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Avevo vent’anni

La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c’è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline.
Pier Paolo Pasolini

Io ho sempre avuto una visione romantica del Settantasette: è come se provassi nostalgia per qualcosa che non ho mai vissuto di persona. A dir la verità, allora non ero neanche nato, né lo sarei stato per molto tempo ancora: entrambi i miei genitori erano giusto studenti liceali. Avere una visione romantica comporta il rischio di rimanere delusi dal confronto con la dura realtà: ecco perché la lettura di resoconti e testimonianze dirette poteva rischiare di scalfire questa aura di ammirazione per il Movimento, questa opinione idealizzata di quel periodo. Invece, negli ultimi tre giorni ho letto Avevo vent’anni di Enrico Franceschini, sottotitolato Storia di un collettivo studentesco, e la componente romantica ne è uscita addirittura rafforzata. Forse perché il Settantasette l’ho riletto attraverso gli occhi lucidi di una quarantina di cinquantenni ex-ventenni, chissà.

Fatto sta che una volta il politicizzato, come si sarebbe detto allora, o l’impegnato, come si direbbe oggi, era la norma. Oggi invece è un eccezione se non un vero e proprio disadattato. Con questo non intendo sostenere che in assoluto quel passato fosse meglio di questo presente: non mi piace fare questo tipo di paragoni. Semplicemente so che a me personalmente questo presente non piace, traboccante di individualismo borghese, sempre per adottare un linguaggio settantasettino. Molti dei protagonisti e delle protagoniste che nel libro raccontano le loro vite, i loro sogni, le loro esperienze, sono diventati professori, insegnanti, maestri, figure che lavorano accanto ai giovani di oggi, della mia generazione; tutti sono d’accordo su una cosa, che oggi esiste una grave mancanza di spirito critico nell’apprendimento e in generale nel modo di percepire il mondo e le interpretazioni che si propongono di esso. Sarà che questi cinquantenni si abbandonano al “si stava meglio quando si stava peggio” tipico dei cinquantenni? Magari qualcuno potrà pensare così, ma io sono d’accordo con loro, pur non potendo stabilire un confronto empirico diretto: lo vedo ogni giorno, l’ho visto ogni giorno da quando capace di intendere e volere, tra i miei coetanei, tra i miei compagni, tra i miei amici e conoscenti, anche su di me.

Lo vedo anche nello stabilire i legami sociali, i rapporti interpersonali. Una volta ho letto una testimonianza di qualcuno (non ricordo chi e non ricordo dove) su un concerto, penso la famosa festa di Parco Lambro, il cui nome ufficiale era Festa del proletariato giovanile, organizzata da Re Nudo e da molti considerata alla stregua di una Woodstock italiana. Questo qualcuno diceva che «l’unicità di quegli anni era la possibilità di organizzare feste aperte a tutti; non intendo a porte aperte, mi riferisco alla trasversalità delle iniziative: se organizzavi una festa, era per tutti, stranieri, donne, lavoratori, studenti, artisti. Erano feste “totali”»; non ricordo le parole esatte ma il concetto espresso era più o meno questo (per una comprensione migliore di cosa possa essere una festa totale, consiglio la lettura di questa intervista del 21 luglio 1974). Penso che dal Settantasette non si siano più verificate situazioni del genere, almeno non così estesamente nel tempo.

Insomma, tutto ciò che di positivo una volta era nella norma, ora è anomalo. Quello che posso dire è che ora capisco veramente, forse, il testo di questa canzone. Ora capisco…

Aiutiamo il vicino

Se lei fa un incidente in macchina l’economia ci guadagna. I medici lavorano. I fornitori di medicinali incassano e così il suo meccanico. Se lei invece entra nel cortile del vicino e gli dà una mano a tagliare la siepe compie un gesto antipatriottico perché il Pil non cresce. Questo è il tipo di economia che abbiamo rilanciato all’infinito. Se un bene passa da una mano all’altra senza scambio di denaro è uno scandalo.

Zygmunt Bauman in un’intervista del 07/08/2011

Questo è l’esempio che ho citato in assemblea di facoltà ieri mattina per spiegare come sia illusoria la corrispondenza tra crescita economica e benessere e rispondere a chi sosteneva la necessità di stare con i piedi per terra ed evitare di rivendicare un aumento del benessere piuttosto che la ripresa economica.

Innanzitutto vorrei farvi notare che questa pretesa di mantenere i piedi per terra è del tutto ideologica, perchè sperare che il mondo possa cambiare non è meno utopico che credere che le risorse di un mondo finito possano durare per sempre a ritmi di crescita positivi.

Sembrava, dalle parole di alcuni, che gli obiettivi del movimento debbano essere la crescita economica e l’aumento del PIL.

All’esempio di Bauman da me citato è stato ribattuto, a prima vista ragionevolmente, con l’osservazione che, se invece di aiutare il mio vicino a tagliare la siepe, gli regalo dei soldi perchè possa pagare un giardiniere professionista, il risultato non cambierebbe: l’aumento di benessere finale, non monetizzabile, sarebbe lo stesso, eppure l’economia crescerebbe in virtù della circolazione del denaro da me regalato al vicino e utilizzato da quest’ultimo per pagare un servizio.

Ripensandoci, però, direi che non è esattamente così: aiutando direttamente il vicino con le proprie mani o regalandogli una certa somma di denaro si può naturalmente raggiungere lo stesso risultato materiale (la potatura della sua siepe) ma questo modo di ragionare non tiene conto del processo utilizzato per raggiungere suddetto risultato; e spesso è il processo ad essere determinante per il risultato meno palesemente materiale (il benessere).

Tra i due modi di raggiungere lo stesso risultato c’è una differenza sostanziale a livello di relazioni: l’aiuto diretto attraverso le mie mani, il mio sudore, la mia capacità produce una relazione sociale che un aiuto indiretto che passa per l’intermediario monetario non produce.

Comprendo che questo pensiero possa apparire come una ingenua e sterile demonizzazione del denaro (come anche mi è stato rinfacciato, sempre all’assemblea); in realtà il problema non sono neanche i soldi in sé. La questione è che il denaro il denaro rischia spesso di diventare, o diventa, strumento di sfruttamento e di disumanizzazione delle relazioni e causa di alienazione dalla rete di relazioni che dovrebbe essere la vita. È questo che va contrastato.

La comune di Madrid

da http://www.carta.org/2011/05/la-comune-di-madrid/

Non li ha fermati la polizia. Non ci è riuscita. Ormai a Porta del Sol, nel centro di Madrid, c’è una comune, una città auto-organizzata che rivendica diritti e che porta le ribellioni mediterranee dei mesi scorsi nel bel mezzo della Fortezza Europa. È l’ulteriore dimostrazione che quella fortezza è tutt’altro che inespugnabile, e che le idee insieme agli uomini e alle donne e alle storie che vivono, sono più forti delle frontiere.

Non è facile organizzare la convivenza spontanea di centinaia di persone provenienti da ambienti diversi, sconosciuti l’uno all’altro nel centro della città. Tutte queste persone devono mangiare, lavarsi, dormire, pulire, tenere la comunicazione e soprattutto sviluppare un discorso comune.

Tutto ciò – nota El Pais in un reportage sul fenomeno – avviene senza gerarchie, senza guru e leader carismatici. Un tabellone informa i manifestanti che arrivano in piazza: dove si trova la zona notte, dove si può recuperare del cibo e persino dove ritrovare gli oggetti smarriti. Ci sono poi otto comitati, divisi in sottocommissioni formate da molti volontari. Qualcuno ha provveduto a costruire dei teli per ripararsi dal sole e dalla pioggia, che nelle ore scorse non ha risparmiato la città. Sono comparse anche delle assi di legno che fungono da pavimento e qualcuno ha portato persino divani e brandine. «Abbiamo bisogno di pane e caffè», hanno scritto su Twitter ieri sera. Alcuni ristoratori della zona hanno donato cibo e sidro. I gruppi di lavoro sono aperti a tutti. Un moderatore si occupa di far parlare chi lo desideri. Alcuni appuntamenti durano ore, perché tutti vogliono dire la propria. In molti si occupano di monitorare ciò che avviene in rete, altri predispongono la tutela legale e ricordano a tutti di portarsi dietro il nome di un avvocato da chiamare in caso di arresto.

La principale manifestazione si era svolta lo scorso 15 maggio a Madrid. «Toma la calle el 15 de mayo, sin futuro y sin miedo» recitavano gli striscioni che della manifestazione di studenti e precari che aveva rilanciato la pratica «italiana» del book bloc, i libri-scudo simbolo della rivolta contro la riforma Gelmini. Migliaia di giovani e studenti avevano chiesto welfare, reddito contro le politiche di austerity. Simili proteste hanno riempito le strade di una cinquantina di città spagnole.

Così, il giorno successivo, e siamo al 16 maggio, migliaia di persone hanno occupato Puerta del Sol, una delle principali piazze di Madrid. Sulla scia dell’iniziativa di Madrid, ci sono state manifestazioni a Barcellona, Valencia, Saragozza, Palma de Mallorca, Siviglia e Bilbao. Il movimento rifiuta qualsiasi portavoce e non ha nessuna intenzione di farsi ingabbiare dentro schemi già conosciuti.

Ciò che consente a un messaggio spedito nel mare in tempesta della rete e dei social network di non affogare è la sua parola chiave, l’etichetta, il «tag». Se state cercando notizie e aggiornamenti sul movimento spagnolo di questi giorni potere cercare «15m», sigla che deriva dal giorno in cui tutto è cominciato. E poi c’è «acampadasol», termine che deriva dal campeggio allestito in Puerta del Sol da migliaia di persone. Sui social network è comparso anche il tag «spanishrevolution», chiaramente ispirato alle rivoluzioni nel Nord Africa e vicino Oriente.

Il prossimo 22 maggio nello stato spagnolo si terranno le elezioni regionali. Alcuni esponenti politici hanno espresso la loro opinione dopo che la polizia di Madrid sciolto ha sgomberato l’accampamento di Madrid. Tuttavia, anche il candidato socialista di Madrid alle elezioni locali, Tomás Gómez, non ha potuto condannare il popolo di Puerta del Sol, anche se ha cercato di incanalare la protesta dentro gli schemi tradizionali, facendo finta di dimenticare le responsabilità del partito popolare di Aznar prima nell’aver alimentato la bolla speculativa del cemento e dei socialisti dopo di non aver saputo gestire la crisi. «Esorto i giovani a ribellarsi – ha detto Gómez – mi identifico con le loro richieste, ma voglio anche dire loro che c’è un canale per cambiare il mondo, per cambiare ciò che è sbagliato, e questo è la politica». Gómez ha detto di condividere le preoccupazioni dei manifestanti, perché «un intero sistema economico e politico è fallito». «Tuttavia – ha proseguito il candidato socialista – i veri anti-sistema sono gli anarco-liberisti seduti nei loro uffici che vogliono porre fine alla poteri pubblici, servizi pubblici e dello stato sociale».

Il leader di Izquierda Unida Cayo Lara, la cui campagna elettorale si è concentrata sulle carenze di fronte alla crisi delle destre del Pp e del governo socialista del premier José Luis Rodríguez Zapatero. Lara ha accusato Zapatero di aver venduto ai banchieri i diritti sociali e ha rilasciato dichiarazioni di appoggio al movimento. «Non vogliamo strumentalizzare nessuno. Sosteniamo questo movimento di ribellione e di indignazione perché siamo una parte di esso, ma senza essere opportunisti o cercare le luci della ribalta», ha detto Lara nel corso di una manifestazione a Siviglia. Stigmatizzando la «violenta repressione effettuata da polizia» contro i manifestanti, l’Izquierda unida ha affermato che il vice-premier «reprime la protesta invece di occuparsi dei temi che solleva». I commentatori fanno notare che òa destra del Partido popular non si preoccupa molto delle proteste: le vedono come una faccenda tutta interna alla sinistra.

I portavoce cambiano ogni giorno. «Chiediamo un cambiamento politico, sociale ed economico – spiega al Mundo Oscar Rivas, che ieri era il portavoce di turno- Le elezioni del 22 maggio non sono la data di scadenza di questo movimento. Vogliamo continuare a venire ogni sera alla Puerta del Sol a dimostrare che un altro mondo è possibile». La commissione elettorale è in difficoltà: le regole non consentono manifestazioni politiche prima del voto, ma non ci si è mai trovati di fronte ad un’anomalia simile. Un comunicato stampa promette: «Questo è solo l’inizio. La piattaforma, orizzontale, basato su assemblee aperte alla partecipazione di lavoratori, disoccupati, studenti, giovani, pensionati continuerà a lavorare. Vogliamo approfondire il cammino che abbiamo iniziato. Crediamo sia possibile una società più giusta. E lo dimostreremo».

Un giovane, intanto, ha scritto sul cartello che indossa: «Sono stanco di essere il futuro, io sono il presente».

Cari studenti del liceo Fermi di Ragusa…

Cari studenti del liceo scientifico E. Fermi di Ragusa,

vorrei fare sapere a tutti voi, se non ve ne rendete già conto (ma a questo punto mi sembra di no, visto che non vi ribellate) che vi stanno mettendo i piedi in testa in tuti i modi; e non mi riferisco alla scontata “riforma Gelmini”, che taglia i fondi alla scuola e quelli che restano li impiega male, promettendo, tanto per dirne una, laboratori e computer in tutte le scuole italiane quando non esistono nemmeno locali adatti e, per dirne un’altra, i locali che esistono già sono il più delel volte fatiscenti, vecchi e fuori norma (ovvero studiate ogni giorno in luoghi illegali).

Mi riferisco piuttosto al modo in cui vi stanno trattando coloro che dovrebbero essere dalla vostra parte e invece fanno di tutto per mettervi i pali tra le ruote nella vostra battaglia di civiltà e di costruzione della coscienza civica, che è uno scopo non meno formativo e importante della didattica ordinaria e giornaliera he si svolge tutte le mattine.

Infatti apprendo che avete stilato un programma per un’autogestione che non è stato minimamente preso in esame dalla preside del vostro istituto, che anzi vi ha urlato contro che “l’autogestione è una cosa illegale”, che è “interruzione di pubblico servizio”. Ebbene, vi chiarisco un po’ le idee: l’autogestione non è illegale e non è interruzione di pubblico servizio, perchè consiste nella collaborazione tra docenti e studenti a scopo formativo, ovvero rientra esattamente negli obiettivi dell’istituzione scolastica.

Potreste rispondermi che tra questi obiettivi non rientra la protesta. Può darsi (anche se io non so o d’accordo, ma è un’altra questione), ma allora non lasciatevi prendere in giro da quei docenti che farfugliano di essere contro la riforma Gelmini e poi non osano protestare nascondendosi dietro la scusa “in qualità di preside/videpreside/docente di questo istituto non posso schierarmi”, perchè la riforma colpisce anche loro: decine di migliaia di assunzioni in meno entro qualche anno vuol dire decine di migliaia di docenti in meno entro qualche anno. E infatti in quegli istituti italiani dove i docenti sono davvero e non solo a parole (cioè per finta) contro la riforma, essi stanno occupando le scuole insieme con gli studenti e i loro genitori, stanno inviando comunicati con gli studenti, si stanno imbavagliando e incatenando per protesta, mettendoci la loro faccia, e non dicendo di essere contrari ma poi mandando gli studenti in prima linea o, peggio, comportandosi come sta succedendo a voi, cioè impedendovi di svolgere attività scolastiche con il pretesto di una presunta illegalità.

Se poi, vi si concede finalmente di fare qualcosa, anche se poco, vi viene imposta la condizione che non si parli di “autogestione” ma al limite di “giornata autogestita”, svilendo completamente il senso estroverso di una protesta, che deve essere rivolta all’esterno, trasformandolo in una giornata autoreferenziale in cui solo voi dovete sapere che è una protesta, e non i referenti della protesta, cioè coloro contro cui protestate. Tutto ciò è assolutamente ridicolo.

Non intendo entrare nei dettagli né obiettare alle singole motivazioni o scuse addotte da chi vi ha proibito di protestare unendovi agli studenti di tutto il paese, anche se potrei farlo; vi dico solo questo: l’Italia studentesca e non solo è in rivolta, oltre duecento istituti superiori sono occupati e più del doppio sono in autogestione ormai da giorni o settimane; le università sono totalmente occupate o bloccate; tanti lavoratori e ricercatori sono sui tetti, sulle gru, nei consigli comunali, e tutte queste componenti si sono trovate più volte nell’ultimo mese a invadere le piazze e i centri cittadini, a bloccare fisicamente le stazioni ferroviarie su tutto il territorio nazionale, gli aeroporti, le autostrade, a radunarsi e confrontarsi in grandi assemblee che propongono una visione diversa di gestire le risorse pubbliche. La protesta è riuscita ad estendersi in tutta la penisola, e in tante città gli studenti medi ed universitari hanno trovato ostacoli e difficoltà: per esempio, come voi tanti altri studenti liceali hanno subito minacce e opposizione da parte di presidi con la testa un po’ troppo montata, convinti di difendere un orto, un pezzo di terreno, quando nel frattempo si sta svendendo il valore stesso del feudo, della terra, della nazione. A questi falsi difensori degli interessi degli studenti, le scuole hanno risposto con azioni di forza: una forza che viene dalla coscienza, dalla consapevolezza e dall’informazione, dalla convinzione di essere nel giusto, dalla certezza che opporsi a una legge e un governo che delegittimano e offendono la cultura, la ricerca e la formazione è un obbligo civico, un imperativo categorico morale.

Voi cosa state aspettando? Da che parte state?

Zone rosse

L’ufficio di Questura di Palazzo Madama ha oggi inviato una mail a tutti i senatori per illustrare le misure di sicurezza straordinarie adottate per il 14 dicembre in vista delle manifestazioni “in modo da evitare il ripetersi di episodi come quello del 24 novembre scorso”, si legge nella mail che pubblichiamo integralmente.

Si comunica che il giorno 14 dicembre prossimo, in concomitanza con la discussione presso le Camere delle mozioni sulla fiducia al Governo, sono previste manifestazioni di protesta che potrebbero interessare le zone circostanti le sedi del Parlamento.

Allo scopo di tutelare l’ordine pubblico, la Questura di Roma ha predisposto una serie di servizi, comprendenti anche posti di blocco volti ad impedire l’avvicinamento dei manifestanti ai palazzi del Senato e della Camera dei Deputati, in modo da evitare il ripetersi di episodi come quello del 24 novembre scorso, allorché alcuni manifestanti tentarono di accedere dall’ingresso principale di palazzo Madama.

In considerazione delle difficoltà che il dispositivo di sicurezza potrebbe comportare nell’accesso al Senato, l’Amministrazione ha richiesto alla Questura di garantire il transito dei Senatori e dei dipendenti, previa esibizione del tesserino di riconoscimento personale e del contrassegno di transito dell’autovettura; eventuali difficoltà che dovessero essere frapposte al transito dal personale di polizia presente sul territorio potranno essere segnalate telefonicamente alla Centrale operativa del Senato (tel. 06 xxxxxxxx), che provvederà – compatibilmente con la situazione – ad esperire ogni azione utile alla soluzione del problema. Si suggerisce, tuttavia, di anticipare l’arrivo in Senato alle prime ore della mattinata, in quanto successivamente l’eventuale concentrazione dei manifestanti in corrispondenza dei posti di blocco potrebbe rendere fisicamente impossibile il transito”.

Frustrati indisponibili

Eravamo a un passo dalla rivoluzione… e invece bisogna ricostruire tutto da capo

Normalisti indisponibili

Oggi, 29 novembre 2010, la Scuola Normale Superiore di Pisa è stata occupata da un gruppo di suoi studenti.

In questo documento affermiamo le ragioni della nostra contrarietà al DDL 1905 in discussione in questi giorni alla Camera, che si inserisce in una politica di delegittimazione sistematica dell’università italiana (politica che necessariamente colpisce anche la Scuola Normale).

Riguardo all’articolazione degli organi interni dell’università (art. 2) siamo innanzitutto contrari alla svalutazione del ruolo del senato accademico, ridotto a organo meramente consultivo, a fronte di un consiglio di amministrazione chiamato a prendere decisioni di fondamentale importanza anche in merito a questioni strettamente inerenti alla didattica, come la soppressione e attivazione di corsi (art. 2, comma 1). Riteniamo che questo sia particolarmente grave, poiché non è chiara la tipologia professionale dei membri del consiglio, definiti nel testo del DDL come “personalità italiane o straniere in possesso di comprovata competenza in campo gestionale ovvero di un’esperienza professionale di alto livello” (art.2, comma 1). Crediamo infatti che, per prendere decisioni in materia di didattica, non sia sufficiente una competenza in ambito gestionale, ma che occorra anche e soprattutto una competenza di tipo specifico nei settori disciplinari implicati. Temiamo che la vaghezza delle indicazioni fornite in proposito legittimi la presenza massiccia di privati all’interno della governance universitaria. Questo va in direzione di una privatizzazione della scuola pubblica, inaccettabile in linea di principio e pericolosa in quanto genera un conflitto di interessi che non può essere risolto meramente attraverso l’introduzione di un generico “codice deontologico” (art. 2, comma 4).

Più in generale lamentiamo la mancanza di chiarezza in merito ai criteri di selezione del personale con responsabilità gestionali; citiamo ad esempio l’art.2 comma 1 a proposito del “nucleo di valutazione”: tale organo, con funzione “di verifica della qualità e dell’efficacia dell’offerta didattica” è composto da membri dei cui non è specificato nulla se non la loro necessaria non appartenenza all’Ateneo. La “commissione paritetica docenti-studenti” che lo affianca, pur risultando più definita nella sua composizione, ha ruolo puramente consultivo. L’art. 5, inoltre, introduce meccanismi premiali per la distribuzione dei fondi senza definire (comma 3 e 4) in modo puntuale i requisiti di assegnazione, insistendo invece pericolosamente su bilancio e gestione della spesa piuttosto che sulla valutazione di didattica e ricerca.

Riteniamo che un ateneo debba essere valutato in base alla sua efficienza nel formare laureati di alto livello, sui risultati della sua attività di ricerca e non da ultimo sulla sua capacità di diffondere la cultura tra la cittadinanza e non soltanto su parametri di tipo finanziario. Difficile fidarsi degli appelli alla meritocrazia, quando ad esempio ancora manca la nomina del consiglio direttivo dell’ANVUR (Agenzia Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca) a quattro anni dalla sua istituzione e manca al 29 novembre 2010 una qualsivoglia ripartizione dei fondi per l’anno 2010 in base alla valutazione.

Un altro punto importante è quello riguardante i ricercatori (art. 21), per noi particolarmente rilevante dal momento che la Scuola Normale forma essenzialmente per la ricerca. La normativa proposta, gravemente priva di chiarezza, introduce una carriera lunga, precaria, in cui non è chiaro se il rispetto dei parametri contrattuali garantirà la permanenza all’interno delle strutture di ricerca. Data la situazione economica critica, sorgono seri e giustificati dubbi sull’entità effettiva delle assunzioni a fine percorso. Quest’incertezza s’aggiunge a quella relativa all’attuale sospensione dei concorsi per ricercatore, in assenza di nuovi regolamenti attuativi.

Tutto questo avviene in un panorama per niente rassicurante per i circa 9 studenti su 10 che a partire dall’anno prossimo perderanno la borsa di studio a causa dei tagli ai fondi del DSU dell’89,54%. Nella stessa ottica agisce l’art. 4 del ddl che, introducendo il cosiddetto prestito d’onore, di fatto sostituisce le agevolazioni economiche per gli studenti meritevoli con forme di indebitamento tarate sul reddito.

Come dimostra la nostra partecipazione alla protesta anche relativamente ai punti sulle borse di studio e sui prestiti d’onore, per considerare il ddl Gelmini una minaccia al sistema formativo italiano non è necessario essere danneggiati in prima persona dai suoi effetti sul piano della qualità della didattica, del diritto allo studio e delle prospettive future di un’università pubblica già pericolante. È sufficiente essere cittadini consapevoli che l’investimento e la valorizzazione nella cultura, nell’università, nella scuola e nella ricerca dovrebbero essere tra i primi obiettivi di un paese che voglia uscire dalla crisi: è con questo spirito che contestiamo la riforma.

Riteniamo che si debba abbandonare il settarismo che spesso, in passato, ha caratterizzato le proteste di singole categorie: per questo chiediamo ora il ritiro del ddl non in quanto studenti della Scuola Normale, non in quanto studenti dell’Università di Pisa, ma in quanto cittadini che chiedono risposte adeguate rispetto alla crisi e all’esigenza di investire risorse umane ed economiche in tutto il settore della formazione.

Normalisti indisponibili

La conoscenza è un atto politico

Per chi oggi non avesse comprato Terra, quotidiano nazionale, con il supplemento della Rete della Conoscenza, pubblico qui il mio articolo dal titolo “La conoscenza è un atto politico”

Cosa succede quando decine se non centinaia di migliaia di studenti in tutta Italia decidono di riempire le piazze delle loro città, di occupare le proprie scuole costruendo un’idea di riforma alternativa, di riunirsi in gruppi di lavoro e di discussione mettendo in pratica lo strumento indispensabile della condivisione e dell’orizzontalità democratica, di stabilire una fitta rete di informazione sul piano nazionale e, spesso, a livello territoriale?
Finché tutto ciò si risolve con manifestazioni di piazza organizzate durante quelle che dovrebbero essere le ore di lezione, l’effetto immediato ed evidente è un rallentamento l’attività didattica.
Niente di meglio per il regime dell’ignoranza contro cui le manifestazioni sono indirizzate.
Ma se quelle manifestazioni diventano non l’ultimo effetto passeggero della naturale tendenza ribelle insita nei giovani, passionale, istintiva, quasi ingenua, per trasformarsi in passi singoli di un progetto organico, insomma se il corteo diventa uno strumento da sfruttare al massimo anziché un fine da perseguire, il regime trema.
Se in quelle assemblee si fa informazione, un’informazione vera, non distorta dalle lenti del potere ma generata dalla volontà di chi è protagonista dei fatti raccontati di comunicare, di descrivere oggettivamente, di sfuggire agli strumenti del “quarto potere” ufficiale, il regime trema.
Se in quei dibattiti ci si rende conto che il primo passo per superare la crisi economica globale e il sistema che l’ha prodotta non può che essere quello di “produrre cultura”, si forgia l’arma che meglio di tutte le altre può essere usata contro il regime dell’ignoranza, e il regime trema.
Se in quelle riunioni si elaborano strategie di lotta nuove e idee nuove per costruire non solo una scuola diversa ma una società diversa, alternativa a quella esistente, lontana dalle disparità, dalle disuguaglianze e dalle discriminazioni, il regime trema.
Ci vuole più informazione, più responsabilità, più attaccamento folle a ogni singolo possibile frammento di cultura esistente nel nostro Paese, da parte di ciascuno di noi, da parte di tutti. Quello che vogliamo non si ottiene soltanto con la doverosa partecipazione a manifestazioni di piazza ma in definitiva con la scelta di uno stile di vita che sia conforme ai valori che abbiamo deciso di abbracciare.
Il sapere in sé non ha un colore politico, eppure in una società che premia l’ignoranza, l’apparire e la corruzione piuttosto che la cultura, l’essere e la legalità, la conoscenza un colore politico ce l’ha: chi è onesto e consapevole dei propri diritti non può sostenere queste politiche governative di disfacimento dell’apparato scolastico e universitario italiano, questa politica dei privilegi, della disinformazione e dell’individualismo.
La storia ci sta chiamando: sentiamola e rispondiamo con tutte le nostre forze. La conoscenza è un atto politico.

Piero Lo Monaco

Indisponibili davvero

Considerazioni sulla protesta del mondo della formazione e critica dei metodi di lotta finora utilizzati. Ecco cosa propongo invece per una minaccia che sia vera, viva, valida.

Bloccare le università non basta per bloccare l’economia.
È vero che la ricerca produce ricchezza e che l’Italia è retrocessa economicamente rispetto ad altri paesi industrializzati e post-industriali proprio a causa dell’insufficienza dei finanziamenti per la ricerca, ma questo è un processo che si sviluppa a medio o lungo termine (per esempio l’arretratezza attuale è dovuta non ai tagli di oggi ma alla tanta negligenza di ieri rispetto a tutti i luoghi della formazione e della cultura), e il blocco della didattica, se non si ha la certezza che il Governo ascolterà il disperato grido d’allarme lanciato dall’università, non può protrarsi per un intervallo di tempo esageratamente lungo come quello che servirebbe a convincere coi fatti che senza ricerca non c’è sviluppo e che noi siamo in grado di bloccare lo sviluppo bloccando la ricerca.

Le strategie di lotta passate non sono più efficaci.
È vero che, dopo due anni dalla nascita del movimento di opposizione alle scellerate politiche governative in materia di istruzione, università e ricerca nel mondo della formazione, l’agitazione sociale ha contribuito alla formazione di una forte coscienza critica, ma le strategie utilizzate si sono evidentemente rivelate pressoché inutili. La prova lampante è che il ddl Gelmini è ancora in parlamento, dove è sempre stato, e forse verrà approvato.

Il corteo non fa paura a nessuno.
Non serve una mente geniale a capire che dei cortei e delle manifestazioni civili dei generi più svariati e delle modalità più diverse, non si cura il Governo. Come ha detto tante volte Berlusconi, «il governo va avanti», «per la sua strada», con o senza la gente in piazza. Anche qui si potrebbero fare infiniti esempi delle numerosissime manifestazioni rimaste inascoltate. Il corteo e il blocco delle università non fanno più paura a nessuno, il primo perché basta non dare risalto mediatico all’evento (che in una dittatura mediatica equivale a cancellare la sua esistenza) o dargliene troppo (trasformandolo in spettacolo di intrattenimento delle masse da illudere), il secondo perché non provoca danni immediati, ammesso che riesca a provocarli.
Il problema è che non riusciamo a convincere i vari Tremonti, i Berlusconi, i Gelmini, che siamo in grado di costituire un danno per il sistema, perché né il corteo né il blocco della didattica sono realmente in grado di farlo, non costituiscono un ricatto né una minaccia.

Indisponibili davvero.
Fin da subito questo movimento ha preso il nome di «indisponibili».
I ricercatori si sono dichiarati indisponibili a svolgere, senza essere pagati, compiti che dovrebbero essere svolti da altri lavoratori, i quali però non ci sono dato che assumerli significherebbe spendere soldi per il mondo della formazione.
Si sono rifiutati di fare qualcosa che non rientra nei compiti previsti dai contratti.
Se anche noi studenti vogliamo essere indisponibili davvero e non solo a parole, non solo come segno di vicinanza alla protesta dei ricercatori, dobbiamo rendere la nostra indisponibilità una pratica che rispecchi la nostra condivisione di principi fondamentali.
Dobbiamo fare in modo che l’indisponibilità si concretizzi, diventi uno strumento di ricatto e di minaccia, dobbiamo mostrare che con la nostra indisponibilità, se vogliamo, possiamo bloccare tutto.
È ora quindi che ci rifiutiamo anche noi di pagare di più: è ora che rispettiamo anche noi i contratti degli affitti, meticolosamente, pagando la cifra prevista, né più né meno.
Finché non li sfideremo su quel fronte, colpendoli nel loro punto debole, quello dei soldi, non solo loro ma anche l’opinione pubblica e la cittadinanza, si accorgeranno che noi esistiamo solo se il corteo passa davanti ai loro portoni o se ne parlano i mezzi di informazione. Ma se blocchiamo l’economia, non si potrà trascurarci.
Se siamo gli indisponibili perchè siamo disposti a pagare la stragrande maggioranza degli affitti in nero? Il boicottaggio è il vero strumento con cui possiamo tenere in scacco, bloccare, letteralmente paralizzare l’economia della città, e pretendere che ci venga ridato ciò che ci è stato tolto. Senza boicottaggio, il corteo è una sfilata informe. Con il boicottaggio, il corteo farà di nuovo paura.

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