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La Convenzione Nazionale si parlava addosso

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Se non si fosse parlato, niente sarebbe accaduto
Victor Hugo, Novantatré

Ai tempi del liceo, ero molto attivo in un’associazione studentesca e questa attività impegnava una parte rilevante del mio tempo. Le assemblee, o meglio le riunioni come le chiamavamo, erano essenzialmente condotte per curare i dettagli organizzativi e fare il punto della situazione delle iniziative in corso o in progetto.
Chi si occupa di fare queste fotocopie? Quando facciamo una colletta? Cosa ci scriviamo sul cartellone? Qualcuno ha aggiornato il sito? Com’è andata a finire per quel progetto?
Il risultato era che, alla fine della riunione, ti sentivi molto attivo e impegnato, ma non avevi imparato nulla che non fosse contingente: la riunione si riduceva a un momento di definizione dei compiti e della loro assegnazione. Conosco bene, così, la sensazione di aver discusso per ore senza aver costruito qualcosa di più grande, importante e generale delle singole azioni, insomma senza aver definito esplicitamente una linea politica basata sull’analisi delle circostanze.

Oggi riconosco in questo fatto una tendenza generale, che deriva dall’abbandono di una visione alternativa della società. È la tendenza secondo la quale l’era delle grandi narrazioni è finita, che propugna la fine delle ideologie e la necessità di un pensiero debole, che non aspira più a sistemi onnicomprensivi o a progetti di emancipazione globale, ma solo a forme specifiche di resistenza e intervento.

Questa rinuncia è visibile sia dall’interno che dall’esterno delle associazioni e dei movimenti. Dall’interno, come appena descritto, manifestandosi come incapacità di discutere criticamente il reale creando una visione alternativa totale; dall’esterno, il fenomeno è altrettanto evidente, e l’esempio più lampante e chiaro nella sua immagine è senza dubbio costituito non solo da eventi organizzati da movimenti “non proprio movimenti”, come i V-Day di Beppe Grillo e il No Berlusconi Day del Popolo Viola, ma anche da altri costruiti e sostenuti da movimenti nel vero senso del termine, come il “No Monti Day” (mi sento idiota solo a scriverlo) e tutta una carrellata di No Qualcosa Day, ormai una moda, anche per questioni di marketing.
Non sfuggono del tutto alla trappola neanche movimenti al di sopra di ogni sospetto, come i NoTAV, la cui battaglia rischia di passare per particolaristica (nonostante l’impegno dei militanti atto a scongiurare una visione “NIMBY” delle loro motivazioni) e richiedente un intervento circoscritto e non un cambiamento generale.

C’è davvero bisogno di una giornata contro Monti, una distinta contro il debito, una separata per difendere l’articolo 18, un’altra contro la corruzione, una ancora per la libertà di stampa, un’ultima per difendere gli operai Alcoa, Ilva, Fiat e così via?

Il Movimento per eccellenza in Italia, quello con la M maiuscola, cioè quello studentesco, che è anche l’unico movimento democratico di massa che la storia repubblicana abbia conosciuto dopo la Resistenza (forse anche da quando la storia repubblicana non era), ci ricorda che, quando esiste un movimento radicato, nelle strade e nelle piazze non si scende per questo o per quello, ma “per il movimento”. E il movimento include tutte le lotte, è onnicomprensivo, è globale, è totale. Può anche sembrare un discorso misticheggiante, ma questo dovrebbe essere un movimento: dovrebbe volersi appropriare anche del mistico, dello spirituale, dei sogni (non ci credo che lo sto scrivendo). Con questo non voglio scadere in una retorica romantica e ingenuamente inconcludente, bensì cercare di dire che non è solo il materiale che conta nell’impegno, ma anche l’immateriale. È l’immateriale che trascina il materiale, e non viceversa. Chi chiede di stare “coi piedi per terra” soffoca la spinta creativa: l’impegno è qualcosa che noi facciamo “per sentirci noi stessi come entità fisico-psichiche”, come dice Verdone.

Che effetti ha un approccio episodico e strettamente programmatico e a breve, al massimo medio termine, sulla radicazione dei movimenti? Sicuramente ne ha uno negativo: l’incapacità di parlare. Oggi siamo convinti che un forum o una chat comune possano sostituire il dialogo di persona; che un invito sui social network possa fungere da volantino; che ragionare, analizzare, discutere fino a notte fonda dei massimi sistemi, parlare sia una perdita di tempo rispetto all’imminente necessità di realizzare azioni e organizzare eventi; perché pensiamo che parlare non sia altro che parlarsi addosso senza concludere mai niente.
Ma sbagliamo, perché è questo “parlarsi addosso” che fa crescere i movimenti.
La Convenzione Nazionale si parlava addosso.
Impariamo a parlare, le parole sono armi in quanto idee.

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