Archivi categoria: Organizzazioni

Un marchio a 5 stelle [3]

Articoli correlati: Sono stato grillino anch’io, Vuoti da riempire

Qui la prima parte e la parte introduttiva, qui la seconda parte.

Distruggere la concorrenza. La cosa che più colpisce in tantissimi grillini è la cieca convinzione che il M5S sia l’unica alternativa possibile, l’unica via percorribile. Questa è una componente fondamentale della retorica di Grillo e degli attivisti del suo movimento: «senza di noi ci sarebbero i nazisti», «o con noi o con i ladri», «chi ci critica non dà alternative serie», e così via. Tale convinzione è alimentata parallelamente da una scarsissima profondità di analisi e memoria storica: a sentirli, pare che portare un panettiere o un salumiere in consiglio comunale sia una rivoluzione, ma dimenticano che il PCI portava gli operai in parlamento; pare che le mobilitazioni contro le grandi opere non ci sarebbero state senza l’appoggio decisivo del M5S, ma dimenticano che, per esempio, il movimento NoTav e quello contro il nucleare sono esperienze decennali; pare che nessun partito politico abbia mai destinato parte degli stipendi degli eletti ad attività diverse da quelle connesse alle tasche private dei singoli, ma dimenticano, per esempio, Rifondazione comunista; pare che i referendum contro la privatizzazione dell’acqua siano stati una vittoria politica del M5S, ma dimenticano quello che fu il popolo di Genova; insomma, esattamente come il blog di Beppe Grillo, anche il M5S si vanta di essere «il primo», e ciò fa parte della strategia finalizzata a renderlo appetibile agli occhi dei cittadini (smemorati): se tutto il resto non esiste e non è mai esistito, rimane solo il M5S.

Il primo metodo adottato dal marchio M5S per eliminare la concorrenza consiste dunque nel proporsi come unica vera via: tutte le altre alternative sono dimenticate o bollate come «poco serie».

Il secondo modo è espandersi invadendo “nicchie” simili nel panorama dei marchi: per tutelarsi dalla “contraffazione”, Grillo ha registrato anche simboli simili a quello del M5S che potrebbero essere adottati da “cloni” che si dicano forza alternativa, come ad esempio “Pirati a 5 stelle” (vedi). Come se la Nike detenesse diritti non solo per lo “swoosh” ma anche per i simboli simili apposti sulla merce contraffatta (in realtà ciò non avviene, perché per la multinazionale la diffusione del logo è un vantaggio a prescindere dal profitto diretto derivante dalla vendita dei singoli prodotti: bisogna ricordare che l’opera di costruzione del marchio è qualcosa di trascendente, e che se circolano simboli che imitano il logo della Nike, è tutta pubblicità gratuita per il “logo madre” che ne trarrà il vantaggio; ciò non accade per il M5S perché, diversamente dalla Nike, il suo spirito include l’idea di unicità, sopra menzionata, che sarebbe compromessa da una sfilza di loghi di imitazione).

A questo punto, è chiaro il motivo per cui il dissenso provoca reazioni come quella del comunicato di dieci giorni fa: Beppe Grillo è un marchio. In quanto marchio, ambisce invariabilmente all’egemonia e al monopolio non solo commerciale ma anche culturale.

Qualcuno, come Favia, che si proponga come innovatore dall’interno del movimento priva Grillo del suo ruolo: l’innovatore è lui e non deve esserlo nessun altro. In quest’ottica, la cacciata di Favia è dettata più da motivi di natura aziendale che da problemi politici: quello di Favia è un dissenso che si manifesta prima di tutto come rottura dell’incanto maturato attraverso il branding intorno al marchio di Grillo. Infatti l’espulsione, prima che politica è legale: a Favia viene fatto divieto di utilizzare il logo a cinque stelle o di riferirsi al M5S o alla figura di Grillo (vedi). Il problema quindi non è nelle azioni politiche di Favia, il disaccordo non è sui programmi, il vero problema è che la figura di Grillo deve rimanere immacolata, intaccata, unica nell’impersonare l’idea.

Come la Nike che, quando la figura di Michael Jordan diventò troppo ingombrante e si configurò come marchio in competizione con gli altri, compreso quello della Nike stessa, decise di mollarlo, allo stesso modo Grillo, nel momento in cui emerge qualche “marchio” come Favia che rischia di scalfire parte della sua fetta di “mercato delle idee” (ma non solo idee…) imperniata sul concetto del “nuovo”, fa di tutto per eliminare la concorrenza, lo boicotta, lo ostacola, lo ripugna, lo espelle, anche se è diretta emanazione del suo marchio. Anzi, proprio perché è diretta emanazione, e dunque condivide il retroterra culturale e gli elementi particolari del carattere aziendale, appena si fa strada un barlume di indipendenza e autonomia questo mette in pericolo l’egemonia del marchio.

Del resto, se è vero che Grillo è un marchio, e che il marchio è espressione della globalizzazione neoliberista e strumento delle multinazionali, è anche vero, come ha sostenuto Noam Chomsky, che «una multinazionale è più vicina al totalitarismo di qualunque altra istituzione umana».

Un marchio a 5 stelle [2]

Articoli correlati: Sono stato grillino anch’io, Vuoti da riempire

Qui la prima parte e la parte introduttiva.

Il marchio Beppe Grillo. Perché questa divagazione apparentemente fuori luogo (vedi prima parte)? Torniamo al blog di Beppe Grillo. Il primo magazine solo online. Questa frase è sostanzialmente un messaggio pubblicitario, e in quanto pubblicità contiene una certa dose di menzogna: chiunque può verificare che i magazine online, o webzine, esistevano già anni prima della data di apertura del blog (26 gennaio 2005), e se non si è convinti si può chiedere a David Talbot.

Se accanto al titolo, dunque in una posizione ad alta visibilità, è collocato un messaggio del genere, ciò è dovuto alla sua natura e funzione: la promozione pubblicitaria. Beppe Grillo è un brand. Ha un logo (il simbolo del M5S e il meno noto suo volto stilizzato in bianco e nero), un CEO (Gianroberto Casaleggio), una società di marketing (Casaleggio Associati), uno spazio di promozione e di vendita (il blog), un mercato di consumatori “fedeli” (i simpatizzanti). Qual è il valore aggiuntivo che il marchio Beppe Grillo conferisce ai prodotti? Un’analisi del capitalismo etico, cioè del «godere della privazione del nostro denaro a fin di bene», azzarda alcune ipotesi plausibili: il marchio Beppe Grillo si basa su surplus del nuovo, surplus del vero, surplus del popolo (vedi). La dicitura del titolo, per esempio, contiene il surplus del nuovo: il blog è stato «il primo».

Vignetta di Quink

La descrizione del blog di Grillo come fenomeno di strategia pubblicitaria non è una novità: due anni fa l’inchiesta Grillo e il suo spin doctor: la Casaleggio Associati (su Micromega, qui) faceva luce sulla gestione del blog come struttura commerciale appendice del mercato azionario. Tra i contatti aziendali della Casaleggio Associati, figurano personalità di spicco del mondo imprenditoriale italiano e statunitense. Nello spirito dell’azienda, la rete è uno strumento importantissimo di marketing virale che sfrutta la non-orizzontalità della trasmissione dei messaggi: Casaleggio è un teorico e uno dei guru delle nuove frontiere del marketing digitale ed è ben conscio del fatto che «online il 90 per cento dei contenuti è creato dal 10 per cento degli utenti: queste persone sono gli influencer» (alla faccia di ‘“uno vale uno”…). Le strategie usate sono tipiche del guerrilla advertising di scuola americana: teasing (il blog, le inserzioni a pagamento sui quotidiani); guerrilla (meetup, V-day); consolidating (liste civiche col bollino blu, Movimento di liberazione nazionale poi Movimento cinque stelle).

Ovviamente, Beppe Grillo è il maggiore influencer per il pubblico di consumatori del blog: il marchio Beppe Grillo è per la Casaleggio Associati ciò che Michael Jordan fu all’inizio per la Nike, uno strumento di ottimizzazione della diffusione, massimizzazione delle vendite, costruzione della fiducia nel pubblico, creazione di un’identità aziendale trascendente, basata cioè non su questo o quel prodotto, bensì sull’idea che i prodotti veicolano, ovvero l’idea di novità, di democrazia, di orizzontalità, di trasparenza, come l’idea di sport con cui la Nike mira a identificarsi.

A consolidare la natura di brand del M5S, ci pensano gli innumerevoli video, non ultimi quelli prodotti dagli aspiranti candidati per le prossime elezioni, che somigliano molto più a spot pubblicitari che a video di presentazione di un progetto politico. (qui i candidati e qui un esempio di pubblicità del movimento).

Per prima cosa, Beppe Grillo ha formalizzato l’esistenza di un marchio personale, di sua proprietà legale (vedi), registrando il simbolo alla sezione Marchi e brevetti del Ministero dello sviluppo economico. In parte, questa mossa era stata anticipata di anni dall’articolo 3 del “Non statuto” del M5S, che fin dalla sua prima pubblicazione recita: «il nome del MoVimento 5 Stelle viene abbinato a un contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso». Questo conferisce a Grillo il potere di revocare il diritto all’uso del simbolo a chiunque, secondo la sua volontà e discrezione, il che è puntualmente accaduto con i casi Salsi e Favia, che saranno affrontati in seguito.

Un marchio, secondo la normativa, deve essere registrato sotto particolari codici che ne stabiliscano gli usi previsti e dunque consentiti dalle leggi sul diritto d’autore, sui brevetti e sulla concorrenza. Il marchio a cinque stelle è stato registrato con tre codici (vedi) che lo identificano come:

35 – pubblicità; gestione di affari commerciali; amministrazione commerciale; lavori di ufficio; ricerche di mercato.
41 – educazione; formazione , divertimento; attività sportive e culturali.
45 – servizi resi in campo politico, civico e sociale.

Né più né meno della Nike.

[continua…]

Indignados di Spagna, un articolo di Adbusters

Traduco e riporto un breve articolo pubblicato su Adbusters, associazione no-profit e agenzia di informazione indipendente, ambientalista, anticonsumista e anticapitalista canadese, famosa per aver lanciato l’idea di un’occupazione simbolica di Wall Street lo scorso settembre dando così origine al movimento Occupy (a proposito consiglio il numero di E-ilmensile di questo mese, incentrato su un’inchiesta dal titolo Occupy America che comprende un’intervista a Tom Morello, che beffardo propone: «se Obama chiude Guantanamo, è quello il posto per i responsabili dei crimini economici. Gli mettiamo una bella tutina arancione e gli facciamo ascoltare i Rage Againt the Machine tutto il giorno»).

Marta Sánchez su ROARmag.org scrive che una “rivoluzione silenziosa” basata su tre innovazioni tattiche sta emergendo in Spagna dall’entroterra sociale. Ecco alcune delle sue intuizioni più profonde:

–La decentralizzazione del movimento

Al termine del maggio 2011, il neonato movimento 15-M doveva trovare un modo per continuare a vivere aldilà dell’occupazione di Plaza del Sol. Così prese piede l’idea di decentralizzare il movimento verso i quartieri: le iniziative “toma los barrios” (prendere i quartieri) hanno supportato e favorito la creazione di assemblee in ogni quartiere di Madrid. In tal modo, il movimento è divenuto locale: dalla creazione di quelle assemblee, il 28 maggio 2011, ne sono fiorite circa altre 120.

–La comparsa di nuove iniziative sociali

Una delle più fortunate azioni del movimento 15-M che le assemblee di quartiere hanno contribuito a coordinare è la campagna “stop desahucios” (blocca gli sfratti). Dall’anno scorso circa 200 sfratti sono stati evitati. Intanto, l’assemblea del quartiere Concepción, nel nordest di Madrid, ha una delle più grandi e meglio organizzate “banche del tempo”, coordinata via internet. Gli abitanti del quartiere possono creare un profilo online in cui condividono informazioni sui servizi che sono in grado di fornire, ed entrare in contatto con persone che offrono servizi di loro interesse. La transazione è conclusa tra l’uno e l’altro e se sorgono problemi è prevista una commissione di mediazione. Il tutto senza denaro.

–Un nuovo clima sociale

Come ha espresso l’assemblea popolare di Algete su Twitter, “stavamo dormendo, ci siamo svegliati e ora abbiamo un’insonnia cronica”. Il filosofo Amador Fernández-Savater si spinge oltre e dichiara che il movimento 15-M ha aperto un “nuovo stato mentale”.
Una silenziosa interconnessione di menti ha luogo ogni settimana in tutta la città, nelle piazze e in rete. Ciononostante, i media si ostinano a insistere che il movimento sta perdendo forza. Stiamo assistendo alla comparsa di una economia parallela, alternativa, sotterranea. Ciononostante, chi ha il potere resta cieco a questo. Come dice il politologo Carlos Taibo, “vediamo costantemente come i media dichiarino che il 15-M è morto. E mi sono reso conto che è meglio non replicare: meno conoscono della realtà del movimento, più saranno sorpresi quando emergerà dall’invisibilità”.
Il movimento degli indignados si è spinto oltre la protesta: è riuscito ad alterare l’immaginario collettivo e l’atmosfera politica alle sue radici più profonde. Ha generato un processo di ripoliticizzazione della società.

Il migliore dei mondi possibili al tempo del pensiero unico

Articolo correlato: Aiutiamo il vicino

Riporto in versione integrale una discussione digitale avvenuta tra me e alcuni miei amici (uno in particolare), che spero possa dare spunti di riflessione ai lettori. La continuazione del dibattito è naturalmente benvenuta.

La discussione si articola inizialmente su un video, che in realtà non è indispensabile vedere (e non costa nulla, è breve) per poter comprendere il resto. Basti sapere che si parla di decrescita: un esponente del Movimento 5 Stelle, Giovanni Favia, sostiene la teoria della decrescita, mentre il responsabile di economia del Pd di Ferrara, Luigi Marattin, la boccia come inconsistente.

Giuseppe: Devo ammettere di non essere molto informato sul tema della decrescita. Però nessuno dei due dice cazzate. È vero, come dice Marattin, che il segno + davanti al PIL ci vuole, ma è anche vero, come dice Favia, che se fai un incidente e deve venire ambulanza, carrattrezzi, eccetera, il PIL cresce, ma non è che noi stiamo effettivamente meglio.. Credo il tema sia piuttosto complicato, non a caso ci sta lavorando Stiglitz.

Tancredi: Sono sicuramente meno informato di te sul tema. Comunque sì, sono d’accordo con ciò che dici.

Piero: Perché dovrebbe essere indiscutibilmente vero, ovvio ed evidente che «il segno + davanti al PIL ci vuole»? Io non ci trovo un minimo di questa verità, ovvietà ed evidenza.

Giuseppe: Perché, ad oggi, rimane il miglior indicatore di cui disponiamo per misurare il benessere di un paese. Come dice Marattin nel video, il segno – davanti al PIL vuol dire licenziati, disoccupati e cassintregrati. Se poi vogliamo discutere del sistema malato, che non funziona, di diversi modelli di sviluppo economico, quello è altro conto. Allo stato attuale delle cose dovremmo sempre augurarci di avere il segno + davanti al PIL.

Piero: Sinceramente mi auguro che si riesca a scardinare il sistema malato basato sulla necessità di avere sempre il segno + davanti al PIL. Proprio perché allo stato attuale di cose un PIL negativo significa licenziati, disoccupati, cassintegrati io penso che il mito del PIL sia un’arma dei padroni con cui questi possono ricattare il resto della società, come con lo spread e la morbosa ricerca di approvazione di scelte politiche da parte dei mercati, considerati come un’entità astratta ed impersonale. «Aboliamo l’articolo 18 altrimenti lo spread sale! Tagliamo le borse di studio, ce lo chiedono i mercati! Privatizziamo tutto o il PIL va in rosso!».
La questione, per come la poni («allo stato attuale di cose»), sembra non potersi risolvere in alcuna alternativa al neoliberismo e al capitalismo finanziario, sembra che il fatto che il PIL debba essere sempre positivo sia una legge inconfutabile della natura. Allora io dico che non mi accontento di augurarmi un PIL in crescita allo stato attuale di cose, ma che voglio cambiarlo, lo stato attuale di cose. Non so se mi spiego.
Eppoi esistono anche queste cose: http://www.benessereinternolordo.net/

Scusa per i pensieri espressi confusamente.

Tancredi: Se il segno più non vuol dire necessariamente incremento del benessere, il segno meno vuol dire disoccupazione. Se ciascuno di noi incominciasse a consumare solo i prodotti del proprio orto il PIL diminuirebbe, probabilmente aumenterebbe il nostro benessere (magari si tratta di prodotti biologici, poi diminuisce anche l’inquinamento) ma diminuirebbe quello di chi fino ad ora ha lavorato nel settore agricolo (che si trova senza lavoro).
Se si fanno degli altri interventi e si trovano delle soluzioni a questa contropartita della diminuzione del PIL allora la cosa funziona, altrimenti, come dice Marattin più realisticamente, sarebbe meglio parlare di “conversione dell’economia”/“qualificazione della crescita”.

Piero: Ma (molto riduttivamente e semplicisticamente) il lavoratore del settore agricolo che si trova senza lavoro non può anche lui coltivare come tutti gli altri? Immagina un attimo: tutti coltivano e chi non può coltivare ne riceve un po’ dagli altri, «todo para todos, nada para nosotros».

Jack: Ragazzi non scordiamoci cosa diceva Toni Negri riguardo al fatto che possiamo lasciare alle macchine il lavoro alienante (me lo posso anche essere sognato, ma mi ricordo così).

Giuseppe: Il PIL misura il valore totale (al netto dell’inflazione) dei beni prodotti durante l’anno da un paese. In altre parole, è una misura della produzione industriale. Ora, si può immaginare un mondo in cui si produce di meno, lavorando di più? Se la produzione cala, diminuisce anche il bisogno di forza-lavoro e, quindi, aumenta la disoccupazione. Personalmente, non riesco ad immaginare come si potrebbe avere più occupazione producendo di meno. Data questa premessa, il PIL è e resta un importante indicatore per la situazione economica di un paese e, qualsiasi modello di sviluppo abbiamo in testa non possiamo non preoccuparci dell’andamento del PIL.
Il capitalismo resta ad oggi il miglior sistema economico che si sia riusciti ad attuare. È’ sicuramente pieno di difetti e aspetti “oscuri” ma ciò non toglie che si possa migliorare (ed è a questo che gli economisti lavorano, anche se qualcuno li immagina come degli stregoni malvagi pronti a tutto pur di conquistare il mondo). Anche la finanza rapprenta un miglioramento del capitalismo, contrariamente a quanto si possa pensare. Costituisce un ottimo strumento per la circolazione dei capitali e fornisce a tutti (non solo ai superpotenti) la possibilità di rimediare denaro più velocemente e facilmente per i propri investimenti. Anche la finanza poi è piena di difetti e se ha portato all’attuale crisi, è a causa di giochi di potere e dell’eccessiva innovazione che si è avuta in mancanza di regole e che ha portato alla creazione di strumenti semi-sconosciuti e pericolosi (vedi muti sub-prime, securisation, abs, cdo e via dicendo).
Poi possiamo anche decidere di tornare ognuno a coltivare la propria terra, ma lo sviluppo e il progresso hanno un prezzo e, onestamente, a periodiche epidemia di colera o che altro, preferisco periodiche crisi finanziarie che, in un modo o nell’altro, si superano sempre.

Piero: Mi sembra di capire che facciamo partire i nostri ragionamenti da basi troppo differenti e inconciliabili: io di sinistra, tu di destra.

Se non riesci a immaginare come si possa avere più occupazione producendo di meno posso proporre un’idea: lavorare tutti e meno, la produzione globale del pianeta è di moltissimo superiore ai reali bisogni della popolazione mondiale. Per fare un esempio, c’è cibo a sufficienza per sfamare ben più dei 7 miliardi di persone, eppure quasi 2 miliardi soffrono cronicamente la fame. Lo sai perché? Grazie all’amato capitalismo e alla globalizzazione neoliberista, una manciata di multinazionali sottraggono terreno all’agricoltura di sussistenza sfruttandolo per piantagioni di té, tabacco e caffè, perché sono più produttive, competitive sul mercato globale e quindi «aumentano il PIL». Ma è più importante aumentare il PIL o dare da mangiare a milioni di famiglie espropriate della propria terra?

E poi, gli aspetti “oscuri” del capitalismo e della finanza, la perfettibilità del sistema, l’elogio della finanza buona contro quei cattivoni degli speculatori che ci hanno portato all’attuale crisi. Questa storia che c’è un capitalismo cattivo e uno buono è un meme che si ripete come un mantra ogniqualvolta si metta in discussione la struttura intrinseca del modo di produzione, di accumulazione e di distribuzione attuali. Il capitalismo è intrinsecamente ingiusto, puoi provare a migliorarlo, ma con scarso, anzi scarsissimo successo. Questo era l’obiettivo dei partiti socialisti, riformisti e socialdemocratici di tutto il Novecento e dove ci hanno portato? A miliardi di morti di fame e ad un’isola di pace e prosperità (a dir la verità ultimamente neanche molto sicura) in un oceano di povertà e guerra.

Con questo non propongo assolutamente di tornare ognuno a coltivare la propria terra, come qualche decrescitista e comunitarista dell’ultim’ora, nostalgico dei bei tempi andati del Medio Evo. Se è questo che hai capito dovrei scrivere molto di più fino a farmi venire l’artrite e la tendinite insieme, perché in sostanza e molto in breve, quello che propongo è la rivoluzione (e non perché sono un romantico o un utopista o un idealista o un pericolosissimo marxista rosso, che sono tutti appellativi con cui, se vuoi, puoi anche chiamarmi).

Giuseppe: Sicuramente hai ragione nel dire che partiamo da basi differenti: io cerco di basarmi sui fatti, tu mi sembra più sulle ideologie. Scusa ma non mi prendo nemmeno la briga di rispondere alla tua prima frase. Certi argomenti mi sembrano fatti più di retorica che di logica.

Demonizzare il capitalismo per intero basandosi sui suoi mali mi sembra un po’ ipocrita. La nostra democrazia ha tanti difetti e spesso ci lamentiamo di come non funzioni a dovere, eppure continuiamo a ritenerla il modello migliore e a cui tendere di giorno in giorno. Perchè allora alcuni aspetti negativi del capitalismo, dovrebbero rendere tutto il capitalismo stesso un sistema marcio?
Le ruberie e le devastazioni delle grosse multinazionali nei paesi del terzo mondo rappresentanto sicuramente uno dei mali del capitalismo, ma ciò è dovuto più alla mancanza di regole e, spesso, alla complicità dei governi di quei paesi, più che all’ingiustizia intrinseca del capitalismo. L’Italia e i paesi occidentali sono costellati di multinazionali, eppure non mi sembra che noi facciamo la fame.

Su quali basi affermi che il capitalismo sia “intrinsecamente ingiusto”? Se ci ispiriamo ai principi, quelli del capitalismo mi sembrano anche preferibili: il merito viene premiato, il denaro ripaga i tuoi sforzi, per cui “chi fa di più avrà di più”; mi sembra molto meglio che “chi fa di più avrà quanto gli altri”, indipendentemente dagli sforzi. L’uguaglianza va garantita nei punti di partenza, nelle capacità potenziali, non nel punto di arrivo. So bene che la realtà del capitalismo attuale è ben diversa e spesso succede tutto il contrario di quel che dovrebbe, ma d’altronde non mi pare che nell’URSS (o in altri paesi che hanno sperimentato sistemi di produzione comunista/socialista) tutti fossero felici e contenti, anzi. Mi dirai che non si è mai avuta una vera forma di comunismo nella storia, ti posso rispondere con la stessa argomentazione che non si è mai avuta una forma di capitalismo perfetto, ma possiamo sempre provare ad avvicinarci un po’.

Facciamo la rivoluzione, e poi? In cosa consisterebbe questa rivoluzione? Cosa dovrebbe venire dopo? Il mondo delle favole è bello e attraente, ma la realtà, purtroppo, è tutta altra cosa.

Piero: Ho riletto diverse volte la mia prima frase per cercare che cosa la rendesse poco logica. Ho avuto scarso successo, quindi ignorerò anche io questa sottile arroganza.

Tu dici «io cerco di basarmi sui fatti, tu mi sembra più sulle ideologie»; mi sembra di aver riportato alcuni fatti, come i monopoli della distribuzione alimentare e i tentativi storici fallimentari di indirizzare socialmente il capitalismo. Che questi siano fatti è innegabile, come è innegabile che per argomentare la mia posizione io mi sia basato su di essi. Non capisco quindi perché dici che non mi baso sui fatti ma sull’ideologia. Cosa intendi per ideologia? Per me è uno strumento di interpretazione della realtà, quindi non è da contrapporsi ai fatti. Se hai intenzione di rispondere che è necessario abbandonare l’ideologia per basarsi sui fatti oggettivi, metto le mani avanti dicendo che ritengo che ciò sia impossibile: i fatti, comunque vada, qualunque sia la loro natura, vanno interpretati e la interpretazione che se ne dà costituisce l’ideologia; abbandonare l’ideologia significa abbandonare l’interpretazione dei fatti, il che a mio parere non è una cosa sensata. Ovviamente va da sé che questo discorso vale soltanto se per ideologia io ho inteso ciò che tu intendevi.

Tu dici: «la nostra democrazia ha tanti difetti […] eppure continuiamo a ritenerla il modello migliore e a cui tendere di giorno in giorno. Perchè allora alcuni aspetti negativi del capitalismo, dovrebbero rendere tutto il capitalismo stesso un sistema marcio?»

Personalmente (ma non è vero che tutti, indistintamente, ritengono la democrazia il modello migliore: chiediamolo agli anarchici individualisti, ai fondamentalisti islamici, ai nostalgici fascisti. Come vedi, ci sono delle minoranze non democratiche), io credo che la democrazia sia la migliore forma decisionale e ciò nonostante gli innumerevoli difetti che ha e che, come dici, spesso ci troviamo a lamentare e denunciare. Perché: perché ritengo che i principi fondamentali della democrazia siano giusti.
Contrariamente, ritengo che siano intrinsecamente ingiusti i principi fondamentali del capitalismo: proprietà privata dei mezzi di produzione, privatizzazione dei profitti, socializzazione delle perdite, darwinismo sociale. Quindi non vedo come da parte mia respingere il capitalismo sia ipocrita. Semplicemente non è conciliabile con alcuni principi in cui mi riconosco.

Tu dici: «l’Italia e i paesi occidentali sono costellati di multinazionali, eppure non mi sembra che noi facciamo la fame».
Non facciamo la fame perché le multinazionali prendono le risorse ambientali rinnovabili e non rinnovabili dai “paesi poveri” e le portano nei “paesi ricchi”. L’illusione che il capitalismo possa far star bene interi popoli come quelli occidentali nasce nel momento in cui si considera un sistema di osservazione incompleto. Infatti, piuttosto banalmente, scegliendo come sistema l’occidente l’affermazione è vera: il capitalismo ha portato benessere alla maggior parte delle persone. Ma prendendo il mondo intero, si scopre ancora più banalmente che il capitalismo non porta al benessere della maggioranza, ma al benessere di una minoranza sulle spalle di una maggioranza povera e sfruttata. Non crea Stati di diritto, crea Stati di diritto *e* Stati dittatoriali fantocci degli Stati di diritto, e a lungo andare assoggetta tutti gli Stati, di diritto e non, al mercato e al grande capitale.
Questa è la dura realtà, il mondo delle favole è pensare che il sistema capitalistico faccia stare tutti bene senza produrre sfruttati e crescenti divari sociali ed economici.

Giuseppe: Della tua prima frase criticavo solamente quanto semplicisticamente ti affrettavi ad affermare “io sono di sinistra, tu di destra”, parole che hanno sempre meno significato, di questi tempi, in cui quello di cui abbiamo bisogno sono conoscenze tecniche, non ideologie. Un esempio? Alla domanda “Dovremmo introdurre un salario minimo per legge per certe categorie?”, credo che uno “di sinistra” si affretterebbe a rispondere che sì, assolutamente, si deve garantire un salario minimo. Tuttavia, se questo tizio “di sinistra” avesse studiato anche un po’ di economia, saprebbe che la soluzione non è così facile e che anzi, spesso, un salario minimo può essere controproducente per le aziende ed i lavoratori stessi.

Per me è ideologica la tua contrapposizione a priori al capitalismo (quando ad esempio dici che esso è “intrinsecamente ingiusto”). Ideologia e idee sono due cose completamente diverse. L’ideologia è tutto il contrario delle idee: ne è l’annullazione. Credo che ognuno debba avere un proprio sistema di idee, sviluppandolo e modificandolo continuamente. Racchiudersi tra le strutture di un’ideologia, non mi pare molto diverso dall’aderire pienamente ad una religione ed accettarne tutti i dogmi: al pari delle religioni, le ideologie costituiscono oppio per la mente e il pensare critico.

La proprietà privata dei mezzi di produzione e dei profitti si è rivelata storicamente l’unico modo di stimolare l’ingegno, l’investimento e, quindi, favorire la crescita e lo sviluppo. Senza un’adeguata remunerazione per gli sforzi sostenuti, quanti dedicherebbero la loro vita alla ricerca e allo sviluppo di nuove idee? (sì, ok, esiste gente buona, dal cuore tenero e dal profondo senso civico che lo farebbe per l’amore della ricerca, ma non prendiamoci in giro, siam realisti)
A cosa dovrebbe portarci la rivoluzione di cui parli? Quale nuovo sistema dovrebbe instaurarsi, per renderci tutti felici? I fatti, hanno dimostrato che il capitalismo è il miglior sistema che si sia riusciti a creare finora. Credo non ci sia bisogno di commentare i fallimenti di sperimentazioni attuate in passato. Il comunismo si è rivelato un fallimento sia dal punto di vista pratico, che dal punto di vista tecnico-teorico (soprattutto come sistema di produzione).

Nessuno qui ha mai parlato di un capitalismo perfetto, in grado di renderci tutti felici e spensierati. Il capitalismo va migliorato e questo va fatto anche ispirandosi a principi “di sinistra” (e questo è già successo, non è illusione, vedi nascita del Welfare State e dello Stato sociale). Non è un’illusione pensare che questo sistema si possa migliorare. L’illusione, semmai, nasce nel momento in cui si addossano al capitalismo tutte le colpe di questo mondo e si millanta una rivoluzione che d’un tratto cancellerebbe tutte le ingiustizie e le meschinerie dei più potenti. La realtà è un’altra cosa.

Piero: Sinistra e destra hanno un loro significato, se poi esso è sfigurato dall’uso comune, dalle imposizioni culturali della classe dominante e dal martellamento quotidiano dei mass media, le parole non ne hanno alcuna colpa. Non ritengo assolutamente di doverlo spiegare, visto che studiando queste cose ne saprai più di me, ma ricordo che se cerco una definizione generica del termine “sinistra” trovo (su wikipedia inglese perché è il luogo più spersonalizzato possibile) «In politica, per sinistra si intende generalmente il sostegno al cambiamento sociale al fine di costruire una società con una struttura più egualitaria. Solitamente le politiche di sinistra comportano una preoccupazione per coloro che nella società sono svantaggiati rispetto agli altri e un’assunzione che esistano delle disparità ingiustificate (che la destra vede come naturali o tradizionali) che dovrebbero essere ridotte o abolite».
Quando io scrivo di ritenermi di sinistra e di ritenerti di destra lo faccio basandomi su ciò che leggo nei miei e nei tuoi commenti, non è che lo dico per insultare, prendere in giro o altro: affermo ciò che per me è un’evidenza, ovvero che la tua posizione è di difesa del sistema capitalistico, che vive di disparità, e dunque è di destra. Non è peccato mortale, è solo la tua opinione, io la rispetto ed espongo la mia, precisando, all’inizio di questa, che partiamo da presupposti inconciliabili. Non è retorica, ma logica.

Chiarito questo punto, non sono d’accordo sul fatto che competenze e conoscenze tecniche possano superare il binomio destra-sinistra (a proposito, se ne sta discutendo, piuttosto confusamente, in calce a questo articolo). La competenza dei governanti è necessaria, ma deve essere accompagnata da scelte politiche, anzi non può non esserlo: tutte le scelte spacciate per puramente tecniche nascondono intenti politici (espliciti o impliciti). Per esempio, se la scelta “tecnica” è di privatizzare i servizi, in realtà esegue i dettami di un’ideologia (quella neoliberista). Lo stesso si può dire del Tav o dei tagli allo stato sociale. Tagliare la formazione e lasciare intatti miliardi di spese militari è una scelta politica. Eccetera.

Sul superamento delle ideologie, dico solo che generalmente chi fa questo discorso di contrapposizione tra idee e ideologie tende a considerare idee tutto ciò che fa parte dell’ideologia dominante (neoliberista, capitalistica) e ideologie tutto ciò che non ne fa parte. Quello che sto cercando di dire è che non può non esserci ideologia, perché l’ideologia è un modo di interpretare la realtà dei fatti. Cosa sono le idee, astrazioni slegate dai fatti senza alcuna pretesa di interpretarli?
Propugnare il superamento delle ideologie significa di fatto sostenere un’ideologia del pensiero unico, in cui si accettano “le idee” (ovvero ciò che è conforme al sistema attuale) e si respingono “le ideologie”. A proposito, prendo una frase da questo mio scritto di tempo fa: «Vorrei informare chi crede alla favoletta della mano invisibile che il liberismo è un’ideologia, con le sue mitizzazioni e le sue idealizzazioni, come quella del self-made man, della crescita e delle missioni di pace, e con i suoi martiri, i suoi ideologi, i suoi eroi e le sue vittime».

Tu dici: «Il capitalismo va migliorato e questo va fatto anche ispirandosi a principi “di sinistra” (e questo è già successo, non è illusione, vedi nascita del Welfare State e dello Stato sociale)»; ma lo Stato sociale si è dimostrato incompatibile, a lungo andare, con il capitalismo finanziario. Basta guardare com’è ridotta la Grecia e come sono ridotti quei paesi europei oggi, africani, asiatici e americani anche ieri, che hanno sperimentato l’attuazione del modello neoliberista e delle politiche di austerity, di tagli e privatizzazioni.

Tu dici: «L’illusione, semmai, nasce nel momento in cui si addossano al capitalismo tutte le colpe di questo mondo e si millanta una rivoluzione che d’un tratto cancellerebbe tutte le ingiustizie e le meschinerie dei più potenti».
Avevo previsto, già qualche commento fa, che si sarebbe arrivati a questo punto: tra gli appellativi che avevo proposto (“romantico, utopista, idealista, marxista”) non ne hai usato neanche uno ma il succo è quello.
Tuttavia, nessuno sta millantando una rivoluzione che dovrebbe risolvere tutti i mali, bensì quelli connaturati all’attuale sistema di produzione. Né tanto meno dovrebbe risolverli d’un tratto. Prima mi hai chiesto «facciamo la rivoluzione, e poi? Cosa dovrebbe venire dopo?». Il punto è che la rivoluzione non è l’evento di rottura, è ciò che viene dopo. Non è l’abbattimento del sistema precedente, è la costruzione del sistema successivo. La Rivoluzione Francese è nel 1791, non nel 1789. Non so se mi spiego. Il capitalismo ha dei problemi che sono risolubili cercando di perfezionarlo, come dici, ma ha altri problemi che non sono risolubili che con la negazione di esso stesso.
Detto questo, lasciami abbandonare questa serietà e abbracciare un po’ di umorismo: ma tu non eri un compagno?

I forconi e i vuoti

Il 15 gennaio è stata indetta attraverso un comunicato su Youtube una protesta in tutta la Sicilia, con l’annuncio che sarebbe durata 5 giorni a partire dall’indomani.
L’iniziativa è stata salutata con grande partecipazione, soprattutto da parte di lavoratori agricoli, di pescatori e di autotrasportatori, che hanno bloccato fisicamente snodi centrali della viabilità regionale con lunghe file di tir.
Vorrei raccogliere qui le mie prime impressioni a caldo su questo Movimento dei Forconi.

Prima di tutto, mi sembra che il fenomeno confermi la mia ipotesi sul fatto che i movimenti “né destra né sinistra”, quelli che dicono «né bianchi né neri, ma siculi pensieri», che non si collocano (almeno consapevolmente) in un’area politica definita, che si dichiarano orgogliosamente apolitici (min 1:10 secondo video: «dietro non vi è nessuna forza, nessun movimento politico») considerando ciò una garanzia, sono molto più facilmente dirottabili da destra che da sinistra. Vediamo come.

1) La cosa più preoccupante è l’appoggio di Forza Nuova alla protesta, sia a Palermo che a Catania, che è stato tollerato di buon grado dal Movimento per i primi due giorni (proprio per il fatto che non sono stati posti vincoli di tipo politico), per poi essere respinto dalla pagina Facebook “ufficiale” usando le parole di un membro di Forza Nuova e citandolo come “camerata”. Insomma, niente prese di posizione assunte dal Movimento, e ciò che timidamente sembra essere presa di posizione è in realtà l’opinione di un neofascista.
Non solo: oggi, dopo tre giorni di paralisi dell’isola, la protesta si estende anche alla Calabria e alla Puglia (per ora solo sul web). E indovinate chi è che coordina le iniziative da Bari, a livello regionale? Vito Cantacessi, Forza Nuova, con un bel curriculum alle spalle: arrestato nel 2004 per aver organizzato spedizioni squadriste con altri fascisti successivamente condannati per undici pestaggi, minacce al docente universitario Luciano Canfora, intimidazioni al segretario dell’Arcigay di Bari.

2) A Modica i partecipanti ai presidi minacciano i commercianti che non aderiscono “volontariamente” alla protesta, ma grazie a contatti su internet apprendo, di prima mano, che altre pratiche discutibili sono adottate in altri posti: per esempio al blocco di Catania qualcuno chiede il “pizzo” per lasciar passare.

3) Il movimento si dichiara apolitico, non solo apartitico. E lo è, nel senso che è del tutto privo di elaborazione politica, basta andare sul neonato sito “Forza D’Urto” per rendersene conto: è praticamente vuoto. E fa paura il vuoto da riempire, perché chiunque lo può riempire come vuole. Quando si scrive «né bianchi né neri, ma siculi pensieri» non si capisce bene quali siano questi pensieri. Con questo slogan si intende semplicemente porre tra il movimento e la politica la massima distanza. Però tra i principali animatori spiccano Mariano Ferro, ex militante di Forza Italia candidatosi in passato durante le elezioni amministrative, poi passato all’Mpa e vicino a Lombardo, e Martino Morsello, fino al 1990 assessore PSI a Marsala. Entrambi menzionati in questo articolo.

4) Aldilà delle accuse di fascismo, è fuori di dubbio che una protesta così diffusa e determinata sia sintomo di rabbia e malcontento sociale. Se solo pratiche del genere fossero applicate durante gli scioperi! C’è chi si chiede dove siano i movimenti e i partiti siciliani di sinistra, la cui assenza sta permettendo alla destra di monopolizzare la protesta. È già successo nel 1970 a Reggio Calabria, quando una rivolta popolare fu lasciata in balia dei missini. Rischia di succedere ancora.
Come consigliano gli anarchici, dovremmo riprenderci metro per metro gli spazi che l’estrema destra ha ci sottratto.
Dovremmo far sì che la rima baciata alla fine di questo video torni alle sue origini, per esser pronunciata da sinistra.

La Lotta è il Tempo

Ieri sera c’è stata a Pisa un’assemblea di Movimento a cui ho partecipato e in cui sono intervenuto.
Dal momento che ho messo abbastanza carne al fuoco e che in seguito a questo mio intervento l’assemblea ha affrontato dei discorsi ricchi, interessanti e costruttivi, vorrei cercare di riportarlo per iscritto qui, almeno in linea di massima, per condividerlo con tutti sperando di affrontare nuovamente quegli argomenti che mi stanno a cuore e che secondo me sono centrali per la riuscita e il successo reale delle attuali proteste mondiali contro il predominio della finanza sulla politica e la società (leggasi socialità).
Ho sentito molti parlare della questione del 15 ottobre e di come il movimento dovrà rapportarsi a questa data, come dovrà elaborarla, farla propria, digerire le sconfitte e le vittorie di quella giornata e trarne le dovute conclusioni. Però mentre noi ne parliamo è già passato da allora quasi un mese e il nostro problema principale è che questo movimento, in Italia, sembra scemare e trovarsi in una situazione di stallo se non di reflusso. Cerchiamo di capire perchè e partiamo da un’altra osservazione: la stessa cosa è successa nelle giornate di Luglio del 2001, con il movimento cosiddetto “noglobal” contro il G8, il 13 febbraio 2003, con il movimento, anch’esso mondiale, contro la guerra in Iraq, il 14 dicembre dell’anno scorso, con il movimento universitario. Ora si ripete il 15 ottobre. Evidentemente sono stati fatti degli errori e per di più ripetutamente. Ci sono però dei movimenti che non hanno conosciuto questo decorso e nei quali non si è verificato questo fenomeno di reflusso in seguito alla data principale di mobilitazione: per esempio il movimento NoTav o il movimento OccupyQualcosa nel resto del mondo.

Il movimento NoTav non ha mai fissato delle scadenze, delle date più importanti di altre. Se il 3 luglio c’è stata una grande manifestazione nei boschi della Val Susa con scontri anche violenti (in verità più che altro era un attacco da parte della polizia), ora i NoTav non stanno a piangersi addosso e a parlare di un fantomatico “post-03/07”. Noi invece parliamo di “post-15/10”. Perchè? Perchè il 3 luglio i NoTav non hanno giocato il tutto per tutto, non hanno concentrato tutte le loro forze su una singola data sperando che andasse bene, salvo poi leccarsi le ferite e pigliarlo in quel posto se fosse andata male. Non hanno fatto assemblee intitolandole “verso il 3 luglio”: hanno deciso di porre dei punti fissi sugli obiettivi del movimento anziché sui metodi, hanno fatto crollare la retorica repubblichista di distinzione tra manifestanti violenti e non violenti, buoni e cattivi: i NoTav erano tutti buoni e tutti cattivi. Tanto che quando il raggiungimento dell’obiettivo prefissato, e su cui non si transige, ha richiesto l’uso della forze, non hanno esitato ad utilizzarla o ad applaudire chi l’aveva usata; e quando, al contrario, si sono resi conto che la violenza avrebbe danneggiato il movimento, com’è stato il 23 ottobre, hanno deciso, dico deciso, di non utilizzarla. Avevano la situazione sotto controllo. Un po’ diverso dal nostro 15 ottobre romano.

Passiamo al movimento OccupyQualcosa. Solo il braccio italiano di questo movimento, cioè noi, stiamo risentendo del reflusso post-15/10. In altri paesi, piuttosto, è stato un crescendo da allora. A Oakland la cittadinanza ha saputo organizzare, per la prima volta dal 1947, uno sciopero generale cittadino autogestito, non convenzionale. Da Wall Street (la parte occupata, ovviamente) è partito un appello di mobilitazione mondiale. A Londra in queste ore stanno provando a occupare Trafalgar Square dopo un enorme corteo [quest’ultimo esempio lo aggiungo solo ora perchè la notizia è di oggi]. Perchè? Perchè solo in Italia si è preferita una protesta centralizzata e convergente sulla capitale, in tutti gli altri paesi del mondo che hanno aderito alla protesta la mobilitazione si è articolata in cortei e iniziative disseminate sul territorio, con una media di 10-11 luoghi di protesta per ogni nazione.

Questi due esempi insegnano due cose: la prima è che si deve essere intransigenti sugli obiettivi e non sui metodi, la seconda è che la protesta non deve essere centralizzata. Anzi, deve essere ubiquitaria, come ubiquitario è il nostro avversario. La lotta non è in un posto preciso né in un tempo preciso, la lotta è il Tempo, la lotta è lo Spazio.

La violenza degli argini

Volevo raccontare il 15 ottobre che ho vissuto senza parlare degli scontri, senza condividere o condannare la violenza, senza appoggiare o rifiutare teorie su infiltrati e sui cosiddetti black bloc, senza dover difendere o stigmatizzare il comportamento della polizia italiana o dei manifestanti, senza tirare nessuno per la giacchetta.

Non so se infine sono riuscito nel mio intento di descrivere con oggettività la giornata (scopo che sempre mi riservo, in tutte le situazioni e nella maggior misura in cui è possibile farlo), ma di certo non sono riuscito mio malgrado ad evitare di parlare di tutte le questioni accennate sopra: avrei preferito non farlo, perché parlare della giornata di ieri come una giornata di violenza o di non violenza significa fare il gioco dei potenti e adottare il linguaggio e la retorica dei loro organi di informazione. Ma leggendo tanti commenti sulla rete e diversi articoli di giornali di aree diverse mi sono reso conto che è necessario mettere in chiaro qualche punto: ecco quindi cosa ho scritto. Sono pensieri sparsi.

Questione violenza-nonviolenza. Il voler a tutti i costi dividere nettamente il corteo di ieri in due cortei, uno violento e uno pacifico, non solo non aiuta a capire le dinamiche di ieri ma rispecchia poco la realtà dei fatti, come qualsiasi altro tentativo di categorizzare le anime molteplici di un movimento, attribuendo loro nomi e nomignoli stupidi e contrapponendoli (es. indignados, black bloc > indignados VS black bloc). È troppo semplicistico ragionare in codice binario, funziona solo per il benpensante che guarda passivo le immagini dello schermo televisivo passargli sotto gli occhi.

Che è necessario abbandonare questo frame è stato già detto mille volte ma non fa male ripeterlo. Bisogna prendere atto che in piazza San Giovanni c’erano tante persone diverse, non tutte col casco e armate di spranghe, mazze e molotov, che comunque erano disposte allo scontro: uno scontro non per forza premeditato, uno scontro che può essere stato causato dagli idranti sugli stand che attendevano l’arrivo del grosso del corteo o dai lacrimogeni lanciati in mezzo alla folla su un corteo autorizzato. Non sto parlando degli incappucciati, sto parlando dei tanti altri che sono rimasti coinvolti negli scontri: tra loro immagino ci siano tanti che sono equilibrati in situazioni normali ma che possono, come tutti, perdere il controllo in condizioni anormali e nel mezzo della folla.

Personalmente trovo strumentali e del tutto fuorvianti i richiami alla Genova del 2001 in riferimento alla presenza di possibili infiltrati, perchè gli infiltrati ci sono in tutte le manifestazioni, anche le più pacifiche, e poi allora si trattava di un movimento e di circostanze completamente diverse: chi, come La Repubblica, scrive «violenze come a Genova» ha dimenticato quanto diverse fossero allora le strategie messe in campo dal black bloc (sì, al singolare) rispetto allo scontro fisico che c’è stato ieri e devia l’attenzione, attraverso analogie e  meccanismi di associazione tra concetti, dal fatto (scontri) alla sua interpretazione (black bloc).

Il discorso sui possibili infiltrati lo lascio ai complottisti e ai politicanti, perché neanche questo aiuta a comprendere l’accaduto: quelle persone in piazza San Giovanni si sono difese dai lacrimogeni e dai manganelli, e lo avrebbero fatto comunque, con o senza infiltrati. Perciò secondo me la verifica di eventuali infiltrazioni è solo una questione “giuridica”, ma dal punto di vista dell’analisi politica dell’accaduto è irrilevante.

Mancanza di sintesi. Come scriveva qualcuno, il germe della violenza è insito nella natura stessa di protesta e se a volte rimane potenziale ed altre si fa atto ciò è dovuto alle circostanze; questa volta, per settimane o mesi, fin dall’inizio si è affermata l’intenzione di andare oltre il corteo rituale e la sfilata per il centro di Roma. Su questo si era tutti d’accordo. Però, come conseguenza del campanilismo dei movimenti italiani (che, da quello che mi pare di capire, si è puntualmente manifestato nelle varie assemblee di organizzazione della mobilitazione del 15 ottobre), non ci si era accordati sulle strategie da adottare per superare la tradizionale estetica del conflitto: chi voleva assediare i palazzi governativi, chi occupare il Colosseo e altri monumenti, chi restare nelle strade e nelle piazze a oltranza e, sì, anche chi auspicava una insurrezione popolare. C’è stata una così profonda mancanza di sintesi che, per le differenti strategie, non si è stati capaci neanche di accordarsi sul percorso del corteo, per dirne una, o di organizzare un servizio d’ordine unitario, per dirne un’altra. In particolare, ritengo che quest’ultimo fatto sia stata una delle cause principali dei problemi che la massa ha dovuto fronteggiare. Questa frammentazione era percepibile, bastava farsi un giretto tra i diversi spezzoni del corteo.

Comportamento della polizia. Tutti, come sempre, hanno fatto a gara a condannare per primi la violenza. Io non esiterei a condannare l’ipocrisia di chi condanna unilateralmente la violenza degli incappucciati o dei manifestanti e allo stesso tempo si dice soddisfatto dell’operato della polizia, che di violenza ne ha usata. Perché la violenza della polizia deve essere giustificata? Qualcuno risponderà che lo scopo della polizia era evitare i disordini. Ma allora il fine giustifica i mezzi? Se è così, la violenza dei manifestanti era altrettanto legittima. Anche perché, quando vedo scene come questa, posso non condividere ma di certo capisco la reazione della piazza.

Aggiungo un fatto curioso (ma non troppo) sul comportamento delle forze dell’ordine. Il percorso concordato partiva da piazza Repubblica, con destinazione piazza San Giovanni: quest’ultima era la piazza in cui si sarebbero dovute svolgere assemblee parallele e l’eventuale acampada con l’organizzazione di vari stand (poi buttati giù dagli idranti della polizia), che si trovavano là già prima che arrivasse la testa del corteo. Piazza San Giovanni era quindi legalmente riservata ai manifestanti che, secondo me, avrebbero dovuto mantenere il pieno diritto legale di entrarci; dopo l’inizio degli scontri, la polizia ha privato i manifestanti di questo diritto da essa stessa concesso, anzi ha trattato da criminali tutti coloro volessero accedere alla piazza da via Merulana, e giù lacrimogeni e manganelli, quando l’unica colpa che avevano era di seguire il percorso concordato di un corteo autorizzato dalla questura di Roma. Quindi contraddittoria non solo nella sostanza, ma anche nella forma.

Opinione personale. Personalmente la violenza degli incappucciati non la condivido, ma non condanno la violenza dei manifestanti che si sono difesi da cariche e da lacrimogeni che li cacciavano da una piazza che doveva essere loro.

La violenza degli incappucciati, io non la condivido non per motivi etici, ma per una questione politica e strategica: semplicemente hanno fatto male al movimento. Poteva essere un’esperienza politica lunga mesi, con piazze occupate e tutto quello che ciò comporta e che in Spagna sono stati capaci di mettere in pratica, invece si è risolto tutto in poche ore fumo nero. Tutti i possibili contenuti del movimento saranno oscurati dalla condanna delle frange estremiste, dalle accuse di infiltrazioni, dalla necessità di dissociarsi dall’uso della violenza e di dimostrare che i “veri indignati” sono quelli pacifici, dalla denuncia di incapacità di gestione dell’ordine pubblico e da tutti quei discorsi che implicano l’accettazione del frame violenza-nonviolenza e, ove possibile, del frame casta-anticasta che tanto piace a La Repubblica. Nessuno parlerà di speculazione finanziaria, di predominio della finanza sulla politica, di banche armate, di sovranità monetaria, di privatizzazioni, di annullamento del debito pubblico, di tagli alla formazione e alla sanità, di beni comuni e di lavoro.

In pratica, ora che si è manifestata la violenza del fiume in piena nessuno noterà quella degli argini che lo costringono.

L’illusione del binomio liberismo-benessere

Uno degli argomenti utilizzati più di frequente in difesa del sistema neoliberista è che garantisce il massimo benessere alla maggioranza della popolazione, infatti la nostra cultura e il nostro modello economico ci fanno star bene, qui nonostante tutto quasi tutti hanno l’indispensabile per vivere e abbiamo garantiti diritti civili il cui rispetto è impensabile in altre parti del mondo, dove pullulano teocrazie e governi formati da gerarchi e dittatori senza scrupoli.

Quante volte si sente dire «non si sputa nel piatto da cui si mangia! Il sistema che tu critichi, intanto, ti garantisce la libertà di espressione, una certa sicurezza e una serie di diritti e comodità che nella solo  esso è in grado di dare»?

In realtà, dall’adozione di un modello neoliberista non segue esattamente l’istaurazione e la maturazione degli Stati di diritto, quelli in cui tutti i cittadini, dal primo all’ultimo, sono uguali davanti alla legge, la libertà individuale è tutelata e l’agire dello Stato è vincolato dalle sue stesse leggi. Mettendo per un attimo da parte la constatazione che ciò, anche nei cosiddetti Stati di diritto, non sempre avviene, e che anzi in alcuni paesi (come l’Italia) la violazione di tale principio è sistematica, cerchiamo di capire che, dopo tutto, noi occidentali ce la passiamo piuttosto bene (o almeno così è stato finora) rispetto a un contadino nigeriano, brasiliano o bengalese che ogni anno deve far fronte alla siccità, alla desertificazione, al disboscamento o all’inquinamento rischiando di non avere niente da mangiare e morire di fame.

Smontare la convinzione che il liberismo implichi benessere è facile: infatti tale implicazione nasconde un inganno, che dipende dall’illusione che il mondo finisca ai confini con l’Asia e l’Africa. Mi spiego meglio usando una semplice considerazione di natura termodinamica.

(Potreste aspettarvi un’applicazione del secondo principio della termodinamica, considerando che la Terra è limitata ma il sistema economico teorizza la crescita; ma la mia osservazione sarà molto più banale.)

Il binomio liberismo-benessere si potrebbe accettare se il mondo si esaurisse al confine italiano o ai confini dell’Europa: in tale ipotesi, potremmo guardarci intorno e osservare che la maggioranza delle persone ha tutto ciò che gli serve, cibo, vestiti, casa, addirittura un mezzo di trasporto, e potremmo concludere che l’attuale stato di cose è preferibile a qualunque altro, che tende all’utopia dell’uguaglianza e del benessere totale, che è vero che il nostro sistema economico fa star bene tutti. Ma non siamo soli, né possiamo dividere il mondo in due mondi, uno formato da Stati di diritto che adottano il libero mercato, l’altro da Stati dittatoriali che non lo adottano.

Nella scienza, che parte sempre dall’osservazione, si divide l’universo in sistema e ambiente, il primo è oggetto dell’osservazione e dello studio, il secondo è tutta la parte di universo che non è sistema. L’inganno che porta alla corrispondenza tra liberismo e benessere per tutti deriva da una scelta parziale del sistema di osservazione. Infatti, piuttosto banalmente, scegliendo come sistema l’occidente (quello noto con l’odiosa espressione Primo mondo) la corrispondenza è vera: il liberismo ha portato benessere alla maggior parte delle persone. Ma, come già detto, non siamo soli e non esiste nessun primo, secondo, terzo o quarto mondo: esiste un mondo solo e dentro ci siamo tutti. Prendendo come sistema di osservazione il mondo intero, si scopre ancora più banalmente che il liberismo non porta al benessere della maggioranza, ma al benessere di una minoranza sulle spalle di una maggioranza povera e sfruttata.

Lo stesso vale per il rispetto dei diritti umani e per la garanzia della libertà individuale: sebbene siano variabili omogenee all’interno del sistema occidente, non lo sono affatto nel sistema mondo.

Allora ciò che deve essere chiaro è questo: che il libero mercato non crea Stati di diritto, crea Stati di diritto e Stati dittatoriali fantocci degli Stati di diritto, e a lungo andare assoggetta tutti gli Stati, di diritto e non, al mercato e al potere del capitale.

Un esempio che valga per tutti è il caso della Nigeria, in cui da decenni multinazionali come la Shell e l’Agip sfruttano le risorse petrolifere del paese senza che i popoli locali ne traggano alcun beneficio, derubandoli della ricchezza nazionale e danneggiando i loro territori, spesso non più adatti alla coltivazione a causa dell’inquinamento legato alle raffinerie e ai pozzi. Contro un’ingiustizia e un furto di ricchezza di tale entità, oltre che per bisogni materiali di sussistenza, sono nate diverse organizzazioni (quali NDPVF, MEND, MOSOP) che intendono colpire il profitto e porre fine allo sfruttamento da parte delle multinazionali.

Tale movimento culminò in Nigeria nel 1993, con una manifestazione di centinaia di migliaia di persone e la guida dell’attivista Ken Saro-Wiwa. Il movimento era diretto anche contro il governo militare, responsabile di scelte in materia economica che favorivano le multinazionali.

Dietro pressioni della Shell, ormai accertate, Ken Saro-Wiwa e altri attivisti furono incastrati con un’accusa di omicidio basata su false testimonianze, incriminati e impiccati il 10 novembre 1995, dopo un processo di dubbia regolarità che attrasse l’attenzione di molti movimenti per i diritti umani.

Ditemi voi se questo è il rispetto dei diritti e delle libertà individuali che il liberismo dovrebbe garantire, se il liberismo ha portato benessere alla maggior parte del popolo Ogoni in Nigeria: i poveri e gli sfruttati nel mondo sono la maggioranza.

Se posso comodamente uscire e comprare al supermercato ciò che mi serve invece di produrlo (e il processo di produzione è nascosto il più possibile e rimosso dalla coscienza collettiva dei consumatori occidentali, con il preciso obiettivo che non si facciano nessuno scrupolo a comprare; a proposito, all’inizio degli anni novanta, da un’indagine svolta a New York, risultò che la metà dei bambini era convinta che il latte fosse un prodotto industriale completamente artificiale, alla stregua della Coca-Cola o del chinotto. Lascio a voi le considerazioni.) non è perché con il liberismo tutto è più comodo per tutti, ma è solo perché qualcun altro, lontanto geograficamente da me ma unito a me dagli stessi rapporti di produzione, lavora per me come uno schiavo e fatica al posto mio.

Se non soffro la fame non è perché il liberismo dà cibo a tutti, ma perché lo toglie ad alcuni per darlo ad altri, quando invece basterebbe per tutti.

È per questo che, anche se non lo sai, voti ogni volta che compri. Nella società di massa del consumismo l’atto dell’acquisto è un atto importante più del voto, e se non si vuol essere complici di violazioni dei diritti umani, di guerre e omicidi, di sfruttamento, di furti e devastazione delle risorse, non restano che due possibilità, proprio come nel voto: o l’astensione, che si traduce nell’autoproduzione, o il consumo critico e consapevole, che si traduce nella riduzione dei consumi e nel boicottaggio.

Ovviamente cercare di trarsi fuori dal problema con queste strategie non basta: non far più parte del problema non significa già far parte della soluzione, ma è un presupposto secondo me necessario.

Probabilmente ho scritto una banalità dopo l’altra e niente che non si sapesse già, ma ho sentito l’esigenza di scriverle per ribattere a chi difende il libero mercato adducendo come giustificazione il benessere che a questo sarebbe connaturato.

Viva la decrescita! (anche se quello della decrescita è un argomento controverso che mi lascia perplesso su alcuni punti e su cui presto scriverò qualche considerazione)

Senza parole

Non ci sono parole per ricordare. I Wu Ming dicono bene.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: