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Cenere, cenere e polvere e sete troverete. E una torre che tutto scruta.

Il manganello tecnico

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La tecnica ci dice qual è il modo corretto di fare le cose: se non seguiamo i suoi dettami, stiamo tecnicamente sbagliando. Non c’è alternativa tecnica alle soluzioni tecniche dei problemi, quindi addossare a qualcuno la responsabilità di scelte tecniche finalizzate all’attuazione di soluzioni tecniche è non solo scorretto, ma anche stupido. Dal punto di vista di chi sostiene questo paradigma. Se non c’è altra scelta, che colpa ne ha il tecnico?

Se il tuo computer non si accende, l’esperto di elettronica fa una diagnosi del problema e dice che purtroppo perderai i tuoi dati perché dovrai formattare il disco rigido, non puoi prendertela con il tecnico per la soluzione proposta, perché è l’unica possibile e dunque non è propriamente una scelta.

Secondo un fronte comune che abbraccia la maggior parte dei giornali, dei politici e dell’opinione pubblica lo stesso vale per un governo tecnico: un tale governo non compie scelte, ma applica rigidamente i dettami imparziali della scienza economica, da cui derivano soluzioni univoche per risolvere i problemi di natura economica.

Allora la militarizzazione della Val Susa non è più criticabile, perché è una militarizzazione tecnica. Fino alla caduta del governo Berlusconi, alle prime tensioni con le forze dell’ordine si accusava da più parte e a più riprese il governo di non saper intrattenere rapporti con i cittadini che fossero diversi dai lacrimogeni e dai manganelli. Ora, con il governo tecnico, non si parla più di cittadini: le persone coinvolte nelle tensioni e negli scontri sono sempre declassate a “violenti”, una categoria che si merita le botte, perché è composta da “incivili”. Le cariche della polizia, in quanto tecniche, sono giustificate, perché se il governo tecnico, responsabile, sobrio e austero del professor Monti le ordina, significa che non esiste alcun altro modo possibile di gestire la situazione: le cariche non derivano da scelte politiche, solo da “scelte” inevitabili di natura esclusivamente tecnica.

Come è una scelta puramente tecnica quella di sbarrare la strada, lo scorso febbraio, a manifestanti pacifici di ritorno da un corteo No Tav, a manifestazione conclusa, con la celere in assetto antisommossa, ed è ancor più squisitamente tecnica la gestione delle operazioni da parte di un certo Spartaco Mortola, ex capo della Digos di Genova ai tempi della macelleria messicana, guardacaso assolto per i fatti di Genova «perché il fatto non sussiste» e guardacaso assolto anche dall’accusa di aver istigato alla falsa testimonianza durante il processo per l’irruzione della polizia nella scuola Diaz al G8 del luglio 2001.

Ma il culmine dell’imparzialità e della sobrietà è stato toccato ieri, con la nomina di Gianni De Gennaro a sottosegretario di Stato da parte di Monti. Forse Monti, dopo il successo del film Diaz, ha pensato bene di manifestare il suo giudizio positivo, tecnico ovviamente, per l’operato ineccepibile, dal punto di vista tecnico ovviamente, durante il mandato di De Gennaro. Sopra, una foto esclusiva del suo curriculum.

Grazie @corriereny

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Occupy Affari, la Bocconi e i sassi

Oggi una manifestazione nazionale a Milano raccoglierà tutte le forze contrarie alle politiche di austerità del governo Monti. Il percorso del corteo doveva originariamente partire dalla Bocconi per terminare di fronte alla borsa italiana, in Piazza Affari. Ma ciò, spiega Cremaschi, «non ci è stato permesso; mi ricorda quando c’era Berlusconi e a Roma si poteva manifestare ovunque ma non davanti a Palazzo Grazioli. Evidentemente la Bocconi è considerata casa di Monti».

Prima della manifestazione verrà portata una corona di fiori in memoria di Roberto Franceschi, studente ucciso durante le proteste che scoppiarono la sera del 30 gennaio 1973 in seguito alla decisione del rettore dell’università di impedire l’accesso alle assemblee studentesche serali a tutti coloro sprovvisti di libretto universitario: infatti, per garantire il rispetto di tale scelta, il rettore chiamò la celere, che circondò l’università, respinse gli studenti raccolti all’ingresso e non esitò a sparare ad altezza uomo, dunque in mezzo alla folla, mentre questi ultimi si allontanavano. Roberto fu colpito alle spalle, come Roberto Piacentini, mentre fuggiva dalla violenza dello sgombero. Non riprese mai più conoscenza.

La prima versione della Questura fu che il giovane era stato colpito da un sasso lanciato dai giovani contestatori. Vi ricorda qualcosa?

Caduta questa versione, le indagini si rivolsero verso gli agenti. La Questura, sulla base del rapporto del colonnello Arcangelo Scarvaglieri, avanzò la versione dell’agente in preda a raptus: affermò infatti che l’agente di PS Gianni Gallo avrebbe sparato in stato di semi-incoscienza. Ma tu pensa un po’. In quel periodo dovevano esserci tanti agenti semi-coscienti; che fosse una malattia endemica non ancora diagnosticata?

«Tutti gli uomini hanno due occhi»

Immaginatevi una persona. Sì, una persona qualunque: non importa il sesso, l’etnia, le origini, il credo religioso o il colore degli capelli. Una persona qualunque, che sta lì davanti a voi e pronuncia distintamente la seguente affermazione: «Tutti gli uomini hanno due occhi».
Saranno tutti d’accordo, innegabilmente, sul fatto che il contenuto dell’affermazione è generalmente corretto (tolta qualche rara eccezione), nel senso di aderente alla realtà dei fatti.
Aggiungiamo ora dei dettagli alla situazione: questa persona qualunque sta correndo, e mentre corre pronuncia l’affermazione che abbiamo già avuto occasione di riportare: «Tutti gli uomini hanno due occhi». Il contenuto dell’affermazione è cambiato? No. Il suo grado di aderenza alla realtà è cambiato? No. L’affermazione si rivela, dunque, corretta a prescindere dall’azione compiuta da chi la pronuncia.
Aggiungiamo ancora qualcosa: un contesto. Questa persona sta correndo nel bosco perché è in fuga da qualcuno, e mentre corre urla «Tutti gli uomini hanno due occhi». Cambia qualcosa nel contenuto della sua affermazione? No. Il suo grado di aderenza alla realtà è cambiato? Di nuovo no. E non sarebbe cambiato nemmeno se questa persona fosse stata inseguita non da qualcun altro ma da un rinoceronte, un unicorno o da un prodotto della sua fantasia.
Abbiamo capito quindi qualcosa: che l’aderenza del contenuto di un’affermazione alla realtà si misura attraverso il confronto con la realtà, poco importa l’identità di chi afferma. Tanto che questa persona è una persona qualunque e ciascuno se la sarà immaginata in una maniera diversa, eppure tutti siamo d’accordo sul fatto che non si sta sbagliando quando afferma che «Tutti gli uomini hanno due occhi».
Bene, ora sostituite la frase «Tutti gli uomini hanno due occhi» con «La TAV è un’opera inutile» e immaginate la persona qualunque come volete, seduta, che cammina, che corre, che lancia un sasso e carica la polizia o che prende manganellate e scappa dalla polizia. Il grado di aderenza della sua affermazione alla realtà dipenderà dalla realtà, non dalla violenza praticata o ricevuta. Non è la violenza che determina se il contenuto di una frase o di un’idea è vera o falsa.

NO TAV!

«Sacrifici o baratro»

«In politica, per sinistra si intende generalmente il sostegno al cambiamento sociale al fine di costruire una società con una struttura più egualitaria. Solitamente le politiche di sinistra comportano una preoccupazione per coloro che nella società sono svantaggiati rispetto agli altri e un’assunzione che esistano delle disparità ingiustificate (che la destra vede come naturali o tradizionali) che dovrebbero essere ridotte o abolite».
Nella definizione che la versione inglese di wikipedia dà del concetto generico di sinistra è già scritta la storia dell’egemonia del pensiero unico degli ultimi decenni e la teoria della shock economy, la cui validità, a poche ore dall’appovazione dell’ennesimo piano di austerità da parte del Parlamento greco, è sotto gli occhi di tutti.

Piazza Syntagma, di fronte al Parlamento greco

Ieri sera in Grecia si era alla resa dei conti: qualche parlamentare ellenico ha votato a favore ma controvoglia, solo per compiacere lo spirito di responsabilità nazionale, qualcun altro ha votato contro ed è stato espulso dal partito politico di appartenenza (21 da Nea Dimokratia, 20 dal PASOK, 2 dal LAOS), come era stato promesso prima del voto, tutti gli altri hanno saturato di “ναι σε όλα” (significa “sissignore”) l’aula del Parlamento. I nodi sono venuti al pettine, si è chiarito infine da che parte ciascuno stava: dalla parte dei mercati o da quella del popolo, dalla parte del palazzo o dalla parte della piazza, dalla parte del capitale o da quella di chi ne è sfruttato e schiavizzato.

Il discorso di Papademos ai suoi colleghi insisteva: «sacrifici o baratro». Come se la crisi fosse un fenomeno naturale: c’è una siccità con conseguente carestia? vuol dire che ci sosterremo l’un l’altro, dimezziamo la nostra razione alimentare giornaliera e cerchiamo di resistere in condizioni sempre più difficili; c’è un incendio? lasciamo tutti le nostre case, è una rinuncia necessaria se vogliamo salvare pelle; c’è una crisi finanziaria? siamo tutti nella stessa barca, accettiamo il nostro triste destino, il taglio (ulteriore) del salario minimo del 20%, il taglio delle pensioni, la privatizzazione di autostrade, ospedali, scuole, beni comuni. E, di fatti, la risposta che danno i mercati è proprio un rialzo di tutte le Borse mondiali e il calo dello spread (ieri era a circa 3500, oggi è a 3000). Solo che in questo caso la pelle non se la salvano i greci, anzi si rischia un’emergenza umanitaria: gli ultimi mesi hanno visto tornare in Grecia il fenomeno dell’emigrazione di massa, dell’abbandono dei figli, l’aumento dei senzatetto, quelli che l’autore di questo blog paragona a zombie: «persone che hanno perso tutto e che vagano con aria allucinata per le strade».

Senzatetto durante manifestazioni di protesta. Fonte Reuters

Bene, gli zombie umani che si riversano nelle strade greche sono il risultato di un sistema che produce per sua natura zombie umani, da secoli nei territori coloniali schiacciati dall’imperialismo e dal colonialismo, da decenni nei paesi del cosiddetto Sud del mondo che spesso coincidono con i primi, da molto più di recente anche i popoli dei paesi che l’hanno creato: in breve, è un sistema che a lungo andare si mangia da solo. Non prima di una violenta agonia.

Ma che sia chiara una cosa: questo sistema non è naturale, questa crisi non è un fenomeno naturale. A chi non riesce a concepire un modo di gestire le risorse ambientali e umane diverso da quello attuale ricordo che lo schiavismo, che era alla base dei sistemi sociali delle civiltà europee classiche, era considerato da quelle culture “naturale”: nella Politica di Aristotele lo schiavo è definito come «un essere che per natura non appartiene a se stesso». Allo stesso modo, oggi, compiacere i mercati e assecondare la finanza sono per natura obblighi morali della società: se te lo chiedono i mercati, puoi fare qualunque cosa e non ne sarai considerato responsabile o complice, perché hai agito conformemente alla natura delle cose.

Papademos dice: «sacrifici o baratro», a me sembra tanto la versione speculare  del quasi centenario «socialismo o barbarie».

I forconi e i vuoti

Il 15 gennaio è stata indetta attraverso un comunicato su Youtube una protesta in tutta la Sicilia, con l’annuncio che sarebbe durata 5 giorni a partire dall’indomani.
L’iniziativa è stata salutata con grande partecipazione, soprattutto da parte di lavoratori agricoli, di pescatori e di autotrasportatori, che hanno bloccato fisicamente snodi centrali della viabilità regionale con lunghe file di tir.
Vorrei raccogliere qui le mie prime impressioni a caldo su questo Movimento dei Forconi.

Prima di tutto, mi sembra che il fenomeno confermi la mia ipotesi sul fatto che i movimenti “né destra né sinistra”, quelli che dicono «né bianchi né neri, ma siculi pensieri», che non si collocano (almeno consapevolmente) in un’area politica definita, che si dichiarano orgogliosamente apolitici (min 1:10 secondo video: «dietro non vi è nessuna forza, nessun movimento politico») considerando ciò una garanzia, sono molto più facilmente dirottabili da destra che da sinistra. Vediamo come.

1) La cosa più preoccupante è l’appoggio di Forza Nuova alla protesta, sia a Palermo che a Catania, che è stato tollerato di buon grado dal Movimento per i primi due giorni (proprio per il fatto che non sono stati posti vincoli di tipo politico), per poi essere respinto dalla pagina Facebook “ufficiale” usando le parole di un membro di Forza Nuova e citandolo come “camerata”. Insomma, niente prese di posizione assunte dal Movimento, e ciò che timidamente sembra essere presa di posizione è in realtà l’opinione di un neofascista.
Non solo: oggi, dopo tre giorni di paralisi dell’isola, la protesta si estende anche alla Calabria e alla Puglia (per ora solo sul web). E indovinate chi è che coordina le iniziative da Bari, a livello regionale? Vito Cantacessi, Forza Nuova, con un bel curriculum alle spalle: arrestato nel 2004 per aver organizzato spedizioni squadriste con altri fascisti successivamente condannati per undici pestaggi, minacce al docente universitario Luciano Canfora, intimidazioni al segretario dell’Arcigay di Bari.

2) A Modica i partecipanti ai presidi minacciano i commercianti che non aderiscono “volontariamente” alla protesta, ma grazie a contatti su internet apprendo, di prima mano, che altre pratiche discutibili sono adottate in altri posti: per esempio al blocco di Catania qualcuno chiede il “pizzo” per lasciar passare.

3) Il movimento si dichiara apolitico, non solo apartitico. E lo è, nel senso che è del tutto privo di elaborazione politica, basta andare sul neonato sito “Forza D’Urto” per rendersene conto: è praticamente vuoto. E fa paura il vuoto da riempire, perché chiunque lo può riempire come vuole. Quando si scrive «né bianchi né neri, ma siculi pensieri» non si capisce bene quali siano questi pensieri. Con questo slogan si intende semplicemente porre tra il movimento e la politica la massima distanza. Però tra i principali animatori spiccano Mariano Ferro, ex militante di Forza Italia candidatosi in passato durante le elezioni amministrative, poi passato all’Mpa e vicino a Lombardo, e Martino Morsello, fino al 1990 assessore PSI a Marsala. Entrambi menzionati in questo articolo.

4) Aldilà delle accuse di fascismo, è fuori di dubbio che una protesta così diffusa e determinata sia sintomo di rabbia e malcontento sociale. Se solo pratiche del genere fossero applicate durante gli scioperi! C’è chi si chiede dove siano i movimenti e i partiti siciliani di sinistra, la cui assenza sta permettendo alla destra di monopolizzare la protesta. È già successo nel 1970 a Reggio Calabria, quando una rivolta popolare fu lasciata in balia dei missini. Rischia di succedere ancora.
Come consigliano gli anarchici, dovremmo riprenderci metro per metro gli spazi che l’estrema destra ha ci sottratto.
Dovremmo far sì che la rima baciata alla fine di questo video torni alle sue origini, per esser pronunciata da sinistra.

Una certa cultura locale – Riflessioni sul 14 gennaio ibleo

Ragusa è una città che non ha mai brillato per impegno politico, inteso nella sua forma partecipativa, che coinvolge e connette partiti, movimenti e associazioni. A parte alcune personalità che si distinsero per l’adesione attiva a campagne di progresso sociale, non ha prodotto, dal punto di vista politico, che mostri informi pronti alla qualunque pur di ottenere il plauso del pubblico ibleo, a patto ovviamente di compiacere il padrone di turno. Quando, nel 1963 e nel 1968, a due successive tornate elettorali, il gerarca fascista Filippo Pennavaria si candidò al Senato, ottenne valanghe di voti dai cittadini ragusani. Non c’è da stupirsi, visto che – fa notare Giuseppe Nativo, studioso di storia iblea – «una certa cultura locale si attarda ancora su pregiudizi, stereotipi e vecchi campanilismi». Campanilismi che, radicati ancor oggi, permettono per esempio il perdurare da anni del dibattito sull’opportunità o meno di piazzare in centro storico una statua in onore del fascista Pennavaria, come se, in un paese civile e democratico, non dovesse essere scontato l’esito di una tale proposta.

È lo stesso campanilismo ad alimentare strani fenomenicome quello che domani (14 gennaio) promette di portare in piazza un cartello trasversale di associazioni che sposta il confronto dal piano locale al piano nazionale e, con provincialismo paraleghista, addita Roma come causa di tutti i problemi dell’economia iblea.

Cominciamo dal principio: in virtù del mio passato di studente “attivo”, ho ricevuto una e-mail dal direttore dell’ANCE Ragusa (“Associazione Nazionale Costruttori Edili”) che desiderava «fornire ragguagli inerenti alla manifestazione di giorno 14 gennaio recante il titolo “Tutti insieme per il rilancio ibleo” promossa dal Tavolo provinciale dello sviluppo e del lavoro di Ragusa che vede riunite tutte le organizzazioni datoriali, sindacali, ordini e collegi professionali, consumatori e le Diocesi di Ragusa e Noto. Il manifesto della manifestazione reca 5 proposte per sostenere le famiglie, difendere il lavoro, sviluppare le imprese e sarà esplicitato al termine dell’evento». Infine, mi si informava che «Oggi 10 gennaio il Presidente della CCIAA di Ragusa si è recato dal Provveditore agli Studi per chiedere l’adesione delle istituzioni scolastiche e consentire una massiccia partecipazione degli Studenti Iblei, futura classa dirigente del nostro Paese».

Molte cose non quadrano da questa prima presentazione: mancano i contenuti e le rivendicazioni della manifestazione, che si riducono ad un generico sviluppo, ad un “rilancio ibleo” e a 5 punti poco esplicitati; si chiede ai cittadini di partecipare all’evento promettendo di esplicitare eventuali contenuti soltanto dopo la manifestazione; si chiede (e si ottiene) l’adesione, a questo punto cieca, degli studenti, addirittura da formalizzare attraverso provvedimenti delle istituzioni scolastiche (non sapevo che una manifestazione di piazza dalle velleità politiche potesse ottenere appoggio istituzionale).

Prima di andare avanti è doveroso precisare quali siano le perplessità, di primo acchito, riguardo i cinque punti programmatici, riportati di seguito: piano straordinario per il lavoro, infrastrutture coerenti e integrate, misure contro l’evasione fiscale e l’abusivismo, semplificazione burocratica, abbattimento dei costi della politica. La perplessità nasce dal fatto che alcuni di questi punti vogliono dire tutto e il contrario di tutto, e questo sincretismo spiega la partecipazione di sigle che vanno dalla CGIL a Confindustria, soggetti sociali che in questo periodo sono in netto contrasto (e sull’art.18, mica bazzecole). È un cartello così trasversale che dentro potresti trovarci di tutto (come nel M5S), o forse solo una cosa.

Bastino un paio di esempi per mettere in guardia. Primo, anche lo smantellamento degli ammortizzatori sociali, l’eliminazione dell’articolo 18, la smania per la “flessibilità” lavorativa e il precariato possono essere considerati , a detta dei tecnici, “piano straordinario per il lavoro”; secondo, anche il Tav e il Ponte sono infrastrutture, bisogna vedere chi ne gestisce la costruzione e con che grado di trasparenza (senza allontanarsi troppo da Ragusa, anche il porto di Marina di Ragusa è un’infrastruttura, ma a che pro? E anche l’ampliamento del porto di Scoglitti lo è, ma fa crollare siti archeologici).
Insomma, chiedere sviluppo non significa nulla, bisogna specificare (perché non è scontato) che tipo di sviluppo, a favore di chi, in che direzione: entrare nel merito.

Si può cercare di risolvere queste perplessità andando a chiedere chiarimenti sulla pagina facebook (già linkata) sollecitamente creata per l’occasione, con tanto di account twitter, canale youtube (con uno spot di vaghissime frasi fatte pronunciate da una voce fascinosa e persuasiva come quelle delle pubblicità): lì gli organizzatori risponderanno che «tutte le parti sociali, nessuna esclusa, tutti gli ordini professionali, le diocesi di Ragusa e Noto, hanno convenuto su 5 proposte concrete» e rimanderanno al primo comunicato, del 17 dicembre, assicurando che vi si possono trovare «molte risposte alle tue domande»; tuttavia si trova lo stesso elenco ambiguo di cui sopra e niente di più.

Perché prima si è parlato di provincialismo paraleghista del tipo “Roma ladrona”? Per capirlo, un altro esempio: quello dell’abusivismo. A detta degli organizzatori è un problema che deve risolvere il governo, perché la colpa è dei governi che, negli anni, a partire dal 1982, hanno condonato a destra e a manca per garantire un certo afflusso nelle casse dello Stato ma, aggiungo io, soprattutto per ottenere voti (e quindi garantire un certo afflusso nelle tasche di singoli eletti). Ma la colpa è solo dei governi o anche di una caratteristica fauna locale che li rappresenta, che anche lei specula e mangia soldi, e che ha ricevuto una valanga di voti dagli elettori ragusani, magari parte dei quali sarà in piazza a protestare? Roma sarà ladrona, ma Roma chi l’ha eletta? Se si fosse voluto veramente combattere l’abusivismo si sarebbe dovuta abbattere sul nascere la cementificazione di una buona metà della costa iblea, anziché lamentarsene ora. Ad aver consentito che questo modello di gestione della costa prendesse piede non è stato il governo nazionale; se i ragusani vogliono trovare responsabili o complici si guardino allo specchio.

Per non parlare di punti sulla semplificazione burocratica e sull’abbattimento dei costi della politica, che vengono coinvolti in una protesta di carattere territoriale quando invece riguarda l’intero paese. Intendiamoci, non che sia sbagliato puntare a questi obiettivi, ma è insensato farlo chiamando in causa l’identità locale: questo sposta inevitabilmente il conflitto (se in questo caso di conflitto si può parlare) dal piano sociopolitico al piano geopolitico, una mossa già abilmente condotta da criptofascisti rossobruni.

Dopo la ripetizione dei soliti cinque punti, sulla pagina facebook è calato il silenzio.
Si saranno forse risentiti per la chiusura dell’intervento? Quella che fa:

Aggiungo una nota a lato sulla partecipazione delle diocesi di Ragusa e Noto: generalmente non sono contrario alla partecipazione a iniziative locali da parte di rappresentanti di Stati esteri, in quanto la cooperazione tra gli stati e le comunità è quanto di più auspicabile si possa volere; tuttavia, non posso che notare una certa faziosità nell’invitare sempre rappresentanti dello stesso Stato estero; la prossima volta raccomando una delegazione del Costa Rica e una del Burundi.

Già, si saranno risentiti. Ma si sa, «una certa cultura locale si attarda ancora su pregiudizi, stereotipi e vecchi campanilismi».

P.S. Non ho inserito il seguente paragrafo nell’articolo perché non ho trovato le fonti dei dati, anche se mi ricordo di averle solo “sentite dire”. Se qualcuno fosse in grado di fornire fonti attendibili gliene sarei grato.
Mi sono chiesto anche come possano i costruttori edili lamentarsi degli affari in provincia, quando solo il capoluogo conta circa 70 mila abitanti ma ha un numero di unità abitative sufficiente per sostenerne 200 mila. Dopo aver investito e mangiato cemento hanno il coraggio di lamentarsi?

La saggezza dell’orso fragola

Sento un brusio confuso in mezzo a cui riesco a distinguere qualche frase, tipo «questo governo mi ha deluso», «da Monti non me l’aspettavo», «e io che ci speravo», insomma frasi che lasciano intendere che in tanti la fiducia nel nuovo governo è stata tradita con l’attuazione di politiche di mortificazione del lavoro e di scelte impopolari, e nel frattempo qualcuno dedica a Monti uno dei pugnàlati della giornata, che si è soliti dedicare a qualcuno non proprio simpatico.
Ma secondo questi che si lamentano e che cascano dalle nuvole, cosa c’era da aspettarsi da un governo tecnico (che significa destrorso liberista) chiamato a salvare l’Italia dall’attacco dei mercati per soddisfare le loro richieste sacrificali, se non ciò che, evidentemente, piace ai mercati, cioè privatizzazioni, flessibilità del lavoro, precarietà? E che altro aspettarsi da un governo controllato per metà dal Vaticano, se non che risparmi alla Chiesa il pagamento dell’ICI e continui a garantirle tutte le agevolazioni fiscali di cui ha sempre goduto dal 1929 in poi?
Invece no, «Monti è bravo», «Monti lasciamolo fare», «Monti vedremo», «Monti è sobrio e austero mica come quelli che c’erano prima». Ma sì, accettiamo un altro padrone: se ieri governavano i burattini delle banche e del mercato, oggi governano le banche e i mercati stessi. Non era più semplice sbarazzarsi dei padroni? Almeno non avremmo avuto tutte queste illusioni inattese e aspettative deluse. Ricordatevi cosa diceva Lots’o, l’orso rosso al profumo di fragola, che «Niente padroni significa niente cuori infranti».

La violenza degli argini

Volevo raccontare il 15 ottobre che ho vissuto senza parlare degli scontri, senza condividere o condannare la violenza, senza appoggiare o rifiutare teorie su infiltrati e sui cosiddetti black bloc, senza dover difendere o stigmatizzare il comportamento della polizia italiana o dei manifestanti, senza tirare nessuno per la giacchetta.

Non so se infine sono riuscito nel mio intento di descrivere con oggettività la giornata (scopo che sempre mi riservo, in tutte le situazioni e nella maggior misura in cui è possibile farlo), ma di certo non sono riuscito mio malgrado ad evitare di parlare di tutte le questioni accennate sopra: avrei preferito non farlo, perché parlare della giornata di ieri come una giornata di violenza o di non violenza significa fare il gioco dei potenti e adottare il linguaggio e la retorica dei loro organi di informazione. Ma leggendo tanti commenti sulla rete e diversi articoli di giornali di aree diverse mi sono reso conto che è necessario mettere in chiaro qualche punto: ecco quindi cosa ho scritto. Sono pensieri sparsi.

Questione violenza-nonviolenza. Il voler a tutti i costi dividere nettamente il corteo di ieri in due cortei, uno violento e uno pacifico, non solo non aiuta a capire le dinamiche di ieri ma rispecchia poco la realtà dei fatti, come qualsiasi altro tentativo di categorizzare le anime molteplici di un movimento, attribuendo loro nomi e nomignoli stupidi e contrapponendoli (es. indignados, black bloc > indignados VS black bloc). È troppo semplicistico ragionare in codice binario, funziona solo per il benpensante che guarda passivo le immagini dello schermo televisivo passargli sotto gli occhi.

Che è necessario abbandonare questo frame è stato già detto mille volte ma non fa male ripeterlo. Bisogna prendere atto che in piazza San Giovanni c’erano tante persone diverse, non tutte col casco e armate di spranghe, mazze e molotov, che comunque erano disposte allo scontro: uno scontro non per forza premeditato, uno scontro che può essere stato causato dagli idranti sugli stand che attendevano l’arrivo del grosso del corteo o dai lacrimogeni lanciati in mezzo alla folla su un corteo autorizzato. Non sto parlando degli incappucciati, sto parlando dei tanti altri che sono rimasti coinvolti negli scontri: tra loro immagino ci siano tanti che sono equilibrati in situazioni normali ma che possono, come tutti, perdere il controllo in condizioni anormali e nel mezzo della folla.

Personalmente trovo strumentali e del tutto fuorvianti i richiami alla Genova del 2001 in riferimento alla presenza di possibili infiltrati, perchè gli infiltrati ci sono in tutte le manifestazioni, anche le più pacifiche, e poi allora si trattava di un movimento e di circostanze completamente diverse: chi, come La Repubblica, scrive «violenze come a Genova» ha dimenticato quanto diverse fossero allora le strategie messe in campo dal black bloc (sì, al singolare) rispetto allo scontro fisico che c’è stato ieri e devia l’attenzione, attraverso analogie e  meccanismi di associazione tra concetti, dal fatto (scontri) alla sua interpretazione (black bloc).

Il discorso sui possibili infiltrati lo lascio ai complottisti e ai politicanti, perché neanche questo aiuta a comprendere l’accaduto: quelle persone in piazza San Giovanni si sono difese dai lacrimogeni e dai manganelli, e lo avrebbero fatto comunque, con o senza infiltrati. Perciò secondo me la verifica di eventuali infiltrazioni è solo una questione “giuridica”, ma dal punto di vista dell’analisi politica dell’accaduto è irrilevante.

Mancanza di sintesi. Come scriveva qualcuno, il germe della violenza è insito nella natura stessa di protesta e se a volte rimane potenziale ed altre si fa atto ciò è dovuto alle circostanze; questa volta, per settimane o mesi, fin dall’inizio si è affermata l’intenzione di andare oltre il corteo rituale e la sfilata per il centro di Roma. Su questo si era tutti d’accordo. Però, come conseguenza del campanilismo dei movimenti italiani (che, da quello che mi pare di capire, si è puntualmente manifestato nelle varie assemblee di organizzazione della mobilitazione del 15 ottobre), non ci si era accordati sulle strategie da adottare per superare la tradizionale estetica del conflitto: chi voleva assediare i palazzi governativi, chi occupare il Colosseo e altri monumenti, chi restare nelle strade e nelle piazze a oltranza e, sì, anche chi auspicava una insurrezione popolare. C’è stata una così profonda mancanza di sintesi che, per le differenti strategie, non si è stati capaci neanche di accordarsi sul percorso del corteo, per dirne una, o di organizzare un servizio d’ordine unitario, per dirne un’altra. In particolare, ritengo che quest’ultimo fatto sia stata una delle cause principali dei problemi che la massa ha dovuto fronteggiare. Questa frammentazione era percepibile, bastava farsi un giretto tra i diversi spezzoni del corteo.

Comportamento della polizia. Tutti, come sempre, hanno fatto a gara a condannare per primi la violenza. Io non esiterei a condannare l’ipocrisia di chi condanna unilateralmente la violenza degli incappucciati o dei manifestanti e allo stesso tempo si dice soddisfatto dell’operato della polizia, che di violenza ne ha usata. Perché la violenza della polizia deve essere giustificata? Qualcuno risponderà che lo scopo della polizia era evitare i disordini. Ma allora il fine giustifica i mezzi? Se è così, la violenza dei manifestanti era altrettanto legittima. Anche perché, quando vedo scene come questa, posso non condividere ma di certo capisco la reazione della piazza.

Aggiungo un fatto curioso (ma non troppo) sul comportamento delle forze dell’ordine. Il percorso concordato partiva da piazza Repubblica, con destinazione piazza San Giovanni: quest’ultima era la piazza in cui si sarebbero dovute svolgere assemblee parallele e l’eventuale acampada con l’organizzazione di vari stand (poi buttati giù dagli idranti della polizia), che si trovavano là già prima che arrivasse la testa del corteo. Piazza San Giovanni era quindi legalmente riservata ai manifestanti che, secondo me, avrebbero dovuto mantenere il pieno diritto legale di entrarci; dopo l’inizio degli scontri, la polizia ha privato i manifestanti di questo diritto da essa stessa concesso, anzi ha trattato da criminali tutti coloro volessero accedere alla piazza da via Merulana, e giù lacrimogeni e manganelli, quando l’unica colpa che avevano era di seguire il percorso concordato di un corteo autorizzato dalla questura di Roma. Quindi contraddittoria non solo nella sostanza, ma anche nella forma.

Opinione personale. Personalmente la violenza degli incappucciati non la condivido, ma non condanno la violenza dei manifestanti che si sono difesi da cariche e da lacrimogeni che li cacciavano da una piazza che doveva essere loro.

La violenza degli incappucciati, io non la condivido non per motivi etici, ma per una questione politica e strategica: semplicemente hanno fatto male al movimento. Poteva essere un’esperienza politica lunga mesi, con piazze occupate e tutto quello che ciò comporta e che in Spagna sono stati capaci di mettere in pratica, invece si è risolto tutto in poche ore fumo nero. Tutti i possibili contenuti del movimento saranno oscurati dalla condanna delle frange estremiste, dalle accuse di infiltrazioni, dalla necessità di dissociarsi dall’uso della violenza e di dimostrare che i “veri indignati” sono quelli pacifici, dalla denuncia di incapacità di gestione dell’ordine pubblico e da tutti quei discorsi che implicano l’accettazione del frame violenza-nonviolenza e, ove possibile, del frame casta-anticasta che tanto piace a La Repubblica. Nessuno parlerà di speculazione finanziaria, di predominio della finanza sulla politica, di banche armate, di sovranità monetaria, di privatizzazioni, di annullamento del debito pubblico, di tagli alla formazione e alla sanità, di beni comuni e di lavoro.

In pratica, ora che si è manifestata la violenza del fiume in piena nessuno noterà quella degli argini che lo costringono.

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