Archivi Blog

O noi o i nazisti – «Questa è la democrazia»: il movimento come Stato

Questo articolo è la terza di quattro parti di un’analisi del Movimento Cinque Stelle dal titolo O noi o i nazisti
«L’antifascismo non mi compete»: anti-antifascismo del M5S
«Da te non me l’aspettavo»: quando Grillo non urla
«Questa è la democrazia»: il movimento come Stato
«Questo movimento è ecumenico»: la concezione del popolo

Secondo un blog grillino (questo), l’apertura delle porte del M5S ai militanti di Casapound è stata un’occasione in cui Grillo «ha offerto una grande prova di democrazia diretta», in cui sarebbe stata applicata la massima volteriana che Voltaire non ha mai detto.

«Avete delle idee che sono condivisibili, alcune magari meno, alcune di più, però questo è democrazia». Anche questa affermazione costituisce il punto di partenza per una riflessione sulla concezione di democrazia su cui il M5S costruisce il consenso: per l’ideologia del superamento delle ideologie, in politica ciò che conta sono “le idee”, considerate una per volta e non inserite in un’analisi organica della società e in un progetto di cambiamento globale.
Da simili presupposti, ma anche da quanto è emerso in molte occasioni e dichiarazioni di semplici simpatizzanti o rappresentanti politici, nasce una concezione del movimento come sede di risoluzione dei conflitti tra “idee” contrapposte, in cui tale ruolo gli è esclusivo, e per cui non è contemplata una contrapposizione esterna. Ovvero: pretendendo di rappresentare gli interessi di tutti i cittadini, quindi anche di berlusconiani, omofobi, sessisti, fascisti, il movimento deve necessariamente trattare queste tendenze come questioni interne, non risolvibili attraverso una eventuale contrapposizione dall’esterno di quelle tendenze, poiché così facendo metterebbe a rischio la presunta rappresentatività di tutti i cittadini e di tutte le idee. Ciò che tradizionalmente si esprimeva attraverso il dibattito politico, comprese tutte le sue articolazioni conflittuali a diversi livelli, sembrano fenomeni e processi destinati ad avvenire all’interno del movimento, e non come espressione del confronto di movimenti e forze diverse: il movimento si sostituisce così alle sedi di competizione e discussione politica, istituzionali e non.

Non a caso un commentatore acuto scriveva (sempre in quel frangente): «ho l’impressione che il M5S stia cercando di organizzarsi come uno stato a sé: la loro intenzione è di poter dar vita ad un soggetto politico condivisibile da chiunque. Se guardiamo ai loro unici obbiettivi (abbattere la casta, difendere il bene comune, essere i rappresentanti dei cittadini) chi potrebbe non essere d’accordo? Il fatto è che questa impostazione deve essere quella dello Stato, e all’interno di essa deve avvenire il confronto dialettico tra i vari gruppi politici».

Lo stesso Grillo, nella polemica scaturita in seguito alla vicenda del furto di simboli elettorali, ha dichiarato: «se non ci lasceranno partecipare si prenderanno la responsabilità della delegittimazione dello Stato», comparando dunque idealmente Stato e movimento. In quest’ottica, anche le parole testuali di Grillo assumono un altro valore: «c’è una violenza che sta per esplodere. Lo Stato deve prendersi in mano l’energia, non le multinazionali. Deve gestire sanità, strutture, scuola, autostrade, informazione. Noi siamo la controparte strutturale del Palazzo».

Il risultato è che la democrazia di cui parla il M5S si configura come un “minestrone” in cui possono trovare dimora persone con idee e visioni completamente differenti, anche incompatibili tra loro, con l’evidente impossibilità di trovare convergenze che vadano oltre la forma e vertano su contenuti reali.
Se a questa concezione di democrazia come “superamento dei conflitti esterni” si aggiunge il grave problema di democrazia interna, si ottiene una situazione di totale difetto dialettico: i conflitti esterni non esistono in quanto sono trasformati in conflitti interni, e i conflitti interni non esistono in quanto la struttura del movimento è autoritaria e soffoca qualunque dissenso in ogni ambito, dai contenuti politici addirittura all’estetica o al linguaggio.
Se l’intenzione di rappresentare tutti i cittadini si realizzasse, se il tipo di democrazia immaginato dal M5S fosse ipoteticamente portato a compimento, tutti i cittadini lo voterebbero, all’interno di questo risolverebbero controversie politiche e infine la volontà generale sarebbe espressa dalla posizione del M5S.

Quello che, consapevolmente o meno, il M5S propone attraverso la sua concezione di democrazia, è l’eliminazione dei conflitti politici (in senso lato) e il loro appiattimento verso un unico tipo di conflittualità («noi» contro «loro»): tecnicamente, questo è il fascismo.

La comune di Madrid

da http://www.carta.org/2011/05/la-comune-di-madrid/

Non li ha fermati la polizia. Non ci è riuscita. Ormai a Porta del Sol, nel centro di Madrid, c’è una comune, una città auto-organizzata che rivendica diritti e che porta le ribellioni mediterranee dei mesi scorsi nel bel mezzo della Fortezza Europa. È l’ulteriore dimostrazione che quella fortezza è tutt’altro che inespugnabile, e che le idee insieme agli uomini e alle donne e alle storie che vivono, sono più forti delle frontiere.

Non è facile organizzare la convivenza spontanea di centinaia di persone provenienti da ambienti diversi, sconosciuti l’uno all’altro nel centro della città. Tutte queste persone devono mangiare, lavarsi, dormire, pulire, tenere la comunicazione e soprattutto sviluppare un discorso comune.

Tutto ciò – nota El Pais in un reportage sul fenomeno – avviene senza gerarchie, senza guru e leader carismatici. Un tabellone informa i manifestanti che arrivano in piazza: dove si trova la zona notte, dove si può recuperare del cibo e persino dove ritrovare gli oggetti smarriti. Ci sono poi otto comitati, divisi in sottocommissioni formate da molti volontari. Qualcuno ha provveduto a costruire dei teli per ripararsi dal sole e dalla pioggia, che nelle ore scorse non ha risparmiato la città. Sono comparse anche delle assi di legno che fungono da pavimento e qualcuno ha portato persino divani e brandine. «Abbiamo bisogno di pane e caffè», hanno scritto su Twitter ieri sera. Alcuni ristoratori della zona hanno donato cibo e sidro. I gruppi di lavoro sono aperti a tutti. Un moderatore si occupa di far parlare chi lo desideri. Alcuni appuntamenti durano ore, perché tutti vogliono dire la propria. In molti si occupano di monitorare ciò che avviene in rete, altri predispongono la tutela legale e ricordano a tutti di portarsi dietro il nome di un avvocato da chiamare in caso di arresto.

La principale manifestazione si era svolta lo scorso 15 maggio a Madrid. «Toma la calle el 15 de mayo, sin futuro y sin miedo» recitavano gli striscioni che della manifestazione di studenti e precari che aveva rilanciato la pratica «italiana» del book bloc, i libri-scudo simbolo della rivolta contro la riforma Gelmini. Migliaia di giovani e studenti avevano chiesto welfare, reddito contro le politiche di austerity. Simili proteste hanno riempito le strade di una cinquantina di città spagnole.

Così, il giorno successivo, e siamo al 16 maggio, migliaia di persone hanno occupato Puerta del Sol, una delle principali piazze di Madrid. Sulla scia dell’iniziativa di Madrid, ci sono state manifestazioni a Barcellona, Valencia, Saragozza, Palma de Mallorca, Siviglia e Bilbao. Il movimento rifiuta qualsiasi portavoce e non ha nessuna intenzione di farsi ingabbiare dentro schemi già conosciuti.

Ciò che consente a un messaggio spedito nel mare in tempesta della rete e dei social network di non affogare è la sua parola chiave, l’etichetta, il «tag». Se state cercando notizie e aggiornamenti sul movimento spagnolo di questi giorni potere cercare «15m», sigla che deriva dal giorno in cui tutto è cominciato. E poi c’è «acampadasol», termine che deriva dal campeggio allestito in Puerta del Sol da migliaia di persone. Sui social network è comparso anche il tag «spanishrevolution», chiaramente ispirato alle rivoluzioni nel Nord Africa e vicino Oriente.

Il prossimo 22 maggio nello stato spagnolo si terranno le elezioni regionali. Alcuni esponenti politici hanno espresso la loro opinione dopo che la polizia di Madrid sciolto ha sgomberato l’accampamento di Madrid. Tuttavia, anche il candidato socialista di Madrid alle elezioni locali, Tomás Gómez, non ha potuto condannare il popolo di Puerta del Sol, anche se ha cercato di incanalare la protesta dentro gli schemi tradizionali, facendo finta di dimenticare le responsabilità del partito popolare di Aznar prima nell’aver alimentato la bolla speculativa del cemento e dei socialisti dopo di non aver saputo gestire la crisi. «Esorto i giovani a ribellarsi – ha detto Gómez – mi identifico con le loro richieste, ma voglio anche dire loro che c’è un canale per cambiare il mondo, per cambiare ciò che è sbagliato, e questo è la politica». Gómez ha detto di condividere le preoccupazioni dei manifestanti, perché «un intero sistema economico e politico è fallito». «Tuttavia – ha proseguito il candidato socialista – i veri anti-sistema sono gli anarco-liberisti seduti nei loro uffici che vogliono porre fine alla poteri pubblici, servizi pubblici e dello stato sociale».

Il leader di Izquierda Unida Cayo Lara, la cui campagna elettorale si è concentrata sulle carenze di fronte alla crisi delle destre del Pp e del governo socialista del premier José Luis Rodríguez Zapatero. Lara ha accusato Zapatero di aver venduto ai banchieri i diritti sociali e ha rilasciato dichiarazioni di appoggio al movimento. «Non vogliamo strumentalizzare nessuno. Sosteniamo questo movimento di ribellione e di indignazione perché siamo una parte di esso, ma senza essere opportunisti o cercare le luci della ribalta», ha detto Lara nel corso di una manifestazione a Siviglia. Stigmatizzando la «violenta repressione effettuata da polizia» contro i manifestanti, l’Izquierda unida ha affermato che il vice-premier «reprime la protesta invece di occuparsi dei temi che solleva». I commentatori fanno notare che òa destra del Partido popular non si preoccupa molto delle proteste: le vedono come una faccenda tutta interna alla sinistra.

I portavoce cambiano ogni giorno. «Chiediamo un cambiamento politico, sociale ed economico – spiega al Mundo Oscar Rivas, che ieri era il portavoce di turno- Le elezioni del 22 maggio non sono la data di scadenza di questo movimento. Vogliamo continuare a venire ogni sera alla Puerta del Sol a dimostrare che un altro mondo è possibile». La commissione elettorale è in difficoltà: le regole non consentono manifestazioni politiche prima del voto, ma non ci si è mai trovati di fronte ad un’anomalia simile. Un comunicato stampa promette: «Questo è solo l’inizio. La piattaforma, orizzontale, basato su assemblee aperte alla partecipazione di lavoratori, disoccupati, studenti, giovani, pensionati continuerà a lavorare. Vogliamo approfondire il cammino che abbiamo iniziato. Crediamo sia possibile una società più giusta. E lo dimostreremo».

Un giovane, intanto, ha scritto sul cartello che indossa: «Sono stanco di essere il futuro, io sono il presente».

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: