Archivi Blog

L’abuso di evoluzionismo, il sessismo e il complottismo

Che alcuni, anche tra gli appartenenti alla comunità scientifica, considerino la scienza come uno strumento reazionario di legittimazione delle disuguaglianze sociali e di conservazione delle tradizioni a prescindere dai contesti e dall’etica, già lo si sapeva. In questo blog, l’argomento è stato ampiamente discusso in calce a un articolo intitolato Convergenze ideologiche.

In Biologia come ideologia, R. Lewontin critica fortemente tale utilizzo e lo decostruisce organicamente. Un buon esempio è dato dall’articolo I Pennacchi di San Marco, da lui scritto in collaborazione con S. Gould, in cui mette in discussione l’integralismo di alcuni scienziati che pretendono di applicare la teoria dell’evoluzione impropriamente per spiegare qualunque fenomeno biologico, seguendo il paradigma il fenomeno esiste, quindi è stato favorito dalla selezione naturale. In realtà tanti caratteri che l’evoluzione si porta dietro sono selettivamente “neutri”, o sono il relitto di strutture preesistenti, o sono negativi ma selezionati in combinazione con caratteri positivi.
La teoria dell’evoluzione è un buon modello, spiegano i due, ma non può essere la risposta a tutte le domande: un approccio del genere non solo rischia di portare a conclusioni errate, ma anche mortifica la ricerca scientifica.
Un esempio valga per tutti: quello delle mele. In linea con l’usuale iter definito dal metodo scientifico, lo sperimentatore è inizialmente osservatore. Questi osserva che le mele cadono tutte verso il basso. Se assume che l’evoluzione possa spiegare l’esistenza attuale di ogni fenomeno biologico, egli concluderà che le mele cadono verso il basso perché sono state naturalmente selezionate, in quanto quelle che inizialmente cadevano verso il suolo avevano l’opportunità di rilasciare i semi e dunque germogliare, trasmettendo alla prole il proprio patrimonio genetico; le mele che “cadevano verso l’alto”, diversamente, non erano evolutivamente favorite.

Un simile ragionamento, lo si trova nel testo Dalla natura alla cultura di B. Chiarelli; il secondo tomo è dedicato alle “origini della socialità e della cultura umana” e i seguenti sono alcuni esempi di applicazione forzata dell’evoluzionismo a fenomeni sociali:
«Con la postura eretta […] l’apparato riproduttivo femminile si è venuto a trovare in posizione verticale. In queste condizioni, la ritenzione del liquido seminale dopo l’accoppiamento risulta difficile e dunque, per massimizzare le possibilità di concepimento, deve essersi verificato un insieme complesso di adattamenti» (notare il dunque deve);
«La tendenza all’accoppiamento notturno conduce a incrementare la possibilità di fecondazione, poiché coincide con un periodo di tempo di diverse ore in cui la donna rimane in posizione orizzontale dopo l’accoppiamento»;
«L’accoppiamento durante la notte o comunque in luoghi appartati, tipico della nostra specie, costituisce un doppio vantaggio: minimizzare la vulnerabilità nei confronti dei predatori e massimizzare la ritenzione dello sperma»;
«L’aver relegato l’attività sessuale alle ore notturne e l’averla ridotta e considerata disdicevole in presenza d’altri può aver costituito una caratteristica atta a prevenire che altri maschi fossero tentati di accoppiarsi con le femmine già inserite in un legame di coppia»;
ma Chiarelli dimentica che l’accoppiamento notturno e in luoghi appartati è tipico della nostra cultura (e non ne sono neanche del tutto sicuro). Noi non sappiamo se nelle culture preistoriche la sessualità fosse vissuta con meno inibizione e con abitudini diverse. E anche se le nostre abitudini attuali rispecchiassero quelle dei nostri antenati, niente dimostra che tali abitudini siano ereditabili e geneticamente determinate, e dunque soggette a selezione.

Nella trattazione Interpretazione sociobiologia sull’origine della costante presenza del seno nella femmina umana, che fa compagnia ad altri interessanti titoli che non c’è tempo di analizzare, Interpretazione evolutiva dell’origine del pianto e del sorriso e L’origine del pudore e della vanità, Chiarelli cerca di rispondere alla domanda: «sotto quale pressione selettiva la presenza costante del seno e la sua forma si sono mantenuti ed hanno acquisito la funzione di carattere sessuale secondario, tra i più rilevanti nelle femmine della nostra specie?»
La riposta è che «nella donna non esistono segnali esterni certi che caratterizzano il momento dell’ovulazione; l’acquisizione della postura eretta ha nascosto i genitali e […] il maschio, avendo perso questo importante meccanismo di segnalazione [turgore delle grandi labbra] è stato privato anche della possibilità di sincronizzare l’accoppiamento con l’ovulazione. In qualche modo questa perdita deve essere stata sostituita […] dalla prominenza del seno»
L’argomentazione che segue è articolata ma non regge: si basa infatti sull’assunto che «la dimensione e la forma del seno hanno la funzione di mezzo attraverso il quale i maschi umani stabiliscono subconsciamente il probabile stato riproduttivo della donna», data la corrispondenza tra forma e dimensione del seno e stato riproduttivo (amenorrea, mestruazione, gravidanza, allattamento, menopausa), una corrispondenza però poco chiara e non sostenuta da dati sperimentali (se non in alcuni casi).

Altre criticità riguardano alcune affermazioni di dubbia validità scientifica, come «l’uomo preferisce donne con distribuzione equilibrata delle masse» o «in generale gli uomini concordano che il seno rappresenti il simbolo sessuale per eccellenza». Il problema, infatti, è che per quanto l’attrazione sessuale sia un comportamento istintivo e quindi innato, il comportamento umano è profondamente influenzato da fattori culturali e quindi acquisiti, su cui la selezione naturale non può aver agito.

A queste affermazioni vagamente arbitrarie, si affiancano trattazioni di sapore chiaramente maschilista, come quella che inizia perentoria dicendo «In genere gli uomini manifestano una maggiore aggressività rispetto alle donne» e che contiene da sé l’elemento che la smentisce, poiché continua «Quasi tutte le società e le culture umane favoriscono l’aggressività maschile, per cui uomini e donne crescono aspettandosi che gli uomini siano aggressivi».

Per chiudere con il sorriso, ecco un’ultimo estratto:
«Un aspetto recente nella cura del seno, da parte delle donne di civiltà europea, che merita considerazione per le conseguenze che può avere sulla riproduttività, è rappresentato dall’uso generalizzato del reggiseno. L’indiscriminato uso di questo indumento, introdotto alla fine del Settecento, si deve considerare come la conseguenza di un malcompreso egualitarismo. Infatti le donne dotate di un seno meno interessante hanno coperto questa loro parte del corpo, imponendo quest’uso, attraverso la moda, anche alle donne con seno appetibile, ciò ha condotto a ridurre l’interesse del maschio verso queste ultime, con l’intento di attirare l’attenzione sessuale anche su quelle con seno meno interessante».
Insomma, l’indiscriminata applicazione dei principi dell’evoluzione può condurre a veri e propri complottismi.

P.S.: durante qualche ricerca per la stesura di questo articolo, mi sono imbattuto in alcuni fatti imbarazzanti: Brunetto Chiarelli, l’autore di “Dalla natura alla cultura”, professore di Antropologia all’Università di Firenze, era iscritto alla P2 (tessera 797) e negli anni Ottanta lanciò la proposta dello “scimpanzuomo”, un ibrido uomo-scimmia da utilizzare per i trapianti e per i lavori servili. Cazzo, ho finanziato un massone simil-nazista.

L’asimmetria dell’immaginazione

Post correlati: L’orgasmo della mente, Sull’egemonia culturale, Sull’estetica del conflitto, Sull’estetica del conflitto 2,

Ho da poco finito di leggere La rivoluzione che viene di David Graeber, un saggio più antropologico che politico sottotitolato “come ripartire dopo la fine del capitalismo”. A mio parere, ad esser sincero, l’autore fallisce nel nobile intento; tuttavia fornisce interessanti spunti e suggestioni, come solo un buon scrittore sa fare. Nei prossimi post ho intenzione di riportare i punti salienti delle riflessioni di Graeber che più mi hanno colpito, a partire dalla teoria dell’immaginazione asimmetrica in condizioni di violenza strutturale.

Graeber considera la violenza come «l’unico modo in cui è possibile per un essere umano ottenere effetti relativamente prevedibili sulle azioni di un altro, senza esserne consapevole». La violenza ha la capacità di semplificare operando sugli altri «senza essere comunicativa», nel senso che il suo utilizzo rende dispensabili (o minimizza) continui e complessi sforzi di interpretazione reciproca da parte degli attori di una certa situazione:

«La maggior parte delle relazioni umane –in particolare quelle continuative, come tra amici o nemici di lunga data– sono estremamente complicate, infinitamente pregne di esperienza e significato. Richiedono uno sforzo di interpretazione continuo e sottile; tutti coloro che sono coinvolti nel processo devono impiegare costantemente energia per immaginare il punto di vista degli altri. Minacciare gli altri con la violenza fisica permette di dare un taglio netto a tutti questi procedimenti. Rende possibili relazioni di tipo molto più schematico, ovvero “supera questa linea e io ti sparo: non mi importa chi sei o cosa vuoi”».

Questo però è possibile solo quando uno dei due attori ha il coltello dalla parte del manico, cioè quando la capacità di usare la violenza è distribuita in modo asimmetrico. Se ciò non accade, gli attori sono alla pari e sono costretti a ricorrere nuovamente alle armi dell’interpretazione reciproca (penso alla “guerra fredda”).

«Se due rivali sono impegnati in una sfida di violenza relativamente paritaria, è un’ottima idea per ciascuno tentare di capire il più possibile dell’altro: un comandante militare cercherà in ogni modo di immedesimarsi nel suo nemico; due duellanti o due pugili cercheranno di anticipare la prossima mossa dell’avversario. Quando una parte ha un vantaggio schiacciante sull’altra per quanto riguarda la capacità di infliggere una ferita fisica, questa situazione non sussiste. Quando una parte gode di una netta superiorità, raramente è obbligata a dover sparare, picchiare o far saltare persone in aria. La minaccia è sufficiente».

Questo secondo Graeber conduce ad una relazione asimmetrica non solo per quanto riguarda la superiorità fisica ma anche nelle capacità di immaginazione e interpretazione degli attori: il risultato è che la violenza diventa latente, ma questo squilibrio è proprio l’arma maggiore di un rivoluzionario. Questo accade perchè l’asimmetria nella capacità di usare la violenza e l’asimmetria nella capacità interpretativa e immaginativa favoriscono parti opposte: la prima gli oppressori, la seconda gli oppressi.

Con le parole di Graeber, «la qualità più peculiare della violenza –la capacità di imporre relazioni sociali molto semplici che implicano uno sforzo di immaginazione ed immedesimazione minimo o nullo– diventa più importante in situazioni potenzialmente violente, ma nelle quali la violenza fisica effettiva è meno probabile. Tutte queste disuguaglianze sistematiche sono avvalorate dall’utilizzo della forza, e quindi possono essere percepite come una forma di violenza in se stesse: ci si riferisce a tutto ciò con l’espressione “violenza strutturale” […] I sistemi di violenza stutturale sembrano produrre invariabilmente strutture estremamente asimmetriche di “identificazione immaginativa”».

Sono forniti degli esempi, a partire da quello della famiglia patriarcale: «un elemento fondamentale delle sit-com americane anni Cinquanta erano le battute sull’impossibilità di capire le donne. Queste battute di solito erano fatte da uomini. Nessuno aveva mai l’impressione, d’altro canto, che le donne facessero uno sforzo particolare per capire gli uomini. Questo perché non avevano scelta, dovevano capirli. […] Le donne cercano costantemente di immaginare come le cose possano apparire dal punto di vista degli uomini. Gli uomini non compiono quasi mai lo stesso sforzo rispetto alle donne. Questa è probabilmente la ragione per cui in molte società con una marcata divisione del lavoro per generi, le donne sanno molte cose di quello che gli uomini fanno ogni giorno, mentre gli uomini non hanno idea di cosa facciano le donne. Dinanzi all’idea di provare ad immaginare la vita quotidiana delle donne e il loro punto di vita generale sul mondo, molti uomini si ritraggono inorriditi: negli Stati Uniti, un esercizio di scrittura creativa nelle scuole superiori consiste nell’assegnare agli studenti il compito di scrivere un saggio immaginando di cambiare genere per un giorno. I risultati sono quasi sempre gli stessi:tutte le ragazze della classe scrivono saggi lunghi e dettagliati che dimostrano che hanno speso molto tempo ragionando su tali questioni; quasi la metà dei ragazzi si rifiuta categoricamente di produrre un saggio del genere. Viene espresso quasi invariabilmente un profondo risentimento all’idea di figurarsi come sarebbe essere donna».

Esistono ancora molteplici esempi paralleli che avvalorano la tesi.

«Quando qualcosa va male nella cucina di un ristorante e il capo vuole farsi un’idea di quanto stia accadendo, è improbabile che presti troppa attenzione ad un gruppo di lavoratori che si accapigliano per fornire la propria versione. Più probabilmente egli dirà a tutti di stare zitti e deciderà in modo arbitrario quello che pensa sia accaduto: “tu sei il nuovo arrivato, tu hai fatto il casino – se lo rifai sei licenziato”. Coloro che non hanno il potere di licenziare in modo arbitrario, invece, faranno lo sforzo di capire cosa sia realmente successo».

Anche Adam Smith nella Teoria dei sentimenti notava un fenomeno simile: mentre coloro che stanno in basso spendono un sacco di tempo ad immaginare le prospettive di coloro che sono in cima e di solito le tengono in considerazione, il contrario non accade quasi mai. I poveri provano a immaginare cosa farebbero se fossero ricchi, i ricchi evitano di pensare cosa farebbero da poveri.

