Il popolino del web [2]

Nel post precedente ho parlato dell’aspetto straniante di Facebook e dei meccanismi, interni o esterni ad esso, che lo rendono un così fortunato social network: la forza totalizzante, la dipendenza dalle notifiche, lo stigma sociale per chi non c’è dentro. Queste sono le principali caratteristiche per cui è facile entrarci ed è difficile uscirne, come in un giro di droga. Nella seconda parte della mia analisi tratto invece di un altro aspetto di Facebook, cioè i processi di controllo che esso mette in atto.

Che Facebook sia un ottimo strumento di controllo non stupisce: una rete in cui centinaia di milioni di persone mettono a disposizione dei suoi server dati personali è oggettivamente una fonte inesauribile di informazioni. Basti pensare all’esistenza di software in grado di compiere il riconoscimento facciale di una qualsiasi fotografia confrontandola con un numero consistente di altre fotografie: in pratica se si avesse una collezione di foto di tutti, si potrebbe riconoscere chiunque solo utilizzando questi programmi. Bene, questa collezione è Facebook, da cui si possono conoscere molti dati che gli utenti non scrivono direttamente sul sito: in questo esempio, con un confronto incrociato, dei ricercatori hanno scoperto quali utenti erano iscritti anche a un sito di appuntamenti senza che questi lo avessero mai dichiarato su Facebook. Le possibilità di utilizzo possono naturalmente essere tante altre.

Quando ci si iscrive a Facebook si accettano delle condizioni sulla privacy che recitano: «Facebook può inoltre condividere le informazioni se ha ragione di ritenere che sia necessario per: individuare, prevenire e segnalare frodi e altre azioni illegali». Ma Facebook non è un magistrato, non può arrogarsi il diritto di ritenere che delle illegalità siano in via di attuazione. E anche se fosse un magistrato, si sa bene quanto poco ci si dovrebbe fidare di “azioni preventive”, come la “guerra preventiva” imperialista in Iraq o come i “fermi preventivi” fascisti della polizia italiana prima di grandi manifestazioni.

La condivisione di notizie con le forze di sicurezza di molti paesi, anche senza prove di reato ma solo sospetti, è stato ultimamente uno scopo parecchio ambito, e a volte ottenuto, non solo dai regimi dittatoriali intimoriti dall’ondata rivoluzionaria del Nord Africa, ma anche dai governi occidentali come quello inglese di Cameron, durante le rivolte urbane dello scorso agosto.

Ora, come ogni altro strumento, Facebook può essere utilizzato con diverse finalità: in effetti non è con i social network che si apre una nuova era di spionaggio politico mondiale finalizzato al controllo delle masse. Prima c’erano altri strumenti come il controllo delle linee telefoniche, i pedinamenti, insomma lo spionaggio vero e proprio, in carne ed ossa. Quindi, come detto prima, non è questo l’aspetto di Facebook che deve stupire.

Invece, il dato importante è che Facebook sia riuscito a monetizzare i rapporti interpersonali con un’efficienza che fa impallidire qualsiasi sistema di sfruttamento capitalistico: il controllo esercitato da Facebook, prima che per la “sicurezza”, che per un’azienda di questo tipo è un pretesto per continuare ad esistere facendosi bella con i governi e le polizie, passa per processi finalizzati al guadagno.

Nella prima parte di queste considerazioni, è stato detto che è un sollievo scoprire di non essere dipendente da Facebook; tuttavia, le cose cambiano se contestualmente si scopre di essere dipendente di Facebook. Ogni utente, attraverso i link condivisi, le parole utilizzate, gli amici e le pagine frequentate, mette automaticamente a disposizione dell’azienda delle informazioni aggiuntive che rendono possibile l’individuazione di un target nel sistema di pubblicità personalizzato; in altre parole, a seconda di ciò che scrivi su Facebook, dei “mi piace” che metti e dei link che condividi, oltre che naturalmente ai tuoi dati del profilo, ti vengono proposte pubblicità di prodotti diversi, vicini il più possibile alle tue preferenze: «più sei popolare, più visite ricevi, più “amici” hai, più sei “accountabile” e allettante per la pubblicità» (parole di lucapadovano qui). Questa strategia pubblicitaria non è nuova, ma con Facebook raggiunge livelli di personalizzazione di una minuziosità mai sfiorata prima: la società consumistica di massa diventa società consumistica dell’individuo.

Ecco perché tutti gli utenti sono dipendenti di Facebook: inconsapevolmente, centinaia di milioni di utenti lavorano gratis per l’azienda, lo fanno volontariamente e per diverse ore al giorno, ed è un lavoro che, come si faceva notare su Giap, è tutto pluslavoro. Ultimamente, comunque, si è parlato anche di un sistema di retribuzione per chi guarda gli spot pubblicitari su Facebook (10 cent ciascuno): un meccanismo perverso, non c’è che dire, se si considera poi che la valuta di pagamento non è in dollari ma in crediti facebook. Si sta assistendo alla creazione di un giro economico mostruoso tutto virtuale, che riporta alla mente i guadagni già immensi di Second Life.

Le strategie pubblicitarie si spingono oltre e dimostrano, ancora una volta, che lo scopo di lucro rimane certamente preponderante nella logica della gestione del social network, anche rispetto alla riservatezza degli utenti: infatti, poco tempo fa è saltato fuori che, a insaputa degli internauti, Facebook segue gli spostamenti sul web anche quando non lo stai usando (e anche se non hai un account, basta essere stati almeno una volta sulla pagina iniziale), in modo da affinare la conoscenza sui tuoi gusti. L’unico modo per sfuggire a questo controllo e violazione di riservatezza, se non si è esperti abbastanza da fare modifiche ai cookies, è utilizzare per Facebook un browser differente da quello utilizzato per tutte le altre operazioni online. Da poco si parla anche di condivisione automatica di contenuti, detta frictionless sharing (“condivisione senza attrito”): ogni visita a un sito potrebbe essere pubblicamente tracciata in automatico, rendendo questo meccanismo palese.

In pratica è come una banca: quando usi crediti, le transazioni avvengono sempre tra te e Facebook, anziché tra te e i terzi da cui stai comprando un prodotto online. Come nel sistema bancario, tutto funziona perché Facebook, che è l’intermediario, è un’entità conosciuta, fidata, su cui si può contare, e questa fiducia deriva esclusivamente da una convenzione e un’abitudine che dà sicurezza all’utente. È su questa fiducia che Facebook costruisce il proprio guadagno, prendendosi una bella percentuale delle vendite dei prodotti di terzi venduti grazie alla sua pubblicità.

Insomma, siamo tutti indignati se siamo trattati come merce da politici e bachieri, ma nessuno ha da ridire se siamo merce nelle mani di Mark Zuckerberg.

[continua…]

Informazioni su Monsieur en rouge

Lotta continua contro l'Ancien Régime!

Pubblicato il 2 dicembre 2011, in Computer e Internet con tag , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 27 commenti.

  1. insomma mi hai fatto venire una gran voglia di chiudere la mia esperienza su faccialibro…

  2. Ecco: questo è molto più documentato e pregnante. Ma basta poco per estendere il discorso all’intera rete (forse che Google è “più buono” di Facebook? o Twitter più rispettoso della privacy? O forse i provider italiani non controllano ciò che accade?).
    Che dici: nel prossimo esperimento proviamo a vedere se possiamo dirci indipendenti da internet? (Poi giù al lago, di corsa!).

  3. Dal mio punto di vista va da sé che il discorso deve essere esteso al livello globale: con questo report sommario non è certo mia intenzione demonizzare Facebook (non c’è mai stata maniera peggiore di capire le cose), bensì proporre una visione critica dell’intero apparato, fondata su un’analisi consapevole del fenomeno.
    La signora che accusa un “ad” pubblicitario di stalking è un esempio eclatante del fatto che non è stato Facebook a inventare questo genere di gestione dei dati. Anche la Microsoft, da molto tempo, gestiva i dati personali degli utenti per scopi forse un po’ meno “leciti” (anni fa ci fu uno scandalo per delle truffe ad opera di dipendenti Microsoft che utilizzavano i dati bancari degli utenti).
    La soluzione, secondo me, non è poi tanto provare a dirci indipendenti da internet, come propone Davide, o chiudere l’account di Facebook, come propone Nello. Il primo passo da fare è rendersi conto che ogni strumento può essere mezzo di liberazione o di assoggettamento, senza idealizzare la Rete come amica incondizionata della democrazia e dei popoli: la “Rete”, quella che cita Grillo in continuazione, non esiste, non esprime nessuna volontà generale (infatti un altro errore tipico dei giornali, forse ad hoc, è proprio la personificazione dello strumento), non è diversa dalle persone reali, non è meglio delle persone reali. Partendo da questo si può tentare di inceppare i meccanismi di assoggettamento e di praticare i meccanismi di liberazione che internet potrebbe offrire. Come? Non lo so, ho idea che ci siano tanti modi, io non sono esperto e rimando ai compagni di Noblogs, di No1984 e del Progetto R.
    E se invece scoprissimo che i meccanismi di assoggettamento sono connaturati a internet? Be’, sarebbe tutto un altro discorso, ma si dovrebbe fare veramente un’amplissima analisi collettiva per capire come muoversi, perché davvero da soli non ce la si fa.

  4. Odysseus_Nauticus

    Credo che sia il primo commento che lascio sul tuo blog, in genere tendo più che altro a lurkare.
    Al di là del progetto di A/I, che fra l’altro mi riprometto sempre di approfondire, mi chiedo cosa ne pensi di diaspora*, del quale non ho ancora afferrato del tutto le coordinate e le differenze con gli altri social networks.

  5. Ciao Odysseus_Nauticus, benvenuto tra l’1%! 😛
    Non conosco molto bene diaspora*, ma ne penso bene da ciò che ho letto a riguardo: tanto per restare in tema con il post, è un social network che non si arricchisce con la pubblicità e non vende i profili a pacchetti di migliaia. Inoltre i tuoi dati sono realmente inaccessibili a terzi perchè decidi tu con chi condividerli e non esiste, come per Facebook e altri social network “aziendali”, un luogo fisico in cui siano immagazzinati i dati degli utenti, per cui anche i programmatori e i collaboratori possono migliorare la forma di diaspora* (è opensource) ma non conoscere i dati che non vuoi vengano visti; per simili ragioni, quando cancelli un account o un qualsiasi contenuto dal social network, l’account o il dato sono realmente cancellati e non rimangono a marcire su un server in attesa di essere utilizzati dal miglior offerente tra le aziende di marketing o dal miglior digossino tra le fila delle forze di polizia.

    Lo sviluppo e la diffusione di diaspora* in Italia sono portati avanti da associazioni quali EigenLab, i cui membri hanno sede a qualche centinaio di metri da dove abito.

  6. “Insomma, siamo tutti indignati se siamo trattati come merce da politici e bachieri, ma nessuno ha da ridire se siamo merce nelle mani di Mark Zuckerberg.” e certo, lo sanno solo 5 persone!

  7. @Noemi: la questione non è saperlo o meno, anche perchè dubito che nessuno si sia mai accorto della pubblicità che dilaga sui social network e su internet in generale. Semplicemente bisogna evitare di considerare internet come qualcosa di puro, innocente, acriticamente libero, perchè i soldi quindi la finanza quindi il capitale quindi i rapporti di produzione quindi lo sfruttamento sono anche lì (tanto per fare il comunista cattivo).
    Tra le strategie più efficienti per convincere il consumatore a giocare al gioco del sistema economico c’è la rimozione del processo di produzione dalla coscienza: questo vale anche per internet, anche se non è propriamente un prodotto. Così si vede solo una pagina web e non si pensa a tutto ciò che c’è dietro: intrallazzi politici, spionaggio aziendale, pressioni di lobby e governi, giri mostruosi di denaro e chissà cos’altro.
    Quindi il vero problema, secondo me, è saperlo, accorgersene, ma non capire cosa ciò comporta.

  8. Odysseus_Nauticus

    Inoltre i tuoi dati sono realmente inaccessibili a terzi perchè decidi tu con chi condividerli e non esiste, come per Facebook e altri social network “aziendali”, un luogo fisico in cui siano immagazzinati i dati degli utenti

    Ecco, è questo il punto che non mi torna. Fermo restando che, in generale, il decentramento mi sembra più che positivo, mi pareva di aver capito che bisogna mettere su un proprio pod per mantenere il totale controllo sui propri dati – cosa che non mi sembra proprio semplicissima. Quello di EigenLab (i cui membri hanno sede a qualche centinaio di metri da dove abito anch’io :P), comunque, mi va benissimo. Saludos, continua così!

  9. Ma sì, basta trovare un pod fidato. Credo.
    Oh ma non è che abiti qua accanto? 😛

  10. Che poi la cosa divertente è: avete visto come si parano il culo?
    Torno su Facebook dopo più di un mese e dopo aver pubblicato articoli di analisi sulle strategie di controllo e di guadagno ed ecco che mi spunta un avviso: “ti sei mai chiesto come fa Facebook a guadagnare dalle inserzioni?” con un link alla pagina con le FAQ.
    Con tutta la ramanzina che dice “guarda che non è vero che vendiamo i tuoi dati” e le ultime due domande che ti garantiscono che la struttura di Facebook non è a misura d’utente ma molto più (ovviamente) a misura di guadagno: non puoi sottrarti al meccanismo pubblicitario, puoi solo promuovere ciò che ti piace per poter visualizzare le inserzioni che ti interessano. E in questo modo, in un circolo vizioso, promuovi non solo inserzioni ma aziende a fini di lucro. Te lo dicono apertamente che sei una pedina, ma lo fanno passare per un gioco divertente.

  11. Trovo molto interessante la tua analisi nei confronti del “mostro” e ricordo di aver cominciato a valutarne la pericolosità circa un anno fa, dopo aver letto un libro che raccontava la sua storia a partire dalle origini.
    All’inizio c’erano ragazzi sfigati che votavano le Barbie delle università americane, oggi ci sono ragazze (ma in alcuni casi oserei dire bambine) di tutto il mondo che mostrano il loro lato più provocante, anche con qualche piccolo ritocco digitale, in attesa di essere “votate” da bamboccioni sfigati tanto quanto quelli del social primordiale. Da questo punto di vista nulla è cambiato, il sistema si è solo evoluto.
    Tuttavia qualcosa non quadra: adesso facebook non serve solo a cuccare, serve a pubblicizzare, a fare politica, a ritrovare parenti lontani e vecchi compagni di scuola, a indire riunioni, ad aggiornarsi, a ricevere comunicazioni che altrimenti nessuno invierebbe tramite mail. Perché?
    Dov’è l’anello mancante che congiunge l’idea iniziale e il mostro che oggi riesce a tenerci in trappola?

    Come tu stesso dici, uscirne e condannarlo non serve a nulla, criticarlo e prendere coscienza del suo sistema sì. Noi che in qualche modo riusciamo a dichiararci “coscienziosi”, abbiamo mai pensato che, proprio a causa della sua capillarità, facebook è ormai parte integrante della vita degli analfabeti moderni? Le persone che nell’Ottocento non sapevano leggere né scrivere, sono quelle che oggi, per forza di cose, hanno appreso le nozioni “elementari” e si ritrovano schiave di un sistema di cui probabilmente non percepiscono la pericolosità. E non parlo solo dei cinquantenni o sessantenni poco esperti di internet, ma mi riferisco soprattutto ai ragazzini e ragazzini cresciuti.
    Si riuscirà a rendere critica la mente di questo nuovo Terzo Stato?
    Al momento non trovo risposte.

  12. @Valentina

    All’inizio c’erano ragazzi sfigati che votavano le Barbie delle università americane, oggi ci sono ragazze (ma in alcuni casi oserei dire bambine) di tutto il mondo che mostrano il loro lato più provocante, anche con qualche piccolo ritocco digitale, in attesa di essere “votate” da bamboccioni sfigati tanto quanto quelli del social primordiale. Da questo punto di vista nulla è cambiato, il sistema si è solo evoluto.

    Quindi non è vero che nulla è cambiato, perchè è cambiata l’estensione della rete di relazioni e la sua capacità di raggiungere capillarmente ogni strato del tessuto sociale occidentale (forse i non “rappresentati” sono i migranti, ma appunto collocarli nel tessuto sociale nostrano è ancora un problema di cui possiamo discutere) e questo è un cambiamento non poco notevole, perché non altera solo il target, ma anche la sostanza e le caratteristiche strutturali che il social network deve soddisfare per essere appetibile alle masse e per diventare, per l’appunto, un social network “di massa” come lo si intende (e lo si intende, forse purtroppo, prendendo come riferimento Facebook, o almeno questa è la mia impressione). Questo è ciò che secondo molti sta succedendo anche a Twitter.

    Dov’è l’anello mancante che congiunge l’idea iniziale e il mostro che oggi riesce a tenerci in trappola?

    Questa domanda mi è sembrata interessante abbastanza per proporla in uno dei miei ultimi tweet, invitando tutti a rispondere. L’anello potrebbe essere la massificazione, l’ingresso del profitto su internet, l’alienazione moderna che rende tutto “liquido” (per dirla con Bauman), l’“analfabetismo emotivo” (per dirla con Galimberti), o tutte queste cose messe insieme, com’è più probabile.

    Le persone che nell’Ottocento non sapevano leggere né scrivere, sono quelle che oggi, per forza di cose, hanno appreso le nozioni “elementari” e si ritrovano schiave di un sistema di cui probabilmente non percepiscono la pericolosità.

    Il discorso del rapporto tra Facebook e analfabetismo è certamente da approfondire. Quando, un mese fa, i Wu Ming si sono chiesti (su Twitter) se “sui social network la percentuale di analfabeti funzionali fosse più alta, più bassa o uguale a quella calcolata per l’Italia” mi sono ripromesso di andare in cerca di qualche dato in più, ma ancora non ne ho avuto l’opportunità. Di certo però so che quasi tutto ciò che è scritto su Facebook è alla portata della stragrande maggioranza degli italiani, che altrimenti lì non si iscriverebbero in massa. E solo il 20% degli italiani, secondo un recente studio che ha fatto scalpore anche sui giornali, sarebbe in grado di comprendere il significato di un testo di media complessità e su argomenti non tecnici (cioè, diciamo tipo un libretto di istruzioni o una guida turistica).

  13. “uscirne e condannarlo non serve a nulla, criticarlo e prendere coscienza del suo sistema sì” e se la presa di coscienza fa sì che tu ne esca? dov’è la contraddizione? io non la vedo…

  14. Poniamo il caso che un tizio X decida di cancellarsi da facebook, da quel momento in poi come farà a ricevere comunicazioni del tipo: “domani c’è lezione alle 11 invece che alle 9”, “la riunione è stata annullata”, “stasera si va a mangiare la pizza” ecc. ?
    Nessuno ormai invia questi messaggi brevi via mail e pochissimi utilizzano, per lo stesso scopo, gli sms. Se poi usano il cellulare per scrivere agli amici <>, questo è un altro discorso.

  15. *Se poi usano il cellulare per scrivere agli amici “Ciao, che fai?”, questo è un altro discorso.

  16. @Valentina: a me è successa proprio questa cosa.
    Tra amici, si è organizzato il capodanno via facebook.
    Quando si è deciso tutto, io non stavo leggendo la chat comune e quindi ho chiamato al telefono per sapere cosa dovevo fare, a che ora e dove vederci e così via.
    Sai una cosa? Ho telefonato con tre persone diverse e mi sono state date tre risposte diverse.
    Quando poi sono arrivato in ritardo all’appuntamento che ci eravamo dati, ho raccontato che avevo sentito tizio e caio al telefono e che mi era stato detto tutto male.
    “Ma come, l’abbiamo scritto su facebook!”
    Questa osservazione mi fa pensare che ciò che si scrive su facebook quando qualcuno non legge sia più importante di ciò che dici ad una persona direttamente.
    Questo secondo me vuol dire che si è persa la capacità di esprimersi a voce.
    Inoltre c’è anche un interessante confronto da fare: ricordo che quando andava di moda la chat di MSN sono state organizzate molte cose con quel mezzo. Tuttavia, se non eri in chat mentre lo si faceva, nessuno strabuzzava gli occhi quando non eri al corrente delle decisioni prese in tua assenza. Nessuno dava per scontato che tu fossi in ogni momento connesso e vigile a leggere i nuovi messaggi. Invece con facebook sì: che ciascuno “stia su facebook” tutto il giorno a tutte le ore è un fatto ovvio e scontato.

  17. “[…]Invece con facebook sì: che ciascuno “stia su facebook” tutto il giorno a tutte le ore è un fatto ovvio e scontato.”

    E’ esattamente quello che volevo esprimere col mio commento precedente. Purtroppo se “snobbi” facebook, facebook stesso si prende la rivincita!

  18. Come per la televisione e qualsiasi altro mezzo mediatico, d’informazione, di svago sta a te capire come usarlo.
    E in ogni caso dal controllo non puoi scappare se non sei il genio del controllo stesso.

    Tuttavia puoi usare facebook o simili per tentare – magari invano – di aprire gli occhi a qualcuno. Puoi usare una loro arma contro di loro diciamo.

  19. @J
    «Puoi usare una loro arma contro di loro»
    A volte è molto difficile, altre è strutturalmente impossibile. A questo punto sarebbe interessante cercare di definire, se esistono, modi di usare Facebook che mettano alla prova la sua struttura di meccanismo persuasivo e omologante. Il dibattito è aperto, vorrei vedere cosa ne esce fuori.

  20. Daniele Florian

    Ciao a tutt* e complimenti per il blog e per la discussione.

    Per quanto riguarda la soluzione da portare a questi problemi, il motivo per cui non vale la pena uscire da Facebook è molto semplice: non è cosa intelligente.
    Facebook, così come il web e la penna sono esclusivamente strumenti, utili strumenti di comunicazione e di divulgazione.
    Rinunciare in principio all’ ulitlizzo del mezzo non solo significa alzare bandiera bianca a chi si sta appropriando malevolmente di questi mezzi, ma ci preclude anche la possibilità di utilizzarli per contrastare il problema stesso.
    E ne è un perfetto esempio questa conversazione, nella quale alcuni di voi stanno venendo a conoscenza di Diaspora, social network alternativo, ma ciò può essere avvenuto tramite facebook, e tramite facebook avete scoperto un alternativa ad esso.
    Quella che si deve aprire come terza strada tra un “restare” ed un “uscire” è uno “stare” in modo conflittuale, agire da dentro la rete per riappropriarsi dell’ idea che abbiamo di rete equa; per dirla un pò più all’ antica, è scegliere tra l’ eremitaggio sui monti lontano dalla cattiva società e l’ impegno in mezzo ad essa per cambiarla sporcandosi un pò le mani.

    Mi fa piacere sapere che avete citato Diaspora*, che appunto grazie ai pod sparsi consente maggior trattamento dei dati e soprattutto è OPEN SOURCE, dunque nessuno sa come potrà svilupparsi in futuro.

    Ah, e comunque io SONO DI EIGENLAB! 😀
    e ovviamente ora siete tutti tenuti ad iscrivervi al nostro pod e testare finalmente questo fantastico “autoprodotto”!
    https://diaspora.eigenlab.org/

    a proposito… ci conosciamo? 🙂

  21. Modificarne il meccanismo sono pienamente d’accordo sia praticamente impossibile ma resta comunque il fatto che FB resta uno dei canali di comunicazione più vasti che sia a nostra disposizione.

    Si è detto appunto che ormai moltissimi passano ore davanti a facebook ogni giorno ed è proprio questo il punto su cui si deve far forza.
    Se tanti hanno di continuo facebook sott’occhio allora una qualsiasi persona con un pò di cervello e, soprattutto, tanti amici può senza difficoltà diventare redattore della sua personale “Tv” e sfruttare quel poco di potere mediatico che si ritroverebbe fra le mani.

    Non sto di certo scoprendo l’acqua calda dato che di pagine interessanti e con un minimo di contenuti se ne trovano eccome ma quello che voglio far notare è che solitamente queste pagine sono di movimenti o gruppi o personaggi famosi etc etc..

    Se invece anche noi comuni mortali iniziassimo a sfruttarlo ebbene il numero di persone coinvolte in questa network “anti-social” (passatemi il termine) aumenterebbe e soprattutto finirebbe a toccare fascie di utenti che alle pagine sopracitate manco ci pensano.
    Pensateci. Tutti, o quasi, abbiamo fra i nostri amici almeno un 30% (azzarderei anche un 50 o più a dir la verità) che se ne fottono altamente dei problemi di cui si dovrebbe discutere, non gli passano nemmeno per l’anticamera del cervello (o se vi passano vengono subito allontanati come noiosi).
    Ecco. Se noi sfruttassimo facebook e mettiamo fossimo conosciuti per il nostro carisma (c’è assoluto bisogno di qualcosa che ci dia autorevolezza, che porti l’occhio altrui a fermarsi sul nostro avatar) allora anche questo 30-50% inizierebbe a sensibilizzarsi.

    Purtroppo il meccanismo non cambia. Anzi è quello stesso desiderio di omologazione portato da facebook che può permettere un cambio di corrente.
    Resterebbe dunque uno strumento mediatico e per questo continuerebbe a basarsi sulle stesse leggi ma i cambiamenti non possono mai avvenire contemporaneamente.
    E’ necessario prendere le cose con gradi e tanta, tanta pazienza se si vuole cambiare qualcosa e non limitarsi a parlarne.

    Spero di aver spiegato cosa intendo nel dire “usare una loro arma contro loro stessi”

  22. @Daniele Florian
    Secondo me proprio il pensare che Diaspora non sarebbe stato possibile senza Facebook è un sintomo del “complesso di inferiorità” che avrebbero i movimenti e le controculture alternative, che si chiamano fuori dal sistema pur essendo, di fatto, subordinati ad esso.
    Perché uno strumento come Diaspora non è nato prima di Facebook? Se ciò è accaduto, mi rimangio questa prima azzardata impressione.

    In secondo luogo, sono perplesso riguardo questa tua affermazione: «Rinunciare in principio all’utilizzo del mezzo non solo significa alzare bandiera bianca a chi si sta appropriando malevolmente di questi mezzi, ma ci preclude anche la possibilità di utilizzarli per contrastare il problema stesso».
    Se da un lato riconosco nel boicottaggio tout court di Facebook una forma di “luddismo telematico” che rischia, se non accompagnato da altre forme di lotta, di ritorcersi contro chi lo pratica, dall’altro non penso che qualcuno si stia “appropriando malevolmente” di questo mezzo: Facebook è sempre stato di proprietà degli stessi, non è che fosse buono all’inizio per diventare “malevolo” e “contaminato” poi. E con questo si ritorna alla questione lanciata nel mio commento immediatamente precedente al tuo: Facebook è strutturalmente “malevolo”? Se sì, può esistere la possibilità di utilizzarlo per contrastare lui stesso? Come?

    A Diaspora mi sono già iscritto (nodo Eigenlab), anche se devo capire bene come funziona prima di iniziare a utilizzarlo stabilmente. E no, non mi pare che ci conosciamo. Alla prossima!

    @J
    Fammi vedere se ho capito bene: tu proponi di lanciare una piattaforma interna a Facebook per sensibilizzare le persone che lo usano sul tema dell’alienazione digitale, della dipendenza da social network et similia?
    Di’ solo se è questo che intendi e potremo discuterne.
    Una cosa però l’aggiungerei: fai notare che «di pagine interessanti e con un minimo di contenuti se ne trovano». Questo non lo sta mettendo in dubbio nessuno. Si sta piuttosto dicendo che i contenuti sono proposti in maniera funzionale alla struttura omologante di Facebook, cosicché anche i contenuti anti-omologanti diventano omologanti (per dirla con le parole dell’articolo, «Facebook non manifesta le sue potenzialità anti-alienanti, perché il resto della sua struttura le soffoca, le opprime, le rende inattive e inutilizzabili»).

  23. In realtà io avevo spostato l’attenzione su problemi più pratici.
    Quello che intendo è che dato che si presenta una missione così difficile rendere facebook anti-omologante (che poi tra i mezzi d’omologazione questo è proprio l’ultimo uscito quindi è pure inutile farsene un problema..) lo si può sfruttare almeno.

    Il vero problema di facebook è piuttosto, come mi pare tu abbia già fatto notare, che sta impoverendo le nostre capacità di comunicazione.

    Tuttavia anche questo è un problema al quale non si può trovare soluzione se non con metodi “catastrofici” o con graduali piccoli cambiamenti. Senza tener conto che questa perdita di comunicazione fa parte del cammino di disevoluzione umano, ma questa è un’altra storia.

  24. Daniele Florian

    Ok forse nella fretta di stamattina non mi sono espresso bene.
    Non dico che senza Facebook sarebbe impossibile diffondere Diaspora, dico che data la presenza di Facebook e la sua utilità nel diffondere certi tipi di informazioni sarebbe poco intelligente non farlo (capisco che l’ esempio con Diaspora crea un circolo vizioso logico che complica ulteriormente le cose ma possiamo prendere in esame la diffusione di un qualsiasi tema sociale).

    Per quanto riguarda la mia affermazione invece non intendevo l’ utilizzo malsano di Facebook ma piuttosto della rete, o del social network in generale, insomma se la filosofia del “è brutto quindi me ne esco” venisse applicata ad ogni prodotto finiremo per non poter più accendere il modem.
    Questa e altre mie opinioni in merito, per chi volesse affrontarle, le ho in parte esposte in questo articolo:
    http://www.liberarchia.net/blog/?p=133

    e poi volevo chiederti, potresti mica darmi una tua mail (o contattarmi su Diaspora)?
    daniele.florian@inventati.org

  25. Riprendo la discussione malgrado non abbia avuto tempo di vedere con la dovuta attenzione il contributo linkato da Daniele, che mi riprometto di leggere.
    Intervengo per sottoporre alla vostra opinione un possibile uso conflittuale di Facebook: leggendo questo post di Davide (in particolare il secondo commento di fabristol) mi sono chiesto in che misura la diffusione di Facebook abbia cambiato il nostro modo di comunicare, distorcendo la percezione del tempo, appiattendo i contenuti in quanto a rilevanza (o meglio modificando i parametri che rendono rilevante un contenuto). Fin qui niente di nuovo. Ma Facebook, abbiamo detto, è totalizzante e ingloba anche il servizio di posta elettronica. Si potrebbe fare un bel sondaggio per capire quante persone, usando Facebook, hanno smesso di leggere le mail tramite mezzi diversi da esso. Ovviamente, il sondaggio dovrebbe essere fatto su Facebook (per evitare che rispondano anche i pochi che non hanno un account, falsandolo).

    P.S. Cazzo! Ma così sto usando Facebook proprio come chi critico! Non è che è davvero la sua struttura a non poter essere piegata? 😉

    EDIT: il sondaggio lo trovate al seguente link.

  1. Pingback: Alcuni appunti disordinati sulla twittersfera italiana | Giap

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