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Specchi di genere

Pensavamo che la chiave della salvezza sarebbe stata la riforma di Mtv, Cnn e Calvin Klein.
Naomi Klein, No logo

Recentemente, in una discussione sull’importanza e l’attualità della componente femminista nei movimenti sociali, un mio amico ha sostenuto che per risolvere i problemi attinenti alla questione di genere sarebbe sufficiente il controllo dei mezzi di comunicazione di massa, televisione in primis, per sostituire l’immagine della donna da essi attualmente veicolata con una rappresentazione più paritaria, egualitaria e dignitosa, nel rispetto delle diversità e dei diritti.

La convinzione che questa sia una soluzione al problema nasconde una concezione, a mio avviso, distorta del problema stesso. Pensare infatti che la parità dei sessi passi principalmente per la parità di rappresentazione di questi ultimi è illusorio, perché la rappresentazione della realtà non precede la realtà stessa. A scanso di equivoci con eventuali appassionati di filosofia che magari stanno leggendo, occorre precisare che questa affermazione non intende lanciare un dibattito sulla validità del materialismo, bensì dire che il modo in cui i generi sono rappresentati in televisione, in politica, nella società, non è che uno specchio della realtà. In altre parole, cercare di risolvere le questioni di genere ritoccando le immagini trasmesse in televisione sarebbe come cercare di cambiare aspetto pettinando, piuttosto che i capelli, la loro immagine riflessa allo specchio.

Molte battaglie di movimento, non solo in ambito di genere, né solo nel meno ristretto ambito di identità (omosessuali, minoranze etniche e “razziali”), cadono nell’errore di puntare tutto sulla rappresentazione, e rivendicano variamente dei cambiamenti di immagine: per esempio, verso la fine degli anni Ottanta, il movimento studentesco statunitense e canadese abbandonarono rivendicazioni quali l’equità salariale tra i due sessi e il diritto al matrimonio tra omosessuali per abbracciare lotte per una maggiore presenza femminile nelle bibliografie universitarie e una maggiore visibilità dei gay in televisione. Secondo Naomi Klein, «da sempre si era dato per scontato che il principale handicap delle donne e delle minoranze etniche fosse l’assenza di modelli visibili in posizioni sociali di potere; inoltre, gli stereotipi propugnati dai media e radicati nella struttura stessa del linguaggio, avevano la funzione di rafforzare ulteriormente la supremazia del “maschio bianco”». Questa visione non è intrinsecamente errata, ma la funzione che tale visione assume può diventare deleteria per i movimenti nel momento in cui, in assenza di strategie chiare più ampie e, per dirla con Žižek, onnicomprensive, diventa lo strumento di lotta preponderante, riconducendo così quasi tutti i problemi sociali al ruolo sostenuto dai mezzi di comunicazione e di formazione che perpetuano stereotipi negativi o semplicemente tacciono su certe tematiche.

Quando questo succede, le critiche sono rivolte principalmente alla rappresentazione, per esempio, delle donne all’interno delle strutture del potere e non più all’economia che sorregge quelle strutture; e «la prospettiva di cambiare qualche pronome e accogliere qualche donna e qualche membro delle minoranze in TV e nei consigli di amministrazione non mette realmente in discussione i principi di accumulazione del profitto» osannati a Wall Street.

Questa tendenza è diventata sempre più importante con il processo di mediaticizzazione della politica, evidentissimo in Italia: sulla stessa linea si possono collocare i vari “movimenti” del panorama peninsulare che richiedono a gran voce «visibilità», convinti che l’obiettivo di una manifestazione sia ottenere le prime pagine e “farsi vedere”, o che la questione di genere si possa risolvere con la buffonata delle “quote rosa” (che in realtà sono un chiaro esempio di femmaschilismo). Quanto ci si metterà a capire che il problema non è spartirsi le fette della torta ma il fatto che le fette a disposizione sono sempre più piccole e il resto della torta finisce gradualmente nelle mani di sempre più pochi?

Detto questo, devo ammettere che è abbastanza fastidioso imbattersi in schermate del genere (su http://www.peragendamonti.it/):

agendamonti

Secondo l’agenda Monti, la rappresentazione del ruolo della donna deve cambiare. Dall’immagine non sembra proprio.

Femmaschilismo

Ho trovato, non importa dove né scritta da chi, la seguente affermazione: «non capiamo come un maschio possa dirsi femminista».

Tale convinzione rivela una strana visione delle disuguaglianze e dell’oppressione di genere: una visione che non ambisce a scardinare la logica sessista, la sua retorica e i suoi contenuti, ma per cui le disuguaglianze sono anzi destinate a perpetuarsi. Me l’ha insegnato proprio il femminismo che la pratica del capovolgimento dei tradizionali rapporti sociali inizia nella nostra mente, nel personale modo che ciascuno adotta affrontando le situazioni che vive, nella nostra percezione delle cose che accadono, nel linguaggio usato per descriverle e comunicarle.

Ora, un’affermazione del genere pare proprio in difetto di questo capovolgimento, in quanto si basa sull’assunzione che l’opinione politica di un individuo non possa prescindere dal sesso biologico o dal genere inteso come ruolo sociale.

Eppure, il femminismo mi ha insegnato anche che quello di “femminismo” è un concetto parallelo se non coincidente con quello di “antisessimo”. Citando Wikipedia (sì, un movimento o una corrente di pensiero è difficile da riassumere in una definizione, soprattutto se lo sviluppo storico è diversificato, adattabile a vari contesti, plastico tanto da parlare di “femminismi” al plurale, ma mi si risparmino questa critica e questi discorsi e si accetti che “in linea di massima più o meno quasi ci siamo e non è poi malaccio”) il femminismo è definibile in tre modi. Non c’è motivo ragionevole per cui ad un essere umano di sesso maschile dovrebbe essere politicamente precluso o tecnicamente impossibile un percorso di maturazione delle opinioni e di costruzione di lotte che ricadono in una di queste tre macro-definizioni. In particolare, commentando singolarmente ciascuna:

La posizione di chi sostiene la parità politica, sociale ed economica tra i sessi, ritenendo che le donne siano state e siano tuttora, in varie misure, discriminate rispetto agli uomini e ad essi subordinate

Perché un uomo non può sostenere programmi di emancipazione femminile ed essere fermamente convinto della necessità di raggiungere l’uguaglianza in diritti e di garantire la sua realizzazione? Inoltre, perché dovrebbe essergli impossibile riconoscere che il genere femminile sia stato, in passato e oggi, colpito da una particolare forma discriminazione basata sul sesso, direttamente o indirettamente? Si potrebbe obiettare che l’uomo è stato storicamente la figura oppressiva del genere femminile, quella che ha costruito società maschiliste e che è dunque nel suo interesse garantire la trasmissione delle credenze connesse a queste ultime e dei rapporti sociali che le esprimono. In quest’ottica, un maschio femminista può apparire poco credibile, ipocrita e imbonitore, come un funzionario del sistema borghese che, avvicinandosi in giacca e cravatta e tendendo la mano con un grosso sorriso dipinto sul volto, dichiari con affabilità di essere convintamente anticapitalista. La differenza, tuttavia, risiede nel fatto che il rifiuto del capitalismo può assumere molte forme, anche diverse tra loro e totalmente opposte, così che l’anticapitalismo di per sé non implica niente, nella misura in cui è pars destruens ma non ancora pars construens; il rifiuto della disuguaglianza, al contrario, implica l’uguaglianza.

La convinzione che il sesso biologico non dovrebbe essere un fattore predeterminante che modella l’identità sociale o i diritti sociopolitici o economici della persona

Ancora: perché un uomo non può pensarla così? Solo in virtù del proprio sesso? Dire questo significherebbe affermare che gli uomini, letteralmente, «ragionano con il cazzo», nel senso che le loro opinioni derivano dal sesso biologico; il che non farebbe altro che ravvivare stereotipi sessisti in linea con la discriminazione di genere (la violenza di genere non è necessariamente maschile, ma piuttosto maschilista. E non è la stessa cosa: si veda qui).

Il movimento politico, culturale e sociale, nato storicamente durante l’800, che ha rivendicato e rivendica pari diritti e dignità tra donne e uomini e che – in vari modi – si interessa alla comprensione delle dinamiche di oppressione di genere

In più rispetto ai due punti precedenti, c’è l’interesse per la comprensione delle dinamiche sociali e dei meccanismi che caratterizzano l’oppressione di genere. Di nuovo, perché questo interesse non può essere vivo in un individuo di sesso maschile? La storia del movimento femminista fornisce anche esempi di intellettuali, scrittori, studiosi, teorici e pratici che hanno aderito alla lotta femminista e l’hanno arricchita di strumenti e contenuti. Erano in mala fede, oppure forse infiltrati del patriarcato?

Insomma, non capire come un uomo possa definirsi femminista significa aderire ad una visione secondo cui le idee di ciascuno dipendono da ciò che una persona ha tra le gambe. Aspetto che qualcuno mi spieghi in che modo il fatto di avere un pene e due testicoli anziché due paia di labbra e una clitoride debba comportare la mia impossibilità di essere sinceramente antisessista.

 

Necessaria un’opera di rinnovamento morale

da Webeconoscenza.it

Necessaria un’opera di rinnovamento morale…., diceva il nostro Presidente della Repubblica, proprio ieri in occasione della festa dell’8 Marzo.

Ed ecco che il Giornale di famiglia del leader maximo, coglie al volo l’opportunità per enfatizzare lo spirito “femminista” che pervade il nostro amato premier!

Ma la chicca arriva oggi, via Studio Aperto che coglie al volo lo spirito, il monito e l’invito del Presidente della Repubblica.

Godetevi questo invito o donne. O donne! O donne!

…raccapricciante

Pseudofemminismo dell’otto marzo

Oggi è la Giornata Internazionale della Donna, meglio conosciuta come Festa della Donna.

Ed è dunque per restare in tema che vi propongo alcune mie considerazioni su recenti dichiarazioni; se, come al solito, vi aspettate che parli del famigerato puttaniere fascista, vi starete sbagliando ancora una volta. Infatti, voglio parlare di una dichiarazione di ieri rilasciata da Umberto Veronesi, l’oncologo complottista a favore del nucleare e degli inceneritori come fonti di energia.

Secondo Veronesi, «è inevitabile che le donne prenderanno in mano tutti gli affari del mondo nei prossimi 20-30 anni, ma gli uomini devono ancora capirlo». Da cosa è motivata questa insolita dichiarazione? La risposta risiede in una sfilza di luoghi comuni e dati alla rinfusa: hanno «potenza, equilibrio e fantasia»; sono «più istruite degli uomini», considerando che «le laureate sono più dei laureati»; vantano «un sistema immunitario migliore, si lamentano meno» e, soprattutto, la loro missione è scritta nel DNA: «difendere la pace e garantire la prosecuzione della specie»; per questo «il loro destino è dominare il pianeta».

Insomma, tutto questo ha un’aria da best-seller fantascientifico. Sarebbe interessante capire come, partendo da questi dati, si possa giungere ad affermare, anzi ad annunciare, che entro due decenni le donne controlleranno l’economia, la politica o comunque qualcosa del mondo. Perdipiù parlandone in questi termini, come se “le donne” fossero una specie di setta o di loggia massonica.

Il significato di queste frasi è da inquadrare nel contesto della giornata odierna: alla vigilia dell’8 marzo, si sottolinea ancora una volta la straordinaria potenza del gentil sesso. Infatti, puntualmente, a conferma la FAO presenta un rapporto dal messaggio inequivocabile: «una maggiore eguaglianza di opportunità e mezzi per donne contadine di tutto il mondo potrebbe essere l’arma cruciale per vincere la lotta alla fame» commenta Jacques Diouf, Direttore Generale.

Dal rapporto emerge che se le donne delle zone rurali avessero le stesse opportunità degli uomini in termini di accesso alla terra, alla tecnologia, ai servizi finanziari, alla scolarizzazione ed ai mercati, la produzione agricola potrebbe aumentare ed il numero delle persone che soffrono la fame potrebbe ridursi di 100-150 milioni.

Per chiunque sappia interpretare un rapporto statistico, sarà chiaro che è sbagliato sbandierare sui giornali elogi delle donne coltivatrici come se l’eventuale aumento di produzione fosse dovuto al sesso di chi coltiva piuttosto che «all’accesso alla terra, alla tecnologia, ai servizi finanziari, alla scolarizzazione ed ai mercati», com’è scritto proprio sul rapporto.

Praticamente, invece, si è preferito costruire lo scoop, il sensazionale, lo spettacolare, con dichiarazioni che forzatamente usano i dati come mezzo per dare un po’ di speranza alle donne oggi maltrattate e sfruttate e un po’ di sollievo a chi le maltratta e le sfrutta, che potrà continuare a comportarsi come ha sempre fatto, dopo aver dato un contentino al popolino incredulo il giorno dell’8 marzo, un giorno che non dovrebbe avere nulla di diverso da qualsiasi altro giorno del calendario.

Rendiamo onore, piuttosto, ad una donna particolare, che contro questo modo di pensare, ingannevole e dannoso, combatté per tutta la vita e che per questo fu uccisa, proprio giorno 8 marzo dell’anno 415: Ipazia d’Alessandria, martire della ragione.

Andate in pace, e che tutti i giorni siano della Donna e dell’Uomo.

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