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Sarà che sono un pippaiolo

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Scrive Eveblissett (sul suo blog) che «di solito in circostanze drammatiche il non sapere che dire è una reazione quasi normale, umana. Nella socialvetrina, invece, il non sapere che dire è vietato, diventa un fallimento, una sconfitta per l’ego. E quindi, si dice e l’importante è che qualcosa si dica, anche se è una stronzata».

Tutto questo mi ricorda qualcosa. Premesso che io non sono un frequentatore di Twitter di lunga durata, perché è da appena un anno che ho aperto un profilo presso il più diffuso servizio di microblogging, e dunque non ho avuto l’occasione di conoscerlo quando era ancora un ambiente virtuale “di nicchia” con certe prerogative che lo rendevano appetibile come strumento di comunicazione e di informazione da parte dei movimenti, riconosco che qualcosa nell’ultimo anno è cambiato: già poco tempo dopo la mia iscrizione si erano verificati degli eventi che, a chi li sapesse leggere opportunamente, lasciavano presagire cambiamenti significativi.

Il primo evento precisamente collocabile (nonostante alcuni indizi fossero rilevabili anche da prima) risale al 14 novembre 2011: a partire da quella data, Fiorello dagli schermi televisivi lancia davanti a milioni di telespettatori (uno share bulgaro, intorno al 40%) la sua trasmissione dal titolo proposto sotto forma di hashtag #ilpiùgrandespettacolodopoilweekend. L’effetto immediato è analogo a quello sperimentato negli Stati Uniti in precedenza: molti personaggi famosi aprono un profilo su Twitter, seguiti inevitabilmente ciascuno dai propri fan.

Le ricerche su Google della parola Twitter hanno un picco in corrispondenza dello show di Fiorello

Come riporta questa analisi sulla crescita di Twitter nella cybersfera italiana, ciò ha comportato non solo un incremento nel numero utenti, ma anche nel numero di tweet giornalieri (pare che l’Italia sia il paese in cui, in relazione al numero di utenti, ne vengono scambiati di più al secondo), nel tipo di trending topic (che ora riflettono gli interessi di un pubblico più vasto) e, secondo me, anche nel linguaggio e nel’utilizzo del social network. Infatti, un tale aumento numero di tweet non è un semplice incremento di attività, ma un sintomo di cambiamento nell’uso dello strumento: personalmente, ho idea che l’effetto Fiorello abbia condotto molti utenti di Facebook a iscriversi a Twitter mantenendo le abitudini che avevano e continuando a esprimersi come nell’altro social network, ignari del fatto che, per una lunga serie di motivi, le due cose sono concettualmente diverse.

E così, dopo sole due settimane dalla propagazione virale dell’amore viscerale per Twitter, Wu Ming si ritirava dal campo con le mani ai capelli, non senza prima aver fatto una buona analisi e autocritica sul fenomeno, in seguito a violente reazioni di indignazione da parte di questo nuovo “popolo di Twitter” in risposta al loro rifiuto di partecipare alla Colletta alimentare organizzata da Comunione e Liberazione.

Poi è stata la volta del movimento NoTav. Il “popolo di Twitter” ha trasformato l’appellativo di «pecorella» rivolto a un carabiniere da parte di un manifestante come pretesto per screditare il movimento e additarlo come violento. Grazie a questo tipo di ragionamenti fatti au trou du cul (per dirlo con un francesismo) il potere abbassa l’asticella che segna il limite di tollerabilità di azioni e pensieri, ed è l’unico a guadagnarci veramente.

Poi è venuto il 25 aprile, ed è nato l’hashtag #liberocommercio in supporto alla decisione del governo di permettere l’apertura dei negozi anche in occasione del giorno della Liberazione. Ho intrattenuto personalmente uno scambio di battute con alcuni dei sostenitori, chiedendo loro in che modo un lavoratore dipendente da qualche datore che avesse deciso di tenere aperto potesse partecipare alle celebrazioni della giornata senza prendersi delle ferie. Mi è stato risposto che solo i fascisti obbligavano i negozi a restar chiusi e che «il dipendente ha scelto di essere dipendente. Proprio per questo dipende dalle decisioni di qualcun altro. Fine». Ora, mi pare evidente che simili stronzate sono dicibili solo in un ambiente in cui si scrivono luoghi comuni e frasi fatte a palate.

Il manifstante mentre si rivolge al carabiniere

Per non parlare di #bloccare2giugno, un hashtag che non ho seguito ma che a quanto pare è stato inquinato abbastanza da suscitare il fastidio e il disgusto di diversi utenti di lunga data, tra cui Scalva, che ha deciso di abbandonare per un po’ di tempo il social network per evitare il ripetersi di spiacevoli fraintendimenti. La sua dipartita è stata salutata da un hashtag di grande successo, #occupyscalva, che è stato in classifica sotto gli occhi increduli di giornalisti e utenti che in gran parte non hanno capito un cazzo di quello che fosse successo.

Ma insomma, con tutto questo pippone che cosa voglio dire? Che la mia previsione dicembrina si è realizzata pienamente. Tornando a Eveblissett, che lamentava il fatto che « Twitter non è più aggregatore di info ma “scazzatoio”», in riferimento sia alle polemiche sulla parata del 2 giugno sia, immagino, sullo spirito di “classe del liceo” di cui aveva già parlato in precedenza, non posso che riportarla:

«I giornali potranno fare proclami su qual è l’ultima battuta del popolo di Twitter o su qual è stato il motivo della lite online tra Fiorello e la Guzzanti, chi è più stronzo tra i personaggi dell’ultima serie televisiva secondo il popolo della Rete, quanto il web è incazzato e indignato per la violazione delle decisioni referendarie di giugno, se preferisce Vendola o Di Pietro, se Lady Gaga o Madonna. Tutto grazie alla nuova ondata di utenti freschi che ridarà aria ai polmoni del web italiano, che stava per diventare un frame troppo trito e ritrito per essere credibile, troppo poco di moda per fare notizia. Tutto grazie al popolino del web».

Mi scuso per i contenuti che forse risulteranno quasi incomprensibili a chi non usa Twitter (sarà che sono un pippaiolo). Ma di questo passo rischia di diventare incomprensibile anche a me che lo uso. O meglio, tristemente comprensibile, proprio come avevo previsto.

I vegetariani e il sesso, i ricchi e il sesso

Uno dei social network di incontri più frequentato è un sito che si chiama OkCupid.
Conta diversi milioni di utenti e un’analisi dei loro dati può avere un certo valore statistico: questo è esattamente ciò che recentemente hanno provato a fare i gestori del sito, sottoponendo a decine di migliaia di utenti, di cui conoscevano i dati anagrafici e alcune altre informazione personali, una serie di domande su diversi temi, oltre che su quello strettamente sessuale, e poi incrociando le risposte. Per esempio, agli utenti veniva chiesto se usassero twitter e quanto; veniva anche chiesto se e quanto di frequente fossero soliti masturbarsi; infine si incrociavano le risposte per ottenere che, in questo campione statistico, mediamente chi manda almeno un tweet al giorno si masturba con una frequenza giornaliera significativamente maggiore che un utente qualunque.

Qualcuno potrebbe dire: ma questo non prova nessun rapporto di causa ed effetto!

E avrebbe ragione, perché una correlazione fatta senza troppo criterio rischia di non essere affidabile e di portare a conclusioni alquanto bizzare, come dimostra l’esistenza di questo sito, che, come spiega il fondatore Shaun Gallagher, «aiuta a scoprire sorprendenti correlazioni tra cose apparentemente non correlate: rispondendo ogni giorno a una domanda nuova, ci aiuterete a stabilire nuove correlazioni; al termine di ogni giornata i risultati del sondaggio vengono confrontati con quelli delle rilevazioni precedenti e i due legami più forti stabiliscono la correlazione definitiva». Ecco un esempio:

In generale, il 33 per cento delle persone preferiscono le emoticons con il naso. Ma tra quelli che preferiscono il gelato in cono anziché in coppetta, il 44 per cento preferisce emoticons con il naso

Però questo non mi intimorisce, perché mi sembra che la statistica fatta dai cervelli di OkCupid, i cui risultati sono stati pubblicati su una pagina del blog intitolata OkTrends, siano più significativi in quanto le domande poste e le correlazioni tra le risposte date non sono totalmente casuali ma sono mirate, ricercano la conferma di un’ipotesi, che a volte emerge e altre volte no. Sebbene alcune conclusioni siano a mio avviso piuttosto forzate, vale la pena spenderci su qualche parola.

Mi limiterò a commentare il chart #3 e i chart #9 e #10, esponendo le possibili spiegazioni immaginate da me e da un mio carissimo amico. Questo ovviamente non toglie che tra i commenti ciascuno è invitato a fornire una possibile interpretazione!

Il cartello 3 mette in relazione la scelta del vegetarianesimo con il piacere di dare sesso orale. Dalla statistica emerge che tra i vegetariani la percentuale di persone a cui piace dare sesso orale è sistematicamente più alta, sia tra gli uomini che tra le donne.

Un’interpretazione che si potrebbe dare di questo risultato è che i vegetariani fanno spesso la propria scelta alimentare in sintonia con una più generica attenzione per il proprio benessere psichico e fisico, che si riflette anche sulle abitudini sessuali: ovviamente gli organi sessuali non sono l’unica zona erogena del corpo umano e il coinvolgimento di altre parti del corpo in pratiche sessuali può essere considerata una maniera per raggiungere il piacere e aumentare tale benessere.

E se questa analisi non vi convince, potete comunque approfittarne per sbizzarrirvi nella creazione di alternative vegetariane al gergo sessuale usuale: non più “salsiccie” e “hot dog” ma “banane” e “meloni”, come si propone nell’articolo di OkCupid.

Interessanti i cartelli 9 e 10, che correlano, più verosimilmente del precedente, il 9 la retta universitaria (il campione è studentesco) al numero ideale di rapporti settimanali che si vorrebbe avere, il 10 il PIL pro capite alla percentuale di persone «looking for casual sex», cioè in cerca di rapporti occasionali.

Sistematicamente, gli studenti delle scuole più costose sono più desiderosi di sesso rispetto a quelli iscritti a scuole meno costose. Analogamente, più elevato è il PIL pro capite di un paese, maggiore è la percentuale di persone in cerca di sesso occasionale: in cima alla lista troviamo Svizzera (17.3%), Italia (16.3%), Giappone (16.3%), Austria (15.6%), mentre in fondo stanno Ghana (3.1%), Vietnam (4.2%), Nigeria (4.1%).

Riporto qui il commento di un mio amico:

«Darei la colpa all’intersezione di due fattori:
1) Le università più costose tendono ad essere le migliori. Qual è la popolazione delle università migliori? Si tratta di studenti -in linea di massima- ricchi e -in linea di massima- ambiziosi, se non addirittura arrivisti. Non i nerds che uno magari si aspetta, ma persone abituate al “successo”.
La persona arrivista è una persona che è eccitata e compiaciuta dal Traguardo, e il Traguardo è solo un sembiante come un altro del potere. Il sesso può essere un altro. Quindi non è sesso come gioco né come piacere, ma come status symbol e metafora.
2) Le università più costose sono frequentate dagli studenti più ricchi. Gli studenti ricchi provengono dalle classi sociali più alte; e dunque sono stati educati nel culto del potere, nell’edonismo “perché-io-posso”, nel narcisismo e nell’ossessione dello Status (vedi punto 1)».

Il popolino del web [3]

Con questo post chiudo la mia trilogia dedicata all’analisi di Facebook, in cui ho trattato prima dei meccanismi che garantiscono al social network l’enorme successo, poi delle strategie di controllo messe in atto dal gigante blu a scopo di lucro e non solo. Ora, invece, vi parlo delle differenze tra Facebook e Twitter, che ho scelto come termine di paragone per il semplice fatto che lo conosco (lo utilizzo da qualche mese) e soprattutto è molto diffuso, quindi consente di apprezzare le differenze tra i due social network al netto di eventuali diversità dovute all’estensione della rete di utenti.

Tra Facebook e Twitter esistono differenze facilmente individuabili, nella struttura e, di conseguenza, nell’utilizzo. Per esempio, Twitter non è totalizzante ma anzi è completamente proiettato verso l’esterno: può avere contenuti, se si riesce a rendere pregnanti i 140 caratteri per volta che sono messi a disposizione dell’utente a formare un tweet, altrimenti nella stragrande maggioranza dei casi non ha contenuti interni ma rimando a contenuti esterni. Diciamo allora che i tweet con contenuti sono in realtà veramente pochi e secondo me è qui che risiede la vera forza di questo tipo di social network: ha una potenzialità di liberazione che è più marcata rispetto a Facebook, nel senso che in quest’ultimo la struttura prende il sopravvento (ricordiamoci che è omologante e persuasivo) ed è impossibile da scardinare, mentre in Twitter permette molto più utilizzi di liberazione che di alienazione. Si badi che per “molto più” si intende che, volendolo, è più facile usare Twitter come strumento di liberazione di quanto non lo sia Facebook, ma questo non dice nulla sui numeri: non si finisca col credere che quel “molto più” implichi che la maggioranza degli utenti cinguettanti non utilizzino i propri tweet per pratiche tutte di alienazione o assolutamente prive di contenuti (o meglio, di rimandi a contenuti), semplicemente Twitter ha delle potenzialità anti-alienanti che Facebook non ha.

In effetti, si dovrebbe dire che Facebook non manifesta le sue potenzialità anti-alienanti, perché il resto della sua struttura le soffoca, le opprime, le rende inattive e inutilizzabili: anche su Facebook infatti puoi rimandare a contenuti esterni o diffondere una notizia, ma per la sua forza totalizzante sarà raro ottenere risposte diverse da un “mi piace” o una sua traduzione in commento del tipo “grandi!” oppure “che schifo!”. Semplicemente su Twitter questo meccanismo non esiste (per ora), perché non esiste il tacito obbligo de facto di rispondere ad uno stimolo in maniera diretta e visibile.

Altra differenza: Facebook è un luogo chiuso, Twitter è una rete aperta: ciò comporta una pulsione maniacale di aggiungere amici facebook se si vuole accrescere la propria socialità virtuale oltre che il proprio prestigio (non dimentichiamoci che Facebook è nato come sito di college e università americane, in cui più amici hai e più sei un figo e se hai pochi amici vieni visto come uno sfigato).

Queste considerazioni sono state oggetto di tantissime discussioni che hanno portato qualche mese fa alla nascita di una vera e propria inchiesta collettiva (storificata qui) che è sfociata in articoli davvero illuminanti che hanno avuto risonanza nazionale.

Tuttavia, in un paese in cui i media e i comici parlano spesso di “popolo della Rete”, magari per veicolare messaggi comodi al padroncino di turno oppure proprio perché sono ingenui feticisti di internet, la conquista di Twitter è un obiettivo ambito.

Da quando, ultimamente, Fiorello ha fatto continui riferimenti al social network dalla diretta tv, il popolino si è iscritto in massa e starnazzante sembra aver invaso l’indigena aggregazione di cinguettii, soffocandola, diluendone i contenuti reali e avviandosi a sostituirla. Se ne sono accorti in molti: secondo alcuni si tratta di un effetto della caduta del governo Berlusconi, che ha obbligato gli italiani a trovare nuove valvole di sfogo, diverse dal puro sterile anti-berlusconismo fine a se stesso; altri vedono molte corrispondenze con quanto è accaduto negli Stati Uniti qualche anno fa; c’è chi prova a fare autocritica sull’uso di Twitter fatto finora e propone soluzioni per non cadere nella trappola di facebookizzazione e banalizzazione del social network.

Questa invasione esterna è stata contestualmente accompagnata anche da modifiche interne della struttura di Twitter (per puro caso, penso, visto che erano già state annunciate ad agosto): circa due settimane fa è stata introdotta la funzione “attività” che consente di vedere le ultime azioni twitter compiute dai tuoi follow, in maniera simile alla homepage di Facebook. Ho sentito utenti twitter lamentarsi del fatto che ultimamente i “flussi di informazione” si sono inceppati, non si trovano più tweet vecchi, certi hashtag scompaiono col tempo o sono incompleti. Insomma, si rischia di raggiungere l’atemporalità di cui parlavo l’anno scorso.

I giornali potranno fare proclami su qual è l’ultima battuta del popolo di Twitter o su qual è stato il motivo della lite online tra Fiorello e la Guzzanti, chi è più stronzo tra i personaggi dell’ultima serie televisiva secondo il popolo della Rete, quanto il web è incazzato e indignato per la violazione delle decisioni referendarie di giugno, se preferisce Vendola o Di Pietro, se Lady Gaga o Madonna.

Tutto grazie alla nuova ondata di utenti freschi che ridarà aria ai polmoni del web italiano, che stava per diventare un frame troppo trito e ritrito per essere credibile, troppo poco di moda per fare notizia. Tutto grazie al popolino del web.

Il popolino del web [2]

Nel post precedente ho parlato dell’aspetto straniante di Facebook e dei meccanismi, interni o esterni ad esso, che lo rendono un così fortunato social network: la forza totalizzante, la dipendenza dalle notifiche, lo stigma sociale per chi non c’è dentro. Queste sono le principali caratteristiche per cui è facile entrarci ed è difficile uscirne, come in un giro di droga. Nella seconda parte della mia analisi tratto invece di un altro aspetto di Facebook, cioè i processi di controllo che esso mette in atto.

Che Facebook sia un ottimo strumento di controllo non stupisce: una rete in cui centinaia di milioni di persone mettono a disposizione dei suoi server dati personali è oggettivamente una fonte inesauribile di informazioni. Basti pensare all’esistenza di software in grado di compiere il riconoscimento facciale di una qualsiasi fotografia confrontandola con un numero consistente di altre fotografie: in pratica se si avesse una collezione di foto di tutti, si potrebbe riconoscere chiunque solo utilizzando questi programmi. Bene, questa collezione è Facebook, da cui si possono conoscere molti dati che gli utenti non scrivono direttamente sul sito: in questo esempio, con un confronto incrociato, dei ricercatori hanno scoperto quali utenti erano iscritti anche a un sito di appuntamenti senza che questi lo avessero mai dichiarato su Facebook. Le possibilità di utilizzo possono naturalmente essere tante altre.

Quando ci si iscrive a Facebook si accettano delle condizioni sulla privacy che recitano: «Facebook può inoltre condividere le informazioni se ha ragione di ritenere che sia necessario per: individuare, prevenire e segnalare frodi e altre azioni illegali». Ma Facebook non è un magistrato, non può arrogarsi il diritto di ritenere che delle illegalità siano in via di attuazione. E anche se fosse un magistrato, si sa bene quanto poco ci si dovrebbe fidare di “azioni preventive”, come la “guerra preventiva” imperialista in Iraq o come i “fermi preventivi” fascisti della polizia italiana prima di grandi manifestazioni.

La condivisione di notizie con le forze di sicurezza di molti paesi, anche senza prove di reato ma solo sospetti, è stato ultimamente uno scopo parecchio ambito, e a volte ottenuto, non solo dai regimi dittatoriali intimoriti dall’ondata rivoluzionaria del Nord Africa, ma anche dai governi occidentali come quello inglese di Cameron, durante le rivolte urbane dello scorso agosto.

Ora, come ogni altro strumento, Facebook può essere utilizzato con diverse finalità: in effetti non è con i social network che si apre una nuova era di spionaggio politico mondiale finalizzato al controllo delle masse. Prima c’erano altri strumenti come il controllo delle linee telefoniche, i pedinamenti, insomma lo spionaggio vero e proprio, in carne ed ossa. Quindi, come detto prima, non è questo l’aspetto di Facebook che deve stupire.

Invece, il dato importante è che Facebook sia riuscito a monetizzare i rapporti interpersonali con un’efficienza che fa impallidire qualsiasi sistema di sfruttamento capitalistico: il controllo esercitato da Facebook, prima che per la “sicurezza”, che per un’azienda di questo tipo è un pretesto per continuare ad esistere facendosi bella con i governi e le polizie, passa per processi finalizzati al guadagno.

Nella prima parte di queste considerazioni, è stato detto che è un sollievo scoprire di non essere dipendente da Facebook; tuttavia, le cose cambiano se contestualmente si scopre di essere dipendente di Facebook. Ogni utente, attraverso i link condivisi, le parole utilizzate, gli amici e le pagine frequentate, mette automaticamente a disposizione dell’azienda delle informazioni aggiuntive che rendono possibile l’individuazione di un target nel sistema di pubblicità personalizzato; in altre parole, a seconda di ciò che scrivi su Facebook, dei “mi piace” che metti e dei link che condividi, oltre che naturalmente ai tuoi dati del profilo, ti vengono proposte pubblicità di prodotti diversi, vicini il più possibile alle tue preferenze: «più sei popolare, più visite ricevi, più “amici” hai, più sei “accountabile” e allettante per la pubblicità» (parole di lucapadovano qui). Questa strategia pubblicitaria non è nuova, ma con Facebook raggiunge livelli di personalizzazione di una minuziosità mai sfiorata prima: la società consumistica di massa diventa società consumistica dell’individuo.

Ecco perché tutti gli utenti sono dipendenti di Facebook: inconsapevolmente, centinaia di milioni di utenti lavorano gratis per l’azienda, lo fanno volontariamente e per diverse ore al giorno, ed è un lavoro che, come si faceva notare su Giap, è tutto pluslavoro. Ultimamente, comunque, si è parlato anche di un sistema di retribuzione per chi guarda gli spot pubblicitari su Facebook (10 cent ciascuno): un meccanismo perverso, non c’è che dire, se si considera poi che la valuta di pagamento non è in dollari ma in crediti facebook. Si sta assistendo alla creazione di un giro economico mostruoso tutto virtuale, che riporta alla mente i guadagni già immensi di Second Life.

Le strategie pubblicitarie si spingono oltre e dimostrano, ancora una volta, che lo scopo di lucro rimane certamente preponderante nella logica della gestione del social network, anche rispetto alla riservatezza degli utenti: infatti, poco tempo fa è saltato fuori che, a insaputa degli internauti, Facebook segue gli spostamenti sul web anche quando non lo stai usando (e anche se non hai un account, basta essere stati almeno una volta sulla pagina iniziale), in modo da affinare la conoscenza sui tuoi gusti. L’unico modo per sfuggire a questo controllo e violazione di riservatezza, se non si è esperti abbastanza da fare modifiche ai cookies, è utilizzare per Facebook un browser differente da quello utilizzato per tutte le altre operazioni online. Da poco si parla anche di condivisione automatica di contenuti, detta frictionless sharing (“condivisione senza attrito”): ogni visita a un sito potrebbe essere pubblicamente tracciata in automatico, rendendo questo meccanismo palese.

In pratica è come una banca: quando usi crediti, le transazioni avvengono sempre tra te e Facebook, anziché tra te e i terzi da cui stai comprando un prodotto online. Come nel sistema bancario, tutto funziona perché Facebook, che è l’intermediario, è un’entità conosciuta, fidata, su cui si può contare, e questa fiducia deriva esclusivamente da una convenzione e un’abitudine che dà sicurezza all’utente. È su questa fiducia che Facebook costruisce il proprio guadagno, prendendosi una bella percentuale delle vendite dei prodotti di terzi venduti grazie alla sua pubblicità.

Insomma, siamo tutti indignati se siamo trattati come merce da politici e bachieri, ma nessuno ha da ridire se siamo merce nelle mani di Mark Zuckerberg.

[continua…]

Il popolino del web [1]

Un aspetto della mia personalità che alcuni lettori potrebbero aver già conosciuto è il periodico sottopormi ad esperimenti psicologici di mia invenzione, per avere un’idea di quale sia il mio livello di autocontrollo su determinate azioni che, spesso, diventano abitudini superflue e magari insensate e irrazionali. Per esempio, intorno al 18 novembre mi sono reso conto che, reduce da un periodo di intensa frequentazione quotidiana di Facebook e di continue visioni delle sue incessanti notifiche, non avrei effettuato l’accesso o ricevuto notifica via mail (peraltro sistema da me disattivato già da mesi) per il più lungo intervallo di tempo possibile. Attualmente, da circa due settimane non vedo il gigante blu: considerando che, sui circa 13.9 milioni di internauti italiani che ogni giorno entrano in rete, 13 milioni accedono a Facebook, direi che l’esperimento è riuscito, anche perché ho notato che più tempo passa dall’ultimo accesso, meno sento il bisogno di accedere e ciò significa che non sono dipendente da Facebook. Sono sollevato. Di più: se qualcuno è convinto che Facebook sia ormai indispensabile per informarsi, conoscere gente o semplicemente svagarsi, gli dirò che non mi sento meno informato né più annoiato né i miei rapporti interpersonali risentono della mia astinenza.
Ma ora dovrei spiegarvi come mi è saltato in testa tutto ciò: nei prossimi post cercherò di farlo.

Da una ricerca internazionale sui comportamenti “tech” dei giovani, condotta nel 2010, risulta che la possibilità di accedere a internet mentre si lavora è tra i principali criteri di scelta del lavoro, anzi esiste una percentuale cospicua degli intervistati che considera tale possibilità determinante e preponderante rispetto al salario.

Secondo uno studioso, l’attaccamento ossessivo (e tecnicamente feticista) di alcune persone all’iPod è un fenomeno che può essere, piuttosto che assimilato ad una dipendenza, meglio descritto come amore. Ora si spiega quella ressa che c’era la mattina del 27 ottobre a Roma: cosa non si fa per amore? L’amore, però, è qui solo una condizione psicologica personale del consumatore che compra una merce; la condizione sociologica oggettiva è invece un capovolgimento del rapporto di possesso tra l’uomo e la merce. Ossia, non è l’uomo a possedere la merce bensì la merce a possedere l’uomo, chiedendogli in tributo denaro e parte del suo tempo: si tratta di assoggettamento dell’uomo alla merce.

Un simile assoggettamento è in effetti presente anche in Facebook, per meccanismi intrinseci o estrinseci. Infatti, questa deve essere la spiegazione di quella percentuale altissima di utenti del web che accedono al proprio profilo facebook tutti i giorni, per diverse ore. E anche della percentuale bulgara (93% un anno fa) di italiani meno che trentenni con un account. Non è possibile pensare che non ci sia un qualche meccanismo omologante alla base di una diffusione così capillare di uno strumento, dopotutto non indispensabile, di cui qualche anno fa tutti si faceva a meno.

Ma i meccanismi intrinseci sono, forse, i più pericolosi, perché sono impliciti e sembrano innocui: se l’omologazione è dovuta a condizionamenti sociali da parte di altri individui, questi meccanismi colpiscono singolarmente l’individuo e sono quelle caratteristiche connaturate alla struttura grafica e funzionale del social network che lo rendono un magnete irresistibile, tale da spingere l’utente a tornare spesso sul sito, a controllare gli aggiornamenti, a dar conto alle notifiche. Inoltre Facebook è totalizzante: tende a inglobare tutto, fagocita servizi di posta, chat, condivisione di video e immagini, utilizzo di applicazioni, come discusso quasi un anno fa.

Insomma, Facebook è omologante sul piano sociale e persuasivo sul piano individuale: uno strumento omologante e persuasivo, come lo si definiva già alla fine del 2010 in un saggio di Maddalena Mapelli pubblicato su Aut Aut e ripreso da Carmilla online.

Certo, ciascuno è liberissimo di gestire come vuole il proprio tempo, i propri dati, il proprio account : può scegliere, per esempio, di non caricare una foto di sé o di usare la funzione di condivisione a suo piacimento o di rifiutare l’amicizia a qualcuno. Ma la forza totalizzante è tale che, addirittura, «se non lo facciamo, saranno i nostri stessi “amici” a sollecitarci, perché tutti su Facebook hanno una loro immagine!» (dal saggio di cui sopra). Ancora, detto con le parole di Wu Ming 1 che discuteva di questo interessante articolo, «non c’è scritto da nessuna parte che non si possa rifiutare un’amicizia, ma se in una comunità questo comporta uno stigma sociale, e se la logica di fondo del dispositivo tende a imporsi conformando approcci e comportamenti, e quindi rendendo più cogente la “pressione dei pari”, tu puoi anche dire che nessuno obbliga di diritto, ma è un obbligo di fatto».

[continua…]

Uscite!

Troppo stress da appuntamenti online? Basta provare a uscire di casa. Sembra persino troppo facile la soluzione proposta questa mattina da un lungo articolo del Wall Street Journal, eppure svela uno stile di vita che per gli americani è diventato consuetudine negli ultimi anni: utilizzare il web per trovare persone con cui uscire.

I siti di appuntamenti online come Match.com e eHarmony sono così diffusi negli Stati Uniti che ormai socializzare con qualcuno incontrato per caso nella vita reale sembra fantascienza. L’articolo firmato da Elizabeth Bernstein prova a guidare fuori casa chi si è perso nel labirinto di profili, email, status e richieste di amicizia, per fargli sperimentare un modo «terrificante, vecchia maniera» di trovare l’anima gemella.

Il procedimento di questi mondi virtuali è simile a molti social network: si crea un profilo, si caricano foto personali, si scrive qualcosa su di sé. E poi si inizia a passare in rassegna un database di centinaia se non migliaia di profili con interessi in comune. «A volte funziona», scrive la giornalista: «Probabilmente conoscete almeno una coppia che si è conosciuta sul web. Io ne conosco almeno sei. Ma la maggior parte delle persone non hanno mai incontrato l’anima gemella online». Nella vita frenetica delle metropoli, anche cercare qualcuno con cui uscire di sera diventa un lavoro estenuante: «Gli incontri online richiedono un sacco di tempo», dice Jeff Koleba, manager 31enne di Manhattan, «e danno molto poco in cambio». La frustrazione è amplificata dalla presenza di profili inattivi o fasulli e utenti che non rispondono alle email.

Eppure, se si riesce a combinare un incontro, sembra che una buona chiacchierata sia garantita: «Perché abbiamo già interessi in comune», assicura Koleba, «perciò di solito almeno la conversazione è accettabile, anche se poi magari l’appuntamento non porta da nessuna parte». Ma come si fa a uscire di casa? In tutti quei modi che a un europeo sembrano banali e che per un cittadino degli Stati Uniti sono una rivelazione: frequentando il negozio di oggetti per la casa, il supermarket, la chiesa, magari in orari precisi – e qui viene fuori il pragmatismo americano – in modo che «chi è interessato a voi sappia dove trovarvi quando avrà il coraggio di chiedervi di uscire».

Il servizio del Wall Street Journal indica anche alcune catene di negozi in cui sembra più facile trovare persone di bell’aspetto e in salute. La regola base, prima ancora di uscire di casa, è quella di spegnere o almeno lasciare in tasca telefonini, iPad e ogni altro dispositivo. «Tirate fuori la testa dagli smartphone», scrive l’autrice. «Nessuno riuscirà ad avvicinarvi se non riesce neanche a vedervi in faccia».

da L’Unità

L’atemporalità di Facebook

La tecnologia rende tutto più veloce. Anche i cambiamenti culturali, o perlomeno questo è ciò che appare, sebbene sanno bene tanto i biologi dell’evoluzione quanto i sociologi e gli storici quanto alcune proprietà siano dure a morire e quanto la velocità del cambiamento sia di difficile misurazione; in conseguenza della sua problematica misurazione, è difficile anche parlarne riferendosi a dati oggettivi. Tuttavia per ciò che ci interessa qui e ora basta la semplice impressione.

La tecnologia rende tutto più veloce e sembra quasi che la storia acceleri: i cambiamenti e le notizie si susseguono davanti ai nostri occhi (e sui nostri monitor) l’una dopo l’altra, portandoci a conoscenza di eventi, persone e cose sempre diverse, nel tempo e nello spazio; il flusso di informazioni è tale da sommergerci, da rendere sistematicamente un problema la scelta e la selezione di quelle che conviene o che non conviene sapere, che vanno o non vanno approfondite, che vale la pena visionare o meno.

Confusi, spiazzati e sovraccarichi per una tale portata del flusso di informazioni, finiamo spesso nella trappola diabolica che blocca il meccanismo di selezione ed estingue la sua funzione, determinando un livellamento delle informazioni, un appiattimento degli eventi e delle emozioni che questi suscitano in noi. Del resto questa predizione, che aveva già allora tutta l’aria di una previsione, era stata fatta da personaggi di spiccata sensibilità e intelligenza dell’inizio del secolo scorso: mi riferisco soprattutto a Ray Bradbury e Aldous Huxley, scrittori che nelle loro opere distopiche (rispettivamente Fahrenheit 451 e Il mondo nuovo) prospettavano il rischio della trasformazione della democrazia e della società di massa (ancora emergente) in un orrendo sistema che pone al centro dell’impalcatura valoriale la felicità individuale e collettiva, a scapito della possibilità di provare emozioni. Le emozioni sono dannose: turbano la felicità (una concezione negativa di felicità, nel senso ellenistico del termine, riferendosi allo stoicismo e all’epicureismo).

Dunque, tutto è più veloce. Un ragazzo tipo di diciannove anni ha delle abitudini completamente diverse da uno di sedici, ma tale diversità media non dipende semplicemente dalla differenza di età e dalle sue ovvie conseguenze per il tipo di impegni, bisogni e interessi: infatti, nei tre anni che li separano, sono successe molte cose che hanno avuto un impatto notevole sulla vita quotidiana e sulle abitudini più usuali che si possono immaginare. Per esempio quando l’attuale diciannovenne, tre anni fa, aveva sedici anni, non esisteva ancora la moda dei social network, Facebook in primis. Esisteva invece la moda dei blog su Live Spaces, il servizio degli utenti di Messenger, ed esistevano le mail, insieme con la chat, come principale strumento di comunicazione interpersonale nel mondo virtuale. Oggi, un ragazzo di sedici anni medio ha un account su Facebook, pubblica i suoi pensieri su Facebook, invia e riceve messaggi su Facebook, usufruisce del servizio di chat di Facebook, perché Facebook è un sito multifunzionale che proprio per questo motivo per alcuni sta diventando, preoccupantemente, sinonimo di internet; invece, benché non in tutti i casi, chi era inserito nel mondo virtuale già prima dell’avvento di Facebook, più facilmente ha mantenuto dei legami con il vecchio servizio di posta elettronica e con i vecchi programmi di chat, e di certo non perché i ventenni sono più conservatori e meno inclini all’innovazione tecnologica di quanto lo siano i sedicenni, e così in alcuni casi può capitare plausibilmente che si crei una sorta di distacco generazionale, anche se generazionale letteralmente non è, tra gruppi estesi di persone di età simili, che in altre condizioni le accomunerebbero.

Raggruppare tutti i servizi su Facebook è comodo, perché per tenersi aggiornati su impegni e contatti è sufficiente connettersi al proprio account: ognuno può vedere, appena connesso a internet e in un colpo solo, se ha ricevuto messaggi, foto, commenti, frasi, inviti.

Ma cosa vuol dire comodo? Perché diciamo che è comoda la centralizzazione delle nostre attività? Perché evitiamo di dover aprire diversi programmi, uno per ogni servizio di cui vogliamo servirci. E inoltre si impiega un intervallo di tempo sensibilmente minore ad aprire una pagine e controllare le notifiche, che riassumono il tuo status, piuttosto che a rischiare di dover aprire, diciamo, il programma di ricezione delle mail per poi scoprire che non ce ne sono nuove, oppure il programma di chat per scoprire che nessuno è in linea. Meglio fare tutto in una volta e concentrare le attività nel tempo.

In tutto questo discorso si è assunto come principio fondante quello secondo cui la riduzione del tempo impiegato a compiere un’attività è conveniente ed è preferibile alla diluizione della stessa attività in un lasso di tempo di maggiore durata. Questo è lo spirito del tempo.

La convinzione appena esposta è largamente condivisa (del resto se non lo fosse non si potrebbe definire come rappresentativa dello spirito del tempo) eppure è falsa (una delle cose più importanti che insegna la cultura scientifica è che non è affatto vero che la plausibilità di un fatto è maggiore se maggiore è il numero delle persone che sono convinte della sua verità).

È falsa perché prende le mosse, sottobanco, da un’altra convinzione, cioè che il prodotto di un’attività sia indipendente dal tempo che si è impegato a compierla. Comprendo benissimo chi, leggendo alcune delle considerazioni fatte, rinfacci l’autore di essere fin troppo impregnato di linguaggio scientifico e di non riuscire a farne a meno anche nell’esposizione di questioni lontane dall’argomento di discussione; ma l’autore può rispondere loro, senza indugi, che la storiella della dicotomica divisione tra ambito umanistico e ambito scientifico è acqua passata, almeno nella sua testa e a suo modesto parere.

Comunque, si ritiene ingenuamente che il tempo alteri la durata e l’accessibilità alle informazioni senza alterarne i contenuti. Come se il testo abbreviato di un sms potesse sostituire completamente una telefonata, o la visione di un film ispirato a un romanzo costituire un buon surrogato alla lettura del libro; come se il riassunto di una storia modificasse la sua durata, accorciandola, ma non la sua trama; come se dalla minore quantità non seguisse spontaneamente la minore qualità, come se la parte potesse completamente sostituire l’intero. Come se un nano fosse un gigante con le gambe tagliate.

Un pensiero interessante di Agostino d’Ippona era la teoria della distensio animi, secondo cui lo scorrere del tempo è una sensazione soggettiva indissolubilmente legata all’interiorità della persona: la persona (nella stessa accezione Agostino parla di anima) vive del proprio passato ed è tesa al raggiungimento del proprio futuro, il presente non è che un lampo, un attimo, un istante, che unisce e divide il passato e il futuro. La persona quindi non è che tempo e capacità di percepirlo nel suo perenne scorrere.

L’idea della persona in relazione al tempo torna utile per una interessante catena di osservazioni: la tecnologia, rendendo tutto più veloce, sta modificando il rapporto dell’uomo con il tempo, ma essendo una parte dell’essere uomo cosciente legata al tempo, la tecnologia sta modificando il rapporto dell’uomo con la sua stessa umanità.

Prima di passare all’analisi della seconda parte della catena di proposizioni, continuiamo a ragionare e a riflettere sul modo in cui il sistema del social network influenza il tempo e l’importanza che attribuiamo al tempo in relazione agli altri.

Come già detto, prima che Facebook fosse così di moda e capillarmente diffuso, c’era stata un’esplosione dei blog personali degli utenti del servizio di Messenger. Ognuno aveva la possibilità di costruire una pagina personalizzata nel layout, nei dati personali e nelle aggiunte a piacere di informazioni (classici erano gli amo e gli odio) e link consigliati, nei contenuti, nello stile e nella lunghezza degli interventi. Comunque, ciò che ora importa, era il sistema di archiviazione automatica degli interventi, che permetteva a tutti i lettori di rileggere a proprio piacimento i vari interventi pubblicati fin dall’apertura del blog, anche dopo mesi o anni dalla loro pubblicazione. Quindi ciascuno, pezzo dopo pezzo, scriveva sé stesso e gli era possibile a distanza di tempo riguardarsi com’era prima, nel passato.

Facebook ha un sistema ben più incentrato su un altro tempo, che è il presente, e questo rende l’espressione di sé molto più superficiale. Se l’espressione di sé con il blog personale era un racconto, la sequenza degli interventi nel tempo, con Facebook diventa qualche frase, straordinariamente meno espressiva rispetto a un intervento, di cui non è facile nemmeno ricostruire la successione nel tempo, perché le frasi, i commenti, i link inviati dall’utente o dai suoi amici dopo un certo periodo scompaiono dall’account e non c’è un’archiviazione sistematica.

Si tende a pubblicare frasi proprie o altrui che andranno dimenticate, sia da chi le scrive e legge che dal social network stesso, tanto velocemente quanto sono state concepite, in un attimo. È quell’attimo, è il presente, che sta progressivamente allontanando l’uomo dalla sua singolarità, dalla sua peculiarità, dalla sua individualità che fanno parte della sua umanità, avvicinandolo piuttosto alla piattezza delle esperienze, dei pensieri e delle emozioni.

Si potrebbe notare che esistono su Facebook anche le note, simili agli interventi dei blog, e le foto, che non vengono rimosse ma archiviate; ma ancora una volta, nonostante questi elementi compaiano in ordine di pubblicazione nella pagina, si ha più l’impressione di trovarsi davanti ad una collezione di parole e immagini più che all’espressione di sé di qualcuno. Tanti elementi di luoghi, persone, momenti diversi tutti raggruppati sulla stessa pagina, nella loro immediatezza.

Quello che conta è il presente, e ce lo dobbiamo godere: sembra che la tecnologia, con la sua velocità, voglia dirci questo. E allora, facciamo il logout, spegniamo il teleschermo e leggiamoci Bradbury, Huxley, Orwell, Asimov, Tolkien, Camilleri, Saramago… e godiamocelo davvero.

Help me with some vicious smileys

English ends here.
Si, raga, vedo che in tutti gli altro blog è possibile usare gli smileys o emoticons o come li volete chiamare, insomma le cosiddette faccine… ma perchè io non riesco a scriverle? Ditemeloooo come si faaaa a scriverle, perchè altrimenti i miei interventi sembreranno sempre privi di emozioni, per esempio ora vorrei metterci una faccina un po’ triste ma non so come si fa… lo chiedo soprattutto alle raga tipo je, vale, le due federiche, che nei loro blog ne hanno un casino di ste cose colorate

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