La violenza strutturale crea invariabilmente le stesse strutture asimmetriche dell’immaginazione. Dato che l’immaginazione tende a legarsi all’empatia, le vittime della violenza strutturale tendono ad avere riguardo per quelli che ne sono i beneficiari, o almeno, ad avere molto più riguardo per loro di quanto i beneficiari non lo abbiano per le vittime del sistema.

Convergenze ideologiche: il circolo fallace delle sociobiologie

Le coincidenze a volte sanno essere sorprendenti. Nelle ultime due settimane ho esposto su questo blog le mie perplessità su chi ha la pretesa di considerare universali, naturali, indiscutibili presunti sistemi sociali o leggi economiche quando piuttosto la loro giustificazione è ideologica.
Ho cercato di dimostrare, nei dibattiti sviluppatisi in calce agli ultimi due post, che non esiste un’astratta e settecentesca “natura umana”, perché l’uomo vive in ogni epoca e in ogni luogo immerso in un ambiente culturale e imbrigliato in una rete di rapporti sociali.
E cosa mi capita di andare a seguire? Una conferenza, tenuta da Maria Turchetto, docente di epistemologia delle scienze sociali all’Università di Venezia, peraltro già da me conosciuta come direttrice de L’Ateo, che tratta proprio del tema che mi ha ultimamente affascinato e che continua ad appassionarmi. Ve ne propongo un riassunto, ricostruito dai miei appunti e dalla mia memoria.

Non molti sanno che nella Bibbia sono contenute due versioni della Genesi: in una Dio crea l’uomo a sua immagine e lo crea maschio e femmina, nell’altra, quella più conosciuta, la donna Eva è creata da una costola di Adamo, successivamente alla creazione di quest’ultimo. Nella prima versione i due generi sono creati uguali, mentre nella seconda esiste una evidente subordinazione della donna all’uomo, sia materiale (deriva da una sua parte) che temporale (è creata dopo).
Richiamandosi all’esegesi biblica, è proprio questo argomento che, nel 2004, l’allora cardinal Ratzinger usò per giungere a una conclusione sulle differenze di genere che si può riassumere con la seguente: è giusto che la donna si adoperi per la conservazione della famiglia tradizionale. La donna ideale è una brava casalinga.
Partendo da presupposti differenti, di natura scientifica, negli anni Settanta E. O. Wilson, considerato il fondatore della sociobiologia, giunse alle stesse conclusioni: le donne devono anzi non possono non stare a casa e svolgere un ruolo di cura, perché tale ruolo è determinato geneticamente.
Potrebbe sembrare strano che basandosi su due pensieri così diversi quali quello scientifico e quello religioso si raggiungano idee tanto simili. Eppure questi due ragionamenti hanno qualcosa in comune: il determinismo. Nel caso dell’argomentazione religiosa del cardinal Ratzinger si tratta di un determinismo metafisico («Dio ha detto così quindi non può che essere così»), nell’altro, di derivazione scientifica, di un determinismo meccanicistico («così è scritto inevitabilmente nei geni»); ma sempre di determinismo si tratta, di affermazione dell’esistenza di leggi naturali a cui è impossibile evitare di sottostare.
Le argomentazioni di Wilson suscitarono moltissimo interesse ed ebbero successo, soprattutto presso il pubblico allora crescente di lettori di divulgazione scientifica, ma in verità non si trattava di un fenomeno nuovo: era l’ultimo di innumerevoli esempi storici di utilizzo della biologia come strumento di legittimazione delle disuguaglianze sociali.
Tale utilizzo fu fortemente criticato dal genetista Lewontin, che confutò la teoria sociobiologica fin dalla sua formulazione. In un suo libro, intitolato Biologia come ideologia, egli getta luce sulla fallacia dei presupposti sociobiologici su cui Wilson elaborava le sue teorie: l’errore di Wilson risiede nel considerare un particolare sistema sociale come espressione universale e naturale del genere umano, anziché come costruzione di forze sociali, culturali, politiche.
In questo, nell’epoca moderna è possibile la sostituzione della religione con la scienza come strumento di giustificazione della realtà sociale esistente, affermando attraverso il determinismo l’impossibilità di alternative.
Storicamente questo è accaduto in epoca moderna con il darwinismo sociale, il razzismo scientifico, la sociobiologia di Wilson. Lorenzo Calabi (in Darwinismo morale) ha definito «circolo fallace» l’artificio dimostrativo che sarebbe sotteso ai ragionamenti basilari di queste teorie, ovvero:

Astraggono un comportamento sociale moderno e lo traspongono in una condizione naturale, […] dando ad esso un significato in quella condizione. Astraggono poi il significato e lo ricollocano nella contemporaneità

concludendo così che quel comportamento è naturale e intrascindibile. Questo salto ontologico non è razionalmente accettabile. Allo stesso modo, qualcuno potrebbe osservare le formiche in fila indiana e notare che somigliano a operai lungo una catena di montaggio; tornato poi in fabbrica, troverebbe gli operai al lavoro e, vedendoli in fila indiana, concluderebbe che, dal momento che anche le formiche adottano un comportamento simile, questo deve essere naturale («Toh, gli operai fanno come le formiche, evidentemente è una legge di natura!»).
Il darwinismo sociale è stato formulato da Spencer nella seconda metà dell’Ottocento prendendo spunto dalla teoria darwiniana dell’evoluzione attraverso la selezione naturale: secondo Spencer, ciò che accade in natura, ovvero la lotta per la sopravvivenza e la vittoria del più forte, si replica all’interno della società e ciò avviene inevitabilmente in quanto dovuto a leggi insite nella natura animale dell’uomo. Oltre che per la forzatura e l’interpretazione inesatta della propria teoria (che parla di sopravvivenza del «più adatto» e non del «più forte»), Darwin respinse la paternità di tale trasposizione sociale dell’evoluzionismo non appena gli fu rinfacciato di aver giustificato Napoleone e ogni commerciante che raggiri i clienti, in quanto più forti. Anzi, in opere successive esaltò le qualità collaborative e di solidarietà dell’animale uomo.
Marx, con una strizzata d’occhio al naturalista, riconosceva il circolo fallace nella concorrenza e nell’interpretazione che Spencer ne dava («Nel mercato c’è concorrenza. La competizione è naturale. Dunque il mercato è naturale»).
In effetti, nel caso del socialdarwinismo, il circolo fallace di cui parla Calabi non si chiude: Darwin aveva esplicitamente preso ispirazione, nella formulazione della sua teoria, dall’economista Malthus; ma Malthus non aveva preso ispirazione dalla natura. Si tratta dunque di un semicerchio, in cui la fallacia non risiede tanto in un salto ontologico bensì nell’invasione, da parte del darwinismo, di un ambito esterno al suo campo di applicabilità.

La sociobiologia di Wilson attribuisce ai geni la responsabilità per comportamenti sociali, procedendo come segue: descrive caratteri comuni dell’essere umano in ogni luogo e in ogni tempo; afferma che tali caratteri sono universali perché genetici; conclude che, essendo genetici, sono stati determinati dal processo della selezione naturale, che seleziona caratteri vantaggiosi per l’individuo e, per estensione, per la specie. Ovvero: viviamo nel migliore dei mondi possibili.
I più notevoli tra i caratteri comuni sono, guarda caso: eterosessualità, monogamia, amore per la proprietà privata, predominio del sesso maschile, xenofobia. Si tratta insomma di un pensiero profondamente reazionario espresso in forma scientifica. Oggi un qualunque antropologo può confermare che i caratteri sopracitati non sono effettivamente comuni alle società umane in ogni luogo e in ogni tempo, eppure liquidare la teoria di Wilson come stupida è inutile e potrebbe addirittura rivelarsi dannoso: le masse di “profani”, infatti, notoriamente tendono a optare per la via più lineare, semplice e breve e trascurare questo fenomeno comporta il rischio che si ripetano grandi tragedie come quelle che il secolo XX ha tristemente conosciuto.
Va quindi confutata razionalmente punto per punto. La confutazione sistematica di questo modus operandi prende in esame i passaggi logici in cui si articola e l’affidabilità sperimentale delle presunte affermazioni scientifiche in esso contenute:
–la scelta di caratteri comuni non è scientifica, perché non contempla un controllo; inoltre ignora concetti elementari di antropologia
–affermare che i caratteri comuni sono universali significa confondere la descrizione di un fenomeno con la sua spiegazione
–affermare che i caratteri comuni sono genetici non ha semplicemente senso: sarebbe come dire che siccome in Finlandia sono quasi tutti luterani allora esiste il gene del luteranesimo.
–il meccanismo di espressione genica proposto denota una profonda ignoranza dei principi di biologia dello sviluppo (che del resto erano ancora poco chiari negli anni Settanta)
–ricondurre la presenza di ogni carattere a eventuali vantaggi evolutivi significa seguire erroneamente un ingenuo adattazionismo (mentre non tutto ciò che c’è c’è perché favorito dalla selezione naturale, come spiegato elegantemente qui da Lewontin e Gould). Ragionando così, potremmo dimostrare che le mele cadono verso il basso perché la selezione naturale ha sfavorito quelle che “cadevano verso l’alto”.

Insomma, i tentativi di legittimazione biologica dei sistemi sociali sono di scarso grado di scientificità. Da sempre le classi dominanti hanno cercato di fare apparire le differenze di classe come differenze antropologiche naturali, ma ciò impone loro di rievocare il mondo naturale, in cui, purtroppo per loro, l’enorme varietà di comportamenti e strategie rende del tutto arbitraria la scelta che operano sugli aspetti della realtà: per esempio, in natura la formica regina è la casalinga perfetta, non esce mai di casa e non fa altro che sfornare figli, e sarebbe un ottimo modello per chi volesse sostenere le disuguaglianze di genere, se non fosse che è incestuosa, dato che solo una copula con i propri figli maschi può farle avere figlie di sesso femminile. Ora, nessuno prenderà la formica regina come esempio per dimostrare la naturalità dell’incesto, invece ciò può accadere per il ruolo di cura del sesso femminile o per la catena di montaggio fordista.

Confutati i principi della sociobiologia, resta da individuare cosa, se non i geni, determina i comportamenti umani nelle loro relazioni sociali. Nel fare questo, si deve reprimere la tendenza a considerare l’umanità, specificità distintiva del genere umano, in contrapposizione all’animalità.
In Ontogeny and phylogeny, S. J. Gould insiste sulla continuità tra uomo e altri animali: sul piano genetico, uomo e scimpanzé sono affini per più del 98%. Allora cosa ci contraddistingue sul piano cognitivo? La risposta deriva paradossalmente proprio dall’alto grado di affinità genetica con i primati più vicini all’uomo: strettissima somiglianza genetica ma importanti differenze nei caratteri rivelano che le differenze genetiche interessano geni regolatori, che influiscono sulla costruzione dell’assetto morfologico, sui tempi dello sviluppo, sull’espressione di altri geni. Da qui deriva l’ipotesi, oggi piuttosto accreditata, che l’evoluzione dell’uomo a partire dalle grandi scimmie primitive sia un caso di neotenia, ovvero di ritenzione di caratteri infantili nello stadio di vita adulto: un uomo appena nato somiglia molto più ad un feto tardivo di scimmia che a una scimmia appena nata e un uomo adulto somiglia molto più ad una scimmia appena nata che a una scimmia adulta. L’uomo ha mascelle non prominenti e denti piccoli, ha pochi peli sul corpo, ha una notevole capacità di apprendimento, è capace di digerire il latte anche da adulto, nelle femmine la vulva è in posizione più frontale che negli altri ominidi, e soprattutto la testa nei neonati è grande in proporzione al resto del corpo e contiene un cervello che alla nascita non è ancora completamente sviluppato.
Da quest’ultima caratteristica dipende il fatto che lo stadio dello sviluppo dell’encefalo che nelle altre scimmie è fetale, nell’uomo avviene in un neonato che è già a contatto con l’ambiente esterno, costituito principalmente dall’esperienza culturale.
Allora non si può più dire che gli elementi comuni all’uomo in ogni tempo e in ogni luogo, ammesso che ce ne siano, sono di derivazione genetica, perché potrebbero essere dovuti all’influenza culturale! Che, siccome non è eliminabile, non permette di isolare sperimentalmente i fattori esclusivamente genetici: durante lo sviluppo del cervello, la cultura lo plasma, non solo metaforicamente ma anche materialmente, promuovendo la realizzazione di sinapsi tra certe popolazioni di neuroni piuttosto che tra altre, la sintesi di certi neurotrasmettitori piuttosto che di altri.
Qualcuno a questo punto potrebbe pensare di aver dimostrato che l’uomo è del tutto privo di determinazione comportamentale. Non è esattamente così.
Innanzitutto restiamo esseri corporei, costruiti secondo informazioni contenute nei geni, e tale vincolo non è da trascurare, almeno in linea teorica. Per quanto concerne il comportamento, comunque, è l’ambiente a farla da padrone (del resto il comportamento è definito come «modo di agire di un individuo nei rapporti con l’ambiente e con le persone con cui è a contatto») e nel caso dell’uomo l’ambiente è approssimativamente assimilabile alla cultura: non c’è nulla di assoluto.

Detto questo, aggiungo una mia riflessione.
Siamo dunque determinati nei comportamenti non tanto da fattori genetici quanto da fattori culturali. Ora, se fossimo determinati dai geni dovremmo pensare, come i sostenitori del pensiero unico e dei vari tipi di determinismo biologico, che viviamo nel migliore dei mondi possibili, che lo stato di cose presente è inevitabile, che non esistono alternative possibili, perché i geni non sono sotto il controllo della nostra volontà.
Ma siamo determinati dalla cultura, che al contrario dei geni è una nostra costruzione, e che se non ci piace possiamo distruggere, proprio come l’abbiamo costruita, seppur tra mille difficoltà.
Viva Kant, viva la liberazione sociale.

