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La decrescita che non va al nocciolo

Qualche tempo fa, sono andato ad un incontro con Maurizio Pallante, organizzato dal Teatro Rossi Aperto. Per chi non lo conoscesse, Pallante è il fondatore del Movimento per la decrescita felice (Mdf), associazione italiana che si ispira alle teorie di Serge Latouche, l’ormai noto filosofo francese ideologo della decrescita.

L’incontro è stato una buona occasione per attingere informazioni di prima mano sulla decrescita, senza distorsioni giornalistiche e preconcetti, nonché per intavolare una discussione su alcuni suoi punti controversi. Questa possibilità ha tuttavia messo in luce limiti non trascurabili della struttura, sia teorica che pratica, che si è dato in particolare il “ramo italiano” della decrescita, ovvero il movimento di Pallante.

Egli ha inizialmente esposto i principi della “decrescita felice” inquadrandoli nella sua personale visione, è passato poi a descrivere le possibili soluzioni ai problemi di natura sociale ed ambientale che pone l’attuale paradigma economico. Il discorso è diviso quindi in due parti: una di analisi, l’altra di prassi. Riporto di seguito due questioni, una per ciascuna parte.

Il ragionamento alla base della decrescita, riassunto all’osso, è il seguente: il fine ultimo del regime economico in cui viviamo è la crescita, ma questa è impossibile da mantenere illimitatamente a causa della limitatezza del pianeta; di conseguenza, è necessario raggiungere un regime di sostenibilità riducendo il consumo di materia ed energia; questo non deve significare, come erroneamente viene detto pensino i sostenitori della decrescita, una società di deprivazione e miseria, una condizione di recessione permanente, perché la riduzione deve interessare quella produzione e quei consumi che non aumentano il benessere ma che sono tenuti in vita dal sistema economico esclusivamente in quanto permettono la crescita, che si configura così come dannosa. La decrescita consiste nella rinuncia volontaria e ragionata alla crescita, non si tratta di subire proprio malgrado un decremento del PIL («è una dieta, non un deperimento»).

Nell’illustrare le modalità di tale riduzione, Pallante fa riferimento a due concetti distinti: quello di “merce” e quello di “bene”. Nella sua interpretazione, una merce è tutto ciò che può essere comprato o venduto, cioè che può diventare oggetto di scambio monetario; diversamente, un bene è tutto ciò che è in grado di soddisfare un bisogno; non tutti i beni sono merci (per esempio, le relazioni sociali) e non tutte le merci sono beni (per esempio, gli sprechi di cibo). Per una “decrescita felice”, Pallante propone di ridurre il consumo delle merci che non sono beni, cioè di quelli che chiama “sprechi oggettivi”: l’esempio più comunemente citato nei suoi discorsi è quello dell’energia sprecata per riscaldare un’abitazione, che potrebbe essere risparmiata coibentando le pareti in maniera ottimale.

Il motivo per cui riporto questa interpretazione è che secondo me fa acqua da tutte le parti.

Infatti, come ho provato a contestare direttamente a Pallante, la distinzione tra beni e merci è arbitraria (anzi, c’è chi la definisce «una stronzata»): per come definiamo un bene, cioè qualcosa che soddisfa un bisogno, facciamo riferimento a un concetto che non è assoluto, ma plasmato dalla società, dalla cultura, dal momento storico, ovvero il concetto di “bisogno”. Esistono infatti bisogni naturali e bisogni indotti. I primi si limitano all’esigenza di mangiare, bere, intrattenere relazioni sociali, proteggere il proprio corpo. Tutto il resto, tutto, è bisogno indotto dal tipo di società in cui si vive, dall’educazione ricevuta, dalle esperienze passate. Senza specificare il tipo di bisogno cui fare riferimento, è inutile proporre di ridurre la quantità di merci che non sono beni, perché qualunque merce può soddisfare un bisogno. Per esempio, la pubblicità crea bisogni, proprio al fine di aumentare il consumo di merci alimentando così la crescita: posso curarmi di tenere il frigorifero sempre pieno, anche a costo di buttar via gli alimenti in eccesso rispetto alla mia capacità di consumarli, senza concepire questo come uno spreco, perché soddisfa il mio bisogno (indotto) di “non sentirmi un pezzente”.

Cosa si intende allora con “merci che non sono beni”? È la domanda che ho posto a Pallante, il quale ha risposto: «io non voglio definire quali bisogni siano legittimi e quali meno, altrimenti va a finire che mi dicono che sono totalitario, perché porrei un limite arbitrario e del tutto soggettivo alla possibilità altrui di soddisfare i propri bisogni». Dovrebbe essere evidente a tutti che questo rifiuto fa crollare l’idea di base su cui è costruita tutta la visione del Mdf: se propongo di ridurre le merci che non sono beni ma non chiarisco cosa intendo per merci che non sono beni, sostanzialmente non sto dicendo niente di significativo.

Ci sono anche altri punti opinabili nella narrazione di Pallante. Egli parla di “sprechi oggettivi”, ma dimentica che tali sprechi non esistono se non perché conviene a qualche soggetto sociale: si tratta quindi, sempre, di “sprechi soggettivi”. Per esempio, non è corretto dire che l’eccedenza di energia usata per riscaldare una casa non coibentata rispetto a quella usata per riscaldare una casa ben coibentata sia uno “spreco oggettivo”: per chi vende quell’energia, lo spreco è un vantaggio immediato, perché si traduce in guadagno. La stessa cosa vale per il cibo avariato eliminato dal frigorifero sempre pieno, nonché per tutte le merci (a prescindere dal loro essere beni o meno): se sono vendute è perché la loro vendita conviene a qualcuno.

Spreco alimentare. Foto da http://www.greenme.it

Questi nodi si collegano direttamente alla questione successiva, cioè l’insieme di pratiche proposte dalla teoria della decrescita e la visione del mondo che sottendono. L’idea che esistano “sprechi oggettivi” e “beni oggettivi” rivela una tendenza generale insita nell’analisi proposta da Pallante: l’incapacità di riconoscere il conflitto. Uno spreco è tale perché la ragione, neutra e oggettiva, lo riconosce come tale. Non esistono interessi contrapposti e inconciliabili all’interno della società, non esistono soggetti sociali che vivono di crescita e altri che ne alla crescita soccombono: esistono individui che, usando la propria ragione, lasciati liberi di scegliere, opteranno per la via che assicuri a lui e quindi alla collettività il massimo beneficio. Questa concezione individualista della società, in cui il singolo è considerato avulso da condizionamenti, capace di scegliere nel proprio interesse, autonomo e libero come un Robinson Crusoe su un’isola deserta, come vedremo si riflette anche nella proposta pratica.

La seconda domanda che ho posto a Pallante è stata la seguente: «la decrescita si pone anche come risposta al problema ambientale di un mondo in cui si consumano le risorse molto più velocemente di quanto siano rigenerate (si abbattono più alberi di quanti ne ricrescano, si mangiano più pesci di quanti ne nascano, e così via). Questo problema è strettamente correlato alla produzione: se essa ha, come scopo, la crescita, è logicamente impossibile raggiungere uno stato stazionario, in cui si consumino le risorse sempre a ritmi più lenti di quelli richiesti per rigenerarle. Ora, il fine della produzione dipende da chi ne controlla la gestione, cioè, nella nostra economia, i capitalisti. Cosa propone la decrescita per ridefinire i fini della produzione?».

Ancora una volta, la risposta lascia insoddisfatti: gli strumenti della decrescita per cambiare la società consisterebbero in «una vera e propria rivoluzione culturale» grazie a cui sempre più persone rinunciano ai consumi inutili, cosicché la produzione sia costretta ad adattarsi ai nuovi flussi di merci. Tuttavia questa ipotesi non risponde alla domanda e oltretutto è poco plausibile: pensare di poter convincere «la produzione», cioè i capitalisti, a smettere di perseguire la crescita è come pensare di poter convincere una persona a smettere volontariamente di respirare, perché rinunciare alla crescita sarebbe incompatibile con i principi su cui si basa il capitalismo. In realtà, secondo la logica individualista, questo non è un problema: i capitalisti, illustrata loro la bontà della teoria della decrescita per il benessere collettivo, comprenderebbero autonomamente e liberamente la necessità di abbattere il capitalismo e agirebbero di conseguenza. Purtroppo, c’è un problema non da poco, che Pallante si rifiuta di notare: a loro questo non conviene.

C’è un’altra mancanza: nel descrivere i rimedi ad alcuni sprechi e le modalità di riduzione dei consumi inutili, Pallante elenca una serie di cose che «si deve fare», ma non dice mai chi deve farle, non c’è mai un soggetto esplicito. I cittadini? I consumatori? I lavoratori? I popoli? In realtà, date le premesse, dovrebbe essere chiaro qual è il soggetto: l’individuo. L’individuo che, preso atto che il dogma della crescita è dannoso per l’umanità e il pianeta, e presa coscienza che esistono alternative che ciascuno può personalmente adottare, agisce di conseguenza, modificando il proprio stile di vita e non certo quello degli altri, perché come ben dice Pallante rivelandosi di matrice libertaria (anzi libertariana), «quella sarebbe un’imposizione». A questo punto la decrescita si configura come un progetto cui aderire su base volontaria, e mi chiedo in cosa differirebbe la società decrescitista auspicata da quella attuale: i singoli possono già scegliere il proprio stile di vita.

