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O noi o i nazisti – «Questa è la democrazia»: il movimento come Stato

Questo articolo è la terza di quattro parti di un’analisi del Movimento Cinque Stelle dal titolo O noi o i nazisti
«L’antifascismo non mi compete»: anti-antifascismo del M5S
«Da te non me l’aspettavo»: quando Grillo non urla
«Questa è la democrazia»: il movimento come Stato
«Questo movimento è ecumenico»: la concezione del popolo

Secondo un blog grillino (questo), l’apertura delle porte del M5S ai militanti di Casapound è stata un’occasione in cui Grillo «ha offerto una grande prova di democrazia diretta», in cui sarebbe stata applicata la massima volteriana che Voltaire non ha mai detto.

«Avete delle idee che sono condivisibili, alcune magari meno, alcune di più, però questo è democrazia». Anche questa affermazione costituisce il punto di partenza per una riflessione sulla concezione di democrazia su cui il M5S costruisce il consenso: per l’ideologia del superamento delle ideologie, in politica ciò che conta sono “le idee”, considerate una per volta e non inserite in un’analisi organica della società e in un progetto di cambiamento globale.
Da simili presupposti, ma anche da quanto è emerso in molte occasioni e dichiarazioni di semplici simpatizzanti o rappresentanti politici, nasce una concezione del movimento come sede di risoluzione dei conflitti tra “idee” contrapposte, in cui tale ruolo gli è esclusivo, e per cui non è contemplata una contrapposizione esterna. Ovvero: pretendendo di rappresentare gli interessi di tutti i cittadini, quindi anche di berlusconiani, omofobi, sessisti, fascisti, il movimento deve necessariamente trattare queste tendenze come questioni interne, non risolvibili attraverso una eventuale contrapposizione dall’esterno di quelle tendenze, poiché così facendo metterebbe a rischio la presunta rappresentatività di tutti i cittadini e di tutte le idee. Ciò che tradizionalmente si esprimeva attraverso il dibattito politico, comprese tutte le sue articolazioni conflittuali a diversi livelli, sembrano fenomeni e processi destinati ad avvenire all’interno del movimento, e non come espressione del confronto di movimenti e forze diverse: il movimento si sostituisce così alle sedi di competizione e discussione politica, istituzionali e non.

Non a caso un commentatore acuto scriveva (sempre in quel frangente): «ho l’impressione che il M5S stia cercando di organizzarsi come uno stato a sé: la loro intenzione è di poter dar vita ad un soggetto politico condivisibile da chiunque. Se guardiamo ai loro unici obbiettivi (abbattere la casta, difendere il bene comune, essere i rappresentanti dei cittadini) chi potrebbe non essere d’accordo? Il fatto è che questa impostazione deve essere quella dello Stato, e all’interno di essa deve avvenire il confronto dialettico tra i vari gruppi politici».

Lo stesso Grillo, nella polemica scaturita in seguito alla vicenda del furto di simboli elettorali, ha dichiarato: «se non ci lasceranno partecipare si prenderanno la responsabilità della delegittimazione dello Stato», comparando dunque idealmente Stato e movimento. In quest’ottica, anche le parole testuali di Grillo assumono un altro valore: «c’è una violenza che sta per esplodere. Lo Stato deve prendersi in mano l’energia, non le multinazionali. Deve gestire sanità, strutture, scuola, autostrade, informazione. Noi siamo la controparte strutturale del Palazzo».

Il risultato è che la democrazia di cui parla il M5S si configura come un “minestrone” in cui possono trovare dimora persone con idee e visioni completamente differenti, anche incompatibili tra loro, con l’evidente impossibilità di trovare convergenze che vadano oltre la forma e vertano su contenuti reali.
Se a questa concezione di democrazia come “superamento dei conflitti esterni” si aggiunge il grave problema di democrazia interna, si ottiene una situazione di totale difetto dialettico: i conflitti esterni non esistono in quanto sono trasformati in conflitti interni, e i conflitti interni non esistono in quanto la struttura del movimento è autoritaria e soffoca qualunque dissenso in ogni ambito, dai contenuti politici addirittura all’estetica o al linguaggio.
Se l’intenzione di rappresentare tutti i cittadini si realizzasse, se il tipo di democrazia immaginato dal M5S fosse ipoteticamente portato a compimento, tutti i cittadini lo voterebbero, all’interno di questo risolverebbero controversie politiche e infine la volontà generale sarebbe espressa dalla posizione del M5S.

Quello che, consapevolmente o meno, il M5S propone attraverso la sua concezione di democrazia, è l’eliminazione dei conflitti politici (in senso lato) e il loro appiattimento verso un unico tipo di conflittualità («noi» contro «loro»): tecnicamente, questo è il fascismo.

O noi o i nazisti – «Da te non me l’aspettavo»: quando Grillo non urla

Questo articolo è la seconda di quattro parti di un’analisi del Movimento Cinque Stelle dal titolo O noi o i nazisti
«L’antifascismo non mi compete»: anti-antifascismo del M5S
«Da te non me l’aspettavo»: quando Grillo non urla
«Questa è la democrazia»: il movimento come Stato
«Questo movimento è ecumenico»: la concezione del popolo

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO: il secondo link citato nel testo, “stranamente”, è stato rimosso; per fortuna qualcuno ha pensato di recuperarlo, per cui la copia del testo originale la trovate qui.

Non si deve pensare che la posizione espressa da Grillo nei confronti del movimento neofascista non abbia suscitato reazioni di indignazione da parte di esponenti, anche con ruoli rappresentativi, nel M5S. Queste reazioni hanno addirittura comportato le dimissioni, ad oggi, di due consiglieri eletti a Carpi (vedi) e a Roma (vedi).

Dichiarazioni di stupore costellano i post di attivisti delusi, commenti increduli inondano le pagine dedicate ai commenti. «Ma come? Lui non antifascista? Grillo?», «Stavolta mi hai davvero deluso», «Da te non me l’aspettavo». Questa ondata di incredulità mista a indignazione è indice della scarsa profondità di analisi di parte dell’elettorato grillino proveniente da sinistra: infatti, non c’era nessun motivo di ritenere che Grillo fosse antifascista o che si interessasse al problema, visto che nel M5S la cosa non è mai stata accennata.

La domanda che si pone è la seguente: perché tanti attivisti ed elettori delusi provenienti da sinistra, che credevano di militare in un movimento antifascista, dando per scontata la cosa? La spiegazione si compone di due elementi.

La prima plausibile motivazione va ricercata proprio nella “liquidità” del M5S, di cui si è già parlato ampiamente (qui): per fare in modo che tutti possano riconoscervisi, il M5S riduce al minimo i contenuti politici, perché per ogni presa di posizione esiste una fetta di cittadinanza che non è d’accordo. In altre parole, il grado del consenso è inversamente proporzionale al livello dei contenuti e il M5S, avendo l’ambizione di rappresentare i cittadini in generale e in maniera trasversale, punta al più largo consenso possibile.

Il secondo motivo è che il consenso per Grillo deriva in larga parte da impulsi irrazionali, catalizzati dallo stile comunicativo, dal tipo di linguaggio e dalla teatralità del personaggio, come sapientemente indagato da Giovanna Cosenza, professoressa di semiotica all’Università di Bologna (l’analisi è suddivisa in cinque parti). Grillo –si osserva– «non afferma, esclama; non parla, grida fino a perdere la voce; non suda, s’inzuppa; non gesticola, si scompone». Inoltre, «sul palco non si limita a camminare, ma lo percorre a grandi falcate da un lato all’altro, o addirittura corre; non si limita a rivolgersi agli spettatori, ma si piega a novanta gradi, s’abbassa, si sporge oltre eventuali sbarre e transenne, come se volesse tuffarsi nel pubblico». Un buon comunicatore non può ovviamente trascurare l’espressione del volto come suo sommo strumento: «mobilissima, sempre pronta a trasformare ogni emozione in maschera di teatro, sempre capace di passare in un lampo dal comico al tragico, dall’euforico al disforico e viceversa».

Queste considerazioni non sono affatto banali. Se in tanti “cadono dalle nuvole” quando vengono rilasciate certe dichiarazioni, non c’è da stupirsi: erano praticamente ipnotizzati dall’affabilità, la convinzione e l’entusiasmo di Grillo, talmente presi dalla sua foga da non fermarsi a riflettere un attimo: così come il movimento millanta la democrazia diretta, la partecipazione immediata, anche l’adesione al M5S da parte dei sostenitori è priva di intermediazione, stereotipata, incondizionata. Non passa dal cervello, ma dal cuore.

Tante cose che Grillo afferma durante gli spettacoli o i comizi farebbero accapponare la pelle se le dicesse in maniera non spettacolare, da uomo normale. Se Grillo in un’intervista dicesse serio rivolgendosi a un poliziotto «vuoi dare una passatina a un marocchino che rompe i coglioni? Lo prendi, lo carichi in macchina senza che ti veda nessuno, lo porti un po’ in caserma e poi gli dai, magari, due schiaffetti» una buona parte dell’opinione pubblica che normalmente lo sostiene gli si scaglierebbe contro. Il problema è che Grillo ha veramente pronunciato questa frase (vedi), e come questa altre, a cui in molti non hanno dato peso perché in quel momento si trattava di uno spettacolo comico e satirico, non di una dichiarazione politica.

Il fatto è che in questo caso show comico e comizio politico sono indistinguibili, e con questa scusa ci si può permettere di lasciarsi andare a considerazioni paurose; l’indistinguibilità e l’assenza di confine tra il Grillo comico e il Grillo politico sono gli strumenti di difesa più utilizzati dai sostenitori: «ma lasciatelo stare, lui stava scherzando, non fatene una tragedia!» ricorda, come fosse ieri, il modo con cui si giustificavano le uscite grottesche di Berlusconi.

O noi o i nazisti – «L’antifascismo non mi compete»: anti-antifascismo del M5S

Questo articolo è la prima di quattro parti di un’analisi del Movimento Cinque Stelle dal titolo O noi o i nazisti
«L’antifascismo non mi compete»: anti-antifascismo del M5S
«Da te non me l’aspettavo»: quando Grillo non urla
«Questa è la democrazia»: il movimento come Stato
«Questo movimento è ecumenico»: la concezione del popolo

Mentre i delegati del M5S all’Assemblea regionale siciliana restituiscono (vedi) gran parte dello stipendio ai cittadini (per quanto questa espressione sia discutibile) riscuotendo notevole successo nell’opinione pubblica, Beppe Grillo in persona, interrogato sulla sua posizione in merito all’antifascismo da Simone Di Stefano, candidato neofascista alla presidenza del Lazio, ha dato la seguente risposta: «questo è un problema che non mi compete»

Una tale affermazione conferma il carattere velleitariamente postideologico del fenomeno del grillismo, che lo pone come una struttura formale priva di contenuto politico: intende esplicitamente (si legga, per esempio, il Non statuto) dare forma a metodi, non ad obiettivi, e il rispetto del principio formale della partecipazione è l’unica esigenza trasversale e realmente condivisa all’interno del movimento, mentre non esiste un’idea altrettanto trasversale sulla direzione politica da esprimere attraverso tale partecipazione.

Così, la scelta tra fascismo e antifascismo, come tra razzismo e antirazzismo o tra sessismo e antisessismo, è considerata non solo inutile, ma del tutto priva di senso. Nel porsi in questa maniera, Grillo ottiene però l’effetto di schierarsi di fatto: non agire contro i fascisti significa infatti esserne complice, e non accettare la definizione di antifascista significa essere “anti-antifascista” (tra l’altro è la stessa definizione che si dànno molti militanti dell’estrema destra italiana).

Il motivo di questa apparentemente mancata presa di posizione è che l’identità che il marchio a cinque stelle vuole attribuirsi e su cui il relativo movimento basa la propria retorica e propaganda riguarda l’idea di “novità” (qui un’analisi più approfondita): il nuovo che spazza via il vecchio. Questo riguarda non solo i personaggi del panorama peninsulare e gli attori dell’agire politico degli ultimi decenni, ma anche le posizioni e le ideologie a cui tradizionalmente i partiti si richiamavano. Così, essere antifascisti è una cosa da vecchi politicanti. (Se qualcuno pensa che simili distinzioni e categorie appartengano al passato, vada pure a rivedere i nomi di Samb Modou e Diop Mor.)

Qualcuno potrebbe obiettare, come stanno facendo tantissimi sostenitori di Grillo in queste ore, inondando le sezioni per i commenti di qualunque sito che ne parli, che si sta «enfatizzando una sciocchezza detta da Beppe», che si sta «dando peso alle notizie dei media» facendo il gioco dei «giornalisti asserviti al potere della casta» o che semplicemente è inutile cercare di strumentalizzare un’opinione personale espressa da Grillo, per quanto egli stesso si sia definito “capo politico” del M5S. In realtà, reazioni del genere confermano i timori emersi discutendo con quel grillino citato nell’introduzione (qui): pur non essendo un movimento fascista, il M5S è compatibile con il fascismo, perché non si pone vincoli ideologici.

Sia chiaro, quindi, che problema non è se Grillo sia simpatizzante dei neofascisti o meno; il problema è che ciò sarebbe plausibile e, come per lui, lo sarebbe per qualunque altro appartenente al M5S: anzi, Grillo afferma «se un ragazzo di Casapound volesse entrare nel M5S, coi requisiti per entrarci, ci entra». È evidente che l’antifascismo non è un requisito; del resto, chi ha mai detto che lo fosse? L’uscita di Grillo non è un errore di comunicazione o un’inopportuna presa di posizione che sarebbe stato meglio non manifestare: è qualcosa che si inserisce perfettamente nel contesto in cui si colloca, nel quale è un evento fisiologico, non patologico.

Nota a margine: da più parti, si contesta il fatto che il video pubblicato e diffuso da Casapound sia stato «manipolato» (cioè tagliato in alcuni punti) per screditare Grillo e strumentalizzare l’intera vicenda a fini «destabilizzanti». Per evitare che queste sterili contestazioni si verifichino anche qui, fornisco la versione completa del video. E dico “sterili” perché, per quanto possano cercare di arrampicarsi sugli specchi, il discorso non cambia di una virgola.

O noi o i nazisti

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«Se noi non entriamo a quel punto arrivano le Albe dorate, gente che emula Hitler. Entrano i nazisti in parlamento con il passo dell’oca»
Beppe Grillo in una dichiarazione del 15-12-12

«Sembri un delegato del Movimento Cinque Stelle»
Beppe Grillo a un candidato di Casapound Italia, movimento neofascista italiano

In calce a un articolo (qui) che esprimeva il disappunto per la mancanza definizione politica del Movimento Cinque Stelle e la conseguente ipotetica compatibilità con omofobi e fascisti, circa sei mesi fa un grillino scrisse: «non riesco a capire se si abbia veramente paura di un M5S omofobo, o si tratti di un più comprensibile principio di precauzione».
Dopo le ultime vicende, che saranno citate più avanti, risulta chiaramente che l’incapacità del mio interlocutore di comprendere il problema non solo sia il prodotto di una banale semplificazione della realtà, ma che addirittura il suo dubbio non abbia neanche senso: infatti, parlando di una qualche compatibilità tra Grillo, il M5S, l’omofobia e il fascismo, non si è ormai più nel campo delle ipotesi, bensì in quello della realtà fattuale. Ovvero: tale compatibilità è stata dichiaratamente espressa, senza ambiguità.

Occorre tuttavia astenersi dall’additare immediatamente come “fascista” Grillo e il movimento da lui fondato, giacché si commetterebbe lo stesso errore di semplificazione e valutazione affrettata diffuso in diversi ambienti politici. Si propone dunque di seguito un’analisi il più possibile ragionata, che cerchi di considerare i presupposti e il contesto culturale in cui si sviluppa il fenomeno del grillismo, nonché le implicazioni teoriche e pratiche di quei presupposti.

Il contesto è la crisi di rappresentanza e il presunto svuotamento delle categorie politiche tradizionali, due problemi a cui il M5S risponde chiaramente: al primo con l’idea di rappresentare i cittadini, categoria contrapposta al ceto politico, al secondo con l’asserzione di essere “né di destra né di sinistra” e per il superamento delle contrapposizioni ideologiche storiche.

In questa prospettiva, se prima vedevo il grillismo come un contenitore vuoto riempito da ciò che più abbonda nella società, ovvero da tendenze che lo rendevano “passivamente” di destra, ora mi ricredo, in parte, su alcuni punti, e lo riconosco come una forza “attivamente” di destra, cioè per definizione politica anziché per omissione, riguardo ad alcune questioni.

L’analisi del M5S sarà articolata in quattro parti:

«L’antifascismo non mi compete»: anti-antifascismo del M5S
«Da te non me l’aspettavo»: quando Grillo non urla
«Questa è la democrazia»: il movimento come Stato
«Questo movimento è ecumenico»: la concezione del popolo

L’asservimento tecnico

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La questione che in questo articolo si intende affrontare verte soprattutto su vicende recenti, degli ultimi giorni; tuttavia, vista la scarsissima informazione sull’argomento nei mezzi di comunicazione nazionali, ecco un breve riassunto introduttivo (per approfondimenti, c’è il blog di Antonio Mazzeo, giornalista e attivista per la smilitarizzazione).

Il MUOS (Mobile User Objective System) è un sistema di comunicazioni satellitari gestito dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, con l’obiettivo di coordinare efficacemente gli spostamenti di mezzi navali, aerei e terrestri per integrare le forze militari statunitensi e di paesi che gravitano nella stessa orbita. Il progetto si configura come un enorme strumento non solo di eventuale difesa, ma di possibile attacco automatizzato grazie all’utilizzo di aerei senza pilota (i cosiddetti droni, di cui è previsto l’uso intensivo e di cui un gran numero è già stato installato alla base militare di Sigonella, destinata a diventare capitale mondiale dei droni), e di missili e armi intelligenti, che potranno essere radiocomandati direttamente dal personale militare di stanza nella base operativa, nella prospettiva di condurre in futuro conflitti globali sempre più automatizzati e disumanizzati, in cui i soldati uccideranno altri esseri umani semplicemente giocando con leve e bottoni da casa, come in un videogioco.

Per la vasta copertura di ciascun impianto, il MUOS si articolerà su 4 terminali terrestri e 5 satelliti geostazionari e consentirà di trasmettere gli ordini e le informazioni necessarie per qualsivoglia azione di guerra, convenzionale, chimica, batteriologica, nucleare in qualsiasi parte del mondo.
Il progetto prevede la realizzazione di quattro basi, dislocate in punti strategici in modo da raggiungere tutti i continenti: uno in Virginia negli Stati Uniti, uno nelle isole Hawaii, uno in Australia. Il quarto in Sicilia, a pochi chilometri da Niscemi, nel cuore dell’ecosistema protetto costituito da una sughereta.

Fin dall’inizio, la realizzazione dell’opera in Sicilia si è configurata come una violazione: le autorizzazioni necessarie per l’inizio dei lavori sono state concesse dal governatore regionale Raffaele Lombardo, senza che questa decisione fosse discussa dall’ARS (il Parlamento regionale siciliano) o dal Parlamento nazionale, e in piena contraddizione con la norma che istituisce nell’area interessata una riserva naturale protetta, soggetta a vincoli paesaggistici e di natura ambientale che in questo caso non sono rispettati per l’inquinamento elettromagnetico, la vistosità delle antenne, l’allestimento di un cantiere in una zona in cui è possibile solo la manutenzione e il restauro di edifici preesistenti.

Inoltre, studi di diverse istituzioni accademiche e scientifiche indicano, nelle loro previsioni, un aumento del tasso di incidenza di tumori nelle vicinanze dell’impianto e esprimono preoccupazioni per i rischi connessi a possibili malfunzionamenti o errori umani che potrebbero avere effetti anche letali sugli esseri viventi (compresi ovviamente gli esseri umani) nel raggio di alcuni chilometri. La potenza delle onde elettromagnetiche emesse dalle antenne sarà così elevata da costituire pure rischi di interferenza per il traffico aereo facente capo all’aeroporto di Catania, oltre che al più vicino aeroporto di Comiso, plausibilmente prossimo all’apertura.

Si aggiunga che, tanto per cambiare, le imprese a cui è stata affidata la gestione del cantiere sono sospettate di essere infiltrate dalla mafia.

I rischi connessi, le violazioni lampanti, gli obiettivi militari ed imperialistici del MUOS e le modalità con cui è stata finora gestita, in ogni sua fase, l’intera faccenda, hanno suscitato un’ondata di indignazione e di opposizione popolare che ha preso forma nel movimento NO MUOS.

Veniamo ora al dunque. Il neoeletto presidente del PD, Rosario Crocetta, che in campagna elettorale aveva promesso l’immediato ritiro delle autorizzazioni concesse dal precedente governo regionale (di cui tuttavia il PD faceva parte senza muovere un dito), dopo un mese di indugi si è limitato a chiedere ulteriori ricerche per valutare la gravità di eventuali danni all’ambiente e alla salute. Gli indugi di Crocetta, se hanno deluso, soprattutto per la timidissima rottura di questi ultimi, il movimento di opposizione, hanno anche dato tempo al moribondo governo nazionale di provvedere a promulgare norme legislative che garantiscano la tutela degli interessi militari dei padroni Stati Uniti: infatti, proprio un giorno prima che la questione MUOS approdasse per la prima volta all’ARS, il ministro Cancellieri ha comunicato di aver dichiarato il cantiere «sito di interesse strategico per la difesa militare della nazione e dei nostri alleati». Questo provvedimento toglie ogni margine di azione al governo regionale, che pure ha infine avuto il mandato dell’ARS per il ritiro delle autorizzazioni ma si trova con le mani legate (vedi).

Ministro, interesse di chi? Degli abitanti contrari alla realizzazione? Degli esseri umani che verranno ammazzati grazie alla nuova tecnologia? Dei cittadini che presumibilmente subiranno una costellazione di effetti negativi sulla salute? Della riserva naturale che sarà deturpata dal cantiere e dalle onde ad alta frequenza? No: con questa manovra codarda e infame, che scavalca de facto ogni possibile meccanismo di controllo democratico (e che ci aspettavamo da un governo che non è eletto neanche de iure?) un governo peraltro già caduto intende, un attimo prima di andarsene, mettere fine alla faccenda e chiuderla in favore degli interessi di una potenza militare aggressiva e imperialista.

A questo si aggiungono le parole del presidente Monti, secondo cui «non sono accettabili comportamenti che impediscano l’attuazione delle esigenze di difesa nazionale e la libera circolazione connessa a tali esigenze, tutelate dalla Costituzione».

Qui Monti mente sapendo di mentire, definendo strumento di difesa una tecnologia finalizzata all’eliminazione radiocomandata di esseri umani, e parlando per di più di difesa nazionale quando l’opera è voluta da una potenza estera. Il tutto sarebbe tutelato dalla Costituzione. Qualcuno spieghi a Monti cos’è il MUOS.

Le analogie tra MUOS e TAV sono numerose: entrambe le opere sono dannose per l’ambiente e per la salute, entrambe rappresentano il condizionamento della politica da parte di interessi altri, entrambe fanno gola alla criminalità organizzata, entrambe sono militarizzate e dichiarate siti strategici di interesse nazionale, entrambe hanno risvegliato la conflittualità dei territori nei confronti delle imposizioni dall’alto, entrambe pongono dei problemi sulla natura delle istituzioni democratiche.

In effetti, Monti tratta i NoMUOS esattamente come i NoTAV: zecche fastidiose e inaccettabili, giacché il dissenso è bandito, e non si possono mettere in discussione i dettami della scienza economica, neutrale, imparziale e scevra da condizionamenti ideologici, di cui egli è espressione sobria ed austera. Cosa vogliono questi comitati, non lo sanno che queste scelte non sono politiche e di parte ma si limitano esclusivamente all’applicazione di principi necessari, a cui non c’è nessuna alternativa?

I comportamenti simili che il governo ha adottato nei confronti delle proteste contro il MUOS in Sicilia e il TAV in Val Susa riflettono bene la situazione: da Nord a Sud, per tutta la sua lunghezza, l’Italia è attraversata da movimenti contro le grandi opere inutili, contro il militarismo, contro la devastazione e lo sfruttamento dei territori, contro l’asservimento della politica a interessi di oligarchie economiche globali, e la risposta del potere è sempre la stessa: siamo tecnici, non si discute.

Siamo servi, non si discute.

Specchi di genere

Pensavamo che la chiave della salvezza sarebbe stata la riforma di Mtv, Cnn e Calvin Klein.
Naomi Klein, No logo

Recentemente, in una discussione sull’importanza e l’attualità della componente femminista nei movimenti sociali, un mio amico ha sostenuto che per risolvere i problemi attinenti alla questione di genere sarebbe sufficiente il controllo dei mezzi di comunicazione di massa, televisione in primis, per sostituire l’immagine della donna da essi attualmente veicolata con una rappresentazione più paritaria, egualitaria e dignitosa, nel rispetto delle diversità e dei diritti.

La convinzione che questa sia una soluzione al problema nasconde una concezione, a mio avviso, distorta del problema stesso. Pensare infatti che la parità dei sessi passi principalmente per la parità di rappresentazione di questi ultimi è illusorio, perché la rappresentazione della realtà non precede la realtà stessa. A scanso di equivoci con eventuali appassionati di filosofia che magari stanno leggendo, occorre precisare che questa affermazione non intende lanciare un dibattito sulla validità del materialismo, bensì dire che il modo in cui i generi sono rappresentati in televisione, in politica, nella società, non è che uno specchio della realtà. In altre parole, cercare di risolvere le questioni di genere ritoccando le immagini trasmesse in televisione sarebbe come cercare di cambiare aspetto pettinando, piuttosto che i capelli, la loro immagine riflessa allo specchio.

Molte battaglie di movimento, non solo in ambito di genere, né solo nel meno ristretto ambito di identità (omosessuali, minoranze etniche e “razziali”), cadono nell’errore di puntare tutto sulla rappresentazione, e rivendicano variamente dei cambiamenti di immagine: per esempio, verso la fine degli anni Ottanta, il movimento studentesco statunitense e canadese abbandonarono rivendicazioni quali l’equità salariale tra i due sessi e il diritto al matrimonio tra omosessuali per abbracciare lotte per una maggiore presenza femminile nelle bibliografie universitarie e una maggiore visibilità dei gay in televisione. Secondo Naomi Klein, «da sempre si era dato per scontato che il principale handicap delle donne e delle minoranze etniche fosse l’assenza di modelli visibili in posizioni sociali di potere; inoltre, gli stereotipi propugnati dai media e radicati nella struttura stessa del linguaggio, avevano la funzione di rafforzare ulteriormente la supremazia del “maschio bianco”». Questa visione non è intrinsecamente errata, ma la funzione che tale visione assume può diventare deleteria per i movimenti nel momento in cui, in assenza di strategie chiare più ampie e, per dirla con Žižek, onnicomprensive, diventa lo strumento di lotta preponderante, riconducendo così quasi tutti i problemi sociali al ruolo sostenuto dai mezzi di comunicazione e di formazione che perpetuano stereotipi negativi o semplicemente tacciono su certe tematiche.

Quando questo succede, le critiche sono rivolte principalmente alla rappresentazione, per esempio, delle donne all’interno delle strutture del potere e non più all’economia che sorregge quelle strutture; e «la prospettiva di cambiare qualche pronome e accogliere qualche donna e qualche membro delle minoranze in TV e nei consigli di amministrazione non mette realmente in discussione i principi di accumulazione del profitto» osannati a Wall Street.

Questa tendenza è diventata sempre più importante con il processo di mediaticizzazione della politica, evidentissimo in Italia: sulla stessa linea si possono collocare i vari “movimenti” del panorama peninsulare che richiedono a gran voce «visibilità», convinti che l’obiettivo di una manifestazione sia ottenere le prime pagine e “farsi vedere”, o che la questione di genere si possa risolvere con la buffonata delle “quote rosa” (che in realtà sono un chiaro esempio di femmaschilismo). Quanto ci si metterà a capire che il problema non è spartirsi le fette della torta ma il fatto che le fette a disposizione sono sempre più piccole e il resto della torta finisce gradualmente nelle mani di sempre più pochi?

Detto questo, devo ammettere che è abbastanza fastidioso imbattersi in schermate del genere (su http://www.peragendamonti.it/):

agendamonti

Secondo l’agenda Monti, la rappresentazione del ruolo della donna deve cambiare. Dall’immagine non sembra proprio.

Auguri!

Oggi è il giorno in cui la luce scende sul mondo e cala su di noi: accade solo una volta all’anno, ma dobbiamo ricordarcene sempre.

Coltivare l’eccellenza

Una prova della mercificazione del sapere, nel nostro sistema sociale che di sociale ha ben poco, è il fatto che in un anno intero una scuola di eccellenza (la Scuola Normale di Pisa, non la prima che passa) non mi abbia dato nulla, se non soldi. Coltivare l’eccellenza in Italia significa dare mensa e alloggio gratis, niente di più. Non lo provo scientificamente, non fornisco dati né speculazioni, riporto solo questa mia impressione maturata dopo un anno di esperienza.

Capitalism, a love story

Avendo poca voglia di buttar giù qualche parola mia, ve ne propongo qualcuna di qualcun altro

Indovina chi

Sono stato in grande sofferenza a causa di campagne ingiuste e menzogne che accusano me e la mia famiglia.

Mirano a infangare la mia reputazione e a screditare la mia integrità, la mia posizione, la mia storia politica nel corso della quale mi sono impegnato tanto per [nome del paese] e il suo popolo.

Sono disposto a collaborare con tutte le indagini necessarie a provare che non possiedo affatto né proprietà all’estero né conti bancari esteri.

Mi riservo di condurre qualsiasi azione legale nei confronti di chiunque proverà a rovinare me e la reputazione della mia famiglia.

Vediamo chi indovina senza cercare su internet o leggere qualche giornale.

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