L’asimmetria dell’immaginazione

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Ho da poco finito di leggere La rivoluzione che viene di David Graeber, un saggio più antropologico che politico sottotitolato “come ripartire dopo la fine del capitalismo”. A mio parere, ad esser sincero, l’autore fallisce nel nobile intento; tuttavia fornisce interessanti spunti e suggestioni, come solo un buon scrittore sa fare. Nei prossimi post ho intenzione di riportare i punti salienti delle riflessioni di Graeber che più mi hanno colpito, a partire dalla teoria dell’immaginazione asimmetrica in condizioni di violenza strutturale.

Graeber considera la violenza come «l’unico modo in cui è possibile per un essere umano ottenere effetti relativamente prevedibili sulle azioni di un altro, senza esserne consapevole». La violenza ha la capacità di semplificare operando sugli altri «senza essere comunicativa», nel senso che il suo utilizzo rende dispensabili (o minimizza) continui e complessi sforzi di interpretazione reciproca da parte degli attori di una certa situazione:

«La maggior parte delle relazioni umane –in particolare quelle continuative, come tra amici o nemici di lunga data– sono estremamente complicate, infinitamente pregne di esperienza e significato. Richiedono uno sforzo di interpretazione continuo e sottile; tutti coloro che sono coinvolti nel processo devono impiegare costantemente energia per immaginare il punto di vista degli altri. Minacciare gli altri con la violenza fisica permette di dare un taglio netto a tutti questi procedimenti. Rende possibili relazioni di tipo molto più schematico, ovvero “supera questa linea e io ti sparo: non mi importa chi sei o cosa vuoi”».

Questo però è possibile solo quando uno dei due attori ha il coltello dalla parte del manico, cioè quando la capacità di usare la violenza è distribuita in modo asimmetrico. Se ciò non accade, gli attori sono alla pari e sono costretti a ricorrere nuovamente alle armi dell’interpretazione reciproca (penso alla “guerra fredda”).

«Se due rivali sono impegnati in una sfida di violenza relativamente paritaria, è un’ottima idea per ciascuno tentare di capire il più possibile dell’altro: un comandante militare cercherà in ogni modo di immedesimarsi nel suo nemico; due duellanti o due pugili cercheranno di anticipare la prossima mossa dell’avversario. Quando una parte ha un vantaggio schiacciante sull’altra per quanto riguarda la capacità di infliggere una ferita fisica, questa situazione non sussiste. Quando una parte gode di una netta superiorità, raramente è obbligata a dover sparare, picchiare o far saltare persone in aria. La minaccia è sufficiente».

Questo secondo Graeber conduce ad una relazione asimmetrica non solo per quanto riguarda la superiorità fisica ma anche nelle capacità di immaginazione e interpretazione degli attori: il risultato è che la violenza diventa latente, ma questo squilibrio è proprio l’arma maggiore di un rivoluzionario. Questo accade perchè l’asimmetria nella capacità di usare la violenza e l’asimmetria nella capacità interpretativa e immaginativa favoriscono parti opposte: la prima gli oppressori, la seconda gli oppressi.

Con le parole di Graeber, «la qualità più peculiare della violenza –la capacità di imporre relazioni sociali molto semplici che implicano uno sforzo di immaginazione ed immedesimazione minimo o nullo– diventa più importante in situazioni potenzialmente violente, ma nelle quali la violenza fisica effettiva è meno probabile. Tutte queste disuguaglianze sistematiche sono avvalorate dall’utilizzo della forza, e quindi possono essere percepite come una forma di violenza in se stesse: ci si riferisce a tutto ciò con l’espressione “violenza strutturale” […] I sistemi di violenza stutturale sembrano produrre invariabilmente strutture estremamente asimmetriche di “identificazione immaginativa”».

Sono forniti degli esempi, a partire da quello della famiglia patriarcale: «un elemento fondamentale delle sit-com americane anni Cinquanta erano le battute sull’impossibilità di capire le donne. Queste battute di solito erano fatte da uomini. Nessuno aveva mai l’impressione, d’altro canto, che le donne facessero uno sforzo particolare per capire gli uomini. Questo perché non avevano scelta, dovevano capirli. […] Le donne cercano costantemente di immaginare come le cose possano apparire dal punto di vista degli uomini. Gli uomini non compiono quasi mai lo stesso sforzo rispetto alle donne. Questa è probabilmente la ragione per cui in molte società con una marcata divisione del lavoro per generi, le donne sanno molte cose di quello che gli uomini fanno ogni giorno, mentre gli uomini non hanno idea di cosa facciano le donne. Dinanzi all’idea di provare ad immaginare la vita quotidiana delle donne e il loro punto di vita generale sul mondo, molti uomini si ritraggono inorriditi: negli Stati Uniti, un esercizio di scrittura creativa nelle scuole superiori consiste nell’assegnare agli studenti il compito di scrivere un saggio immaginando di cambiare genere per un giorno. I risultati sono quasi sempre gli stessi:tutte le ragazze della classe scrivono saggi lunghi e dettagliati che dimostrano che hanno speso molto tempo ragionando su tali questioni; quasi la metà dei ragazzi si rifiuta categoricamente di produrre un saggio del genere. Viene espresso quasi invariabilmente un profondo risentimento all’idea di figurarsi come sarebbe essere donna».

Esistono ancora molteplici esempi paralleli che avvalorano la tesi.

«Quando qualcosa va male nella cucina di un ristorante e il capo vuole farsi un’idea di quanto stia accadendo, è improbabile che presti troppa attenzione ad un gruppo di lavoratori che si accapigliano per fornire la propria versione. Più probabilmente egli dirà a tutti di stare zitti e deciderà in modo arbitrario quello che pensa sia accaduto: “tu sei il nuovo arrivato, tu hai fatto il casino – se lo rifai sei licenziato”. Coloro che non hanno il potere di licenziare in modo arbitrario, invece, faranno lo sforzo di capire cosa sia realmente successo».

Anche Adam Smith nella Teoria dei sentimenti notava un fenomeno simile: mentre coloro che stanno in basso spendono un sacco di tempo ad immaginare le prospettive di coloro che sono in cima e di solito le tengono in considerazione, il contrario non accade quasi mai. I poveri provano a immaginare cosa farebbero se fossero ricchi, i ricchi evitano di pensare cosa farebbero da poveri.

La violenza strutturale crea invariabilmente le stesse strutture asimmetriche dell’immaginazione. Dato che l’immaginazione tende a legarsi all’empatia, le vittime della violenza strutturale tendono ad avere riguardo per quelli che ne sono i beneficiari, o almeno, ad avere molto più riguardo per loro di quanto i beneficiari non lo abbiano per le vittime del sistema.

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Lotta continua contro l'Ancien Régime!

Pubblicato il 10 agosto 2012, in Libri con tag , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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