Il nodo centrale è proprio questo: rifiutare di imporre la volontà decrescitista contro gli sprechi in maniera conflittuale significa avallare la legittimazione culturale degli sprechi. Bisogna riconoscere che non esistono sprechi oggettivamente inutili, né c’è razionalità che regga: se non si influisce sui rapporti sociali, ogni progetto di ribaltamento è sterile.
Sull’isola di Pasqua era evidente a tutti che il legname stesse per finire, ma si continuò a sfruttare quella risorsa in modo non sostenibile perché ciò consentiva alla casta al potere di mantenere l’autorità. Allo stesso modo, è inutile cercare di convincere il sistema a cambiare in virtù di nobili fini ragionevoli: il sistema non può essere convinto, deve essere forzato.

Come ultima cosa, mi preme precisare che la parola “decrescita” è stata qui usata tutte le volte per riferirsi alla “decrescita felice” del movimento di Pallante, quindi alla componente italiana, non all’originaria teoria della decrescita: il pensiero di Pallante si discosta da quello di Latouche su punti che non possono essere considerati secondari, e che rendono il secondo un pensatore tendenzialmente di sinistra e la visione del primo tendenzialmente di destra. Mi spiace, ma “purtroppo” non riesco ad abbandonare queste “vecchie” categorie. Latouche affronta molte delle questioni cui Pallante non ha risposto o ha risposto in maniera insoddisfacente: egli parla esplicitamente di necessità di «superare la proprietà privata dei mezzi di produzione» e di «ridefinire il fine della produzione attraverso le relazioni sociali» e reputa legittimo che la collettività stabilisca dei limiti ai bisogni degli individui.
Un punto di contatto è costituito comunque dall’utilizzo di concetti marxisti in maniera da non renderlo evidente, anzi pretendendo di rifiutarne la legittimità: Pallante si spinge addirittura alla citazione quasi letterale di un passaggio del Capitale di Karl Marx attribuendolo al sociologo statunitense Richard Sennett.

Agli inizi del movimento, prima di optare per il nome di “decrescita”, assemblee di sostenitori discussero la scelta della denominazione da adottare. Tra le opzioni c’era il termine “ecosocialismo”, che fu scartato. Le parole pesano: se fosse stato scelto, probabilmente si sarebbero evitate certe simpatie.

Un marchio a 5 stelle [2]

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Qui la prima parte e la parte introduttiva.

Il marchio Beppe Grillo. Perché questa divagazione apparentemente fuori luogo (vedi prima parte)? Torniamo al blog di Beppe Grillo. Il primo magazine solo online. Questa frase è sostanzialmente un messaggio pubblicitario, e in quanto pubblicità contiene una certa dose di menzogna: chiunque può verificare che i magazine online, o webzine, esistevano già anni prima della data di apertura del blog (26 gennaio 2005), e se non si è convinti si può chiedere a David Talbot.

Se accanto al titolo, dunque in una posizione ad alta visibilità, è collocato un messaggio del genere, ciò è dovuto alla sua natura e funzione: la promozione pubblicitaria. Beppe Grillo è un brand. Ha un logo (il simbolo del M5S e il meno noto suo volto stilizzato in bianco e nero), un CEO (Gianroberto Casaleggio), una società di marketing (Casaleggio Associati), uno spazio di promozione e di vendita (il blog), un mercato di consumatori “fedeli” (i simpatizzanti). Qual è il valore aggiuntivo che il marchio Beppe Grillo conferisce ai prodotti? Un’analisi del capitalismo etico, cioè del «godere della privazione del nostro denaro a fin di bene», azzarda alcune ipotesi plausibili: il marchio Beppe Grillo si basa su surplus del nuovo, surplus del vero, surplus del popolo (vedi). La dicitura del titolo, per esempio, contiene il surplus del nuovo: il blog è stato «il primo».

Vignetta di Quink

La descrizione del blog di Grillo come fenomeno di strategia pubblicitaria non è una novità: due anni fa l’inchiesta Grillo e il suo spin doctor: la Casaleggio Associati (su Micromega, qui) faceva luce sulla gestione del blog come struttura commerciale appendice del mercato azionario. Tra i contatti aziendali della Casaleggio Associati, figurano personalità di spicco del mondo imprenditoriale italiano e statunitense. Nello spirito dell’azienda, la rete è uno strumento importantissimo di marketing virale che sfrutta la non-orizzontalità della trasmissione dei messaggi: Casaleggio è un teorico e uno dei guru delle nuove frontiere del marketing digitale ed è ben conscio del fatto che «online il 90 per cento dei contenuti è creato dal 10 per cento degli utenti: queste persone sono gli influencer» (alla faccia di ‘“uno vale uno”…). Le strategie usate sono tipiche del guerrilla advertising di scuola americana: teasing (il blog, le inserzioni a pagamento sui quotidiani); guerrilla (meetup, V-day); consolidating (liste civiche col bollino blu, Movimento di liberazione nazionale poi Movimento cinque stelle).

Ovviamente, Beppe Grillo è il maggiore influencer per il pubblico di consumatori del blog: il marchio Beppe Grillo è per la Casaleggio Associati ciò che Michael Jordan fu all’inizio per la Nike, uno strumento di ottimizzazione della diffusione, massimizzazione delle vendite, costruzione della fiducia nel pubblico, creazione di un’identità aziendale trascendente, basata cioè non su questo o quel prodotto, bensì sull’idea che i prodotti veicolano, ovvero l’idea di novità, di democrazia, di orizzontalità, di trasparenza, come l’idea di sport con cui la Nike mira a identificarsi.

A consolidare la natura di brand del M5S, ci pensano gli innumerevoli video, non ultimi quelli prodotti dagli aspiranti candidati per le prossime elezioni, che somigliano molto più a spot pubblicitari che a video di presentazione di un progetto politico. (qui i candidati e qui un esempio di pubblicità del movimento).

Per prima cosa, Beppe Grillo ha formalizzato l’esistenza di un marchio personale, di sua proprietà legale (vedi), registrando il simbolo alla sezione Marchi e brevetti del Ministero dello sviluppo economico. In parte, questa mossa era stata anticipata di anni dall’articolo 3 del “Non statuto” del M5S, che fin dalla sua prima pubblicazione recita: «il nome del MoVimento 5 Stelle viene abbinato a un contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso». Questo conferisce a Grillo il potere di revocare il diritto all’uso del simbolo a chiunque, secondo la sua volontà e discrezione, il che è puntualmente accaduto con i casi Salsi e Favia, che saranno affrontati in seguito.

Un marchio, secondo la normativa, deve essere registrato sotto particolari codici che ne stabiliscano gli usi previsti e dunque consentiti dalle leggi sul diritto d’autore, sui brevetti e sulla concorrenza. Il marchio a cinque stelle è stato registrato con tre codici (vedi) che lo identificano come:

35 – pubblicità; gestione di affari commerciali; amministrazione commerciale; lavori di ufficio; ricerche di mercato.
41 – educazione; formazione , divertimento; attività sportive e culturali.
45 – servizi resi in campo politico, civico e sociale.

Né più né meno della Nike.

[continua…]

Super size me

Super size me è il titolo di un famoso documentario del 2004 che prende le mosse dalla denuncia sporta, due anni prima, a McDonald’s da parte di due ragazze che accusavano la multinazionale di averle fatte ingrassare propinando loro una dieta eccessivamente ricca di grassi fino a renderle gravemente obese.

Il processo fu archiviato in quanto le ragazze furono «incapaci di provare che la responsabilità fosse da attribuire al consumo dei cibi venduti dall’azienda» e da ciò trasse ispirazione Morgan Spurlock per girare il documentario: egli infatti si propose si mangiare e bere per un mese esclusivamente nei fast food McDonald’s per valutare l’effetto di quella dieta sulla salute.

L’esperimento diede risultati devastanti e sorprendenti anche per i medici che lo seguirono dall’inizio alla fine: Morgan aveva il fegato gravemente danneggiato, avvertiva affaticamento e oppressione al petto, accusava depressione e parziale impotenza, il suo peso era aumentato di un decimo in quattro settimane, le analisi del suo sangue mostravano livelli di glucosio, lipidi, colesterolo preoccupantemente fuori dai parametri di sicurezza. Insomma, se avesse continuato, sarebbe stato in serio pericolo di vita.

Aldilà degli effetti di McDonald’s sulla salute dei consumatori, il documentario tocca un punto particolarmente importante che intendo affrontare: la pubblicità.
La questione della pubblicità permea lo spirito del documentario, secondo me è fondamentale, tanto da costituirne il vero messaggio, anche se potrebbe non sembrare così: non a caso, la scena di apertura mostra una schiera di bambini che intonano una filastrocca sui fast food.

È indubbio che il mercato dei fast food faccia molto affidamento sulla capacità di persuasione dei bambini nei confronti dei propri genitori, e che la cultura sottesa a tale mercato intenda, al fine di indirizzare questa capacità, manipolare le giovani menti. Noam Chomsky, in un’intervista sulla comunicazione pubblicitaria, sostiene che le aziende abbiano individuato nei bambini una categoria verso cui estendere il mercato, con l’unico problema che mancano di reddito; il problema è superabile «spingendo i bambini a fare i capricci», facendo pressione sui genitori, attraverso la naturale inclinazione di un genitore a soddisfare le esigenze della prole.

Un bambino è letteralmente bombardato da circa 10 000 spot pubblicitari all’anno finanziati dall’industria alimentare: si tratta solo di una parte di una vera e propria forma di indottrinamento, che passa per meccanismi di imprinting nella prima infanzia, commistione di giocattoli e cibi, fusione di pubblicità e cartoni animati, diffusione del marchio attraverso la creazione di una mitologia aziendale mirata a mistificarlo, a caricarlo di significati, a infondere fiducia oltre ogni ragionevole limite.

Un portavoce della GMA, lobby dell’industria alimentare statunitense, nel documentario sostiene che è ridicolo accusare le aziende, perché esiste la responsabilità personale del consumatore che, qualora fosse convinto della nocività di un alimento o di un’intera dieta, potrebbe liberamente decidere di non farne uso. «Noi non siamo la polizia né organi di controllo».

La risposta ha senso, ma si deve tener conto di due cose: innanzitutto, della famosa scena di Arancia meccanica in cui Alex viene sottoposto a una terapia in cui farmaci che provocano malessere nel paziente gli venivano somministrati durante la visione di scene violente, per impedirgli di compiere atti violenti in futuro. Ovvero: andare da McDonald’s è una pura scelta individuale o può essere considerato il risultato di una “terapia”?

Questo porta direttamente alla seconda considerazione. Quando si parla di libertà individuale, si chiamano in causa i filosofi liberali, paladini della tolleranza, rispetto della libertà altrui: Marcuse nota come secondo John Stuart Mill questo fosse un principio applicabile «soltanto agli esseri umani nella maturità delle proprie facoltà», indirettamente rendendo accettabile l’indottrinamento. Ovvero: dopo aver condotto una incessante e capillare opera di indottrinamento, parlare di responsabilità individuale è un modo fin troppo semplicistico per lavarsene le mani e dormire sonni tranquilli.

La maggioranza delle persone saprebbe recitare a memoria vari spot pubblicitari ma non l’inizio della Costituzione del proprio paese o della Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Si potrebbe obiettare che ciò non significa nulla, che queste persone potrebbero benissimo conoscere i valori contenuti in quei documenti e avere un’opinione personale in merito, senza necessariamente saperne recitare la fonte.

Eppure, ciascuno è ciò che è in virtù di ciò che è stato, la memoria è il legame di ciascuno con il proprio passato, con ciò che ha plasmato una persona: se esiste un’influenza così forte su ciò che ricordiamo, possiamo affermare con certezza che ciò non abbia ricadute anche pesanti sulle nostre scelte?

Queste tecniche di marketing colpiscono soprattutto i più giovani, che spesso finiscono col diventare inconsapevolmente delle pubblicità umane in 3D, come nella scena iniziale di Super size me o in quella che mostra bambini che, di fronte all’immagine di Ronald McDonald e alla domanda «chi è?» non si limitano a rispondere con il nome, ma citando frasi tratte dagli spot o dal cartone animato e atteggiandosi proprio come i personaggi delle pubblicità, nella gestualità e nel linguaggio.

Colpiscono, comunque, anche gli adulti. Accecati dal marchio, quando comprano qualcosa da McDonald’s non comprano un prodotto, ma un simbolo. Si è talmente persuasi dalla mitologia aziendale costruita intorno ad esso, talmente acriticamente fiduciosi, talmente convinti della corrispondenza tra diffusione e qualità, che si è messi in soggezione dall’immensa aura di sacralità che avvolge la multinazionale. Tanto che anche i medici che hanno seguito Morgan nel suo esperimento, di fronte ai risultati, dati alla mano, stentavano a crederci: balbettavano «ma… McDonald’s…». Come a voler dire: concludere la frase con «fa male alla salute» suona strano rispetto a come siamo abituati, stona rispetto al programma martellante che ci hanno “installato”, propinandocelo giorno dopo giorno.

La morale di questa storia è che bisogna non credere. Il profondo significato politico di Super size me è: «non fare quello che ti dicono di fare». Forse nessuno conduce una dieta identica a quella assunta da Morgan, ma a sentire la pubblicità, è ciò che si dovrebbe fare. In realtà, se iniziassimo a credere a tutte le pubblicità e a seguirne tutti i consigli, non dureremmo a lungo: solo applicando questo principio a un ambito ristretto, cioè la propaganda di McDonald’s, per un periodo ristretto, cioè un mese, qualcuno si è ridotto male. Pensate a cosa accadrebbe se ciascuno facesse la stessa cosa con i “consigli” non solo di McDonald’s ma anche di tutti gli altri.

Infine, inserendo questi contenuti in una visione più ampia, c’è un’ultima considerazione da fare. I prodotti venduti da McDonald’s fanno male e questo è appurato. Tuttavia, non si deve confondere il mezzo con il fine: l’azienda non è intrinsecamente “cattiva”, il suo fine non è far stare male i suoi clienti né gode per i loro problemi di salute. Il fine dell’azienda è il profitto, tutto il resto è un mezzo per massimizzare il profitto: la pubblicità, il pesante condizionamento sociale, il cibo di scarsa qualità, la pressione sugli organi legislativi, la corruzione di giornalisti ed esperti dell’alimentazione sono solo incidenti di percorso.

Così come sono, più in generale, incidenti di percorso il disboscamento e la desertificazione, la riduzione della biodiversità, l’inquinamento dell’aria e delle acque, l’erosione incontrollata dei suoli, lo sfruttamento dei beni comuni, delle risorse ambientali e umane. Tutto questo è un mezzo, una vittima sacrificale da immolare sull’altare del profitto. Insomma, quale sia il vero problema dovrebbe essersi già capito.

Come dice Adam Naaman, uno dei due chirurghi intervistati nel documentario, «credo sia nella natura umana adottare una soluzione radicale per risolvere un problema radicale». In questo caso, penso sia chiaro che la soluzione fa rima con “soluzione”.

«There is no alternative»

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Verranno al contrattacco
con elmi ed armi nuove

(CCCP, Curami)

Riporto di seguito uno stralcio dell’introduzione di un libro di Graeber, di cui ho già avuto occasione di parlare.

“I nostri nemici sembrano riconoscere il potenziale di questi movimenti , la minaccia che pongono agli equilibri di potere globale, in modo molto più consapevole di quanto non facciano gli attivisti dei movimenti stessi.

E se la ragione della depressione di coloro che vorrebbero vedere un mondo organizzato secondo un principio diverso dal capitalismo fosse che i capitalisti e i politici sono letteralmente ossessionati dall’idea di farci sentire depressi? Il capitalismo neoliberista è ossessionato in primo luogo dal dover garantire che «non c’è nessuna alternativa», come Margaret Thatcher dichiarava negli anni ottanta. In altre parole, è stato ampiamente abbandonato ogni sforzo di argomentare che l’attuale sistema economico sia in effetti un ordine valido, giusto o ragionevole, che si dimostrerà capace di creare un mondo in cui la maggior parte degli esseri umani vivrà in prosperità, sicura, libera di spendere ogni significativa porzione della propria vita alla ricerca delle cose ritenute veramente importanti.

È molto interessante notare come, alla fine della Guerra Fredda, il linguaggio usato per descrivere l’Unione Sovietica sia rapidamente mutato. Ovviamente, nessuna persona sana di mente vorrebbe una restaurazione di un sistema del genere. Allo stesso tempo, tuttavia, la retorica è cambiata quasi nel giro di ventiquattr’ore: dall’affermare che «un controllo sull’economia dall’alto verso il basso senza le libere forze di mercato non avrebbe potuto competere in modo efficace sul piano economico e militare con le potenze capitaliste più avanzate», si è passati al decretare con sicurezza assoluta e sprezzante che «il comunismo semplicemente non funziona», ovvero che un simile sistema non sarebbe mai potuto esistere. È una conclusione degna di nota, considerato che l’Unione Sovietica era in effetti esistita per oltre settant’anni e che nel giro di qualche decennio la Russia, dalla tremenda stagnazione in cui si trovava, era divenuta una delle maggiori potenze a livello tecnologico e militare.”

David Graeber, La rivoluzione che viene

Caro Latouche, questo si chiama comunismo!

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* Lo ammetto, il titolo è essenzialmente provocatorio, ma non ho saputo resistere alla bellezza della simmetria rispetto al precedente.

Nell’articolo precedente ho parlato di come, dotatosi del nobile fine di “decolonizzare l’immaginario” attraverso un’opera di demistificazione del concetto di sviluppo, il professore e scrittore Serge Latouche rischia di mistificare ideologicamente il concetto di capitalismo. La pars destruens del suo discorso mira a rivelare l’assurdità e l’insostenibilità teorica e pratica di un’economia basata sullo sfruttamento illimitato delle risorse umane e ambientali e sull’aumento de facto delle disuguaglianze sociali.

Cosa dire della pars construens? È da precisare che in Come sopravvivere allo sviluppo non viene proposta in modo organico l’alternativa decrescitista, ma è solo tratteggiata nei suoi punti salienti, nell’ultimo capitolo, intitolato “Uscire dallo sviluppo”.

Ecco cosa scrive Latouche:

«La decrescita deve chiaramente comportare una Aufhebung (“rinuncia, abolizione, superamento”) della proprietà privata dei mezzi di produzione e dell’accumulazione illimitata di capitale»

«La decrescita presuppone un’organizzazione in cui viene messo in discussione il ruolo centrale del lavoro nella vita umana, in cui le relazioni sociali prevalgono sulla produzione e il consumo di prodotti […] Una riduzione draconiana del tempo di lavoro imposto, per assicurare a tutti un lavoro soddisfacente e permettere un riequilibrio dei tempi di vita»

«Rivalutare significa rivedere i valori nei quali crediamo e sui quali organizziamo la nostra vita, cambiando quelli che vanno cambiati. Ristrutturare significa adattare l’apparato di produzione e i rapporti sociali in base al cambiamento dei valori. Ridistribuire riguarda la ripartizione delle ricchezze»

Ricapitolando: con l’espressione “società della decrescita” Latouche si riferisce a un’organizzazione sociale in cui la ricchezza è ridistribuita, il modo di produzione è subordinato ai bisogni dell’uomo, l’accumulazione di capitale e la proprietà privata sono superate, è ridefinito il ruolo del lavoro nella vita umana.

Personalmente, ho l’impressione che Latouche descriva con queste parole ciò che molti intendono quando parlano di comunismo. Questa impressione mi è rafforzata anche dal linguaggio utilizzato: il vocabolario cui attinge è chiaramente di questa matrice, a cominciare dall’idea che il lavoro sia «imposto». Negli apprezzamenti per il movimento altermondialista e alcune delle sue molteplici componenti, Latouche parla di «resistenza», «dissidenza», «riappropriazione», «relazioni sociali», «demistificazione», «beni comuni», «ridistribuzione», temi tutti cari alla retorica comunista (non necessariamente marxista, e lo dico per mettere le mani avanti su possibili contestazioni sull’utilizzo del termine). Parla anche di «convivialità», intesa come condivisione di beni materiali e immateriali, riferendosi dunque al concetto di «socialità», anch’esso tipico del linguaggio filocomunista.

Ciò che Latouche definisce «decrescita conviviale» si rivela essere, in fin dei conti, una forma di società comunista. La differenza significativa rispetto al comunismo (stavolta marxista) e che non esiste per la teoria di Latouche un Manifesto del partito decrescitista che definisca le procedure materiali volte al raggiungimento di tale struttura sociale: «realizzare la società locale [uno dei metodi per uscire dallo sviluppo, n.d.r.] significa colonizzare progressivamente il mercato capitalistico e lo Stato». Come? Non se ne parla. Sembra quasi che neanche lui ci creda veramente, che in fondo pure la decrescita è utopia e di conseguenza è inutile perdita di tempo delineare come si passa da una società capitalistica ad un decrescitista.

La conclusione che ne traggo è che, esattamente come non si arrischia a parlare esplicitamente di capitalismo, mistificandolo in vari modi, Latouche teme pure confronti con il comunismo, nonostante le innegabili somiglianze e riferimenti: lo esorcizza e ne prende le distanze, ignorandone il contributo teorico. In tutto il libro la parola «comunismo» appare una sola volta, accostata all’esperienza dell’URSS, per essere condannata insieme al capitalismo.

Caro Latouche, questo si chiama capitalismo!

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Si può scrivere un libro che parla sostanzialmente di economia, con contenuti fortemente critici nei confronti del capitalismo, senza mai scrivere la parola «capitalismo»?

Ne avevo il sentore, ma ora che ho letto Come sopravvivere allo sviluppo di Serge Latouche (2005, Bollati Boringhieri) posso confermarlo: è possibile e tale libro ne è un esempio. Il sottotitolo recita: Dalla decolonizzazione dell’immaginario economico alla costruzione di una società alternativa. L’opera si pone quindi tradizionalmente il duplice obiettivo di decostruzione dell’esistente e di costruzione dell’alternativa: la pars destruens deve cominciare da ciò che Latouche definisce una «sovversione cognitiva» (la radicale messa in discussione del concetto di sviluppo), «premessa e condizione di qualsiasi cambiamento politico, sociale, culturale».

La critica del concetto di sviluppo, come è noto per chi sa che Latouche è considerato il più influente sostenitore della teoria della decrescita, si basa sulla limitatzza delle risorse in un mondo finito e la conseguente impossibilità di crescita come dogma su cui imperniare un modello duraturo di società.

L’autore si spinge oltre la critica del semplice sviluppo, e mette in luce la fallacia e l’assurdità dei cosiddetti «sviluppi particolari»: sviluppo sostenibile, sviluppo umano, sviluppo sociale, sviluppo locale e così via, tutti in realtà riconducibili, in un modo o nell’altro, a criteri di natura economica e culturale esclusivi del mondo occidentale e industrializzato e dunque non universali, né di conseguenza esportabili senza distruggere ciò che non si adatta ai parametri occidentali.

Si parla della menzogna neoliberista del trickle down effect, che è il nuovo nome dato alla teoria della mano invisibile, secondo cui favorendo gli interessi dei ricchi si favoriscono gli interessi di tutti, la quale idea è sistematicamente smentita dai fatti. Se nel 1960 il 20% più ricco del mondo era 30 volte più ricco del 20% più povero, il divario è aumentato a un rapporto 60:1 nel 1990, crescendo ancora a 1:74 nel 1997, in piena realizzazione delle politiche neoliberiste del Fondo Monetario Internazionale. Oggi le tre persone più ricche del mondo guadagnano ogni anno più dei 48 paesi più poveri messi insieme, e allo sviluppo dei paesi poveri si ha rinunciato, preferendo piuttosto degli aggiustamenti strutturali ovvero «piani di austerità imposti dal FMI per ristabilire la solvibilità dei paesi indebitati proprio a causa di progetti di sviluppo illusori».

L’idea di Latouche è in linea con l’opinione di un suo collega e amico, Gilbert Rist, che paragona il concetto di sviluppo a una stella morta, «che si è già spenta ma di cui continuiamo a vedere la luce»: perché il sogno dello sviluppo è stato smentito dalla realtà, in cui la mano invisibile non esiste e il trickle down effect è solo un pretesto del FMI e del cosiddetto Nord del mondo per imporre politiche di austerità al cosiddetto Sud del mondo. Non solo lo svilluppo è fallito, ma anche lo sviluppo sostenibile è una menzogna (per motivi di cui ho già parlato, ma prima di aver letto Latouche), anzi l’espressione stessa è un ossimoro, in quanto lo sviluppo implica la crescita illimitata, laddove la sostenibilità implica l’adeguamento dei tempi di produzione alle capacità di carico degli ecosistemi e dunque una crescita nulla.

Del resto, fa notare Latouche, bisogna diffidare delle opinioni in materia economica che trovano approvazione unanime, perché probabilmente sono «parole plastiche» che ciascuno riempie con i contenuti che più gli sono consoni. Il socialista August Bebel, amico di Marx, si chiedeva quale idiozia avesse potuto dire ogni volta che al Reichstag la borghesia lo applaudiva. È partendo da questa considerazione che l’autore critica anche il movimento altermondialista (o almeno una sua componente), reo di continuare a proporre progetti di sviluppo sostenibile, sociale, umano, ecocompatibile noncurante del fatto che il problema è il concetto stesso di sviluppo, a prescindere dall’aggettivo qualificativo che lo segue: anche gli altermondialisti peccano di «sviluppismo», viene rivelato al lettore (ma va? e io che pensavo che il pensiero unico non fosse, appunto, unico) e ciò fa ovviamente comodo al FMI e alle multinazionali, che firmano appelli e manifesti per lo sviluppo sostenibile, e ai politici occidentali, che creano ministeri con quel nome: i più grandi sostenitori dello sviluppo sostenibile sono i più gandi inquinatori e i loro complici.

In tutto questo, circa un centinaio di pagine, Latouche non scrive mai la parola «capitalismo». Due volte ricorre l’aggettivo «capitalistico» e una sola volta si parla di «capitalisti», mentre le ripetizioni di «capitale» si possono contare sulle dita di una mano, e ciò è comprensibile considerato che il concetto può essere usato in un’accezione piuttosto ampia (capitale naturale, capitale umano) sebbene comunque riconducibile ad una visione capitalistica.

Vediamo però cosa intende dire quando parla di «sviluppo».

«…lo sviluppo economico, lanciato da Harry Truman nel 1949 per permettere agli Stati Uniti di impadronirsi degli ex-imperi coloniali europei a impedire ai nuovi Stati indipendenti di cadere nell’orbita sovietica.»

«…l’esperienza occidentale di decollo dell’economia, così come si è realizzato a partire dalla rivoluzione industriale in Inghilterra negli anni 1750-1800…»

«il contenuto implicito o esplicito dello sviluppo è la crescita economica, l’accumulazione di capitale, concorrenza senza pietà, crescita senza limiti delle diseguaglianze, saccheggio sfrenato della natura»

«lo sviluppo può essere definito come un processo che porta a mercificare i rapporti tra gli uomini e tra gli uomini e la natura. Lo scopo è sfruttare, valorizzare, ricavare profitto»

«è lo sviluppo che domina il pianeta da tre secoli a provocare emarginazione, sovrappopolazione, povertà…»

«…lo sviluppo non può non produrre l’ingiustizia sociale…»

«lo sviluppo ha distrutto il locale concentrando sempre di più i poteri industriali e finanziari»

«…forme di redistribuzione sono la bestia nera degli sviluppisti»

«i sistemi di protezione contro la povertà, in particolare la “solidarietà comunitaria”, vengono considerati come ostacoli, freni, resistenze allo sviluppo…»

«con lo sviluppo, il prezzo che si paga sul piano sociale e umano è enorme. Negli anni settanta erano considerate cose “normali” la dittatura, il partito unico, il regime poliziesco, le detenzioni arbitrarie, la tortura o i desaparecidos, se servivano a realizzare il controllo sociale necessario per l’accumulazione “primitiva”»

«non esiste altro sviluppo che lo sviluppo: è inutile cercarne uno migliore, perché in teoria quello che abbiamo va già bene»

Insomma, con sviluppo ci si riferisce alla crescita economica, allo sfruttamento di risorse umane e naturali, alla mercificazione di cose, persone e relazioni, alla disuguaglianza sociale, al predominio dell’economia sulla politica, alla concentrazione dei capitali e dei poteri, a un sistema sociale nato in Inghilterra alla fine del Settecento e di cui gli Stati Uniti sono portabandiera… ma caro Latouche, questo si chiama capitalismo!

Perché questa opera di meticolosa autocensura? Personalmente ho come l’impressione che Latouche abbia paura di esplicitare il proprio anticapitalismo. Pur di non scrivere la parola, inventa delle perifrasi o dei neologismi, come «sviluppismo», «sistema tecnoeconomico», «egoismo dei possidenti», «ricerca del profitto», «corsa al profitto». Biasima chi usa lo sviluppo sostenibile per mascherare ideologicamente lo sviluppo, ma usa lo sviluppo per mascherare ideologicamente il capitalismo.

Insomma, mi sembra che l’opera demistificatoria di decolonizzazione dell’immaginario auspicata nel sottotitolo sia compiuta solo a metà: da un lato si smonta il dogma della crescita e si mostra la fallacia del concetto di sviluppo, dall’altro lo si fa attraverso un’operazione di mistificazione.

Sulle proposte di decrescita (in verità solo accennate negli ultimi due capitoli) mi riservo di scrivere la prossima volta. Nel frattempo, il dibattito è aperto.

Sviluppo sostenibile: un ossimoro

In questo articolo dal titolo volutamente provocatorio intendo raccogliere alcuni appunti sparsi sul concetto di sviluppo sostenibile, sempre più in voga con la diffusione delle idee ambientaliste, altermondialiste e infine decrescitiste. In breve, secondo le correnti maggioritarie di questo tipo di movimenti e scuole di pensiero, è possibile conciliare lo sviluppo economico con il rispetto dell’ambiente.

Innanzitutto, mi sembra che si faccia molta confusione. Io non sono un esperto di economia, ma noto che affermazioni simili non si curano di distinguere tra sviluppo e progresso: per dirla con Pasolini, che tanti amano citare per le sue considerazioni sui «proletari in divisa» ma in pochi ricordano per quelle sul consumismo, «questo sviluppo è la produzione intensa, disperata, ansiosa, smaniosa di beni superflui mentre il progresso è la produzione di beni necessari». Parlare di “sviluppo sostenibile”, senza specificare che cosa si intende per “sviluppo”, specialmente in un’epoca in cui la classe dirigente giustifica le proprie scelte attraverso un’imposizione violenta del pensiero unico mediata soprattutto dal linguaggio, può essere fuorviante e rischioso, perché in tali condizioni non specificare significa accettare la posizione dominante (in questo post scrivevo che «è più facile che un contenitore vuoto sia riempito da ciò che è abbondante»).

E la posizione dominante ovviamente è quella che predilige l’aspetto economico dello sviluppo e lo identifica con la crescita economica. Crescita dei profitti prima di tutto: diritti, benessere, socialità, insomma qualità della vita sono accessori compresi solo se il loro incremento è possibile senza compromettere la crescita economica.

Iniziamo quindi a mettere i puntini sulle “i” e chiamiamo lo sviluppo sostenibile con più chiarezza: “sviluppo economico sostenibile”.

Ora, il concetto della sostenibilità ambientale risale agli inizi degli anni Settanta, quando il Club di Roma, circolo di scienziati, economisti, attivisti e politici, pubblicò il famoso Rapporto sui limiti dello sviluppo, ovvero uno studio scientifico in cui per la prima volta si riconosceva che, se i tassi di sfruttamento delle risorse, crescita demografica, inquinamento si fossero mantenuti costanti, entro un secolo al massimo si sarebbero verificate (non necessariamente in contemporanea) una serie di crisi dovute alla finitezza delle risorse.

Non serve studiare troppa chimica per sapere cos’è lo stato stazionario: una condizione in cui le grandezze di un sistema si mantengono a valori costanti nonostante la presenza di processi che, considerati singolarmente, provocano variazioni di tali grandezze. Per i profani, l’esempio più semplice è quello di un tubo attraversato da un liquido a velocità costante: il processo di ingresso a un capo del tubo tende ad aumentare il volume del liquido al suo interno, ma in ogni istante il tubo contiene lo stesso volume perché il processo di uscita all’altro capo coinvolge lo stesso volume di liquido che entra. Lo stesso vale per un organismo vivente, che nel corso della propria vita consuma una quantità di risorse pari anche a centinaia di volte il proprio peso.

Ora, è evidente che per evitare crisi come quelle prospettate dal Rapporto sui limiti dello sviluppo occorre raggiungere lo stato stazionario nel consumo delle risorse ambientali, ovvero, per quanto riguarda le rinnovabili, che hanno un tasso di rigenerazione, sfruttarle con una velocità di sfruttamento uguale o minore di tale tasso: tagliare meno alberi di quanti ne ricrescono, pescare meno pesci di quanti ne nascono, e così via.

Ciò implica (e in proposito raccomando Collasso di Jared Diamond) l’adattamento dei ritmi di produzione ai tempi richiesti dalla natura per il rinnovo delle risorse (nel caso delle risorse rinnovabili) oppure la sperimentazione di tecnologie che possano sostituire le risorse non rinnovabili con risorse rinnovabili. Questo significa che, raggiunto l’equilibrio tra ritmi di produzione e tempi naturali, si deve avere “crescita zero”.

Alla luce di queste considerazioni, appare evidente che l’espressione “sviluppo sostenibile” è un non-senso, se non si respinge l’idea che lo sviluppo si misuri in termini di crescita economica: perché si abbia sviluppo economico deve esserci crescita, perché si abbia sostenibilità deve esserci almeno lo stato stazionario ossia crescita zero o decrescita. Le due cose quindi sono inconciliabili.

Sia chiaro che con questo non intendo dire che gli sforzi compiuti da associazioni ambientaliste o istituzioni politiche siano del tutto futili; piuttosto, ci si deve rendere conto che a lungo andare il capitalismo (basato sulla crescita e l’accumulo) e la sostenibilità non possono coesistere in quanto si escludono reciprocamente. Prima o poi arriverà sempre il momento in cui l’accettazione della crescita come principio indiscutibile dovrà fare i conti con la realtà, in cui le risorse sono limitate e quelle rinnovabili si rigenerano in tempi non nulli. L’unico progetto reale di sviluppo sostenibile è quindi quello che passa per la messa in discussione del capitalismo.

Eurotower

Cenere, cenere e polvere e sete troverete. E una torre che tutto scruta.

Le ideologie sono sempre degli altri

(breve manuale di autodifesa nell’era post-ideologica)

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C’è chi dice che l’uguaglianza sociale tra gli uomini «porterebbe la società ad atrofizzarsi», perché il singolo individuo non troverebbe più ragioni per fare del suo meglio al fine di contribuire allo sviluppo culturale, scientifico, economico della società in cui vive, se non gli fosse garantito un tornaconto strettamente personale.
A prescindere dall’adesione o meno al concetto espresso in questa frase, intendo mostrare che essa è di natura ideologica, né più né meno della frase «il capitalismo è intrinsecamente ingiusto», che è ovviamente stata tacciata di essere ideologica e non aderente alla realtà.

Cominciamo con un primo concetto: la parola “ideologia”, nel discorso che segue e ove non diversamente specificato, è usata nella sua accezione comune, quella giornalistica e dei saltimbanchi dei salotti televisivi. Ovvero, è un’interpretazione della realtà che si pone dei punti di riferimento e degli schemi interpretativi e che fa ricadere praticamente ogni fatto sociale, politico, economico, culturale, nella sfera di interpretazione definita da tali schemi. Spesso l’accusa di essere ideologico è usata per screditare l’interlocutore, sottintendendo che l’ideologia è un male da estirpare, per persone dalla mente chiusa, incapaci di accettare qualunque cosa che non si accordi perfettamente con i loro dogmi, i loro miti e le loro idealizzazioni.

Questa retorica contrappone alle ideologie, vecchie e sconfitte, le idee, nuove e portatrici di pensiero critico; allo stesso tempo afferma la necessità di basarsi sui fatti e di adottare un pensiero post-ideologico per il bene dell’umanità, pensiero che è insegnato nelle scuole e nelle università ed è veicolato dai mezzi di comunicazione di massa, direttamente o indirettamente, esplicitamente o implicitamente. Però qualcosa non torna nella pretesa di essere post-ideologici: se l’ideologia è uno strumento di interpretazione dei fatti, cosa significa superare le ideologie? Se significa rinunciare a schemi organici di interpretazione della realtà, cioè osservare i fatti senza la pretesa di interpretarli, allora tale superamento non ha senso.
Prima di tutto perché l’oggettività assoluta non esiste: neanche la scienza, che è quanto di più vicino all’oggettività l’uomo abbia mai prodotto, rinuncia all’interpretazione dei fatti, anzi è essa stessa una loro interpretazione. I fatti, qualunque sia la loro natura, devono essere interpretati e l’interpretazione che se ne dà costituisce quella che comunemente è detta ideologia.
In questo modo cade la distinzione tra idee e ideologie. Cosa sono le idee, astrazioni slegate dalla realtà dei fatti? No: se così fosse, di che utilità potrebbero mai essere? Anche le idee derivano da un’interpretazione, che non è concettualmente diversa da quella che conduce alle cosiddette ideologie.

Ma se il superamento delle ideologie non è possibile, che cosa nasconde la pretesa di essere post-ideologici?
Propugnare il superamento delle ideologie significa di fatto sostenere un’ideologia del pensiero unico, in cui si accettano le idee e si respingono le ideologie: generalmente chi fa questo discorso di contrapposizione tra idee e ideologie tende a considerare idee tutto ciò che fa parte dell’ideologia dominante e ideologia tutto ciò che non ne fa parte. La distinzione tra le due cose è dunque fittizia ed arbitraria. Anzi, con una strizzata d’occhio diciamo pure che è ideologica (marxianamente, questa volta!).

Così, l’affermazione «il capitalismo è intrinsecamente ingiusto», che si basa su un patrimonio filosofico e politico che spazia da Marx a Žižek passando per Marcuse e Debord, è ideologica tanto quanto la convinzione che «l’uguaglianza sociale porterebbe la società ad atrofizzarsi», che descrive ciò che accadrebbe se l’uguaglianza sociale fosse praticata in un sistema capitalistico, che ha le sue leggi economiche difficilmente applicabili ad altri sistemi. Infatti, l’esistenza in passato (ma anche nel presente) di società egualitarie, spesso basate sulla distribuzione equa delle risorse e della produzione, che non sono implose, ma anzi sono prosperate per secoli o millenni, dimostra bene che l’affermazione ha scarsa capacità descrittiva dello stato reale di cose, non appena si esce da un sistema capitalistico.

Ora, che l’economia borghese pretenda velleitariamente di descrivere leggi universali è già stato detto da qualcuno che ne sapeva sicuramente più di me, ed è stato poi confermato da altri e da altri ancora.
Il punto è prenderne coscienza, tutti, e non farci ingabbiare dalla logica del pensiero unico.

Il migliore dei mondi possibili al tempo del pensiero unico

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Riporto in versione integrale una discussione digitale avvenuta tra me e alcuni miei amici (uno in particolare), che spero possa dare spunti di riflessione ai lettori. La continuazione del dibattito è naturalmente benvenuta.

La discussione si articola inizialmente su un video, che in realtà non è indispensabile vedere (e non costa nulla, è breve) per poter comprendere il resto. Basti sapere che si parla di decrescita: un esponente del Movimento 5 Stelle, Giovanni Favia, sostiene la teoria della decrescita, mentre il responsabile di economia del Pd di Ferrara, Luigi Marattin, la boccia come inconsistente.

Giuseppe: Devo ammettere di non essere molto informato sul tema della decrescita. Però nessuno dei due dice cazzate. È vero, come dice Marattin, che il segno + davanti al PIL ci vuole, ma è anche vero, come dice Favia, che se fai un incidente e deve venire ambulanza, carrattrezzi, eccetera, il PIL cresce, ma non è che noi stiamo effettivamente meglio.. Credo il tema sia piuttosto complicato, non a caso ci sta lavorando Stiglitz.

Tancredi: Sono sicuramente meno informato di te sul tema. Comunque sì, sono d’accordo con ciò che dici.

Piero: Perché dovrebbe essere indiscutibilmente vero, ovvio ed evidente che «il segno + davanti al PIL ci vuole»? Io non ci trovo un minimo di questa verità, ovvietà ed evidenza.

Giuseppe: Perché, ad oggi, rimane il miglior indicatore di cui disponiamo per misurare il benessere di un paese. Come dice Marattin nel video, il segno – davanti al PIL vuol dire licenziati, disoccupati e cassintregrati. Se poi vogliamo discutere del sistema malato, che non funziona, di diversi modelli di sviluppo economico, quello è altro conto. Allo stato attuale delle cose dovremmo sempre augurarci di avere il segno + davanti al PIL.

Piero: Sinceramente mi auguro che si riesca a scardinare il sistema malato basato sulla necessità di avere sempre il segno + davanti al PIL. Proprio perché allo stato attuale di cose un PIL negativo significa licenziati, disoccupati, cassintegrati io penso che il mito del PIL sia un’arma dei padroni con cui questi possono ricattare il resto della società, come con lo spread e la morbosa ricerca di approvazione di scelte politiche da parte dei mercati, considerati come un’entità astratta ed impersonale. «Aboliamo l’articolo 18 altrimenti lo spread sale! Tagliamo le borse di studio, ce lo chiedono i mercati! Privatizziamo tutto o il PIL va in rosso!».
La questione, per come la poni («allo stato attuale di cose»), sembra non potersi risolvere in alcuna alternativa al neoliberismo e al capitalismo finanziario, sembra che il fatto che il PIL debba essere sempre positivo sia una legge inconfutabile della natura. Allora io dico che non mi accontento di augurarmi un PIL in crescita allo stato attuale di cose, ma che voglio cambiarlo, lo stato attuale di cose. Non so se mi spiego.
Eppoi esistono anche queste cose: http://www.benessereinternolordo.net/

Scusa per i pensieri espressi confusamente.

Tancredi: Se il segno più non vuol dire necessariamente incremento del benessere, il segno meno vuol dire disoccupazione. Se ciascuno di noi incominciasse a consumare solo i prodotti del proprio orto il PIL diminuirebbe, probabilmente aumenterebbe il nostro benessere (magari si tratta di prodotti biologici, poi diminuisce anche l’inquinamento) ma diminuirebbe quello di chi fino ad ora ha lavorato nel settore agricolo (che si trova senza lavoro).
Se si fanno degli altri interventi e si trovano delle soluzioni a questa contropartita della diminuzione del PIL allora la cosa funziona, altrimenti, come dice Marattin più realisticamente, sarebbe meglio parlare di “conversione dell’economia”/“qualificazione della crescita”.

Piero: Ma (molto riduttivamente e semplicisticamente) il lavoratore del settore agricolo che si trova senza lavoro non può anche lui coltivare come tutti gli altri? Immagina un attimo: tutti coltivano e chi non può coltivare ne riceve un po’ dagli altri, «todo para todos, nada para nosotros».

Jack: Ragazzi non scordiamoci cosa diceva Toni Negri riguardo al fatto che possiamo lasciare alle macchine il lavoro alienante (me lo posso anche essere sognato, ma mi ricordo così).

Giuseppe: Il PIL misura il valore totale (al netto dell’inflazione) dei beni prodotti durante l’anno da un paese. In altre parole, è una misura della produzione industriale. Ora, si può immaginare un mondo in cui si produce di meno, lavorando di più? Se la produzione cala, diminuisce anche il bisogno di forza-lavoro e, quindi, aumenta la disoccupazione. Personalmente, non riesco ad immaginare come si potrebbe avere più occupazione producendo di meno. Data questa premessa, il PIL è e resta un importante indicatore per la situazione economica di un paese e, qualsiasi modello di sviluppo abbiamo in testa non possiamo non preoccuparci dell’andamento del PIL.
Il capitalismo resta ad oggi il miglior sistema economico che si sia riusciti ad attuare. È’ sicuramente pieno di difetti e aspetti “oscuri” ma ciò non toglie che si possa migliorare (ed è a questo che gli economisti lavorano, anche se qualcuno li immagina come degli stregoni malvagi pronti a tutto pur di conquistare il mondo). Anche la finanza rapprenta un miglioramento del capitalismo, contrariamente a quanto si possa pensare. Costituisce un ottimo strumento per la circolazione dei capitali e fornisce a tutti (non solo ai superpotenti) la possibilità di rimediare denaro più velocemente e facilmente per i propri investimenti. Anche la finanza poi è piena di difetti e se ha portato all’attuale crisi, è a causa di giochi di potere e dell’eccessiva innovazione che si è avuta in mancanza di regole e che ha portato alla creazione di strumenti semi-sconosciuti e pericolosi (vedi muti sub-prime, securisation, abs, cdo e via dicendo).
Poi possiamo anche decidere di tornare ognuno a coltivare la propria terra, ma lo sviluppo e il progresso hanno un prezzo e, onestamente, a periodiche epidemia di colera o che altro, preferisco periodiche crisi finanziarie che, in un modo o nell’altro, si superano sempre.

Piero: Mi sembra di capire che facciamo partire i nostri ragionamenti da basi troppo differenti e inconciliabili: io di sinistra, tu di destra.

Se non riesci a immaginare come si possa avere più occupazione producendo di meno posso proporre un’idea: lavorare tutti e meno, la produzione globale del pianeta è di moltissimo superiore ai reali bisogni della popolazione mondiale. Per fare un esempio, c’è cibo a sufficienza per sfamare ben più dei 7 miliardi di persone, eppure quasi 2 miliardi soffrono cronicamente la fame. Lo sai perché? Grazie all’amato capitalismo e alla globalizzazione neoliberista, una manciata di multinazionali sottraggono terreno all’agricoltura di sussistenza sfruttandolo per piantagioni di té, tabacco e caffè, perché sono più produttive, competitive sul mercato globale e quindi «aumentano il PIL». Ma è più importante aumentare il PIL o dare da mangiare a milioni di famiglie espropriate della propria terra?

E poi, gli aspetti “oscuri” del capitalismo e della finanza, la perfettibilità del sistema, l’elogio della finanza buona contro quei cattivoni degli speculatori che ci hanno portato all’attuale crisi. Questa storia che c’è un capitalismo cattivo e uno buono è un meme che si ripete come un mantra ogniqualvolta si metta in discussione la struttura intrinseca del modo di produzione, di accumulazione e di distribuzione attuali. Il capitalismo è intrinsecamente ingiusto, puoi provare a migliorarlo, ma con scarso, anzi scarsissimo successo. Questo era l’obiettivo dei partiti socialisti, riformisti e socialdemocratici di tutto il Novecento e dove ci hanno portato? A miliardi di morti di fame e ad un’isola di pace e prosperità (a dir la verità ultimamente neanche molto sicura) in un oceano di povertà e guerra.

Con questo non propongo assolutamente di tornare ognuno a coltivare la propria terra, come qualche decrescitista e comunitarista dell’ultim’ora, nostalgico dei bei tempi andati del Medio Evo. Se è questo che hai capito dovrei scrivere molto di più fino a farmi venire l’artrite e la tendinite insieme, perché in sostanza e molto in breve, quello che propongo è la rivoluzione (e non perché sono un romantico o un utopista o un idealista o un pericolosissimo marxista rosso, che sono tutti appellativi con cui, se vuoi, puoi anche chiamarmi).

Giuseppe: Sicuramente hai ragione nel dire che partiamo da basi differenti: io cerco di basarmi sui fatti, tu mi sembra più sulle ideologie. Scusa ma non mi prendo nemmeno la briga di rispondere alla tua prima frase. Certi argomenti mi sembrano fatti più di retorica che di logica.

Demonizzare il capitalismo per intero basandosi sui suoi mali mi sembra un po’ ipocrita. La nostra democrazia ha tanti difetti e spesso ci lamentiamo di come non funzioni a dovere, eppure continuiamo a ritenerla il modello migliore e a cui tendere di giorno in giorno. Perchè allora alcuni aspetti negativi del capitalismo, dovrebbero rendere tutto il capitalismo stesso un sistema marcio?
Le ruberie e le devastazioni delle grosse multinazionali nei paesi del terzo mondo rappresentanto sicuramente uno dei mali del capitalismo, ma ciò è dovuto più alla mancanza di regole e, spesso, alla complicità dei governi di quei paesi, più che all’ingiustizia intrinseca del capitalismo. L’Italia e i paesi occidentali sono costellati di multinazionali, eppure non mi sembra che noi facciamo la fame.

Su quali basi affermi che il capitalismo sia “intrinsecamente ingiusto”? Se ci ispiriamo ai principi, quelli del capitalismo mi sembrano anche preferibili: il merito viene premiato, il denaro ripaga i tuoi sforzi, per cui “chi fa di più avrà di più”; mi sembra molto meglio che “chi fa di più avrà quanto gli altri”, indipendentemente dagli sforzi. L’uguaglianza va garantita nei punti di partenza, nelle capacità potenziali, non nel punto di arrivo. So bene che la realtà del capitalismo attuale è ben diversa e spesso succede tutto il contrario di quel che dovrebbe, ma d’altronde non mi pare che nell’URSS (o in altri paesi che hanno sperimentato sistemi di produzione comunista/socialista) tutti fossero felici e contenti, anzi. Mi dirai che non si è mai avuta una vera forma di comunismo nella storia, ti posso rispondere con la stessa argomentazione che non si è mai avuta una forma di capitalismo perfetto, ma possiamo sempre provare ad avvicinarci un po’.

Facciamo la rivoluzione, e poi? In cosa consisterebbe questa rivoluzione? Cosa dovrebbe venire dopo? Il mondo delle favole è bello e attraente, ma la realtà, purtroppo, è tutta altra cosa.

Piero: Ho riletto diverse volte la mia prima frase per cercare che cosa la rendesse poco logica. Ho avuto scarso successo, quindi ignorerò anche io questa sottile arroganza.

Tu dici «io cerco di basarmi sui fatti, tu mi sembra più sulle ideologie»; mi sembra di aver riportato alcuni fatti, come i monopoli della distribuzione alimentare e i tentativi storici fallimentari di indirizzare socialmente il capitalismo. Che questi siano fatti è innegabile, come è innegabile che per argomentare la mia posizione io mi sia basato su di essi. Non capisco quindi perché dici che non mi baso sui fatti ma sull’ideologia. Cosa intendi per ideologia? Per me è uno strumento di interpretazione della realtà, quindi non è da contrapporsi ai fatti. Se hai intenzione di rispondere che è necessario abbandonare l’ideologia per basarsi sui fatti oggettivi, metto le mani avanti dicendo che ritengo che ciò sia impossibile: i fatti, comunque vada, qualunque sia la loro natura, vanno interpretati e la interpretazione che se ne dà costituisce l’ideologia; abbandonare l’ideologia significa abbandonare l’interpretazione dei fatti, il che a mio parere non è una cosa sensata. Ovviamente va da sé che questo discorso vale soltanto se per ideologia io ho inteso ciò che tu intendevi.

Tu dici: «la nostra democrazia ha tanti difetti […] eppure continuiamo a ritenerla il modello migliore e a cui tendere di giorno in giorno. Perchè allora alcuni aspetti negativi del capitalismo, dovrebbero rendere tutto il capitalismo stesso un sistema marcio?»

Personalmente (ma non è vero che tutti, indistintamente, ritengono la democrazia il modello migliore: chiediamolo agli anarchici individualisti, ai fondamentalisti islamici, ai nostalgici fascisti. Come vedi, ci sono delle minoranze non democratiche), io credo che la democrazia sia la migliore forma decisionale e ciò nonostante gli innumerevoli difetti che ha e che, come dici, spesso ci troviamo a lamentare e denunciare. Perché: perché ritengo che i principi fondamentali della democrazia siano giusti.
Contrariamente, ritengo che siano intrinsecamente ingiusti i principi fondamentali del capitalismo: proprietà privata dei mezzi di produzione, privatizzazione dei profitti, socializzazione delle perdite, darwinismo sociale. Quindi non vedo come da parte mia respingere il capitalismo sia ipocrita. Semplicemente non è conciliabile con alcuni principi in cui mi riconosco.

Tu dici: «l’Italia e i paesi occidentali sono costellati di multinazionali, eppure non mi sembra che noi facciamo la fame».
Non facciamo la fame perché le multinazionali prendono le risorse ambientali rinnovabili e non rinnovabili dai “paesi poveri” e le portano nei “paesi ricchi”. L’illusione che il capitalismo possa far star bene interi popoli come quelli occidentali nasce nel momento in cui si considera un sistema di osservazione incompleto. Infatti, piuttosto banalmente, scegliendo come sistema l’occidente l’affermazione è vera: il capitalismo ha portato benessere alla maggior parte delle persone. Ma prendendo il mondo intero, si scopre ancora più banalmente che il capitalismo non porta al benessere della maggioranza, ma al benessere di una minoranza sulle spalle di una maggioranza povera e sfruttata. Non crea Stati di diritto, crea Stati di diritto *e* Stati dittatoriali fantocci degli Stati di diritto, e a lungo andare assoggetta tutti gli Stati, di diritto e non, al mercato e al grande capitale.
Questa è la dura realtà, il mondo delle favole è pensare che il sistema capitalistico faccia stare tutti bene senza produrre sfruttati e crescenti divari sociali ed economici.

Giuseppe: Della tua prima frase criticavo solamente quanto semplicisticamente ti affrettavi ad affermare “io sono di sinistra, tu di destra”, parole che hanno sempre meno significato, di questi tempi, in cui quello di cui abbiamo bisogno sono conoscenze tecniche, non ideologie. Un esempio? Alla domanda “Dovremmo introdurre un salario minimo per legge per certe categorie?”, credo che uno “di sinistra” si affretterebbe a rispondere che sì, assolutamente, si deve garantire un salario minimo. Tuttavia, se questo tizio “di sinistra” avesse studiato anche un po’ di economia, saprebbe che la soluzione non è così facile e che anzi, spesso, un salario minimo può essere controproducente per le aziende ed i lavoratori stessi.

Per me è ideologica la tua contrapposizione a priori al capitalismo (quando ad esempio dici che esso è “intrinsecamente ingiusto”). Ideologia e idee sono due cose completamente diverse. L’ideologia è tutto il contrario delle idee: ne è l’annullazione. Credo che ognuno debba avere un proprio sistema di idee, sviluppandolo e modificandolo continuamente. Racchiudersi tra le strutture di un’ideologia, non mi pare molto diverso dall’aderire pienamente ad una religione ed accettarne tutti i dogmi: al pari delle religioni, le ideologie costituiscono oppio per la mente e il pensare critico.

La proprietà privata dei mezzi di produzione e dei profitti si è rivelata storicamente l’unico modo di stimolare l’ingegno, l’investimento e, quindi, favorire la crescita e lo sviluppo. Senza un’adeguata remunerazione per gli sforzi sostenuti, quanti dedicherebbero la loro vita alla ricerca e allo sviluppo di nuove idee? (sì, ok, esiste gente buona, dal cuore tenero e dal profondo senso civico che lo farebbe per l’amore della ricerca, ma non prendiamoci in giro, siam realisti)
A cosa dovrebbe portarci la rivoluzione di cui parli? Quale nuovo sistema dovrebbe instaurarsi, per renderci tutti felici? I fatti, hanno dimostrato che il capitalismo è il miglior sistema che si sia riusciti a creare finora. Credo non ci sia bisogno di commentare i fallimenti di sperimentazioni attuate in passato. Il comunismo si è rivelato un fallimento sia dal punto di vista pratico, che dal punto di vista tecnico-teorico (soprattutto come sistema di produzione).

Nessuno qui ha mai parlato di un capitalismo perfetto, in grado di renderci tutti felici e spensierati. Il capitalismo va migliorato e questo va fatto anche ispirandosi a principi “di sinistra” (e questo è già successo, non è illusione, vedi nascita del Welfare State e dello Stato sociale). Non è un’illusione pensare che questo sistema si possa migliorare. L’illusione, semmai, nasce nel momento in cui si addossano al capitalismo tutte le colpe di questo mondo e si millanta una rivoluzione che d’un tratto cancellerebbe tutte le ingiustizie e le meschinerie dei più potenti. La realtà è un’altra cosa.

Piero: Sinistra e destra hanno un loro significato, se poi esso è sfigurato dall’uso comune, dalle imposizioni culturali della classe dominante e dal martellamento quotidiano dei mass media, le parole non ne hanno alcuna colpa. Non ritengo assolutamente di doverlo spiegare, visto che studiando queste cose ne saprai più di me, ma ricordo che se cerco una definizione generica del termine “sinistra” trovo (su wikipedia inglese perché è il luogo più spersonalizzato possibile) «In politica, per sinistra si intende generalmente il sostegno al cambiamento sociale al fine di costruire una società con una struttura più egualitaria. Solitamente le politiche di sinistra comportano una preoccupazione per coloro che nella società sono svantaggiati rispetto agli altri e un’assunzione che esistano delle disparità ingiustificate (che la destra vede come naturali o tradizionali) che dovrebbero essere ridotte o abolite».
Quando io scrivo di ritenermi di sinistra e di ritenerti di destra lo faccio basandomi su ciò che leggo nei miei e nei tuoi commenti, non è che lo dico per insultare, prendere in giro o altro: affermo ciò che per me è un’evidenza, ovvero che la tua posizione è di difesa del sistema capitalistico, che vive di disparità, e dunque è di destra. Non è peccato mortale, è solo la tua opinione, io la rispetto ed espongo la mia, precisando, all’inizio di questa, che partiamo da presupposti inconciliabili. Non è retorica, ma logica.

Chiarito questo punto, non sono d’accordo sul fatto che competenze e conoscenze tecniche possano superare il binomio destra-sinistra (a proposito, se ne sta discutendo, piuttosto confusamente, in calce a questo articolo). La competenza dei governanti è necessaria, ma deve essere accompagnata da scelte politiche, anzi non può non esserlo: tutte le scelte spacciate per puramente tecniche nascondono intenti politici (espliciti o impliciti). Per esempio, se la scelta “tecnica” è di privatizzare i servizi, in realtà esegue i dettami di un’ideologia (quella neoliberista). Lo stesso si può dire del Tav o dei tagli allo stato sociale. Tagliare la formazione e lasciare intatti miliardi di spese militari è una scelta politica. Eccetera.

Sul superamento delle ideologie, dico solo che generalmente chi fa questo discorso di contrapposizione tra idee e ideologie tende a considerare idee tutto ciò che fa parte dell’ideologia dominante (neoliberista, capitalistica) e ideologie tutto ciò che non ne fa parte. Quello che sto cercando di dire è che non può non esserci ideologia, perché l’ideologia è un modo di interpretare la realtà dei fatti. Cosa sono le idee, astrazioni slegate dai fatti senza alcuna pretesa di interpretarli?
Propugnare il superamento delle ideologie significa di fatto sostenere un’ideologia del pensiero unico, in cui si accettano “le idee” (ovvero ciò che è conforme al sistema attuale) e si respingono “le ideologie”. A proposito, prendo una frase da questo mio scritto di tempo fa: «Vorrei informare chi crede alla favoletta della mano invisibile che il liberismo è un’ideologia, con le sue mitizzazioni e le sue idealizzazioni, come quella del self-made man, della crescita e delle missioni di pace, e con i suoi martiri, i suoi ideologi, i suoi eroi e le sue vittime».

Tu dici: «Il capitalismo va migliorato e questo va fatto anche ispirandosi a principi “di sinistra” (e questo è già successo, non è illusione, vedi nascita del Welfare State e dello Stato sociale)»; ma lo Stato sociale si è dimostrato incompatibile, a lungo andare, con il capitalismo finanziario. Basta guardare com’è ridotta la Grecia e come sono ridotti quei paesi europei oggi, africani, asiatici e americani anche ieri, che hanno sperimentato l’attuazione del modello neoliberista e delle politiche di austerity, di tagli e privatizzazioni.

Tu dici: «L’illusione, semmai, nasce nel momento in cui si addossano al capitalismo tutte le colpe di questo mondo e si millanta una rivoluzione che d’un tratto cancellerebbe tutte le ingiustizie e le meschinerie dei più potenti».
Avevo previsto, già qualche commento fa, che si sarebbe arrivati a questo punto: tra gli appellativi che avevo proposto (“romantico, utopista, idealista, marxista”) non ne hai usato neanche uno ma il succo è quello.
Tuttavia, nessuno sta millantando una rivoluzione che dovrebbe risolvere tutti i mali, bensì quelli connaturati all’attuale sistema di produzione. Né tanto meno dovrebbe risolverli d’un tratto. Prima mi hai chiesto «facciamo la rivoluzione, e poi? Cosa dovrebbe venire dopo?». Il punto è che la rivoluzione non è l’evento di rottura, è ciò che viene dopo. Non è l’abbattimento del sistema precedente, è la costruzione del sistema successivo. La Rivoluzione Francese è nel 1791, non nel 1789. Non so se mi spiego. Il capitalismo ha dei problemi che sono risolubili cercando di perfezionarlo, come dici, ma ha altri problemi che non sono risolubili che con la negazione di esso stesso.
Detto questo, lasciami abbandonare questa serietà e abbracciare un po’ di umorismo: ma tu non eri un compagno?

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