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Manganelli e scuse

Due giorni fa una notizia è stata ripresa da tutti i maggiori quotidiani: un bambino di dieci anni è stato prelevato di peso dalla polizia di fronte alla sua scuola. La scena è stata registrata dalla zia in presenza anche del nonno, i quali invano hanno provato a impedire la “cattura” violenta del nipote. Insieme alla polizia era presente il padre del bambino, che ha aiutato gli agenti ad ultimare l’operazione, nonostante la resistenza opposta dal figlio. Questo allontanamento dalla madre con contestuale forzato riavvicinamento al padre è stato stabilito dalle autorità giudiziarie come «unica soluzione possibile», come risultato di una richiesta da parte del padre, il quale sostiene di essere stato vittima negli anni di «un processo di esautoramento che si sta pietrificando in un grumo di odio insostenibile per le spalle ancora tenere di Leonardo».

Mettendo da parte, per mancanza di competenza in materia, un’analisi dell’opportunità di questa scelta, resta comunque un fatto: dal video risulta chiaramente che le forze dell’ordine hanno agito con violenza ingiustificata e gratuita ai danni di un bambino, prendendolo per mani e piedi, maltrattandolo fisicamente, costringendolo drammaticamente, causando un trauma che probabilmente lo segnerà a vita. La giustificazione degli uomini della questura di Padova è stata che «stavano eseguendo un ordine», ma è una scusa che non regge più dai tempi di Norimberga.

Il questore Montemagno ha sostenuto fin dall’inizio la necessità di un’approfondita indagine interna per verificare se fossero state commesse irregolarità nel corso dell’operazione, in barba all’evidenza costituita dal video, per concludere che «l’operato dei miei uomini è stato cristallino».
Nessuno che si faccia qualche domanda sui criteri di selezione delle forze dell’ordine, sulla loro preparazione professionale, sul loro addestramento. Tutto normale, solo che stavolta c’era il video.

Allo stesso tempo la Questura di Padova, il capo della polizia Manganelli, addirittura il governo, si sono affannati a porgere le più sentite scuse ed esprimere profondo rammarico alla famiglia del bambino per i metodi utilizzati nell’applicazione dell’ordine costituito dalla sentenza del Tribunale del minori. Però, che professionalità questa Polizia di Stato italiana: fanno il massacro della Diaz e chiedono scusa, organizzano la più grave sospensione dei diritti umani in un paese occidentale dopo la Seconda Guerra e chiedono scusa, picchiano un ragazzo perché ha la pelle nera e chiedono scusa, maltrattano un bambino e chiedono scusa. Che educati! Peccato che chiedano scusa solo quando c’è un video ad incastrarli, e anche quando c’è, come in questo caso, si mette in dubbio la sua autenticità perché la documentazione «è parziale».

Inoltre, ora, ad essere sotto denuncia non sono gli agenti violenti ma la zia e il nonno del bambino, accusati di oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale oltre che di inosservanza di un provvedimento giudiziario.

Ma funziona così: bastone e carota. Manganelli e scuse.

La tortura da noi non serve

Eleonora Martini da Il Manifesto

Che cos’è la tortura? “Gli arresti arbitrati nel carcere provvisorio di Bolzaneto con maltrattamenti e minacce di stupro e di morte, gli schiaffi, i pugni, la privazione di cibo, acqua e sonno, le posizioni forzate per tempi prolungati. Il raid nella notte tra il 21 e il 22 luglio 2001 alla scuola Diaz. Le aggressioni indiscriminate verso manifestanti pacifici e giornalisti. Cos’altro sono?”.

Per Amnesty International, che ieri è stata sentita dalla Commissione di tutela dei diritti umani del Senato sullo stato di salute della nostra democrazia, sono “una macchia intollerabile nella storia italiana dei diritti umani”. Una vergogna che ancora attende, a dieci anni dal G8 di Genova, “un’assunzione di responsabilità e le pubbliche scuse alle vittime e a tutti gli italiani”.

Nel nostro codice penale il reato di tortura non è mai stato inserito perché governi di destra e di sinistra hanno sempre sostenuto, senza tema del ridicolo, che da noi «non serve». Ma secondo la definizione della Convenzione Onu ratificata dall’Italia nel 1988 ma mai attuata, è l’atto commesso da persona agente da pubblico ufficiale per “infliggere intenzionalmente” ad un’altra persona “dolore o sofferenze forti, fisiche e mentali”, al fine di ottenere informazioni o confessioni, di punirla, di intimorirla o di far pressione su di lei o su terzi, o “per qualsiasi altro motivo fondato su forme di discriminazione”.

Il reato di tortura non si prescrive. E invece, ha spiegato in conferenza stampa al Senato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia, “le sentenze di appello sulle violenze alla Diaz e a Bolzaneto emanate nel 2010 e le decisioni emerse in altri procedimenti riconoscono responsabilità di agenti e funzionari delle forze dell’ordine per violenze fisiche e psicologiche, calunnie, falso.

Ciononostante, il riconoscimento giudiziario degli abusi non è stato accompagnato da sanzioni penali che ne riflettessero la gravità, a causa della mancanza del reato di tortura e della prescrizioni dei reati minori, conducendo così in molti casi all’impunità”.

Nel frattempo, poi, come fa notare Lorenzo Guadagnucci, una delle vittime della Diaz, “nessuno dei condannati è stato sospeso dal servizio, al contrario di quanto impartito dalle direttive europee. Anzi, sono stati confermati e spesso promossi. Un messaggio terribile. Ed è incredibile anche il diniego all’introduzione di strumenti utili soprattutto alle stesse forze dell’ordine per operare in trasparenza e fare pulizia al proprio interno, come ad esempio un codice alfanumerico sulla divisa degli agenti”.

E in effetti dall’uccisione di Carlo Giuliani in poi, “la ferita alla garanzia costituzionale e alla credibilità delle istituzioni si è trasformata in piaga e rischia di propagare l’infezione a tutto l’organismo dello Stato” come dimostrano, aggiunge Giusy D’Alconzo, ricercatrice di Amnesty international, “l’omicidio colposo di Federico Aldrovandi, quello volontario di Gabriele Sandri, le morti di Aldo Bianzino, Giuseppe Uva e Stefano Cucchi mentre si trovavano in stato di custodia. C’è un vulnus legislativo e culturale ma una polizia moderna si gioverebbe moltissimo di un approccio più avanzato di quello corporativo fin qui dimostrato”. L’unico spiraglio di speranza arriva dal ddl in via d’approvazione al Senato che istituisce un’Authority indipendente per i diritti umani facente anche funzione di garante nazionale per i detenuti e di una bicamerale che sostituisca le attuali due commissioni parlamentari.

“Un atto dovuto, dopo 20 anni dalla delibera Onu”, spiega il senatore Pietro Marcenaro, presidente della Commissione, che aveva presentato un primo ddl. Quello che stamattina [20 luglio 2011, n.d.r.] otterrà l’ok del Senato, prima di passare alla Camera, è invece firmato dal ministro Frattini e prevede una commissione di tre membri nominati secondo i “principi internazionali di Parigi”.

È già qualcosa. Nel frattempo Amnesty, unendosi al Comitato Verità e giustizia per Genova che ha scritto una lettera al presidente della Repubblica, fa appello a Giorgio Napolitano affinché colga quest’ultima occasione per rimediare a un’omissione che ha menomato la credibilità delle istituzioni democratiche”. Porgendo le scuse alle vittime degli abusi di polizia e a tutti gli italiani.

Chirac alla sbarra

Jacques Chirac, ex presidente francese


C’è grande suspense a palazzo di Giustizia di Parigi per la prima volta di un ex capo dello stato in tribunale.
Tocca infatti a Jacques Chirac, che dopo essersi blindato rispetto alle inchieste della magistratura quando era all’Eliseo, è finito ora, a quattro anni dalla fine del secondo mandato, nelle maglie della giustizia per il processo sui falsi impieghi al Comune di Parigi, risalente ai tempi in cui era sindaco della capitale.

Tutti con il fiato sospeso, dunque, anche per la questione prioritaria di costituzionalità depositata dalla difesa dell’ex capo dello stato, che potrebbe far slittare di diversi mesi il processo. Su richiesta di suoi avvocati, Chirac, 78 anni e diversi acciacchi, è stato dispensato dalla presenza nella giornata inaugurale, ma dovrà essere in aula domani per il processo sui falsi impieghi mediante i quali alcuni dirigenti del suo ex partito, il neogollista Rpr, venivano remunerati ad inizio anni Novanta con il denaro pubblico delle casse del Comune.

Se l’avvocato di uno dei nove imputati decidesse di contestare una regola che ha impedito la prescrizione del caso, la questione finirebbe ai giudici di Cassazione, che avrebbero tre mesi di tempo per decidere se investire o no il Consiglio costituzionale. A loro volta, i “Saggi” avrebbero ancora tre mesi di tempo a disposizione per la sentenza.

Chirac, imputato di appropriazione indebita di fondi pubblici, abuso di potere e interessi illeciti, rischia fino a 10 anni di carcere e 150.000 euro di ammenda. Un centinaio le testate accreditate alla prima udienza. Assente dall’aula il Comune di Parigi, prima vittima del caso, che ha rinunciato a costituirsi parte civile dopo un accordo di risarcimento concluso lo scorso settembre con Chirac e l’Ump, l’attuale partito di centrodestra al governo, erede dell’Rpr.
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