Archivi Blog

L’indiano di Locke

Viene un po’ da ridere a pensare che nel mondo circa un miliardo di persone credono che il mondo sia sorretto da un elefante, il quale è a sua volta sorretto da una tartaruga, la quale è sorretta pur certo da qualcosa, ma che cosa non si sa, come riportava già Locke in un noto aneddoto parlando di tutt’altro (o forse no?) rispetto alla riflessione che ora seguirà.

Se mi viene da ridere è solo perché è una stupidaggine a cui non sono abituato; al contrario, chi è abituato ad altre stupidaggini riderà di quelle ritenute meno ridicole da altri. Di certo nessuno troverà un luogo, nel mondo, abitato da una comunità umana di cospicue dimensioni in cui non sia ritenuta vera almeno una stupidaggine: le stupidaggini vengono costruite sistematicamente dalle società, come strumento di omologazione e di stabilità, possibili solo passando per un senso di appartenenza e di identificazione con il gruppo (qualcuno ha detto che le stupidaggini sono sovrastruttura). Quindi nessuno sogni di trovare una civiltà senza stupidaggini, senza falsi miti (ridondanza?), senza convinzioni assurde impossibili da giustificare con la sola ragione, fosse anche una ragione con un cuore; o sogni pure se vuole, ma non la troverà.

Non riderà forse e non resterà a bocca aperta, come Pi, chi è abituato ad altre stupidaggini fin dalla nascita, nell’apprendere che circa due miliardi di persone credono che una donna senza perdere la verginità abbia partorito un figlio padre di se stesso che morente chiese a suo padre, cioè se stesso, perché lo avesse abbandonato? L’inghippo mi pare illogico e assurdo tanto quanto quello della tartaruga e dell’elefante che sostengono il mondo, ma se esco in strada o vado al bar e racconto la storia del padre di se stesso nessuno sorride come per quell’altra, mentre se viceversa al mercato di Calcutta racconto la prima posso aspettarmi di scorgere dei sorrisi che invece non vedrei comparire sui volti dei miei interlocutori discorrendo della nascita del cosmo.
Eppure ci sarebbe da sorridere per tutte e due le storie.

Sorridiamo dunque alla debolezza dell’uomo, sorridiamo alle sue stupidaggini, ché non smetteremo mai di essere allegri.

Un indù alla finestra

Life of Pi, Yann Martel, 2001

Un indù si affaccia alla finestra e osserva il mondo cristiano, con la sua mitologia e i suoi fondamenti teologici: da un brano tratto da Vita di Pi, un romanzo di Yann Martel pubblicato nel 2001, vorrei proporvi la visione che ha il protagonista dell’evento di base di tutta le religioni cristiane: il sacrificio del figlio di Dio come strumento di redenzione per l’intera umanità. È una visione del tutto ragionevole, imparziale, non condizionata dall’assuefazione con cui il mondo occidentale è solito vedere la storiella della crocifissione; soprattutto considerando, e questo non c’è scritto, che l’umanità dovrà comunque cercare la redenzione ed espiare i prori peccati in altri modi. E questo, a chi la storiella l’ha sentita migliaia di volte, pare del tutto normale, mentre ha dell’incredibile (e in effetti, per chi crede nel “mistero della fede”, si deve credere all’incredibile, una conclusione logicamente impeccabile, direi). Voltaire scriveva: «Chi può fare credere delle assurdità, può fare commettere delle atrocità». Ma basta fare polemica, ecco il brevissimo brano che ho scelto per voi!

La mia prima reazione fu l’incredulità. Che cosa? Gli esseri umani peccavano ma era il Figlio di Dio a farne le spese? Mi sforzai di immaginare mio padre che mi diceva: «Ascolta, Pi. Un leone si è infilato nel recinto dei lama e ne ha uccisi due. Ieri un altro leone ha ammazzato un’antilope nera. La settimana scorsa due leoni hanno sbranato un cammello. La settimana prima è toccato alle cicogne e agli aironi cenerini. E qualcosa mi dice che anche il nostro aguti dorato abbia fatto la medesima fine. La situazione è diventata insostenibile. Ho deciso di darti in pasto ai leoni, in modo che possano finalmente espiare i loro peccati. È l’unica soluzione».

«Sì, papà, hai ragione, È la cosa giusta da fare. Dammi un momento per prepararmi.»

«Alleluia, figlio mio.»

«Alleluia, padre.»

Che assurdità. Che strani ragionamenti.

Contro l’Ancien Régime

Alla fine ho dato forma al mio motto. Non so in verità se avrei preferito evitare di ingabbiarmi lasciandomi andare a presentazione di me e del blog che, si sa, spesso lasciano il tempo che trovano, perchè una persona, un carattere, una mente, una vita, un pensiero, non si possono giudicare in qualche riga e assolutamente non si possono riassumere.

Comunque, Contro l’Ancien Régime è una pagina ancora incompleta. È stata scritta stanotte per effetto di un raptus espressivo che minava seriamente alla base la mia concentrazione per affrontare lo studio. Come molti noteranno, non è ancora una pagina di presentazione del blog né di me stesso. Ma datemi un po’ di tempo.


I borghesi hanno fatto la Rivoluzione Francese ma sembrano avere dimenticato che ciò che ha fatto della Francia une Grande Nation è stato il trinomio «Liberté, Égalité, Fraternité». Appena ne hanno avuto la possibilità, hanno abbandonato il cappello frigio dei sanculotti giacobini per sostituirlo con un ben più sontuoso cilindro di feltro nero da abbinare al panciotto e a dorati gemelli da camicia. Hanno inventato il mito del realizzarsi, si sono industriati come mai prima nella storia moderna per il progresso e la crescita economica in nome di una storiella, molto in voga all’epoca, che parlava di una mano invisibile. Hanno armato migliaia di uomini per reprimere le azioni e soffocare le voci di chi alla storiella non credeva o non poteva crederci, di fronte all’evidenza lampante della sua fallacità; hanno mandato quegli uomini con fucili e manganelli contro le folle affamate esattamente come poco tempo prima i Re e i Principi ne avevano mandati contro di loro; poi li hanno mandati in terre lontane, a imporre con la forza la nuova religione del dio denaro a popoli increduli e indifesi; alla fine non era più rimasto niente e li hanno mandati ad ammazzarsi tra di loro, come carne da macello. Non contenti di questo, hanno cominciato a monetizzare oggetti e concetti di ogni tipo, anche i più impensabili: dall’aria all’acqua, dalle parole alla musica, dalla scienza alla conoscenza, dalla vita alla morte, dall’immaginazione alla coscienza; e una volta monetizzati, comprarli è stato per loro facile come rubare le caramelle a un bambino.

Non è molto diverso dall’Ancien Régime. Quale Liberté, quale libertà di scelta consapevole posso vantare di avere se quando compro qualcosa non c’è alcuna trasparenza tra il marchio e il consumatore? Se quando voto democraticamente indicando qualcuno le decisioni le prende qualcun altro? Se non posso scegliere che lavoro fare per contribuire allo sviluppo civile e alla vita collettiva? Se non c’è reale partecipazione in scelte decisionali i cui effetti ricadono sulla testa di tutti? Che libertà ho, di fare cosa? Libertà di religione? È uno strumento di controllo sociale e limita la libertà nella misura in cui si basa su dogmi. Libertà di parola? Gli sgherri manzoniani sono pronti in ogni momento a manganellare o a censurarti se ti lasci sfuggire verità scomode. Libertà di scegliere che lavoro fare? Appartengo ad una generazione precaria sul piano lavorativo e sul piano esistenziale. Libertà di pensiero? «Avete ancora la libertà di pensare, ma quello non lo fate», diceva una canzone, «e in cambio pretendete» la libertà di indossare vestiti firmati, di avere l’ultimo modello del cellulare, di aggiornare il vostro profilo di Facebook, di seguire i reality show, di accendere la televisione per contare, sorridendo beffardi dentro di voi, quante disgrazie sono capitate oggi ad altri.

Dov’è l’Égalité quando l’economia è controllata da un’oligarchia dispotica e strutturata nel modo più vicino al totalitarismo che l’Occidente abbia saputo produrre dopo i Fascismi del Novecento? Quando la ricchezza è distribuita con un’asimmetria impressionante, per cui un decimo della popolazione sfrutta nove decimi delle risorse, mentre i restanti nove decimi della popolazione sono costretti a patire la fame, la sete, la miseria, le malattie nonostante che l’esistente sarebbe sufficiente per tutti? Dov’è la ragionevolezza dei padri illuministi della Rivoluzione, in tutto questo?

Che Fraternité posso dire di vedere in un mondo in cui si riesce a giudicare una persona, pur fatta di una sua individualità, basandosi sul colore della sua pelle o sulla forma dei suoi occhi, annullando così completamente ogni possibile forma di comunicazione e comprensione? Dov’è la fratellanza tra i popoli quando si sganciano bombe su civili inermi, e tra le persone quando alcune vengono rinchiuse per anni in lager di detenzione per scontare la pena per il reato di essere clandestini? E dov’è ancora quando, una volta usciti dai lager, li si infila in un bastimento come capi di bestiame per riportarli nell’inferno da cui provenivano? E, nell’eventualità che riuscissero a evitare questa triste sorte, dov’è la fratellanza e l’umanità quando, restando, non trovano che insulti e discriminazioni?

Non ci sono dubbi, questo è ancora l’Ancien Régime.

Dalla pagina di Wikipedia sulla nanotecnologia:

Un’indagine condotta dall’Università del Wisconsin riguardante l’opinione che gli abitanti di 13 Nazioni hanno espresso sulle nanotecnologie ha suscitato interrogativi. Dall’indagine è emersa una evidente maggiore cattiva predisposizione da parte degli abitanti professanti una fede religiosa. In Europa le Nazioni più contrarie alle nanotecnologie sono state l’Italia e l’Irlanda, mentre quelle più favorevoli sono apparse l’Olanda ed il Belgio.

Traetene voi le conclusioni, fare due più due è semplice.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: