volendo tediarvi troppo con la sua biografia, che chi vorrà potrà leggere altrove, mi limito a ricordare che, tanto per la personalità quanto per le scelte di vita, Thoreau fu sempre un bel tipetto: si rifiutò di pagare le tasse in segno di protesta contro le scelte guerrafondaie degli Stati Uniti, allora in guerra con il Messico, e per questo fu arrestato; da allora perse completamente la fiducia nell’istituzione statale («compresi che lo Stato era stupido, […] che non sapeva distinguere gli amici dai nemici, e persi completamente il rispetto nei suoi confronti che mi era rimasto, compatendolo») e decise di distaccarsi non solo da essa, ma anche dall’idea stessa di società, ritirandosi ad una vita appartata anche fisicamente, una scelta questa che lo spinse ad abbandonare la città e a costruirsi una capanna, in riva ad un lago isolato, in cui visse (e scrisse) per due lunghi anni.

Il linguaggio è chiaro ed i contenuti, nonostante i continui riferimenti biblici e religiosi, nonostante l’ingenuità di alcune sue considerazioni economiche (ma capiamolo, è un pensatore pre-marxista), hanno l’arditezza di andare contro una tradizione filosofica e politica che nello Stato borghese ottocentesco era difficile scalzare: quella di giustificazione dello Stato borghese stesso. Egli lo nega, ne rifiuta la legittimità, fa lo stesso con la democrazia, considerata innaturale (perchè infatti una maggioranza dovrebbe avere il diritto di governare? «La ragione pratica per la quale […] si permette ad una maggioranza di governare, non risiede nel fatto che è più probabile che essa sia nel giusto, […] ma è solo perchè la maggioranza è fisicamente più forte»). Egli propone un’anarchismo individualista, anticipando lo Stirner tardo ottocentesco, e suggerendo validi motivi e validi metodi per abbattere la tirannia democratica, dittatura e imposizione dei più sui pochi.

Penso tuttavia che Thoreau si scontri con la realtà quando auspica una rinascita individuale e spirituale (ecco l’impeto religioso…) senza programmare un sistema di convivenza che possa prendere il posto dell’esistente (ma anche qui, gli manca l’undicesima tesi su Feuerbach). Si potrebbe liquidare la mia critica facendo notare che a Thoreau non interessano minimamente i massimi sistemi o la costruzione di modelli sociali successivi all’abbattimento della tirannia, semplicemente perchè una volta che l’individuo, da solo, arriva a rifiutare la forma statale, la tirannia è virtualmente abbattuta e la storia si è finita lì. Ma Thoreau commette lo stesso errore-orrore liberista nel considerare l’individuo come entità isolata, in grado di scegliere autonomamente e razionalmente ciò che gli conviene e di scartare e rifiutare ciò che non gli conviene: l’individuo, non c’è bisogno di dimostrarlo in alcun modo, vive tra gli altri e fa parte di una collettività; le sue scelte sono condizionate da regole, tabù, idee e idiosincrasie che non vengono da lui, né dal cielo, né da sole, ma dal rapporto che egli instaura con altri individui. Io posso rifiutarmi di pagare le tasse, di prestare il servizio militare, di votare alle elezioni, di rispettare una legge, ma il solo rifiuto individuale non basta a liberarmi.

In compenso tanti sono gli spunti interessanti, primo fra tutti il pezzo in cui critica quelle che Benasayag poi chiamò «anime belle»: «Ci sono migliaia di persone che in teoria sono contrarie alla guerra e alla schiavitù, ma che in effetti non fanno niente per porvi fine, […] se ne stanno sedute con le mani in tasca e dicono di non sapere che cosa fare e non fanno nulla». Oppure: «Quando la maggioranza alla fine voterà per l’abolizione della schiavitù sarà perchè la schiavitù le è indifferente e perchè le sarà rimasta ben poca schiavitù da abolire con il voto».

Infine, leggendolo in questo periodo di tempesta finanziaria e sociale, non posso che trovare considerazioni perfette per il momento, che lui faceva sulla guerra messicana ma che potrebbe trasporsi sostituendo il soggetto con la manovra del governo Berlusconi e con il peso schiacciante del capitale finanziario nel mondo globalizzato: «è opera di un numero relativamente ristretto di persone che si servono del governo stabilito come proprio esclusivo strumento, poiché il popolo non avrebbe consentito all’impresa». Mi sembra evidente che oggi, molto più che nell’ottocento, è ancora difficile scalzare l’ideologia di cui sopra.

E ora il prossimo libro da leggere è Walden!

<span>%d</span> blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: