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Eurotower

Cenere, cenere e polvere e sete troverete. E una torre che tutto scruta.

Occupy Affari, la Bocconi e i sassi

Oggi una manifestazione nazionale a Milano raccoglierà tutte le forze contrarie alle politiche di austerità del governo Monti. Il percorso del corteo doveva originariamente partire dalla Bocconi per terminare di fronte alla borsa italiana, in Piazza Affari. Ma ciò, spiega Cremaschi, «non ci è stato permesso; mi ricorda quando c’era Berlusconi e a Roma si poteva manifestare ovunque ma non davanti a Palazzo Grazioli. Evidentemente la Bocconi è considerata casa di Monti».

Prima della manifestazione verrà portata una corona di fiori in memoria di Roberto Franceschi, studente ucciso durante le proteste che scoppiarono la sera del 30 gennaio 1973 in seguito alla decisione del rettore dell’università di impedire l’accesso alle assemblee studentesche serali a tutti coloro sprovvisti di libretto universitario: infatti, per garantire il rispetto di tale scelta, il rettore chiamò la celere, che circondò l’università, respinse gli studenti raccolti all’ingresso e non esitò a sparare ad altezza uomo, dunque in mezzo alla folla, mentre questi ultimi si allontanavano. Roberto fu colpito alle spalle, come Roberto Piacentini, mentre fuggiva dalla violenza dello sgombero. Non riprese mai più conoscenza.

La prima versione della Questura fu che il giovane era stato colpito da un sasso lanciato dai giovani contestatori. Vi ricorda qualcosa?

Caduta questa versione, le indagini si rivolsero verso gli agenti. La Questura, sulla base del rapporto del colonnello Arcangelo Scarvaglieri, avanzò la versione dell’agente in preda a raptus: affermò infatti che l’agente di PS Gianni Gallo avrebbe sparato in stato di semi-incoscienza. Ma tu pensa un po’. In quel periodo dovevano esserci tanti agenti semi-coscienti; che fosse una malattia endemica non ancora diagnosticata?

«Sacrifici o baratro»

«In politica, per sinistra si intende generalmente il sostegno al cambiamento sociale al fine di costruire una società con una struttura più egualitaria. Solitamente le politiche di sinistra comportano una preoccupazione per coloro che nella società sono svantaggiati rispetto agli altri e un’assunzione che esistano delle disparità ingiustificate (che la destra vede come naturali o tradizionali) che dovrebbero essere ridotte o abolite».
Nella definizione che la versione inglese di wikipedia dà del concetto generico di sinistra è già scritta la storia dell’egemonia del pensiero unico degli ultimi decenni e la teoria della shock economy, la cui validità, a poche ore dall’appovazione dell’ennesimo piano di austerità da parte del Parlamento greco, è sotto gli occhi di tutti.

Piazza Syntagma, di fronte al Parlamento greco

Ieri sera in Grecia si era alla resa dei conti: qualche parlamentare ellenico ha votato a favore ma controvoglia, solo per compiacere lo spirito di responsabilità nazionale, qualcun altro ha votato contro ed è stato espulso dal partito politico di appartenenza (21 da Nea Dimokratia, 20 dal PASOK, 2 dal LAOS), come era stato promesso prima del voto, tutti gli altri hanno saturato di “ναι σε όλα” (significa “sissignore”) l’aula del Parlamento. I nodi sono venuti al pettine, si è chiarito infine da che parte ciascuno stava: dalla parte dei mercati o da quella del popolo, dalla parte del palazzo o dalla parte della piazza, dalla parte del capitale o da quella di chi ne è sfruttato e schiavizzato.

Il discorso di Papademos ai suoi colleghi insisteva: «sacrifici o baratro». Come se la crisi fosse un fenomeno naturale: c’è una siccità con conseguente carestia? vuol dire che ci sosterremo l’un l’altro, dimezziamo la nostra razione alimentare giornaliera e cerchiamo di resistere in condizioni sempre più difficili; c’è un incendio? lasciamo tutti le nostre case, è una rinuncia necessaria se vogliamo salvare pelle; c’è una crisi finanziaria? siamo tutti nella stessa barca, accettiamo il nostro triste destino, il taglio (ulteriore) del salario minimo del 20%, il taglio delle pensioni, la privatizzazione di autostrade, ospedali, scuole, beni comuni. E, di fatti, la risposta che danno i mercati è proprio un rialzo di tutte le Borse mondiali e il calo dello spread (ieri era a circa 3500, oggi è a 3000). Solo che in questo caso la pelle non se la salvano i greci, anzi si rischia un’emergenza umanitaria: gli ultimi mesi hanno visto tornare in Grecia il fenomeno dell’emigrazione di massa, dell’abbandono dei figli, l’aumento dei senzatetto, quelli che l’autore di questo blog paragona a zombie: «persone che hanno perso tutto e che vagano con aria allucinata per le strade».

Senzatetto durante manifestazioni di protesta. Fonte Reuters

Bene, gli zombie umani che si riversano nelle strade greche sono il risultato di un sistema che produce per sua natura zombie umani, da secoli nei territori coloniali schiacciati dall’imperialismo e dal colonialismo, da decenni nei paesi del cosiddetto Sud del mondo che spesso coincidono con i primi, da molto più di recente anche i popoli dei paesi che l’hanno creato: in breve, è un sistema che a lungo andare si mangia da solo. Non prima di una violenta agonia.

Ma che sia chiara una cosa: questo sistema non è naturale, questa crisi non è un fenomeno naturale. A chi non riesce a concepire un modo di gestire le risorse ambientali e umane diverso da quello attuale ricordo che lo schiavismo, che era alla base dei sistemi sociali delle civiltà europee classiche, era considerato da quelle culture “naturale”: nella Politica di Aristotele lo schiavo è definito come «un essere che per natura non appartiene a se stesso». Allo stesso modo, oggi, compiacere i mercati e assecondare la finanza sono per natura obblighi morali della società: se te lo chiedono i mercati, puoi fare qualunque cosa e non ne sarai considerato responsabile o complice, perché hai agito conformemente alla natura delle cose.

Papademos dice: «sacrifici o baratro», a me sembra tanto la versione speculare  del quasi centenario «socialismo o barbarie».

La saggezza dell’orso fragola

Sento un brusio confuso in mezzo a cui riesco a distinguere qualche frase, tipo «questo governo mi ha deluso», «da Monti non me l’aspettavo», «e io che ci speravo», insomma frasi che lasciano intendere che in tanti la fiducia nel nuovo governo è stata tradita con l’attuazione di politiche di mortificazione del lavoro e di scelte impopolari, e nel frattempo qualcuno dedica a Monti uno dei pugnàlati della giornata, che si è soliti dedicare a qualcuno non proprio simpatico.
Ma secondo questi che si lamentano e che cascano dalle nuvole, cosa c’era da aspettarsi da un governo tecnico (che significa destrorso liberista) chiamato a salvare l’Italia dall’attacco dei mercati per soddisfare le loro richieste sacrificali, se non ciò che, evidentemente, piace ai mercati, cioè privatizzazioni, flessibilità del lavoro, precarietà? E che altro aspettarsi da un governo controllato per metà dal Vaticano, se non che risparmi alla Chiesa il pagamento dell’ICI e continui a garantirle tutte le agevolazioni fiscali di cui ha sempre goduto dal 1929 in poi?
Invece no, «Monti è bravo», «Monti lasciamolo fare», «Monti vedremo», «Monti è sobrio e austero mica come quelli che c’erano prima». Ma sì, accettiamo un altro padrone: se ieri governavano i burattini delle banche e del mercato, oggi governano le banche e i mercati stessi. Non era più semplice sbarazzarsi dei padroni? Almeno non avremmo avuto tutte queste illusioni inattese e aspettative deluse. Ricordatevi cosa diceva Lots’o, l’orso rosso al profumo di fragola, che «Niente padroni significa niente cuori infranti».

La Lotta è il Tempo

Ieri sera c’è stata a Pisa un’assemblea di Movimento a cui ho partecipato e in cui sono intervenuto.
Dal momento che ho messo abbastanza carne al fuoco e che in seguito a questo mio intervento l’assemblea ha affrontato dei discorsi ricchi, interessanti e costruttivi, vorrei cercare di riportarlo per iscritto qui, almeno in linea di massima, per condividerlo con tutti sperando di affrontare nuovamente quegli argomenti che mi stanno a cuore e che secondo me sono centrali per la riuscita e il successo reale delle attuali proteste mondiali contro il predominio della finanza sulla politica e la società (leggasi socialità).
Ho sentito molti parlare della questione del 15 ottobre e di come il movimento dovrà rapportarsi a questa data, come dovrà elaborarla, farla propria, digerire le sconfitte e le vittorie di quella giornata e trarne le dovute conclusioni. Però mentre noi ne parliamo è già passato da allora quasi un mese e il nostro problema principale è che questo movimento, in Italia, sembra scemare e trovarsi in una situazione di stallo se non di reflusso. Cerchiamo di capire perchè e partiamo da un’altra osservazione: la stessa cosa è successa nelle giornate di Luglio del 2001, con il movimento cosiddetto “noglobal” contro il G8, il 13 febbraio 2003, con il movimento, anch’esso mondiale, contro la guerra in Iraq, il 14 dicembre dell’anno scorso, con il movimento universitario. Ora si ripete il 15 ottobre. Evidentemente sono stati fatti degli errori e per di più ripetutamente. Ci sono però dei movimenti che non hanno conosciuto questo decorso e nei quali non si è verificato questo fenomeno di reflusso in seguito alla data principale di mobilitazione: per esempio il movimento NoTav o il movimento OccupyQualcosa nel resto del mondo.

Il movimento NoTav non ha mai fissato delle scadenze, delle date più importanti di altre. Se il 3 luglio c’è stata una grande manifestazione nei boschi della Val Susa con scontri anche violenti (in verità più che altro era un attacco da parte della polizia), ora i NoTav non stanno a piangersi addosso e a parlare di un fantomatico “post-03/07”. Noi invece parliamo di “post-15/10”. Perchè? Perchè il 3 luglio i NoTav non hanno giocato il tutto per tutto, non hanno concentrato tutte le loro forze su una singola data sperando che andasse bene, salvo poi leccarsi le ferite e pigliarlo in quel posto se fosse andata male. Non hanno fatto assemblee intitolandole “verso il 3 luglio”: hanno deciso di porre dei punti fissi sugli obiettivi del movimento anziché sui metodi, hanno fatto crollare la retorica repubblichista di distinzione tra manifestanti violenti e non violenti, buoni e cattivi: i NoTav erano tutti buoni e tutti cattivi. Tanto che quando il raggiungimento dell’obiettivo prefissato, e su cui non si transige, ha richiesto l’uso della forze, non hanno esitato ad utilizzarla o ad applaudire chi l’aveva usata; e quando, al contrario, si sono resi conto che la violenza avrebbe danneggiato il movimento, com’è stato il 23 ottobre, hanno deciso, dico deciso, di non utilizzarla. Avevano la situazione sotto controllo. Un po’ diverso dal nostro 15 ottobre romano.

Passiamo al movimento OccupyQualcosa. Solo il braccio italiano di questo movimento, cioè noi, stiamo risentendo del reflusso post-15/10. In altri paesi, piuttosto, è stato un crescendo da allora. A Oakland la cittadinanza ha saputo organizzare, per la prima volta dal 1947, uno sciopero generale cittadino autogestito, non convenzionale. Da Wall Street (la parte occupata, ovviamente) è partito un appello di mobilitazione mondiale. A Londra in queste ore stanno provando a occupare Trafalgar Square dopo un enorme corteo [quest’ultimo esempio lo aggiungo solo ora perchè la notizia è di oggi]. Perchè? Perchè solo in Italia si è preferita una protesta centralizzata e convergente sulla capitale, in tutti gli altri paesi del mondo che hanno aderito alla protesta la mobilitazione si è articolata in cortei e iniziative disseminate sul territorio, con una media di 10-11 luoghi di protesta per ogni nazione.

Questi due esempi insegnano due cose: la prima è che si deve essere intransigenti sugli obiettivi e non sui metodi, la seconda è che la protesta non deve essere centralizzata. Anzi, deve essere ubiquitaria, come ubiquitario è il nostro avversario. La lotta non è in un posto preciso né in un tempo preciso, la lotta è il Tempo, la lotta è lo Spazio.

La violenza degli argini

Volevo raccontare il 15 ottobre che ho vissuto senza parlare degli scontri, senza condividere o condannare la violenza, senza appoggiare o rifiutare teorie su infiltrati e sui cosiddetti black bloc, senza dover difendere o stigmatizzare il comportamento della polizia italiana o dei manifestanti, senza tirare nessuno per la giacchetta.

Non so se infine sono riuscito nel mio intento di descrivere con oggettività la giornata (scopo che sempre mi riservo, in tutte le situazioni e nella maggior misura in cui è possibile farlo), ma di certo non sono riuscito mio malgrado ad evitare di parlare di tutte le questioni accennate sopra: avrei preferito non farlo, perché parlare della giornata di ieri come una giornata di violenza o di non violenza significa fare il gioco dei potenti e adottare il linguaggio e la retorica dei loro organi di informazione. Ma leggendo tanti commenti sulla rete e diversi articoli di giornali di aree diverse mi sono reso conto che è necessario mettere in chiaro qualche punto: ecco quindi cosa ho scritto. Sono pensieri sparsi.

Questione violenza-nonviolenza. Il voler a tutti i costi dividere nettamente il corteo di ieri in due cortei, uno violento e uno pacifico, non solo non aiuta a capire le dinamiche di ieri ma rispecchia poco la realtà dei fatti, come qualsiasi altro tentativo di categorizzare le anime molteplici di un movimento, attribuendo loro nomi e nomignoli stupidi e contrapponendoli (es. indignados, black bloc > indignados VS black bloc). È troppo semplicistico ragionare in codice binario, funziona solo per il benpensante che guarda passivo le immagini dello schermo televisivo passargli sotto gli occhi.

Che è necessario abbandonare questo frame è stato già detto mille volte ma non fa male ripeterlo. Bisogna prendere atto che in piazza San Giovanni c’erano tante persone diverse, non tutte col casco e armate di spranghe, mazze e molotov, che comunque erano disposte allo scontro: uno scontro non per forza premeditato, uno scontro che può essere stato causato dagli idranti sugli stand che attendevano l’arrivo del grosso del corteo o dai lacrimogeni lanciati in mezzo alla folla su un corteo autorizzato. Non sto parlando degli incappucciati, sto parlando dei tanti altri che sono rimasti coinvolti negli scontri: tra loro immagino ci siano tanti che sono equilibrati in situazioni normali ma che possono, come tutti, perdere il controllo in condizioni anormali e nel mezzo della folla.

Personalmente trovo strumentali e del tutto fuorvianti i richiami alla Genova del 2001 in riferimento alla presenza di possibili infiltrati, perchè gli infiltrati ci sono in tutte le manifestazioni, anche le più pacifiche, e poi allora si trattava di un movimento e di circostanze completamente diverse: chi, come La Repubblica, scrive «violenze come a Genova» ha dimenticato quanto diverse fossero allora le strategie messe in campo dal black bloc (sì, al singolare) rispetto allo scontro fisico che c’è stato ieri e devia l’attenzione, attraverso analogie e  meccanismi di associazione tra concetti, dal fatto (scontri) alla sua interpretazione (black bloc).

Il discorso sui possibili infiltrati lo lascio ai complottisti e ai politicanti, perché neanche questo aiuta a comprendere l’accaduto: quelle persone in piazza San Giovanni si sono difese dai lacrimogeni e dai manganelli, e lo avrebbero fatto comunque, con o senza infiltrati. Perciò secondo me la verifica di eventuali infiltrazioni è solo una questione “giuridica”, ma dal punto di vista dell’analisi politica dell’accaduto è irrilevante.

Mancanza di sintesi. Come scriveva qualcuno, il germe della violenza è insito nella natura stessa di protesta e se a volte rimane potenziale ed altre si fa atto ciò è dovuto alle circostanze; questa volta, per settimane o mesi, fin dall’inizio si è affermata l’intenzione di andare oltre il corteo rituale e la sfilata per il centro di Roma. Su questo si era tutti d’accordo. Però, come conseguenza del campanilismo dei movimenti italiani (che, da quello che mi pare di capire, si è puntualmente manifestato nelle varie assemblee di organizzazione della mobilitazione del 15 ottobre), non ci si era accordati sulle strategie da adottare per superare la tradizionale estetica del conflitto: chi voleva assediare i palazzi governativi, chi occupare il Colosseo e altri monumenti, chi restare nelle strade e nelle piazze a oltranza e, sì, anche chi auspicava una insurrezione popolare. C’è stata una così profonda mancanza di sintesi che, per le differenti strategie, non si è stati capaci neanche di accordarsi sul percorso del corteo, per dirne una, o di organizzare un servizio d’ordine unitario, per dirne un’altra. In particolare, ritengo che quest’ultimo fatto sia stata una delle cause principali dei problemi che la massa ha dovuto fronteggiare. Questa frammentazione era percepibile, bastava farsi un giretto tra i diversi spezzoni del corteo.

Comportamento della polizia. Tutti, come sempre, hanno fatto a gara a condannare per primi la violenza. Io non esiterei a condannare l’ipocrisia di chi condanna unilateralmente la violenza degli incappucciati o dei manifestanti e allo stesso tempo si dice soddisfatto dell’operato della polizia, che di violenza ne ha usata. Perché la violenza della polizia deve essere giustificata? Qualcuno risponderà che lo scopo della polizia era evitare i disordini. Ma allora il fine giustifica i mezzi? Se è così, la violenza dei manifestanti era altrettanto legittima. Anche perché, quando vedo scene come questa, posso non condividere ma di certo capisco la reazione della piazza.

Aggiungo un fatto curioso (ma non troppo) sul comportamento delle forze dell’ordine. Il percorso concordato partiva da piazza Repubblica, con destinazione piazza San Giovanni: quest’ultima era la piazza in cui si sarebbero dovute svolgere assemblee parallele e l’eventuale acampada con l’organizzazione di vari stand (poi buttati giù dagli idranti della polizia), che si trovavano là già prima che arrivasse la testa del corteo. Piazza San Giovanni era quindi legalmente riservata ai manifestanti che, secondo me, avrebbero dovuto mantenere il pieno diritto legale di entrarci; dopo l’inizio degli scontri, la polizia ha privato i manifestanti di questo diritto da essa stessa concesso, anzi ha trattato da criminali tutti coloro volessero accedere alla piazza da via Merulana, e giù lacrimogeni e manganelli, quando l’unica colpa che avevano era di seguire il percorso concordato di un corteo autorizzato dalla questura di Roma. Quindi contraddittoria non solo nella sostanza, ma anche nella forma.

Opinione personale. Personalmente la violenza degli incappucciati non la condivido, ma non condanno la violenza dei manifestanti che si sono difesi da cariche e da lacrimogeni che li cacciavano da una piazza che doveva essere loro.

La violenza degli incappucciati, io non la condivido non per motivi etici, ma per una questione politica e strategica: semplicemente hanno fatto male al movimento. Poteva essere un’esperienza politica lunga mesi, con piazze occupate e tutto quello che ciò comporta e che in Spagna sono stati capaci di mettere in pratica, invece si è risolto tutto in poche ore fumo nero. Tutti i possibili contenuti del movimento saranno oscurati dalla condanna delle frange estremiste, dalle accuse di infiltrazioni, dalla necessità di dissociarsi dall’uso della violenza e di dimostrare che i “veri indignati” sono quelli pacifici, dalla denuncia di incapacità di gestione dell’ordine pubblico e da tutti quei discorsi che implicano l’accettazione del frame violenza-nonviolenza e, ove possibile, del frame casta-anticasta che tanto piace a La Repubblica. Nessuno parlerà di speculazione finanziaria, di predominio della finanza sulla politica, di banche armate, di sovranità monetaria, di privatizzazioni, di annullamento del debito pubblico, di tagli alla formazione e alla sanità, di beni comuni e di lavoro.

In pratica, ora che si è manifestata la violenza del fiume in piena nessuno noterà quella degli argini che lo costringono.

La manovra di Ferragosto e la shock economy

Da più parti e alle persone più inaspettate sento pronunciare commenti e apprezzamenti del tipo «per una volta mi trovo a dire che il Governo mi è piaciuto!» che dimostrano definitivamente quale sia la percezione della crisi nell’immaginario collettivo costruito sapientemente dietro controllo mediatico: la crisi viene percepita come se fosse un fenomeno naturale e una calamità inevitabile. Se un terremoto colpisce il territorio abruzzese o una tromba d’aria devasta la costa ionica del catanese, che colpa può averne il governo, la burocrazia o chiunque altro? Lo stesso ragionamento, grazie ai martellamenti continui del pensiero unico attraverso ogni canale di informazione, si impossessa automaticamente della mente di tanti, che di fronte a una crisi finanziaria si convincono di avere a che fare con una crisi sismica. Ma come potrebbe questo non accadere dal momento che è proprio l’inevitabilità il carattere di una crisi che tutti ci dicono piovere dall’alto?

Bene, voglio svelarvi un segreto: la crisi non è inevitabile né imprevedibile, è connaturata al sistema economico liberista e dunque è inevitabile solo finché non si mette in discussione il sistema stesso e si parla del liberismo come se fosse lo stato di natura (eppoi certo che la crisi sembra un fenomeno naturale!). Mi sembra invece che la manovra di Ferragosto decretata dal governo non faccia altro che ribadire la sua supremazia, o meglio la sua unicità nel panorama politico, visto che l’opposizione (tre volte virgolettata) ormai non fa più neanche ridere (Bersani: «è ora che la crisi la paghi chi non l’ha mai pagata!» ma senza dire chi, perchè il Pd ha paura).

Beatificazione del contratto di Mirafiori, liberalizzazioni (finirà come l’Argentina?) in barba allo spirito referendario (ma tanto lo sapevamo che sarebbe finita così!), festività accorpate o addossate alle domeniche per guadagnare qualche giorno di produttività nei prossimi anni (ma il turismo in Italia vive dei ponti), dal prossimo anno si lavorerà il 25 aprile e il primo maggio (ma proprio quest’ultima cosa, siamo sicuri che l’abbiano chiesta l’UE e la BCE?)

Non voglio entrare nei dettagli, perchè so di non averne le competenze necessarie, mi piuttosto dico: tutti contenti della manovra, ma nessuno pensa alla shock economy? In tanti sono disperati ma rassegnati, perchè «tutti dovremo fare qualche sacrificio». Ma se una banca fallisce, perchè il sacrificio lo devo fare io e non chi l’ha fatta fallire? E comunque, mai sentito parlare di shock economy? Si approfitta di un disastro (le cui cause peraltro in questo caso hanno un nome e un cognome) per far passare leggi e norme che non avrebbero mai il consenso popolare; dopodiché quelle norme rimarranno in vigore, per quanto possano sostenere i difensori dell’austerity, in buona o cattiva fede. O vi risulta che le leggi antiterrorismo degli anni di piombo siano state ritirate? E le straordinarie misure di sicurezza repressive della war on terrorism? Sono ancora là. E i cittadini del New Orleans che dopo l’uragano Katrina scoprono che non avranno mai più scuole e ospedali pubblici? Si può continuare a lungo l’elenco di episodi in cui il potere ha approfittato di situazioni di crisi per approvare delle scelte che mai la popolazione accetterebbe.

Allo stesso tempo mi chiedo se non sarebbe più socialmente giusto e più sensato ed efficace far pagare l’ICI alla Chiesa Cattolica; tassare i patrimoni sopra il milione di euro; combattere l’evasione fiscale; tagliare drasticamente le spese militari; ritirare i soldati italiani dall’Afghanistan e dalla Libia; abolire tutte le province.

Ma questo la «losca confraternita dei borghesi produttori di profitto» (sic!) non lo farà mai.

Le vacanze

Avevo in mente di scrivere su due argomenti, uno sulla scia dell’analisi di Marcuse sullo spostamento della produzione verso il Sud del mondo, l’altro sulle differenze tra Facebook e Twitter e le conseguenze che esse comportano. Tuttavia, capirete che l’impellenza del momento non mi permette di sorvolare un terzo argomento, che nell’immediato è di gran lunga più notevole, ovvero: i parlamenti quest’anno non vanno in vacanza.

Il tre agosto Berlusconi è stato chiamato in aula (non quella, quell’altra «sorda e grigia») per rispondere di ciò che sta facendo il Governo per evitare il tracollo di Piazza Affari, che potrebbe avvenire da un momento all’altro. Ovviamente, parlando dall’alto delle sue funzioni di presidente del consiglio italiano, ha invitato tutti ad acquistare le azioni delle sue aziende. Da non credere. Poi il parlamento ha deciso di sospendere le vacanze che erano previste per tutto il mese di agosto, così da poter trovare in fretta e furia una soluzione alla caduta libera della borsa.

A Tottenham, un quartiere di Londra, il 4 agosto Mark Duggan, pregiudicato, è inseguito dalla polizia e durante l’inseguimento viene colpito alla testa da un proiettile sparato dalle forze dell’ordine. Il giorno sucessivo, un presidio pacifico organizzato dai familiari della vittima degenera in violenza come da decenni non se ne vedevano in Regno Unito. Dopodiché è tutto un susseguirsi di eventi intrecciati e autocatalitici, e l’Inghilterra è in fiamme. David Cameron ha richiamato il parlamento dalle vacanze per risolvere la crisi dell’ordine pubblico, dopo aver tagliato soldi alla polizia e allo stato sociale, dicendo: «nella nostra società c’è qualcosa che non va». Ma va, come ha fatto ad accorgersene? Be’, direte voi, almeno, al contrario di quella puttana della Thatcher, ha ammesso che la società esiste.

Ieri, Francoforte era a -7 punti percentuali; un dato mostruoso, considerando che tutti vedono nella Germania la salvezza dell’Europa e della moneta unica.

Niente vacanze quest’anno, per le sanguisughe, no holidays thisnyear for leeches! Ma forse è questo il futuro che ci aspetta: le città in fiamme e le borse a farsi fottere.

Viva la decrescita!

Capitalism, a love story

Avendo poca voglia di buttar giù qualche parola mia, ve ne propongo qualcuna di qualcun altro

Continua la censura

Dopo la censura sulle dichiarazioni dei comitati cittadini del Sulcis, sulle enormi manifestazioni popolari in Croazia e sull’attivismo serbo sul modello delle rivoluzioni arabe, all’Ancien Régime si presenta un’altra occasione per tacere su eventi europei, perchè naturalmente se il popolo riempie le piazze e chiede qualcosa in Egitto, in Yemen o in Siria siamo tutti d’accordo (tanto sono paesi culturalmente distanti, nell’immaginario collettivo, dal nostro mondo abbastanza da non costituire un rischio di squilibrio sociale) mentre se lo fa in Croazia, in Serbia, in Sardegna è tutta un’altra storia: loro hanno la pelle bianca, sono di credo cristiano e parlano lingue europee.

Pressoché tutti gli organi di informazione, sia quelli controllati dal Governo sia quelli che hanno la pretesa di essere rivoluzionari e di sinistra, come La Repubblica o L’Unità, tacciono su eventi che si sono verificati a partire da domenica scorsa a Madrid e in decine di città della Spagna.

Piazze occupate e “tendate”, come la storica egiziana Piazza Tahrir, da giovani e disoccupati, che hanno preso il controllo di esse attraverso l’istituzione di comitati popolari che gestiscono le esigenze della piazza e del movimento (comitati per l’informazione, le comunicazioni, le questioni legali, la distribuzione di viveri ai manifestanti…) dopo lo sgombero di domenica.

Cosa dice La Repubblica? Se si cerca la parola “Madrid” si trova che le uniche notizie sono relative al calcio e al desiderio di Kaka di giocare.

Cosa dice L’Unità? Scrive qualche rigo molto sbrigativo che viene pubblicato a pagina 28 nella sezione economica.

Ovviamente per prendere il controllo intendo dire che la polizia ha provato, inizialmente, a caricare e a sgomberare i luoghi occupati, ma evidentemente ha valutato la situazione e ha capito di avere di fronte non un centinaio di dissidenti ma un’intera generazione.

E le generazioni non si possono sgomberare.

P.S.: invece la BBC riporta cosa succede; e lo dice chiaramente: «Egypt-like rally»


Aggiornamento:
l’Unità ha pubblicato un articolo sull’argoment e anche (oho!) il Corriere

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