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Mi paga il PD

Negli ultimi tempi si è parlato molto di Grillo. A dirla tutta, in pochi hanno parlato: molti hanno urlato, altrettanti ne hanno chiacchierato per cambiare i soliti argomenti come la meteorologia, il calcio e la farfalla di Belen o semplicemente per ingannare il tempo. Pochi rompicoglioni hanno provato a intavolare analisi lucide e ragionate sul personaggio e sul fenomeno, partorendo discorsi più o meno fruttuosi e interessanti. Anche su questo blog se n’è discusso.

Ma non è questo l’argomento che sta per essere affrontato, anche perché, e qui lo dichiaro apertamente, per un intervallo di tempo di durata indefinita ma lunga la questione non sarà ripresa, almeno non direttamente. I motivi sono molteplici e vanno dalla nausea al rischio di alimentare una troppo facile caduta, a sinistra, dall’antiberlusconismo all’antigrillismo. Prima di inaugurare il temporaneo silenzio stampa, però, la mia coscienza mi impone di sciogliere le mie remore e fare chiarezza su un punto particolare.

Nel corso delle mie lunghe vicissitudini, infatti, un interrogativo mi si presentava con insistenza, ogniqualvolta il mio interlocutore fosse uno di quei cittadini  cui ormai comunemente si è soliti riferirsi con l’appellativo di “grillini”. La domanda, il più delle volte retorica, era riconducibile alla seguente: «ma ti paga il PD?». Ebbene, amici e amiche, lettrici e lettori, so di essere in procinto di deludere molti di voi, ma non posso più convivere col mio segreto, non posso più tenervi all’oscuro della verità che è arrivato il momento di rivelarvi una volta per tutte: sì, mi paga proprio il PD.

Mi ha pagato il tesoriere in persona, Antonio Misiani, accreditandomi di volta in volta una certa somma (un esempio di finanziamento dai partiti ai semplici cittadini come me, quindi qualcosa che dovrebbe ergersi a esempio per tutti i grillini).

Il pezzo sul marchio, per esempio, mi è valso 64,34 € più un bonus di 11,98 € per non aver ricordato ai lettori quanto il PD faccia pena come progetto politico; gli interventi su Giap mi hanno fruttato la bellezza di 172,50 € per la visibilità ottenuta; i commenti su Facebook di meno, perché non visibili a tutti; tutte le argomentazioni da me espresse sono valse un gettone aggiuntivo di 25,00 € se contenenti almeno un riferimento al fascismo. Per non parlare  di quelle volte in cui l’evidenza a favore delle mie specifiche ragioni lasciava interdetto il grillino di turno tanto da togliergli la parola o fargli preferire la fuga dal dibattito, seppur esposto per questo al pubblico ludibrio: quelle volte mi sono fatto 35,00 € a botta, spesso senza neanche troppa fatica. L’analisi O noi o i nazisti è costata alle casse del PD la cifra di 399,99 € in tutto, di cui 129,99€ soltanto per il finale della terza parte, in cui si fa notare la mancanza di reale democrazia interna e si osa addirittura fare analogie con il fascismo.

Sono somme piuttosto esigue, irrisorie se volete, roba da poco, lo so. E io sono un pezzente, penserete voi. Sticazzi. È roba da poco ma comunque più di quanto basta per arredarsi una stanza con mobili Ikea nuovi, lasciando forse qualcosa di resto per l’ultimo album di Guccini, e l’idea di una stanza nuova mi solleticava da un po’, così come mi piaceva il Maestro.

Insomma, volevo dirvi questa cosa e ve l’ho detta. Com’è risaputo, la rete è piena di pennivendoli e rompicoglioni al soldo del PD, che vanno in giro a disseminare fastidiosi dubbi: io sono uno di questi. Pardon, sono stato, visto che quando si saprà che ho svelato il complotto difficilmente il tesoriere mi riaffiderà un incarico. Scusami Antonio, ci eravamo tanto amati.

(A proposito di complotti, se il M5S paga bene, sarei interessato a disseminare in giro anche quelli.)

 

P.S. Potreste starvi chiedendo quanto mi è stato corrisposto per la pubblicazione della recensione di Marcia su Roma e dintorni di Emilio Lussu, che ha avuto un inaspettato successo, ma la risposta è che non mi è stato corrisposto nulla. E poi quel pezzo non è su Grillo, quante volte ve lo devo dire.

VOTA DADA

«Dada non significa nulla»
Tristan Tzara, Manifesto Dada

Alla fine della settimana corrente, gli italiani saranno chiamati, nella maniera più colorata, gioiosa, pacifica e civile possibile, a festeggiare il compleanno di mio fratello. Nell’attesa, molti amici, ritenendomi chissà quale esperto di compleanni, chiedono indicazioni di voto.

A me non è mai piaciuto dare questo tipo di suggerimenti per poi dichiararmi sistematicamente deluso e gridare al tradimento dello spirito originario, ed è per questo che rispondo a tutti di essere ben disposto a dar piuttosto indicazioni di non voto: non nel senso di promuovere attivamente l’astensione, ma in quello di fornire elementi per costruire una visione critica, attività più comunemente nota come “rompere i coglioni” oppure, con una variante cara soprattutto agli elettori di centro-sinistra, “fare polemica”.

Non è mia intenzione intavolare di seguito la solita «sterile polemica» sul fatto che il Movimento Cinque Stelle ricalchi le stesse pulsioni psicologiche e antropologiche sottese al primo fascismo degli anni Venti, che Rivoluzione Civile non sia affatto un partito rivoluzionario bensì uno schieramento socialdemocratico, seppur l’unico probabilmente presente nel prossimo Parlamento, che il Partito Democratico sia un partito di destra liberale moderata, che Giannino esattamente come il PD non possa essere considerato opzione votabile da una persona di sinistra (e sono ancora turbato dalla scoperta che queste persone effettivamente esistono). Propongo di dare per scontati tutti i contenuti di queste fastidiosissime polemiche.

Invece, ci si potrebbe chiedere se i principali problemi che ci troviamo a fronteggiare, e che condannano la nostra società alla genuflessione innanzi agli eterei, universali, assoluti, divini e impalpabili valori del mercato e della concorrenza, siano in qualche modo risolvibili dall’interno del Parlamento, o perlomeno dall’interno del prossimo, quello votato tra fiumi di spumante stappato in occasione del natale di mio fratello. A ben vedere, la risposta è “no”, giacché qualunque voto, direttamente o indirettamente, sarà un voto per il sobrio professore, per il tecnico disinteressato, per il servitore dello Stato (leggi qui per saperne di più).

Come fare dunque? Essendo io, come dicevo prima, poco esperto in compleanni, mi rivolgo a un amico che sembra sapere il fatto suo:

«Non rimane», risponde dopo aver scolato il suo boccale di birra scura «che seguire le regole dell’attuale democrazia e, in mancanza di un partito che mi rappresenti fra i due schieramenti che possono davvero decidere qualcosa, votare. Ma non un partito qualsiasi, quello è qualunquismo ed è pericoloso: bisogna avere dei criteri ben definiti, ed io condivido ora i miei, che possono essere riassunti in ciò che chiamo voto DADA.

«Il punto principale è quello estetico: devi trarre soddisfazione dall’avere tracciato una “X” su quel simbolo e non su di un altro. Secondariamente, va considerato l’impatto del voto: idealmente il partito che stai votando non deve poter usufruire del tuo voto esattamente come i big che non hai votato, vale a dire che più è lontano dalla soglia di sbarramento meglio è. Meno importante ma non banale è il fattore random: non fissarti su di un solo partito, selezionane due o tre (fino a sei per gli estimatori del dado) e lascia che sia il caso a decidere».

Insomma, vota dada. Tanto, questa volta, davvero ogni voto è inutile.

Dada non significa nulla. Il voto è dada. Il voto non significa nulla.

O noi o i nazisti – «Questo movimento è ecumenico»: la concezione del popolo

Questo articolo è la quarta di quattro parti di un’analisi del Movimento Cinque Stelle dal titolo O noi o i nazisti
«L’antifascismo non mi compete»: anti-antifascismo del M5S
«Da te non me l’aspettavo»: quando Grillo non urla
«Questa è la democrazia»: il movimento come Stato
«Questo movimento è ecumenico»: la concezione del popolo

Confrontandosi con un sostenitore del M5S, la maggior parte delle critiche espresse sulle idee provoca un impasse: generalmente la risposta è che quella particolare idea non è che un’opinione personale e non deve essere considerata propria di tutto il movimento. Allora uno, per prevenire simili risposte, prova a criticare un’idea espressa sull’organo di movimento, il sito… che però è anche il sito personale di Grillo, quindi si torna al punto di partenza del semplicissimo diagramma di flusso: quella è un’idea di Grillo, non di tutto il movimento.

Insomma, il problema è sempre lo stesso: è inutile cercare un’opinione di tutto il movimento, perché tale opinione non esiste. Questo concetto è stato espresso nella prima parte di questa analisi.
Se mancano reali convergenze unificanti, non è sui contenuti che gli aderenti possono contare come collante; infatti ciò che li tiene insieme è Grillo, non un contenuto. Questo è stato argomentato nella seconda parte.
Il risultato di tale mancanza è la vuotezza del concetto di democrazia propagandato, che si appella a un’inesistente e velleitaria volontà generale. Questo discorso è stato affrontato nella terza parte.
In quest’ultima parte, si tratta della visione di fondo implicata dalla concezione grillina di democrazia.

Lo sgretolamento dell’identità politica, espresso dal rifiuto delle “ideologie”, riflette quello dell’identità sociale, provocato dal crollo della coscienza di classe prodotto dall’atomizzazione di massa con i processi capitalistici degli ultimi decenni, che hanno realizzato il sogno dell’individualismo. Così come le “ideologie”, intese come sistemi onnicomprensivi, sono crollate frammentandosi in semplici “idee”, intese come singole soluzioni a problemi circoscritti, allo stesso modo le classi sociali, orfane della coscienza di classe, sono diventate categorie inadeguate frammentandosi in singoli individui. Il M5S intende dichiaratamente rapprentare i singoli individui con le singole idee, mettendo da parte qualsiasi appartenenza politica tradizionale o comunque pregressa.

Questa volontà trova la sua spiegazione solo se inquadrata in una particolare visione, in cui, come osserva Giuliano Santoro (qui), «non esistono parzialità, differenze di classe, conflitti. Il popolo è la massa omogenea e pacificata unita in nome di chissà quale identità». Affidarsi alla “volontà generale” senza dotarsi anche di limitazioni oltre cui tale volontà sia da considerarsi inaccettabile non è democrazia, ma populismo, ovvero un atteggiamento volto ad assecondare le aspettative del popolo, indipendentemente da ogni valutazione del loro contenuto, della loro opportunità: se la maggioranza degli attivisti e degli elettori del M5S diventasse, per dire, omofobo da un giorno all’altro, per il movimento non ci sarebbe alcun problema: l’importante è rappresentare “i cittadini”, a prescindere da chi sono e cosa vogliono.

In questo contesto, infatti, le azioni politiche dei comitati locali rispecchiano le posizioni dominanti in un luogo specifico in un momento specifico, e in certi casi questo risulta evidentemente contraddittorio dal punto di vista complessivo. Per esempio, il comitato di Parma ha manifestato per la chiusura di Casapound (vedi) perché «viola i principi della Costituzione italiana e leggi della Repubblica come il divieto di istigazione all’odio razziale e apologia di fascismo», ma quello di Bolzano contro la sua chiusura (vedi) asserendo che si trattava di «un gruppo di ragazzi che non solo hanno le carte in regola ma anche, fino ad ora, organizzato serate su temi diversi e interessanti, senza segni di apologia». Come è possibile? Semplice: si tratta di due comitati diversi. A causa della vuotezza di contenuti del M5S, il fatto che due comitati del M5S adottino posizioni l’una l’opposto dell’altra non genera assolutamente nessuna incoerenza.
Oppure: il mese scorso, i consiglieri bolognesi del M5S hanno votato un OdG del PdL in cui si esprime cieca solidarietà a Casapound, senza se e senza ma, ancor prima di conoscere in dettaglio le dinamiche dell’accaduto (vedi).
O ancora: a Pontedera il comitato locale si è rifiutato di partecipare a una manifestazione in solidarietà a bambini stranieri aggrediti da militanti di Casapound durante una cerimonia di premiazione all’insegna dell’integrazione (vedi).
Di recente, il gruppo milanese ha votato a malincuore contro finanziamenti per il giorno della memoria (vedi), perché così avevano stabilito le consultazioni online. È evidente che, dal loro punto di vista, sono stati ineccepibili e trasparenti: personalmente avrebbero agito diversamente, «ma noi eletti siamo solo portavoce» e non gliene si può fare una colpa.

Finora, per “cittadini” si è intesa la “totalità degli individui che vivono in Italia”, e la retorica del M5S tende a dipingerlo come rappresentanza di quest’ultima. In realtà, questo è falso.
Non tutti sanno che l’iscrizione al M5S è permessa solo a italiani: il Non statuto recita all’articolo 5 che «il movimento è aperto ai cittadini italiani maggiorenni». I “cittadini” che il M5S vuole rappresentare, quindi, sono gli “individui con cittadinanza italiana”. Qui il cerchio si chiude: il rifiuto della rappresentanza di interessi “di classe” si accompagna all’accettazione della rappresentanza “di nazionalità”; questo discorso è puramente ideologico e ricalca e richiama vari tipi di rappresentanza storici, in primis quella nazionalista, che divide gli interessi politici degli individui non in base alle loro condizioni materiali ma a concetti astratti e arbitrari come la cittadinanza e la nazionalità.
Ecco dunque che, dimenticando ed escludendo gli stranieri, anche di seconda generazione, e tutte quelle persone prive formalmente di cittadinanza, come gli immigrati senza documenti, il M5S inserisce delle limitazioni al concetto di rappresentanza “totale”, rivelandosi in questo un movimento ideologico al pari della politica da cui vanta di distinguersi.

Un’ultima cosa: c’è anche da chiedersi il senso della pubblicazione di quegli stralci del dialogo tra Grillo e Di Stefano da parte di Casapound Italia, resi praticamente uno spot elettorale con tanto di slogan alla fine («La prossima volta che voti, falli piangere»): visto che il M5S si presenta come una forza indipendente per le prossime elezioni politiche, tale scelta si rivelerebbe un boomerang per i candidati dell’estrema destra, che si troverebbero a pubblicizzare un avversario, se non fosse motivata dalla consapevolezza che Grillo è benvisto da una consistente porzione dell’elettorato (anche se in contrazione) e che una sua uscita a favore di Casapound, da parte di lui che non si è mai dichiarato favorevole a nessun’altra forza politica, non può che fungere da sponsorizzazione nel contesto dell’invasione del campo politico da parte della cultura aziendale. In altre parole, Casapound spera di ottenere visibilità tramite il marchio Grillo (di cui si parla qui), conosciuto, apprezzato, familiare, affidabile per molti: si tratta quindi di una strategia di marketing che mira a intercettare il voto di chi trova credibile Grillo, non necessariamente votandolo. Un possibile corollario è che molti neofascisti “delusi” negli ultimi anni si sarebbero rivolti al M5S e che questo video serva a farli tornare sulla retta via.

«Io, il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me»

Nota a margine: grazie Giap

O noi o i nazisti – «Da te non me l’aspettavo»: quando Grillo non urla

Questo articolo è la seconda di quattro parti di un’analisi del Movimento Cinque Stelle dal titolo O noi o i nazisti
«L’antifascismo non mi compete»: anti-antifascismo del M5S
«Da te non me l’aspettavo»: quando Grillo non urla
«Questa è la democrazia»: il movimento come Stato
«Questo movimento è ecumenico»: la concezione del popolo

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO: il secondo link citato nel testo, “stranamente”, è stato rimosso; per fortuna qualcuno ha pensato di recuperarlo, per cui la copia del testo originale la trovate qui.

Non si deve pensare che la posizione espressa da Grillo nei confronti del movimento neofascista non abbia suscitato reazioni di indignazione da parte di esponenti, anche con ruoli rappresentativi, nel M5S. Queste reazioni hanno addirittura comportato le dimissioni, ad oggi, di due consiglieri eletti a Carpi (vedi) e a Roma (vedi).

Dichiarazioni di stupore costellano i post di attivisti delusi, commenti increduli inondano le pagine dedicate ai commenti. «Ma come? Lui non antifascista? Grillo?», «Stavolta mi hai davvero deluso», «Da te non me l’aspettavo». Questa ondata di incredulità mista a indignazione è indice della scarsa profondità di analisi di parte dell’elettorato grillino proveniente da sinistra: infatti, non c’era nessun motivo di ritenere che Grillo fosse antifascista o che si interessasse al problema, visto che nel M5S la cosa non è mai stata accennata.

La domanda che si pone è la seguente: perché tanti attivisti ed elettori delusi provenienti da sinistra, che credevano di militare in un movimento antifascista, dando per scontata la cosa? La spiegazione si compone di due elementi.

La prima plausibile motivazione va ricercata proprio nella “liquidità” del M5S, di cui si è già parlato ampiamente (qui): per fare in modo che tutti possano riconoscervisi, il M5S riduce al minimo i contenuti politici, perché per ogni presa di posizione esiste una fetta di cittadinanza che non è d’accordo. In altre parole, il grado del consenso è inversamente proporzionale al livello dei contenuti e il M5S, avendo l’ambizione di rappresentare i cittadini in generale e in maniera trasversale, punta al più largo consenso possibile.

Il secondo motivo è che il consenso per Grillo deriva in larga parte da impulsi irrazionali, catalizzati dallo stile comunicativo, dal tipo di linguaggio e dalla teatralità del personaggio, come sapientemente indagato da Giovanna Cosenza, professoressa di semiotica all’Università di Bologna (l’analisi è suddivisa in cinque parti). Grillo –si osserva– «non afferma, esclama; non parla, grida fino a perdere la voce; non suda, s’inzuppa; non gesticola, si scompone». Inoltre, «sul palco non si limita a camminare, ma lo percorre a grandi falcate da un lato all’altro, o addirittura corre; non si limita a rivolgersi agli spettatori, ma si piega a novanta gradi, s’abbassa, si sporge oltre eventuali sbarre e transenne, come se volesse tuffarsi nel pubblico». Un buon comunicatore non può ovviamente trascurare l’espressione del volto come suo sommo strumento: «mobilissima, sempre pronta a trasformare ogni emozione in maschera di teatro, sempre capace di passare in un lampo dal comico al tragico, dall’euforico al disforico e viceversa».

Queste considerazioni non sono affatto banali. Se in tanti “cadono dalle nuvole” quando vengono rilasciate certe dichiarazioni, non c’è da stupirsi: erano praticamente ipnotizzati dall’affabilità, la convinzione e l’entusiasmo di Grillo, talmente presi dalla sua foga da non fermarsi a riflettere un attimo: così come il movimento millanta la democrazia diretta, la partecipazione immediata, anche l’adesione al M5S da parte dei sostenitori è priva di intermediazione, stereotipata, incondizionata. Non passa dal cervello, ma dal cuore.

Tante cose che Grillo afferma durante gli spettacoli o i comizi farebbero accapponare la pelle se le dicesse in maniera non spettacolare, da uomo normale. Se Grillo in un’intervista dicesse serio rivolgendosi a un poliziotto «vuoi dare una passatina a un marocchino che rompe i coglioni? Lo prendi, lo carichi in macchina senza che ti veda nessuno, lo porti un po’ in caserma e poi gli dai, magari, due schiaffetti» una buona parte dell’opinione pubblica che normalmente lo sostiene gli si scaglierebbe contro. Il problema è che Grillo ha veramente pronunciato questa frase (vedi), e come questa altre, a cui in molti non hanno dato peso perché in quel momento si trattava di uno spettacolo comico e satirico, non di una dichiarazione politica.

Il fatto è che in questo caso show comico e comizio politico sono indistinguibili, e con questa scusa ci si può permettere di lasciarsi andare a considerazioni paurose; l’indistinguibilità e l’assenza di confine tra il Grillo comico e il Grillo politico sono gli strumenti di difesa più utilizzati dai sostenitori: «ma lasciatelo stare, lui stava scherzando, non fatene una tragedia!» ricorda, come fosse ieri, il modo con cui si giustificavano le uscite grottesche di Berlusconi.

O noi o i nazisti – «L’antifascismo non mi compete»: anti-antifascismo del M5S

Questo articolo è la prima di quattro parti di un’analisi del Movimento Cinque Stelle dal titolo O noi o i nazisti
«L’antifascismo non mi compete»: anti-antifascismo del M5S
«Da te non me l’aspettavo»: quando Grillo non urla
«Questa è la democrazia»: il movimento come Stato
«Questo movimento è ecumenico»: la concezione del popolo

Mentre i delegati del M5S all’Assemblea regionale siciliana restituiscono (vedi) gran parte dello stipendio ai cittadini (per quanto questa espressione sia discutibile) riscuotendo notevole successo nell’opinione pubblica, Beppe Grillo in persona, interrogato sulla sua posizione in merito all’antifascismo da Simone Di Stefano, candidato neofascista alla presidenza del Lazio, ha dato la seguente risposta: «questo è un problema che non mi compete»

Una tale affermazione conferma il carattere velleitariamente postideologico del fenomeno del grillismo, che lo pone come una struttura formale priva di contenuto politico: intende esplicitamente (si legga, per esempio, il Non statuto) dare forma a metodi, non ad obiettivi, e il rispetto del principio formale della partecipazione è l’unica esigenza trasversale e realmente condivisa all’interno del movimento, mentre non esiste un’idea altrettanto trasversale sulla direzione politica da esprimere attraverso tale partecipazione.

Così, la scelta tra fascismo e antifascismo, come tra razzismo e antirazzismo o tra sessismo e antisessismo, è considerata non solo inutile, ma del tutto priva di senso. Nel porsi in questa maniera, Grillo ottiene però l’effetto di schierarsi di fatto: non agire contro i fascisti significa infatti esserne complice, e non accettare la definizione di antifascista significa essere “anti-antifascista” (tra l’altro è la stessa definizione che si dànno molti militanti dell’estrema destra italiana).

Il motivo di questa apparentemente mancata presa di posizione è che l’identità che il marchio a cinque stelle vuole attribuirsi e su cui il relativo movimento basa la propria retorica e propaganda riguarda l’idea di “novità” (qui un’analisi più approfondita): il nuovo che spazza via il vecchio. Questo riguarda non solo i personaggi del panorama peninsulare e gli attori dell’agire politico degli ultimi decenni, ma anche le posizioni e le ideologie a cui tradizionalmente i partiti si richiamavano. Così, essere antifascisti è una cosa da vecchi politicanti. (Se qualcuno pensa che simili distinzioni e categorie appartengano al passato, vada pure a rivedere i nomi di Samb Modou e Diop Mor.)

Qualcuno potrebbe obiettare, come stanno facendo tantissimi sostenitori di Grillo in queste ore, inondando le sezioni per i commenti di qualunque sito che ne parli, che si sta «enfatizzando una sciocchezza detta da Beppe», che si sta «dando peso alle notizie dei media» facendo il gioco dei «giornalisti asserviti al potere della casta» o che semplicemente è inutile cercare di strumentalizzare un’opinione personale espressa da Grillo, per quanto egli stesso si sia definito “capo politico” del M5S. In realtà, reazioni del genere confermano i timori emersi discutendo con quel grillino citato nell’introduzione (qui): pur non essendo un movimento fascista, il M5S è compatibile con il fascismo, perché non si pone vincoli ideologici.

Sia chiaro, quindi, che problema non è se Grillo sia simpatizzante dei neofascisti o meno; il problema è che ciò sarebbe plausibile e, come per lui, lo sarebbe per qualunque altro appartenente al M5S: anzi, Grillo afferma «se un ragazzo di Casapound volesse entrare nel M5S, coi requisiti per entrarci, ci entra». È evidente che l’antifascismo non è un requisito; del resto, chi ha mai detto che lo fosse? L’uscita di Grillo non è un errore di comunicazione o un’inopportuna presa di posizione che sarebbe stato meglio non manifestare: è qualcosa che si inserisce perfettamente nel contesto in cui si colloca, nel quale è un evento fisiologico, non patologico.

Nota a margine: da più parti, si contesta il fatto che il video pubblicato e diffuso da Casapound sia stato «manipolato» (cioè tagliato in alcuni punti) per screditare Grillo e strumentalizzare l’intera vicenda a fini «destabilizzanti». Per evitare che queste sterili contestazioni si verifichino anche qui, fornisco la versione completa del video. E dico “sterili” perché, per quanto possano cercare di arrampicarsi sugli specchi, il discorso non cambia di una virgola.

O noi o i nazisti

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«Se noi non entriamo a quel punto arrivano le Albe dorate, gente che emula Hitler. Entrano i nazisti in parlamento con il passo dell’oca»
Beppe Grillo in una dichiarazione del 15-12-12

«Sembri un delegato del Movimento Cinque Stelle»
Beppe Grillo a un candidato di Casapound Italia, movimento neofascista italiano

In calce a un articolo (qui) che esprimeva il disappunto per la mancanza definizione politica del Movimento Cinque Stelle e la conseguente ipotetica compatibilità con omofobi e fascisti, circa sei mesi fa un grillino scrisse: «non riesco a capire se si abbia veramente paura di un M5S omofobo, o si tratti di un più comprensibile principio di precauzione».
Dopo le ultime vicende, che saranno citate più avanti, risulta chiaramente che l’incapacità del mio interlocutore di comprendere il problema non solo sia il prodotto di una banale semplificazione della realtà, ma che addirittura il suo dubbio non abbia neanche senso: infatti, parlando di una qualche compatibilità tra Grillo, il M5S, l’omofobia e il fascismo, non si è ormai più nel campo delle ipotesi, bensì in quello della realtà fattuale. Ovvero: tale compatibilità è stata dichiaratamente espressa, senza ambiguità.

Occorre tuttavia astenersi dall’additare immediatamente come “fascista” Grillo e il movimento da lui fondato, giacché si commetterebbe lo stesso errore di semplificazione e valutazione affrettata diffuso in diversi ambienti politici. Si propone dunque di seguito un’analisi il più possibile ragionata, che cerchi di considerare i presupposti e il contesto culturale in cui si sviluppa il fenomeno del grillismo, nonché le implicazioni teoriche e pratiche di quei presupposti.

Il contesto è la crisi di rappresentanza e il presunto svuotamento delle categorie politiche tradizionali, due problemi a cui il M5S risponde chiaramente: al primo con l’idea di rappresentare i cittadini, categoria contrapposta al ceto politico, al secondo con l’asserzione di essere “né di destra né di sinistra” e per il superamento delle contrapposizioni ideologiche storiche.

In questa prospettiva, se prima vedevo il grillismo come un contenitore vuoto riempito da ciò che più abbonda nella società, ovvero da tendenze che lo rendevano “passivamente” di destra, ora mi ricredo, in parte, su alcuni punti, e lo riconosco come una forza “attivamente” di destra, cioè per definizione politica anziché per omissione, riguardo ad alcune questioni.

L’analisi del M5S sarà articolata in quattro parti:

«L’antifascismo non mi compete»: anti-antifascismo del M5S
«Da te non me l’aspettavo»: quando Grillo non urla
«Questa è la democrazia»: il movimento come Stato
«Questo movimento è ecumenico»: la concezione del popolo

Un marchio a 5 stelle [3]

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Qui la prima parte e la parte introduttiva, qui la seconda parte.

Distruggere la concorrenza. La cosa che più colpisce in tantissimi grillini è la cieca convinzione che il M5S sia l’unica alternativa possibile, l’unica via percorribile. Questa è una componente fondamentale della retorica di Grillo e degli attivisti del suo movimento: «senza di noi ci sarebbero i nazisti», «o con noi o con i ladri», «chi ci critica non dà alternative serie», e così via. Tale convinzione è alimentata parallelamente da una scarsissima profondità di analisi e memoria storica: a sentirli, pare che portare un panettiere o un salumiere in consiglio comunale sia una rivoluzione, ma dimenticano che il PCI portava gli operai in parlamento; pare che le mobilitazioni contro le grandi opere non ci sarebbero state senza l’appoggio decisivo del M5S, ma dimenticano che, per esempio, il movimento NoTav e quello contro il nucleare sono esperienze decennali; pare che nessun partito politico abbia mai destinato parte degli stipendi degli eletti ad attività diverse da quelle connesse alle tasche private dei singoli, ma dimenticano, per esempio, Rifondazione comunista; pare che i referendum contro la privatizzazione dell’acqua siano stati una vittoria politica del M5S, ma dimenticano quello che fu il popolo di Genova; insomma, esattamente come il blog di Beppe Grillo, anche il M5S si vanta di essere «il primo», e ciò fa parte della strategia finalizzata a renderlo appetibile agli occhi dei cittadini (smemorati): se tutto il resto non esiste e non è mai esistito, rimane solo il M5S.

Il primo metodo adottato dal marchio M5S per eliminare la concorrenza consiste dunque nel proporsi come unica vera via: tutte le altre alternative sono dimenticate o bollate come «poco serie».

Il secondo modo è espandersi invadendo “nicchie” simili nel panorama dei marchi: per tutelarsi dalla “contraffazione”, Grillo ha registrato anche simboli simili a quello del M5S che potrebbero essere adottati da “cloni” che si dicano forza alternativa, come ad esempio “Pirati a 5 stelle” (vedi). Come se la Nike detenesse diritti non solo per lo “swoosh” ma anche per i simboli simili apposti sulla merce contraffatta (in realtà ciò non avviene, perché per la multinazionale la diffusione del logo è un vantaggio a prescindere dal profitto diretto derivante dalla vendita dei singoli prodotti: bisogna ricordare che l’opera di costruzione del marchio è qualcosa di trascendente, e che se circolano simboli che imitano il logo della Nike, è tutta pubblicità gratuita per il “logo madre” che ne trarrà il vantaggio; ciò non accade per il M5S perché, diversamente dalla Nike, il suo spirito include l’idea di unicità, sopra menzionata, che sarebbe compromessa da una sfilza di loghi di imitazione).

A questo punto, è chiaro il motivo per cui il dissenso provoca reazioni come quella del comunicato di dieci giorni fa: Beppe Grillo è un marchio. In quanto marchio, ambisce invariabilmente all’egemonia e al monopolio non solo commerciale ma anche culturale.

Qualcuno, come Favia, che si proponga come innovatore dall’interno del movimento priva Grillo del suo ruolo: l’innovatore è lui e non deve esserlo nessun altro. In quest’ottica, la cacciata di Favia è dettata più da motivi di natura aziendale che da problemi politici: quello di Favia è un dissenso che si manifesta prima di tutto come rottura dell’incanto maturato attraverso il branding intorno al marchio di Grillo. Infatti l’espulsione, prima che politica è legale: a Favia viene fatto divieto di utilizzare il logo a cinque stelle o di riferirsi al M5S o alla figura di Grillo (vedi). Il problema quindi non è nelle azioni politiche di Favia, il disaccordo non è sui programmi, il vero problema è che la figura di Grillo deve rimanere immacolata, intaccata, unica nell’impersonare l’idea.

Come la Nike che, quando la figura di Michael Jordan diventò troppo ingombrante e si configurò come marchio in competizione con gli altri, compreso quello della Nike stessa, decise di mollarlo, allo stesso modo Grillo, nel momento in cui emerge qualche “marchio” come Favia che rischia di scalfire parte della sua fetta di “mercato delle idee” (ma non solo idee…) imperniata sul concetto del “nuovo”, fa di tutto per eliminare la concorrenza, lo boicotta, lo ostacola, lo ripugna, lo espelle, anche se è diretta emanazione del suo marchio. Anzi, proprio perché è diretta emanazione, e dunque condivide il retroterra culturale e gli elementi particolari del carattere aziendale, appena si fa strada un barlume di indipendenza e autonomia questo mette in pericolo l’egemonia del marchio.

Del resto, se è vero che Grillo è un marchio, e che il marchio è espressione della globalizzazione neoliberista e strumento delle multinazionali, è anche vero, come ha sostenuto Noam Chomsky, che «una multinazionale è più vicina al totalitarismo di qualunque altra istituzione umana».

Un marchio a 5 stelle [2]

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Qui la prima parte e la parte introduttiva.

Il marchio Beppe Grillo. Perché questa divagazione apparentemente fuori luogo (vedi prima parte)? Torniamo al blog di Beppe Grillo. Il primo magazine solo online. Questa frase è sostanzialmente un messaggio pubblicitario, e in quanto pubblicità contiene una certa dose di menzogna: chiunque può verificare che i magazine online, o webzine, esistevano già anni prima della data di apertura del blog (26 gennaio 2005), e se non si è convinti si può chiedere a David Talbot.

Se accanto al titolo, dunque in una posizione ad alta visibilità, è collocato un messaggio del genere, ciò è dovuto alla sua natura e funzione: la promozione pubblicitaria. Beppe Grillo è un brand. Ha un logo (il simbolo del M5S e il meno noto suo volto stilizzato in bianco e nero), un CEO (Gianroberto Casaleggio), una società di marketing (Casaleggio Associati), uno spazio di promozione e di vendita (il blog), un mercato di consumatori “fedeli” (i simpatizzanti). Qual è il valore aggiuntivo che il marchio Beppe Grillo conferisce ai prodotti? Un’analisi del capitalismo etico, cioè del «godere della privazione del nostro denaro a fin di bene», azzarda alcune ipotesi plausibili: il marchio Beppe Grillo si basa su surplus del nuovo, surplus del vero, surplus del popolo (vedi). La dicitura del titolo, per esempio, contiene il surplus del nuovo: il blog è stato «il primo».

Vignetta di Quink

La descrizione del blog di Grillo come fenomeno di strategia pubblicitaria non è una novità: due anni fa l’inchiesta Grillo e il suo spin doctor: la Casaleggio Associati (su Micromega, qui) faceva luce sulla gestione del blog come struttura commerciale appendice del mercato azionario. Tra i contatti aziendali della Casaleggio Associati, figurano personalità di spicco del mondo imprenditoriale italiano e statunitense. Nello spirito dell’azienda, la rete è uno strumento importantissimo di marketing virale che sfrutta la non-orizzontalità della trasmissione dei messaggi: Casaleggio è un teorico e uno dei guru delle nuove frontiere del marketing digitale ed è ben conscio del fatto che «online il 90 per cento dei contenuti è creato dal 10 per cento degli utenti: queste persone sono gli influencer» (alla faccia di ‘“uno vale uno”…). Le strategie usate sono tipiche del guerrilla advertising di scuola americana: teasing (il blog, le inserzioni a pagamento sui quotidiani); guerrilla (meetup, V-day); consolidating (liste civiche col bollino blu, Movimento di liberazione nazionale poi Movimento cinque stelle).

Ovviamente, Beppe Grillo è il maggiore influencer per il pubblico di consumatori del blog: il marchio Beppe Grillo è per la Casaleggio Associati ciò che Michael Jordan fu all’inizio per la Nike, uno strumento di ottimizzazione della diffusione, massimizzazione delle vendite, costruzione della fiducia nel pubblico, creazione di un’identità aziendale trascendente, basata cioè non su questo o quel prodotto, bensì sull’idea che i prodotti veicolano, ovvero l’idea di novità, di democrazia, di orizzontalità, di trasparenza, come l’idea di sport con cui la Nike mira a identificarsi.

A consolidare la natura di brand del M5S, ci pensano gli innumerevoli video, non ultimi quelli prodotti dagli aspiranti candidati per le prossime elezioni, che somigliano molto più a spot pubblicitari che a video di presentazione di un progetto politico. (qui i candidati e qui un esempio di pubblicità del movimento).

Per prima cosa, Beppe Grillo ha formalizzato l’esistenza di un marchio personale, di sua proprietà legale (vedi), registrando il simbolo alla sezione Marchi e brevetti del Ministero dello sviluppo economico. In parte, questa mossa era stata anticipata di anni dall’articolo 3 del “Non statuto” del M5S, che fin dalla sua prima pubblicazione recita: «il nome del MoVimento 5 Stelle viene abbinato a un contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso». Questo conferisce a Grillo il potere di revocare il diritto all’uso del simbolo a chiunque, secondo la sua volontà e discrezione, il che è puntualmente accaduto con i casi Salsi e Favia, che saranno affrontati in seguito.

Un marchio, secondo la normativa, deve essere registrato sotto particolari codici che ne stabiliscano gli usi previsti e dunque consentiti dalle leggi sul diritto d’autore, sui brevetti e sulla concorrenza. Il marchio a cinque stelle è stato registrato con tre codici (vedi) che lo identificano come:

35 – pubblicità; gestione di affari commerciali; amministrazione commerciale; lavori di ufficio; ricerche di mercato.
41 – educazione; formazione , divertimento; attività sportive e culturali.
45 – servizi resi in campo politico, civico e sociale.

Né più né meno della Nike.

[continua…]

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