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La manovra di Ferragosto e la shock economy

Da più parti e alle persone più inaspettate sento pronunciare commenti e apprezzamenti del tipo «per una volta mi trovo a dire che il Governo mi è piaciuto!» che dimostrano definitivamente quale sia la percezione della crisi nell’immaginario collettivo costruito sapientemente dietro controllo mediatico: la crisi viene percepita come se fosse un fenomeno naturale e una calamità inevitabile. Se un terremoto colpisce il territorio abruzzese o una tromba d’aria devasta la costa ionica del catanese, che colpa può averne il governo, la burocrazia o chiunque altro? Lo stesso ragionamento, grazie ai martellamenti continui del pensiero unico attraverso ogni canale di informazione, si impossessa automaticamente della mente di tanti, che di fronte a una crisi finanziaria si convincono di avere a che fare con una crisi sismica. Ma come potrebbe questo non accadere dal momento che è proprio l’inevitabilità il carattere di una crisi che tutti ci dicono piovere dall’alto?

Bene, voglio svelarvi un segreto: la crisi non è inevitabile né imprevedibile, è connaturata al sistema economico liberista e dunque è inevitabile solo finché non si mette in discussione il sistema stesso e si parla del liberismo come se fosse lo stato di natura (eppoi certo che la crisi sembra un fenomeno naturale!). Mi sembra invece che la manovra di Ferragosto decretata dal governo non faccia altro che ribadire la sua supremazia, o meglio la sua unicità nel panorama politico, visto che l’opposizione (tre volte virgolettata) ormai non fa più neanche ridere (Bersani: «è ora che la crisi la paghi chi non l’ha mai pagata!» ma senza dire chi, perchè il Pd ha paura).

Beatificazione del contratto di Mirafiori, liberalizzazioni (finirà come l’Argentina?) in barba allo spirito referendario (ma tanto lo sapevamo che sarebbe finita così!), festività accorpate o addossate alle domeniche per guadagnare qualche giorno di produttività nei prossimi anni (ma il turismo in Italia vive dei ponti), dal prossimo anno si lavorerà il 25 aprile e il primo maggio (ma proprio quest’ultima cosa, siamo sicuri che l’abbiano chiesta l’UE e la BCE?)

Non voglio entrare nei dettagli, perchè so di non averne le competenze necessarie, mi piuttosto dico: tutti contenti della manovra, ma nessuno pensa alla shock economy? In tanti sono disperati ma rassegnati, perchè «tutti dovremo fare qualche sacrificio». Ma se una banca fallisce, perchè il sacrificio lo devo fare io e non chi l’ha fatta fallire? E comunque, mai sentito parlare di shock economy? Si approfitta di un disastro (le cui cause peraltro in questo caso hanno un nome e un cognome) per far passare leggi e norme che non avrebbero mai il consenso popolare; dopodiché quelle norme rimarranno in vigore, per quanto possano sostenere i difensori dell’austerity, in buona o cattiva fede. O vi risulta che le leggi antiterrorismo degli anni di piombo siano state ritirate? E le straordinarie misure di sicurezza repressive della war on terrorism? Sono ancora là. E i cittadini del New Orleans che dopo l’uragano Katrina scoprono che non avranno mai più scuole e ospedali pubblici? Si può continuare a lungo l’elenco di episodi in cui il potere ha approfittato di situazioni di crisi per approvare delle scelte che mai la popolazione accetterebbe.

Allo stesso tempo mi chiedo se non sarebbe più socialmente giusto e più sensato ed efficace far pagare l’ICI alla Chiesa Cattolica; tassare i patrimoni sopra il milione di euro; combattere l’evasione fiscale; tagliare drasticamente le spese militari; ritirare i soldati italiani dall’Afghanistan e dalla Libia; abolire tutte le province.

Ma questo la «losca confraternita dei borghesi produttori di profitto» (sic!) non lo farà mai.

Continua la censura

Dopo la censura sulle dichiarazioni dei comitati cittadini del Sulcis, sulle enormi manifestazioni popolari in Croazia e sull’attivismo serbo sul modello delle rivoluzioni arabe, all’Ancien Régime si presenta un’altra occasione per tacere su eventi europei, perchè naturalmente se il popolo riempie le piazze e chiede qualcosa in Egitto, in Yemen o in Siria siamo tutti d’accordo (tanto sono paesi culturalmente distanti, nell’immaginario collettivo, dal nostro mondo abbastanza da non costituire un rischio di squilibrio sociale) mentre se lo fa in Croazia, in Serbia, in Sardegna è tutta un’altra storia: loro hanno la pelle bianca, sono di credo cristiano e parlano lingue europee.

Pressoché tutti gli organi di informazione, sia quelli controllati dal Governo sia quelli che hanno la pretesa di essere rivoluzionari e di sinistra, come La Repubblica o L’Unità, tacciono su eventi che si sono verificati a partire da domenica scorsa a Madrid e in decine di città della Spagna.

Piazze occupate e “tendate”, come la storica egiziana Piazza Tahrir, da giovani e disoccupati, che hanno preso il controllo di esse attraverso l’istituzione di comitati popolari che gestiscono le esigenze della piazza e del movimento (comitati per l’informazione, le comunicazioni, le questioni legali, la distribuzione di viveri ai manifestanti…) dopo lo sgombero di domenica.

Cosa dice La Repubblica? Se si cerca la parola “Madrid” si trova che le uniche notizie sono relative al calcio e al desiderio di Kaka di giocare.

Cosa dice L’Unità? Scrive qualche rigo molto sbrigativo che viene pubblicato a pagina 28 nella sezione economica.

Ovviamente per prendere il controllo intendo dire che la polizia ha provato, inizialmente, a caricare e a sgomberare i luoghi occupati, ma evidentemente ha valutato la situazione e ha capito di avere di fronte non un centinaio di dissidenti ma un’intera generazione.

E le generazioni non si possono sgomberare.

P.S.: invece la BBC riporta cosa succede; e lo dice chiaramente: «Egypt-like rally»


Aggiornamento:
l’Unità ha pubblicato un articolo sull’argoment e anche (oho!) il Corriere

Sardigna pesa, ischìda Sardigna

Cosa esattamente nella testimonianza trasmessa da Annozero il 5 maggio lasci turbati non è facile da dire, perchè sono tante cose insieme.

Prima di tutto essa stona con il contesto in cui viene a trovarsi: da una programmazione televisiva asservita al potere, che censura preventivamente ogni possibile riferimento al referendum popolare del prossimo 12-13 giugno, che distoglie gli italiani dai problemi del paese dirottando i loro interessi su pettegolezzi e modelli comportamentali che minano alla base le conquiste di millenni di civiltà come il dialogo e il predominio della ragione sugli istinti, che nasconde la natura della crisi e le sue conseguenze o, nei rari casi in cui non può permettersi di farlo, la minimizza e ne parla come di acqua passata, è difficile aspettarsi di ricevere informazioni che non siano di qualità minore di quegli articoli delle riviste che generalmente le persone tengono accanto al cesso.

Eppure, la sera del 5 maggio la diretta è riuscita a evadere i giochetti della censura, che ha avuto una falla dalla quale si è riversato impetuosamente in studio un mondo diverso da quello dipinto dai telegiornali di partito, dai talk show, dai reality: era un mondo, quello reale, che si esprimeva senza filtri, senza copioni, senza cerone e altri trucchi  e senza mediazione tra la telecamera e la realtà. Insomma un mondo genuino, che appare così come è.

Ed è sfruttato, dilaniato, oppresso, disperato e non ha paura di dire davanti a tutti, a volto scoperto, che «l’Africa è vicina» non solo geograficamente. Nel Sulcis è successo quello che potrebbe succedere ovunque sia portato ad estreme conseguenze il predominio dell’economico sul sociale, del finanziario sul politico. L’unico modo possibile di difesa che hanno trovato gli abitanti del Sulcis (120 mila abitanti, 30 mila disoccupati) è la condivisione delle rivendicazioni: artigiani, commercianti, operai, pastori, tutti padri e madri di famiglia che ogni mese devono «decidere se fare la spesa, pagare le tasse o licenziare dipendenti».

In risposta a una politica cieca di fronte al disastro sociale, i comitati cittadini del Sulcis hanno organizzato una grande manifestazione regionale per giorno 12 maggio, che si terrà a Cagliari fin sotto gli edifici della Regione.

E i giornali nazionali e l’informazione tutta… come hanno reagito di fronte alle ripetute esternazioni di rabbia del popolo? Ovviamente dando il minimo rilievo possibile alla notizia e, se possibile, ignorandola completamente: nessun telegiornale ne parla, tra i giornali nazionali solo L’Unità tratta della vicenda, limitandosi a scrivere che la Sardegna è come un laboratorio e che «in passato ha spesso anticipato tendenze politiche nazionali», mentre la rivoluzionaria La Repubblica vede bene di non farne assolutamente cenno (perchè certo non si sputa nel piatto in cui si mangia).

Questo perchè la condivisione delle lotte al fine di rivendicare diritti dà comprensibilmente fastidio a tutti, in quanto questa volta la condivisione non parte dalla tanto balbettata esigenza di un “rinnovamento morale” né della trita riscoperta del senso di appartenenza all’identità nazionale ultimamente sbandierato a destra e a manca, bensì dal bisogno di soddisfare necessità materiali e di primaria importanza.

Per questo il Movimento che si sta autorganizzando in Sardegna dovrebbe far paura a chi vive nel mondo dei sogni e dei paradisi fiscali; per questo lo si censura e si evita di fornire notizie sulla questione; per questo non ci viene detto dagli organi di informazione della grande protesta sarda che sta montando nell’isola e che per ora ha una data di riferimento: il 12 maggio.

Sarebbe bene che gli studenti sardi si unissero alla protesta, portando al compimento il tentativo di unificare le lotte. E voglio anche un giuramento della pallacorda, un’Assemblea Costituente, una comune e dei comitati.

FORZA PARIS! TUTTI INSIEME!

Bastardo populismo mediatico

Pensate probabilmente che sto per scrivere dei fatti più recenti della cronaca politica e giudiziaria per associarli al mostruoso conflitto di interessi nel nostro paese e al cosiddetto populismo mediatico predominato quasi capillarmente da una cerchia ristretta di imprenditori-politici-criminali-fascisti italiani, visto che oggi abbiamo conquistato le prime pagine di una miriade di giornali internazionali (tanto per citarne qualcuno: New York Times, Le Monde, The Guardian, The Economist, El Paìs) con la notizia che l’on. Presidente del Consiglio Italiano Silvio Berlusconi è stato chiamato in tribunale per rito immediato, per evidenza delle prove delle accuse a suo carico (che sono due, tra cui sfruttamento della prostituzione minorile).

Invece non è per esprimere l’orgoglio di aver conquistato, come Paese, notorietà in tutto il mondo, che scrivo stasera, bensì per puntare i riflettori su un altro evento, molto significativo e a mio parere importante per la sua pericolosità: i magistrati francesi si stanno mobilitando contro il presidente della République, Nicolas Sarkozy. Considero pericoloso il fatto come ho sempre considerato un pericoloso precedente la situazione politica ed istituzionale italiana.

Del resto c’era da aspettarselo che, visto che dopo diversi anni di controllo mediatico di Berlusconi in Italia, nonostante i richiami alla moderazione da parte di organi nazionali, internazionali e non governativi, tale controllo non si è ridotto come richiesto ma anzi è stato rafforzato a sproposito e con spudoratezza e arroganza crescente, imponendo un controllo personalistico e aziendale della cosa pubblica a vantaggio di pochissimi imprenditori e dei loro amici, soffocando la politica con gli imperialistici principî dell’economia e della finanza, qualcuno si accorgesse che dopo tutto in Italia le cose vanno molto bene: volendo dire, con ciò, che è l’unico paese del capitalismo occidentale in cui la coincidenza totale tra classe politica e dirigenza economica non è tenuta nascosta all’opinione pubblica, così che non ci si fanno scrupoli di nessun tipo e lo Stato diventa una macchina funzionante palesemente per i soli interessi dei grandi ricchi o arricchiti. Detto in altre parole, in Italia gli stronzi possono fare quello che cazzo vogliono, soprattutto se sono ricchi.

E i ricchi di tutto il mondo adorano questa possibilità, non vedrebbero l’ora di poter evadere liberamente le tasse, violare contratti di lavoro e rimanere impuniti, crearsi un harem di puttane e ballerine offendendo l’umanità delle donne, rubare soldi senza finire in galera. È ovvio che tutto questo faccia gola. Ma anche senza interpretare la situazione italiana come un controllo del sistema economico sulla politica, di certo il populismo mediatico ha costituito un ottimo esempio di gestione del potere. Nessuna opposizione, infatti, né sociale, né parlamentare, né culturale (se ce n’è stata), è riuscita a scardinare il potere del regime, per quanto questo si sia macchiato di colpe gravissime, cominciando da violazioni dei diritti umani nel respingimento dei profughi e nella gestione del G8 di Genova nel 2001, andando a finire agli ultimi scandali, passando per i controlli dei servizi televisivi, l’approvazione dello scudo fiscale, le leggi di smantellamento della formazione e della ricerca, i tagli alla cultura, i crolli di Pompei, gli attacchi continui agli organi giudiziarî, le violente repressioni dei terremotati aquilani, dei pastori sardi, dei cittadini di Terzigno, degli studenti di tutta la penisola e delle migliaia di cittadini che per un motivo o per l’altro si sono trovati in strada a protestare.

Il regime ha retto ogni volta. E qual è il sogno di qualsiasi potere? Continuare ad esistere. Il potere ha capito che il berlusconismo paga e il populismo mediatico di Berlusconi costituisce, come già detto, un pericoloso precedente nella storia dell’Europa, che in molti sottovalutano. «In Francia o in Inghilterra non potrebbe mai succedere, si dimettono per una lampadina acquistata coi soldi pubblici! E poi c’è la legge sul conflitto di interessi». Spesso lo sento dire.

Ma intanto la Francia vive da almeno un anno qualcosa di simile: tagli alla scuola, contrasti con la magistratura, abuso dei privilegi dati ai parlamentari sono i tre dati più palesemente somiglianti. A questo si aggiunga il fatto che Sarkozy, l’anno scorso coinvolto in una storia di tangenti avvenuta quando era ancora sindaco, non si è dimesso e ha detto con tono familiare «noi andiamo avanti», mentre, sempre l’anno scorso, un suo ministro (Hortefeux) girava le sedi diplomatiche facendo battute razziste sugli arabi (e anche questo non mi giunge nuovo). Sarkozy è coinvolto in varie controversie giudiziarie, come l’affaire Clearstream 2 (che richiama stranamente il caso Hyberian 2 di Silvio), o l’affaire Woerth-Bettencourt (in cui avrebbe ottenuto finanziamenti illeciti per la campagna elettorale del 2007), o ancora il caso che lo ha visto telefonare alla redazione del quotidiano francese Libération per lamentarsi del titolo che avevano dato un articolo definendolo gentilmente «journal de gauche de merde». Inoltre pare che abbia esercitato pressioni per fare ottenere a un suo favorito la direzione di un giornale a tiratura nazionale, Les Échos, approfittando della vendita delle quote azionarie.

Insomma, in Francia c’è la legge sul conflitto di interessi, ma è facile aggirare la cosa (del resto anche secondo la legge italiana, cfr. art. 10 DPR 361/1957, «non sono eleggibili coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per contratti di opere o di somministrazioni, oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica», ma ciò non sempra importare a nessuno).

«Genoa docet» è una frase utilizzata da alcuni riferendosi alla consapevolezza dei movimenti, dopo il G8 del 2001, che bisogna evitare gli scontri e che bisogna tuttavia essere sempre pronti a prendere le botte, perchè della polizia non ti puoi fidare. Ma Genova 2001 docet anche agli Stati nazionali come l’Inghilterra, che quest’autunno quando prendeva gli studenti che protestavano contro la triplicazione delle tasse universitarie, lasciava che le forze dell’ordine li picchiassero, non in strada, spudoratamente come accade in Italia come se fosse normale, ma pur sempre li picchiavano, al sicuro e al riparo da telecamere e testimoni.

Il sogno berlusconiano è sempre più vicino. Viva la libertà!

Cosa succede?

 

Sono molto preoccupato. Quante volte già avevamo lasciato vagare i pensieri e come un lampo aveva attraversato la nostra mente l’ipotesi di un ritorno della dittatura in Italia, il paese del fascismo, degli
anni di piombo, di tangentopoli e della perenne crisi economica e politica? Quante volte quel pensiero lo avevamo ricacciato indietro, ritenendolo non già immotivato ma per lo meno frutto di un’esagerata preoccupazione sintomo di italianismo dell’era berlusconiana, quella disfunzione della coscienza civica che porta tanto all’esasperazione di piccoli fatti quanto alla cecità di fronte a quelli grandi?
Ci avevamo provato, a pensare che l’opinione pubblica, dopo la caduta del Muro e le stragi siciliane, non fosse più disposta ad accettare la violenza, almeno fisica, come strumento di controllo del dissenso anche pacatamente manifestato e pacificamente, entro i limiti della Costituzione nata dalla Resistenza; ci avevamo provato a immaginare che gli scontri genovesi degli anni Sessanta o quelli reggini dei Settanta non avessero più motivo di esistere, non nella forma con cui si erano già manifestati; ci avevamo provato a credere che, nonostante il popolo italiano per decenni abbia votato democristiano, fosse ancora consapevole della validità inconfutabile dei valori costituzionali del 1948 e che così votasse non in virtù bensì nonostante la corruzione,
che avesse ancora nel cuore, un cuore sì trasformista, sì molliccio, sì moderato e perbenista e piccolo-borghese, ma un cuore che aveva battuto all’unisono con le parole di Mazzini, Garibaldi, vogliamo anche Gramsci, vogliamo anche Gobetti e i fratelli Rosselli, la coscienza che ciò che della Francia aveva fatto una Grande Nation era stato il mirabile trinomio “Liberté, Égalité, Fraternité”.
Nel provarci avevamo però dimenticato qualcosa di importante, cioè che non bisogna mai cullarsi sugli allori, giacché “su pietra che rotola non cresce muschio”, ed eravamo tutti così distolti dalla realtà delle cose che abbiamo finito per crederci veramente. Abbiamo creduto che se negli anni Ottanta è gradualmente svanita la
serie di tafferugli tra militanti di estrema destra e attivisti antifascisti è stato perché i primi non c’erano più, diventati innocui, democratici, inseriti perfettamente nel sistema democratico, che stava loro stretto, ma quello ci poteva anche stare. Del resto il sistema democratico stava stretto anche ai militanti dell’estrema sinistra.
Così abbiamo pensato di accettarli benevolmente e di rifiutare ogni forma di violenza.
E così, come già tante volte era successo in tempi recenti, ci siamo trovati di fronte alla manipolazione della logica e del linguaggio finalizzata all’indentificazione dello Stato con lo statista (in verità di uno pseudostato con uno pseudostatista): qualche mese fa ricordo di come Lupi, portavoce del Regime, in un dibattito televisivo avesse voluto sottolineare come i finanziamenti di cui si stava parlando non fossero dovuti “allo Stato,  Berlusconi” bensì agli enti regionali, e ricordo molto bene, visto che risale a ieri, lo spot di promozione del
turismo in Italia con la “voce sensuale” dello statista, come se stesse invitando qualcuno a casa sua. “Big Brother is watching you”. Pensa a tutto Lui o, come si dice dalle sue parti, “ghe pensi mi”: ci sono problemi? Nessun problema, “Big Brother is watching you”.
Ieri aquilani picchiati a sangue a Roma (sindaco compreso), caricati dalla polizia nonostante stessero seguendo il percorso stabilito; oggi operai picchiati a sangue a Milano, cinque feriti a manganellate. Che il Grande Fratello avrebbe dominato con la corruzione, la menzogna e il manganello, già Montanelli lo aveva capito. E quel Grande Fratello non è solo l’orwelliana presenza che autocraticamente identifica lo Stato con una persona: Montanelli è morto troppo presto, quando ancora lo squadrismo mediatico era agli inizi, per vedere un altro Grande Fratello, quello televisivo. Quel programma, come tutti gli altri programmi televisivi di Regime, distruggono conquiste di millenni di civiltà, proponendo modelli irrazionali e isterici incapaci di controllare razionalmente le loro pulsioni e per i quali l’unica relazione interpersonale possibile è quella della rissa e dell’insulto, in cui tutti parlano e nessuno ascolta. E puntualmente, nello stesso giorno dei pestaggi degli
aquilani, durante una seduta parlamentare, dopo che il deputato Barbato ha detto la sua, una squadra di parlamentari del Regime si alza immediatamente, appena concluso il suo intervento, e va a picchiarlo.

Questo non accadeva neanche col fascismo del Ventennio. I parlamentari erano picchiati, sì, erano anche uccisi, ma fuori dell’Aula: il dibattito istituzionale non è stato annullato ma è sceso tanto gravemente in basso. Del resto quella squadra di parlamentari, in virtù del velinismo, potrebbe esser composta di persone che sono deputati e deputate del parlamento proprio perché avevano preso parte al grande gioco del Grande Fratello.

Nel frattempo, nella regione della signoria elettiva e della monarchia assoluta, a Brescia, il sindaco lancia  un’iniziativa che, si vanta, è unica in Europa: prima di salire sulla linea 3 degli autobus urbani, molto frequentata da extracomunitari, chi vorrà potrà gratuitamente indossare guanti forniti dal comune per evitare il contatto con eventuali agenti patogeni di cui i “diversi” sono portatori. Eppure l’iniziativa, dice il sindaco, “non deve essere scambiata per un atto di intolleranza”. Come si diceva durante il Ventennio fascista, “la discriminazione non è persecuzione”. Così torniamo indietro con la gioia del Partito, una gioia che è possibile constatare 24 ore su 24: basta accendere un qualsiasi teleschermo. Ci abbiamo provato a credere che non si potesse essere così stronzi. Invece ci sbagliavamo di grosso.

Il fascismo c’è e fa molto male; e se non volete chiamarlo fascismo è ancora più preoccupante, perché possedere le parole per le cose significa riconoscerle.

L’unica verità detta da quest’uomo

“Quando una menzogna si ripete tante volte poi alla fine diventa verità” Berlusconi sull’editto bulgaro
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