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Gobetti

Il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l’autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi; che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, è una nazione che vale poco.
Voglio iniziare con questa concisa citazione il mio altrettanto conciso intervento. Come i pochi lettori dovrebbero aver notato, di questi tempi non ho molta propensione alla prolissità, né nello scrivere né nel parlare (per chi mi conosce anche di persona e mi incontra magari tutti i giorni). Non conosco con certezza il motivo di questa mia condizione, ma sono in grado di fare delle ipotesi; all’inizio azzardavo che si trattasse di un vuoto interiore o della presa di coscienza di un vuoto che fino a poco tempo fa mi affrettavo sapientemente a colmare con citazioni colte condivise con incosciente convinzione, ovvero senza conoscerne a fondo il significato reale, oppure grzie a spinte eroiche di amaro sapore foscoliano. Penso invece che non è un vuoto a farmi tacere ma troppo contenuto; devo mettere ordine nella mia mente, e non lo dico per un qualche assodato valore morale dell’ordine o di qualche suo vantaggio comportamentale (e per alcuni le due cose coinciderebbero), ma perchè io parlo di visione del mondo che necessariamente deve essere sistematica, ordinata e razionale e non parziale o elaborata in maniera episodica; sono sempre stato maggiormente propenso alla trattazione lampo piuttosto che alla costruzione coerente di sistemi di pensiero, così non ho mai elaborato una visione del mondo che sia mia sistematicamente (e ciò non implica la dogmaticità). C’è posto per i diritti individuali nel socialismo marxista? C’è posto per la collettività nel liberalismo? C’è posto per il patriottismo nell’ottica socialista del conflitto sociale? L’appartenenza ad una classe sociale può determinare automaticamente l’appartenenza al sistema o all’antisistema, ammesso che questi esistano? Sono queste le domande che si pone, nella ricerca di un pensiero politico autonomo e nuovo, un ragazzo di diciannove anni nei tempi del regime. Del regime nato dalla caduta del Muro. Del regime nato da Tangentopoli. Del regime della dittatura mediatica. Del regime del nulla.
 

 

Emilio Praga, 1864

Noi siamo i figli dei padri ammalati:
aquile al tempo di mutar le piume,
svolazziam muti, attoniti, affamati,

sull’agonia di un nume.

Nebbia remota è lo splendor dell’arca,

e già all’idolo d’or torna l’umano,
e dal vertice sacro il patriarca

s’attende invano;

s’attende invano dalla musa bianca
che abitò venti secoli il Calvario,
e invan l’esausta vergine s’abbranca

ai lembi del Sudario…

Casto poeta che l ‘Italia adora,

vegliardo in sante visioni assorto,
tu puoi morir!… Degli antecristi è l’ora!
Cristo è rimorto !

O nemico lettor, canto la Noia,
l’eredità del dubbio e dell’ignoto,
il tuo re, il tuo pontefice, il tuo boia, il tuo cielo,
e il tuo loto !

Canto litane di martire e d’empio;
canto gli amori dei sette peccati
che mi stanno nel cor, come in un tempio,
inginocchiati.

Canto le ebbrezze dei bagni d’azzurro,
e l’Ideale che annega nel fango…
Non irrider, fratello, al mio sussurro,
se qualche volta piango :

giacché più del mio pallido demone,
odio il minio e la maschera al pensiero,
giacché canto una misera canzone,
ma canto il vero!

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