Il popolino del web [3]

Con questo post chiudo la mia trilogia dedicata all’analisi di Facebook, in cui ho trattato prima dei meccanismi che garantiscono al social network l’enorme successo, poi delle strategie di controllo messe in atto dal gigante blu a scopo di lucro e non solo. Ora, invece, vi parlo delle differenze tra Facebook e Twitter, che ho scelto come termine di paragone per il semplice fatto che lo conosco (lo utilizzo da qualche mese) e soprattutto è molto diffuso, quindi consente di apprezzare le differenze tra i due social network al netto di eventuali diversità dovute all’estensione della rete di utenti.

Tra Facebook e Twitter esistono differenze facilmente individuabili, nella struttura e, di conseguenza, nell’utilizzo. Per esempio, Twitter non è totalizzante ma anzi è completamente proiettato verso l’esterno: può avere contenuti, se si riesce a rendere pregnanti i 140 caratteri per volta che sono messi a disposizione dell’utente a formare un tweet, altrimenti nella stragrande maggioranza dei casi non ha contenuti interni ma rimando a contenuti esterni. Diciamo allora che i tweet con contenuti sono in realtà veramente pochi e secondo me è qui che risiede la vera forza di questo tipo di social network: ha una potenzialità di liberazione che è più marcata rispetto a Facebook, nel senso che in quest’ultimo la struttura prende il sopravvento (ricordiamoci che è omologante e persuasivo) ed è impossibile da scardinare, mentre in Twitter permette molto più utilizzi di liberazione che di alienazione. Si badi che per “molto più” si intende che, volendolo, è più facile usare Twitter come strumento di liberazione di quanto non lo sia Facebook, ma questo non dice nulla sui numeri: non si finisca col credere che quel “molto più” implichi che la maggioranza degli utenti cinguettanti non utilizzino i propri tweet per pratiche tutte di alienazione o assolutamente prive di contenuti (o meglio, di rimandi a contenuti), semplicemente Twitter ha delle potenzialità anti-alienanti che Facebook non ha.

In effetti, si dovrebbe dire che Facebook non manifesta le sue potenzialità anti-alienanti, perché il resto della sua struttura le soffoca, le opprime, le rende inattive e inutilizzabili: anche su Facebook infatti puoi rimandare a contenuti esterni o diffondere una notizia, ma per la sua forza totalizzante sarà raro ottenere risposte diverse da un “mi piace” o una sua traduzione in commento del tipo “grandi!” oppure “che schifo!”. Semplicemente su Twitter questo meccanismo non esiste (per ora), perché non esiste il tacito obbligo de facto di rispondere ad uno stimolo in maniera diretta e visibile.

Altra differenza: Facebook è un luogo chiuso, Twitter è una rete aperta: ciò comporta una pulsione maniacale di aggiungere amici facebook se si vuole accrescere la propria socialità virtuale oltre che il proprio prestigio (non dimentichiamoci che Facebook è nato come sito di college e università americane, in cui più amici hai e più sei un figo e se hai pochi amici vieni visto come uno sfigato).

Queste considerazioni sono state oggetto di tantissime discussioni che hanno portato qualche mese fa alla nascita di una vera e propria inchiesta collettiva (storificata qui) che è sfociata in articoli davvero illuminanti che hanno avuto risonanza nazionale.

Tuttavia, in un paese in cui i media e i comici parlano spesso di “popolo della Rete”, magari per veicolare messaggi comodi al padroncino di turno oppure proprio perché sono ingenui feticisti di internet, la conquista di Twitter è un obiettivo ambito.

Da quando, ultimamente, Fiorello ha fatto continui riferimenti al social network dalla diretta tv, il popolino si è iscritto in massa e starnazzante sembra aver invaso l’indigena aggregazione di cinguettii, soffocandola, diluendone i contenuti reali e avviandosi a sostituirla. Se ne sono accorti in molti: secondo alcuni si tratta di un effetto della caduta del governo Berlusconi, che ha obbligato gli italiani a trovare nuove valvole di sfogo, diverse dal puro sterile anti-berlusconismo fine a se stesso; altri vedono molte corrispondenze con quanto è accaduto negli Stati Uniti qualche anno fa; c’è chi prova a fare autocritica sull’uso di Twitter fatto finora e propone soluzioni per non cadere nella trappola di facebookizzazione e banalizzazione del social network.

Questa invasione esterna è stata contestualmente accompagnata anche da modifiche interne della struttura di Twitter (per puro caso, penso, visto che erano già state annunciate ad agosto): circa due settimane fa è stata introdotta la funzione “attività” che consente di vedere le ultime azioni twitter compiute dai tuoi follow, in maniera simile alla homepage di Facebook. Ho sentito utenti twitter lamentarsi del fatto che ultimamente i “flussi di informazione” si sono inceppati, non si trovano più tweet vecchi, certi hashtag scompaiono col tempo o sono incompleti. Insomma, si rischia di raggiungere l’atemporalità di cui parlavo l’anno scorso.

I giornali potranno fare proclami su qual è l’ultima battuta del popolo di Twitter o su qual è stato il motivo della lite online tra Fiorello e la Guzzanti, chi è più stronzo tra i personaggi dell’ultima serie televisiva secondo il popolo della Rete, quanto il web è incazzato e indignato per la violazione delle decisioni referendarie di giugno, se preferisce Vendola o Di Pietro, se Lady Gaga o Madonna.

Tutto grazie alla nuova ondata di utenti freschi che ridarà aria ai polmoni del web italiano, che stava per diventare un frame troppo trito e ritrito per essere credibile, troppo poco di moda per fare notizia. Tutto grazie al popolino del web.

Il popolino del web [1]

Un aspetto della mia personalità che alcuni lettori potrebbero aver già conosciuto è il periodico sottopormi ad esperimenti psicologici di mia invenzione, per avere un’idea di quale sia il mio livello di autocontrollo su determinate azioni che, spesso, diventano abitudini superflue e magari insensate e irrazionali. Per esempio, intorno al 18 novembre mi sono reso conto che, reduce da un periodo di intensa frequentazione quotidiana di Facebook e di continue visioni delle sue incessanti notifiche, non avrei effettuato l’accesso o ricevuto notifica via mail (peraltro sistema da me disattivato già da mesi) per il più lungo intervallo di tempo possibile. Attualmente, da circa due settimane non vedo il gigante blu: considerando che, sui circa 13.9 milioni di internauti italiani che ogni giorno entrano in rete, 13 milioni accedono a Facebook, direi che l’esperimento è riuscito, anche perché ho notato che più tempo passa dall’ultimo accesso, meno sento il bisogno di accedere e ciò significa che non sono dipendente da Facebook. Sono sollevato. Di più: se qualcuno è convinto che Facebook sia ormai indispensabile per informarsi, conoscere gente o semplicemente svagarsi, gli dirò che non mi sento meno informato né più annoiato né i miei rapporti interpersonali risentono della mia astinenza.
Ma ora dovrei spiegarvi come mi è saltato in testa tutto ciò: nei prossimi post cercherò di farlo.

Da una ricerca internazionale sui comportamenti “tech” dei giovani, condotta nel 2010, risulta che la possibilità di accedere a internet mentre si lavora è tra i principali criteri di scelta del lavoro, anzi esiste una percentuale cospicua degli intervistati che considera tale possibilità determinante e preponderante rispetto al salario.

Secondo uno studioso, l’attaccamento ossessivo (e tecnicamente feticista) di alcune persone all’iPod è un fenomeno che può essere, piuttosto che assimilato ad una dipendenza, meglio descritto come amore. Ora si spiega quella ressa che c’era la mattina del 27 ottobre a Roma: cosa non si fa per amore? L’amore, però, è qui solo una condizione psicologica personale del consumatore che compra una merce; la condizione sociologica oggettiva è invece un capovolgimento del rapporto di possesso tra l’uomo e la merce. Ossia, non è l’uomo a possedere la merce bensì la merce a possedere l’uomo, chiedendogli in tributo denaro e parte del suo tempo: si tratta di assoggettamento dell’uomo alla merce.

Un simile assoggettamento è in effetti presente anche in Facebook, per meccanismi intrinseci o estrinseci. Infatti, questa deve essere la spiegazione di quella percentuale altissima di utenti del web che accedono al proprio profilo facebook tutti i giorni, per diverse ore. E anche della percentuale bulgara (93% un anno fa) di italiani meno che trentenni con un account. Non è possibile pensare che non ci sia un qualche meccanismo omologante alla base di una diffusione così capillare di uno strumento, dopotutto non indispensabile, di cui qualche anno fa tutti si faceva a meno.

Ma i meccanismi intrinseci sono, forse, i più pericolosi, perché sono impliciti e sembrano innocui: se l’omologazione è dovuta a condizionamenti sociali da parte di altri individui, questi meccanismi colpiscono singolarmente l’individuo e sono quelle caratteristiche connaturate alla struttura grafica e funzionale del social network che lo rendono un magnete irresistibile, tale da spingere l’utente a tornare spesso sul sito, a controllare gli aggiornamenti, a dar conto alle notifiche. Inoltre Facebook è totalizzante: tende a inglobare tutto, fagocita servizi di posta, chat, condivisione di video e immagini, utilizzo di applicazioni, come discusso quasi un anno fa.

Insomma, Facebook è omologante sul piano sociale e persuasivo sul piano individuale: uno strumento omologante e persuasivo, come lo si definiva già alla fine del 2010 in un saggio di Maddalena Mapelli pubblicato su Aut Aut e ripreso da Carmilla online.

Certo, ciascuno è liberissimo di gestire come vuole il proprio tempo, i propri dati, il proprio account : può scegliere, per esempio, di non caricare una foto di sé o di usare la funzione di condivisione a suo piacimento o di rifiutare l’amicizia a qualcuno. Ma la forza totalizzante è tale che, addirittura, «se non lo facciamo, saranno i nostri stessi “amici” a sollecitarci, perché tutti su Facebook hanno una loro immagine!» (dal saggio di cui sopra). Ancora, detto con le parole di Wu Ming 1 che discuteva di questo interessante articolo, «non c’è scritto da nessuna parte che non si possa rifiutare un’amicizia, ma se in una comunità questo comporta uno stigma sociale, e se la logica di fondo del dispositivo tende a imporsi conformando approcci e comportamenti, e quindi rendendo più cogente la “pressione dei pari”, tu puoi anche dire che nessuno obbliga di diritto, ma è un obbligo di fatto».

[continua…]

La democrazia ha senso?

Alcuni recenti discorsi mi hanno offerto l’opportunità di riflettere su concetti che davo ormai per assodati e su un interrogativo che potrebbe sembrare banale, ovvero: la dialettica democratica ha senso? E tali riflessioni hanno partorito una risposta positiva, quindi una conferma di ciò che pensavo prima di intraprendere le sopra menzionate discussioni. Si potrebbe osservare che crucciarsi tanto a riflettere su un’opinione e poi ribadirla non sia molto utile, per dirlo con un eufemismo, ma piuttosto l’attuazione di una retorica fallace e faziosa come la risposta di un Anselmo d’Aosta, che, sotto lo sguardo di un accigliato Gaunilone, fa platealmente uscire Dio dalla porta per farlo rientrare dalla finestra, ponendo sottobanco fin da subito ciò che intende dimostrare poi.

Tuttavia, mettendo le mani avanti, rivendico il mio diritto di riconfermare un’opinione opinabile dopo che essa è stata sottoposta a critica e ha subito gli attacchi della dialettica, fosse anche indistinguibile dalla sua precedente versione, in quanto la dialettica fortifica il pensiero, permette la sua maturazione, implica un passaggio obbligato dinamico tra la tesi e la sintesi facendo sì che queste due non possano mai essere identiche: detto in altre parole, una critica non può essere ignorata e quando così sembra in realtà così non è.

L’argomento è stato al centro di molte considerazioni provenienti da amici e conoscenti dell’area libertaria (odio appioppare etichette) che antepongono l’individuo alla collettività e mettono fortemente in discussione la validità della democrazia in quanto mezzo di imposizione della maggioranza sulle minoranze e l’individuo.

Questi pensieri mi hanno riportato alla mente una lunga discussione, fatta due anni fa con un amico anarchico, che verteva sulla realizzabilità di un metodo decisionale in cui ogni scelta ha valore esclusivamente se condivisa all’unanimità dall’assemblea. Sostenitore dell’unanimità, il suo ragionamento era semplice:

«La maggioranza non può decidere per la minoranza, perché schiaccerebbe la libertà di quest’ultima, quindi il confronto e il dibattito devono continuare finché si trova non un compromesso tra le parti, bensì qualcosa che realmente è voluto da tutta l’assemblea e che sarà approvato, infine, all’unanimità».

«Ma ci sono questioni in cui non esiste tale alternativa», ribattevo io, «in cui va scelta questa cosa o quest’altra, senza vie di mezzo né vie traverse. E, soprattutto, ci sono questioni su cui non ci può essere unanimità perché non c’è certezza, non c’è assolutezza. Tante delle nostre opinioni si basano su presupposti non dimostrabili che, in virtù di tale indimostrabilità, non possono essere scalfite dal confronto e dal ragionamento dialettico e sono destinate a restare inconciliabili con altre opinioni: ecco perché su queste questioni non si potrà mai trovare un accordo unanime».

«L’accordo unanime si può trovare», ribadiva lui, «perché siamo tutti ugualmente intelligenti e quindi in grado di capire su cosa basare i nostri ragionamenti, se su pregiudizi o su dati reali: parlandone, alla fine si escogita una soluzione che riesce ad accontentare tutti».

«Ma come», replicavo, «come puoi esser certo che ciascuno sia in grado di distinguere la realtà da una sua interpretazione parziale basata su presupposti indimostrabili? Come puoi non prendere in considerazione la possibilità che il ragionamento sia scavalcato dall’irrazionalità e dall’emozione istintiva, trasformando l’unanimità in uno strumento dittatoriale ad uso di uno o pochi dei membri dell’assemblea, che, con retorica e sotterfugi, siano riusciti a manovrare le opinioni dei restanti membri?»

«Ma ciò non sarebbe possibile, perché ogni individuo conosce bene il proprio vantaggio e quindi non permetterebbe che la decisione dell’assemblea diventi la decisione di una sua parte».

Bene, ricordo che, conclusa la discussione, mi resi conto che essa era stata esattamente un esempio di ciò che avevo descritto: non riuscimmo a trovare un accordo sulla questione maggioranza-unanimità, sia perché è per definizione impossibile conciliare i due metodi, sia perché, latenti nel discorso, c’erano due diverse opinioni basate su presupposti non dimostrabili, che cozzavano sotterraneamente l’uno contro l’altro: lui, infatti, era convinto che siamo tutti ugualmente intelligenti e quindi capaci di prevenire prevaricazioni plebiscitarie all’interno di un’assemblea, io, dal canto mio, ero meno propenso ad accettare questa idea, sulla base di considerazioni scientifiche e sociologiche. Scientifiche perché se prima eravamo stupide scimmie e ora siamo senzienti esseri umani deve esserci stata selezione naturale sulla base di caratteri tra cui verosimilmente quelli riconducibili alla sfera intellettiva; sociologiche perché la sociologia, oltre che la storia, mostrano quanto sia facile che gruppi di persone siano dirottati verso interessi particolari che non giovano ad essi. Ora, oltre al fatto che la scienza, di cui io ho fatto il mio strumento per la dimostrazione del mio presupposto, per sua struttura non verifica ma falsifica, dunque non dimostra la verità ma la non verità, c’è anche un altro problema. Infatti sono sicuro che anche il mio amico riuscirebbe a sostenere ragionevolmente il suo presupposto, cioè che siamo tutti intelligenti allo stesso modo.

La morale di questo breve racconto è che alcune scelte, al netto degli obiettivi che ci si pone, sono destinate a rimanere arbitrarie, dunque arbitraria in sede teorica rimane la mia preferenza per la democrazia piuttosto che per il sistema unanime.

Esso suscita però altre domande, perché degli stessi problemi che esponevo in quella discussione (latenti derive autoritarie, predominio delle emozioni sulla ragione) è passibile il metodo democratico. Perché allora preferisco la democrazia? Perché preferisco il collettivo all’individuale? Perché penso che se pensi solo per te, commetti lo stesso errore di Adam Smith, a cui dobbiamo la convinzione che se alziamo il livello dell’acqua per far salire gli yacht dei ricchi, al nuovo livello si alzeranno anche le barchette dei poveri, lo stesso errore per cui si immagina l’individuo avulso da condizionamenti, capace di scegliere nel proprio interesse, autonomo e libero come se vivesse su un’isola deserta. Ma qui il discorso si chiude, tornando all’arguto Gaunilone, perché quest’isola non esiste.

Le vacanze

Avevo in mente di scrivere su due argomenti, uno sulla scia dell’analisi di Marcuse sullo spostamento della produzione verso il Sud del mondo, l’altro sulle differenze tra Facebook e Twitter e le conseguenze che esse comportano. Tuttavia, capirete che l’impellenza del momento non mi permette di sorvolare un terzo argomento, che nell’immediato è di gran lunga più notevole, ovvero: i parlamenti quest’anno non vanno in vacanza.

Il tre agosto Berlusconi è stato chiamato in aula (non quella, quell’altra «sorda e grigia») per rispondere di ciò che sta facendo il Governo per evitare il tracollo di Piazza Affari, che potrebbe avvenire da un momento all’altro. Ovviamente, parlando dall’alto delle sue funzioni di presidente del consiglio italiano, ha invitato tutti ad acquistare le azioni delle sue aziende. Da non credere. Poi il parlamento ha deciso di sospendere le vacanze che erano previste per tutto il mese di agosto, così da poter trovare in fretta e furia una soluzione alla caduta libera della borsa.

A Tottenham, un quartiere di Londra, il 4 agosto Mark Duggan, pregiudicato, è inseguito dalla polizia e durante l’inseguimento viene colpito alla testa da un proiettile sparato dalle forze dell’ordine. Il giorno sucessivo, un presidio pacifico organizzato dai familiari della vittima degenera in violenza come da decenni non se ne vedevano in Regno Unito. Dopodiché è tutto un susseguirsi di eventi intrecciati e autocatalitici, e l’Inghilterra è in fiamme. David Cameron ha richiamato il parlamento dalle vacanze per risolvere la crisi dell’ordine pubblico, dopo aver tagliato soldi alla polizia e allo stato sociale, dicendo: «nella nostra società c’è qualcosa che non va». Ma va, come ha fatto ad accorgersene? Be’, direte voi, almeno, al contrario di quella puttana della Thatcher, ha ammesso che la società esiste.

Ieri, Francoforte era a -7 punti percentuali; un dato mostruoso, considerando che tutti vedono nella Germania la salvezza dell’Europa e della moneta unica.

Niente vacanze quest’anno, per le sanguisughe, no holidays thisnyear for leeches! Ma forse è questo il futuro che ci aspetta: le città in fiamme e le borse a farsi fottere.

Viva la decrescita!

Contro l’Ancien Régime

Alla fine ho dato forma al mio motto. Non so in verità se avrei preferito evitare di ingabbiarmi lasciandomi andare a presentazione di me e del blog che, si sa, spesso lasciano il tempo che trovano, perchè una persona, un carattere, una mente, una vita, un pensiero, non si possono giudicare in qualche riga e assolutamente non si possono riassumere.

Comunque, Contro l’Ancien Régime è una pagina ancora incompleta. È stata scritta stanotte per effetto di un raptus espressivo che minava seriamente alla base la mia concentrazione per affrontare lo studio. Come molti noteranno, non è ancora una pagina di presentazione del blog né di me stesso. Ma datemi un po’ di tempo.


I borghesi hanno fatto la Rivoluzione Francese ma sembrano avere dimenticato che ciò che ha fatto della Francia une Grande Nation è stato il trinomio «Liberté, Égalité, Fraternité». Appena ne hanno avuto la possibilità, hanno abbandonato il cappello frigio dei sanculotti giacobini per sostituirlo con un ben più sontuoso cilindro di feltro nero da abbinare al panciotto e a dorati gemelli da camicia. Hanno inventato il mito del realizzarsi, si sono industriati come mai prima nella storia moderna per il progresso e la crescita economica in nome di una storiella, molto in voga all’epoca, che parlava di una mano invisibile. Hanno armato migliaia di uomini per reprimere le azioni e soffocare le voci di chi alla storiella non credeva o non poteva crederci, di fronte all’evidenza lampante della sua fallacità; hanno mandato quegli uomini con fucili e manganelli contro le folle affamate esattamente come poco tempo prima i Re e i Principi ne avevano mandati contro di loro; poi li hanno mandati in terre lontane, a imporre con la forza la nuova religione del dio denaro a popoli increduli e indifesi; alla fine non era più rimasto niente e li hanno mandati ad ammazzarsi tra di loro, come carne da macello. Non contenti di questo, hanno cominciato a monetizzare oggetti e concetti di ogni tipo, anche i più impensabili: dall’aria all’acqua, dalle parole alla musica, dalla scienza alla conoscenza, dalla vita alla morte, dall’immaginazione alla coscienza; e una volta monetizzati, comprarli è stato per loro facile come rubare le caramelle a un bambino.

Non è molto diverso dall’Ancien Régime. Quale Liberté, quale libertà di scelta consapevole posso vantare di avere se quando compro qualcosa non c’è alcuna trasparenza tra il marchio e il consumatore? Se quando voto democraticamente indicando qualcuno le decisioni le prende qualcun altro? Se non posso scegliere che lavoro fare per contribuire allo sviluppo civile e alla vita collettiva? Se non c’è reale partecipazione in scelte decisionali i cui effetti ricadono sulla testa di tutti? Che libertà ho, di fare cosa? Libertà di religione? È uno strumento di controllo sociale e limita la libertà nella misura in cui si basa su dogmi. Libertà di parola? Gli sgherri manzoniani sono pronti in ogni momento a manganellare o a censurarti se ti lasci sfuggire verità scomode. Libertà di scegliere che lavoro fare? Appartengo ad una generazione precaria sul piano lavorativo e sul piano esistenziale. Libertà di pensiero? «Avete ancora la libertà di pensare, ma quello non lo fate», diceva una canzone, «e in cambio pretendete» la libertà di indossare vestiti firmati, di avere l’ultimo modello del cellulare, di aggiornare il vostro profilo di Facebook, di seguire i reality show, di accendere la televisione per contare, sorridendo beffardi dentro di voi, quante disgrazie sono capitate oggi ad altri.

Dov’è l’Égalité quando l’economia è controllata da un’oligarchia dispotica e strutturata nel modo più vicino al totalitarismo che l’Occidente abbia saputo produrre dopo i Fascismi del Novecento? Quando la ricchezza è distribuita con un’asimmetria impressionante, per cui un decimo della popolazione sfrutta nove decimi delle risorse, mentre i restanti nove decimi della popolazione sono costretti a patire la fame, la sete, la miseria, le malattie nonostante che l’esistente sarebbe sufficiente per tutti? Dov’è la ragionevolezza dei padri illuministi della Rivoluzione, in tutto questo?

Che Fraternité posso dire di vedere in un mondo in cui si riesce a giudicare una persona, pur fatta di una sua individualità, basandosi sul colore della sua pelle o sulla forma dei suoi occhi, annullando così completamente ogni possibile forma di comunicazione e comprensione? Dov’è la fratellanza tra i popoli quando si sganciano bombe su civili inermi, e tra le persone quando alcune vengono rinchiuse per anni in lager di detenzione per scontare la pena per il reato di essere clandestini? E dov’è ancora quando, una volta usciti dai lager, li si infila in un bastimento come capi di bestiame per riportarli nell’inferno da cui provenivano? E, nell’eventualità che riuscissero a evitare questa triste sorte, dov’è la fratellanza e l’umanità quando, restando, non trovano che insulti e discriminazioni?

Non ci sono dubbi, questo è ancora l’Ancien Régime.

Spargimenti di sangue

Mi chiedo se coloro che si ergono a difesa della democrazia liberale, condannando ferocemente “le ideologie” della sinistra radicale adducendo come motivo la violenza e la morte che a questa sarebbero connaturate, abbiano mai avuto cura di ragionare un poco.

Pensano forse costoro, senza la minima profondità storica, che la democrazia borghese sia una costante della storia o un sistema immutato che da sempre è esistito e i cui valori risiedono nella natura stessa del genere umano? Pensano che due o cinque secoli fa un uomo qualunque potesse immaginarsi lontanamente un sistema in cui tutti potessero, votando, esprimere la propria opinione?

Non tengono certamente conto (o non riescono a trarne le dovute conclusioni) del fatto che i liberali e i democratici in Europa erano appena due secoli fa considerati esattamente alla stregua di banditi, pericolosi sovversivi, elementi di cospirazioni da soffocare, finalizzati all’eversione e al rivolgimento sociale, proprio come nel secolo successivo i socialisti, i comunisti e gli anarchici; del fatto che Silvio Pellico, Giuseppe Garibaldi, i fratelli Bandiera, Giuseppe Mazzini furono per tutta la vita perseguitati, furono imprigionati, furono ammazzati per le proprie idee e per questo diventarono degli eroi nazionali, mentre con meno misticismo e idealizzazione si guarda a quelli “ideologizzati” che pure subirono la stessa sorte, come Giuseppe Pinelli, Adriano Sofri, Saverio Saltarelli, loro no, a loro niente statue, erano solo dei facinorosi assetati di sangue.

Il punto è che la bontà di un’idea non si giudica sulla base di quante persone sono morte per difenderla o nel subirla, come spesso si vuole far credere. Un esempio? Il nazismo. Quante volte fin dalla scuola elementare ci hanno detto che i nazisti erano cattivi e che il nazismo è sbagliato perchè ben 6 milioni di ebrei ne furono vittime? Eppure, cosa importante, che può sembrare un dettaglio ma che invece è di rilevanza non indifferente, il nazismo era sbagliato non per il fatto che fossero 6 milioni, quanto per il fatto che fossero ebrei, il chè è, per una persona ragionevole, un motivo tanto stupido che solo averlo assecondato fa già crollare buona parte della dottrina hitleriana.

Insomma, chi difende l’ideale della democrazia e allo stesso tempo respinge quello comunista o libertario perchè è violento e ha fatto tanti morti, dovrebbe farsi il conto di quanti morti hanno fatto la Rivoluzione francese e i moti europei dell’Ottocento, soprattutto quando per giustificarsi dice il classico «mi piacciono i principî ispiratori ma è un’utopia», perchè l’Illuminismo e la sovranità popolare erano proprio le utopie degli uomini del Rinascimento.

E dovrebbe avere il coraggio di voltarsi indietro, per guardare la scia di sangue che hanno lasciato per poi additare altri facendosi prendere, consapevolmente o meno, dall’ipocrisia che il sistema ha insegnato loro a far propria e dalle reazioni indignate che ha insegnato loro a ostentare con espressione ripugnata.

Aurora e Solaria

Su Aurora il sesso è una cosa noiosa. È accettato come inevitabile, come il respirare. Se uno prova l’impulso, cerca qualcun altro che sembri adatto, e se questa persona, in quel momento, non è impegnata in qualcosa che non può rimandare, l’atto sessuale segue in qualsiasi maniera conveniente. Come respirare… ma che estasi c’è nel respirare? Se uno stesse soffocando, allora forse il primo respiro dopo la privazione sembrerebbe una delizia inenarrabile. Ma se uno non rischia mai di soffocare? E se uno non fa mai a meno volontariamente del sesso? Se viene insegnato ai ragazzi, insieme alla grammatica e alla programmazione? Se si considera naturale che i bambini facciano il loro esperimenti col sesso, e che quelli più grandi li aiutino?

Il sesso, permesso e libero come l’aria, non ha niente a che fare con l’amore, proprio come su Solaria il sesso, proibito e vergognoso, non ha niente a che fare con l’amore. […] una forma di rapporto sociale e di gioco, privo di rapporti con l’amore quanto il calcio spaziale.

Gladia Delmarre in I robot dell’alba (Isaac Asimov)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: