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Avevo vent’anni

La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c’è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline.
Pier Paolo Pasolini

Io ho sempre avuto una visione romantica del Settantasette: è come se provassi nostalgia per qualcosa che non ho mai vissuto di persona. A dir la verità, allora non ero neanche nato, né lo sarei stato per molto tempo ancora: entrambi i miei genitori erano giusto studenti liceali. Avere una visione romantica comporta il rischio di rimanere delusi dal confronto con la dura realtà: ecco perché la lettura di resoconti e testimonianze dirette poteva rischiare di scalfire questa aura di ammirazione per il Movimento, questa opinione idealizzata di quel periodo. Invece, negli ultimi tre giorni ho letto Avevo vent’anni di Enrico Franceschini, sottotitolato Storia di un collettivo studentesco, e la componente romantica ne è uscita addirittura rafforzata. Forse perché il Settantasette l’ho riletto attraverso gli occhi lucidi di una quarantina di cinquantenni ex-ventenni, chissà.

Fatto sta che una volta il politicizzato, come si sarebbe detto allora, o l’impegnato, come si direbbe oggi, era la norma. Oggi invece è un eccezione se non un vero e proprio disadattato. Con questo non intendo sostenere che in assoluto quel passato fosse meglio di questo presente: non mi piace fare questo tipo di paragoni. Semplicemente so che a me personalmente questo presente non piace, traboccante di individualismo borghese, sempre per adottare un linguaggio settantasettino. Molti dei protagonisti e delle protagoniste che nel libro raccontano le loro vite, i loro sogni, le loro esperienze, sono diventati professori, insegnanti, maestri, figure che lavorano accanto ai giovani di oggi, della mia generazione; tutti sono d’accordo su una cosa, che oggi esiste una grave mancanza di spirito critico nell’apprendimento e in generale nel modo di percepire il mondo e le interpretazioni che si propongono di esso. Sarà che questi cinquantenni si abbandonano al “si stava meglio quando si stava peggio” tipico dei cinquantenni? Magari qualcuno potrà pensare così, ma io sono d’accordo con loro, pur non potendo stabilire un confronto empirico diretto: lo vedo ogni giorno, l’ho visto ogni giorno da quando capace di intendere e volere, tra i miei coetanei, tra i miei compagni, tra i miei amici e conoscenti, anche su di me.

Lo vedo anche nello stabilire i legami sociali, i rapporti interpersonali. Una volta ho letto una testimonianza di qualcuno (non ricordo chi e non ricordo dove) su un concerto, penso la famosa festa di Parco Lambro, il cui nome ufficiale era Festa del proletariato giovanile, organizzata da Re Nudo e da molti considerata alla stregua di una Woodstock italiana. Questo qualcuno diceva che «l’unicità di quegli anni era la possibilità di organizzare feste aperte a tutti; non intendo a porte aperte, mi riferisco alla trasversalità delle iniziative: se organizzavi una festa, era per tutti, stranieri, donne, lavoratori, studenti, artisti. Erano feste “totali”»; non ricordo le parole esatte ma il concetto espresso era più o meno questo (per una comprensione migliore di cosa possa essere una festa totale, consiglio la lettura di questa intervista del 21 luglio 1974). Penso che dal Settantasette non si siano più verificate situazioni del genere, almeno non così estesamente nel tempo.

Insomma, tutto ciò che di positivo una volta era nella norma, ora è anomalo. Quello che posso dire è che ora capisco veramente, forse, il testo di questa canzone. Ora capisco…

La democrazia ha senso?

Alcuni recenti discorsi mi hanno offerto l’opportunità di riflettere su concetti che davo ormai per assodati e su un interrogativo che potrebbe sembrare banale, ovvero: la dialettica democratica ha senso? E tali riflessioni hanno partorito una risposta positiva, quindi una conferma di ciò che pensavo prima di intraprendere le sopra menzionate discussioni. Si potrebbe osservare che crucciarsi tanto a riflettere su un’opinione e poi ribadirla non sia molto utile, per dirlo con un eufemismo, ma piuttosto l’attuazione di una retorica fallace e faziosa come la risposta di un Anselmo d’Aosta, che, sotto lo sguardo di un accigliato Gaunilone, fa platealmente uscire Dio dalla porta per farlo rientrare dalla finestra, ponendo sottobanco fin da subito ciò che intende dimostrare poi.

Tuttavia, mettendo le mani avanti, rivendico il mio diritto di riconfermare un’opinione opinabile dopo che essa è stata sottoposta a critica e ha subito gli attacchi della dialettica, fosse anche indistinguibile dalla sua precedente versione, in quanto la dialettica fortifica il pensiero, permette la sua maturazione, implica un passaggio obbligato dinamico tra la tesi e la sintesi facendo sì che queste due non possano mai essere identiche: detto in altre parole, una critica non può essere ignorata e quando così sembra in realtà così non è.

L’argomento è stato al centro di molte considerazioni provenienti da amici e conoscenti dell’area libertaria (odio appioppare etichette) che antepongono l’individuo alla collettività e mettono fortemente in discussione la validità della democrazia in quanto mezzo di imposizione della maggioranza sulle minoranze e l’individuo.

Questi pensieri mi hanno riportato alla mente una lunga discussione, fatta due anni fa con un amico anarchico, che verteva sulla realizzabilità di un metodo decisionale in cui ogni scelta ha valore esclusivamente se condivisa all’unanimità dall’assemblea. Sostenitore dell’unanimità, il suo ragionamento era semplice:

«La maggioranza non può decidere per la minoranza, perché schiaccerebbe la libertà di quest’ultima, quindi il confronto e il dibattito devono continuare finché si trova non un compromesso tra le parti, bensì qualcosa che realmente è voluto da tutta l’assemblea e che sarà approvato, infine, all’unanimità».

«Ma ci sono questioni in cui non esiste tale alternativa», ribattevo io, «in cui va scelta questa cosa o quest’altra, senza vie di mezzo né vie traverse. E, soprattutto, ci sono questioni su cui non ci può essere unanimità perché non c’è certezza, non c’è assolutezza. Tante delle nostre opinioni si basano su presupposti non dimostrabili che, in virtù di tale indimostrabilità, non possono essere scalfite dal confronto e dal ragionamento dialettico e sono destinate a restare inconciliabili con altre opinioni: ecco perché su queste questioni non si potrà mai trovare un accordo unanime».

«L’accordo unanime si può trovare», ribadiva lui, «perché siamo tutti ugualmente intelligenti e quindi in grado di capire su cosa basare i nostri ragionamenti, se su pregiudizi o su dati reali: parlandone, alla fine si escogita una soluzione che riesce ad accontentare tutti».

«Ma come», replicavo, «come puoi esser certo che ciascuno sia in grado di distinguere la realtà da una sua interpretazione parziale basata su presupposti indimostrabili? Come puoi non prendere in considerazione la possibilità che il ragionamento sia scavalcato dall’irrazionalità e dall’emozione istintiva, trasformando l’unanimità in uno strumento dittatoriale ad uso di uno o pochi dei membri dell’assemblea, che, con retorica e sotterfugi, siano riusciti a manovrare le opinioni dei restanti membri?»

«Ma ciò non sarebbe possibile, perché ogni individuo conosce bene il proprio vantaggio e quindi non permetterebbe che la decisione dell’assemblea diventi la decisione di una sua parte».

Bene, ricordo che, conclusa la discussione, mi resi conto che essa era stata esattamente un esempio di ciò che avevo descritto: non riuscimmo a trovare un accordo sulla questione maggioranza-unanimità, sia perché è per definizione impossibile conciliare i due metodi, sia perché, latenti nel discorso, c’erano due diverse opinioni basate su presupposti non dimostrabili, che cozzavano sotterraneamente l’uno contro l’altro: lui, infatti, era convinto che siamo tutti ugualmente intelligenti e quindi capaci di prevenire prevaricazioni plebiscitarie all’interno di un’assemblea, io, dal canto mio, ero meno propenso ad accettare questa idea, sulla base di considerazioni scientifiche e sociologiche. Scientifiche perché se prima eravamo stupide scimmie e ora siamo senzienti esseri umani deve esserci stata selezione naturale sulla base di caratteri tra cui verosimilmente quelli riconducibili alla sfera intellettiva; sociologiche perché la sociologia, oltre che la storia, mostrano quanto sia facile che gruppi di persone siano dirottati verso interessi particolari che non giovano ad essi. Ora, oltre al fatto che la scienza, di cui io ho fatto il mio strumento per la dimostrazione del mio presupposto, per sua struttura non verifica ma falsifica, dunque non dimostra la verità ma la non verità, c’è anche un altro problema. Infatti sono sicuro che anche il mio amico riuscirebbe a sostenere ragionevolmente il suo presupposto, cioè che siamo tutti intelligenti allo stesso modo.

La morale di questo breve racconto è che alcune scelte, al netto degli obiettivi che ci si pone, sono destinate a rimanere arbitrarie, dunque arbitraria in sede teorica rimane la mia preferenza per la democrazia piuttosto che per il sistema unanime.

Esso suscita però altre domande, perché degli stessi problemi che esponevo in quella discussione (latenti derive autoritarie, predominio delle emozioni sulla ragione) è passibile il metodo democratico. Perché allora preferisco la democrazia? Perché preferisco il collettivo all’individuale? Perché penso che se pensi solo per te, commetti lo stesso errore di Adam Smith, a cui dobbiamo la convinzione che se alziamo il livello dell’acqua per far salire gli yacht dei ricchi, al nuovo livello si alzeranno anche le barchette dei poveri, lo stesso errore per cui si immagina l’individuo avulso da condizionamenti, capace di scegliere nel proprio interesse, autonomo e libero come se vivesse su un’isola deserta. Ma qui il discorso si chiude, tornando all’arguto Gaunilone, perché quest’isola non esiste.

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