La tortura da noi non serve

Eleonora Martini da Il Manifesto

Che cos’è la tortura? “Gli arresti arbitrati nel carcere provvisorio di Bolzaneto con maltrattamenti e minacce di stupro e di morte, gli schiaffi, i pugni, la privazione di cibo, acqua e sonno, le posizioni forzate per tempi prolungati. Il raid nella notte tra il 21 e il 22 luglio 2001 alla scuola Diaz. Le aggressioni indiscriminate verso manifestanti pacifici e giornalisti. Cos’altro sono?”.

Per Amnesty International, che ieri è stata sentita dalla Commissione di tutela dei diritti umani del Senato sullo stato di salute della nostra democrazia, sono “una macchia intollerabile nella storia italiana dei diritti umani”. Una vergogna che ancora attende, a dieci anni dal G8 di Genova, “un’assunzione di responsabilità e le pubbliche scuse alle vittime e a tutti gli italiani”.

Nel nostro codice penale il reato di tortura non è mai stato inserito perché governi di destra e di sinistra hanno sempre sostenuto, senza tema del ridicolo, che da noi «non serve». Ma secondo la definizione della Convenzione Onu ratificata dall’Italia nel 1988 ma mai attuata, è l’atto commesso da persona agente da pubblico ufficiale per “infliggere intenzionalmente” ad un’altra persona “dolore o sofferenze forti, fisiche e mentali”, al fine di ottenere informazioni o confessioni, di punirla, di intimorirla o di far pressione su di lei o su terzi, o “per qualsiasi altro motivo fondato su forme di discriminazione”.

Il reato di tortura non si prescrive. E invece, ha spiegato in conferenza stampa al Senato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia, “le sentenze di appello sulle violenze alla Diaz e a Bolzaneto emanate nel 2010 e le decisioni emerse in altri procedimenti riconoscono responsabilità di agenti e funzionari delle forze dell’ordine per violenze fisiche e psicologiche, calunnie, falso.

Ciononostante, il riconoscimento giudiziario degli abusi non è stato accompagnato da sanzioni penali che ne riflettessero la gravità, a causa della mancanza del reato di tortura e della prescrizioni dei reati minori, conducendo così in molti casi all’impunità”.

Nel frattempo, poi, come fa notare Lorenzo Guadagnucci, una delle vittime della Diaz, “nessuno dei condannati è stato sospeso dal servizio, al contrario di quanto impartito dalle direttive europee. Anzi, sono stati confermati e spesso promossi. Un messaggio terribile. Ed è incredibile anche il diniego all’introduzione di strumenti utili soprattutto alle stesse forze dell’ordine per operare in trasparenza e fare pulizia al proprio interno, come ad esempio un codice alfanumerico sulla divisa degli agenti”.

E in effetti dall’uccisione di Carlo Giuliani in poi, “la ferita alla garanzia costituzionale e alla credibilità delle istituzioni si è trasformata in piaga e rischia di propagare l’infezione a tutto l’organismo dello Stato” come dimostrano, aggiunge Giusy D’Alconzo, ricercatrice di Amnesty international, “l’omicidio colposo di Federico Aldrovandi, quello volontario di Gabriele Sandri, le morti di Aldo Bianzino, Giuseppe Uva e Stefano Cucchi mentre si trovavano in stato di custodia. C’è un vulnus legislativo e culturale ma una polizia moderna si gioverebbe moltissimo di un approccio più avanzato di quello corporativo fin qui dimostrato”. L’unico spiraglio di speranza arriva dal ddl in via d’approvazione al Senato che istituisce un’Authority indipendente per i diritti umani facente anche funzione di garante nazionale per i detenuti e di una bicamerale che sostituisca le attuali due commissioni parlamentari.

“Un atto dovuto, dopo 20 anni dalla delibera Onu”, spiega il senatore Pietro Marcenaro, presidente della Commissione, che aveva presentato un primo ddl. Quello che stamattina [20 luglio 2011, n.d.r.] otterrà l’ok del Senato, prima di passare alla Camera, è invece firmato dal ministro Frattini e prevede una commissione di tre membri nominati secondo i “principi internazionali di Parigi”.

È già qualcosa. Nel frattempo Amnesty, unendosi al Comitato Verità e giustizia per Genova che ha scritto una lettera al presidente della Repubblica, fa appello a Giorgio Napolitano affinché colga quest’ultima occasione per rimediare a un’omissione che ha menomato la credibilità delle istituzioni democratiche”. Porgendo le scuse alle vittime degli abusi di polizia e a tutti gli italiani.

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Pubblicato il 21 luglio 2011, in Informazione con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

  1. Riallacciandomi al discorso già affontato di recente sul blog, propongo un bell’elenco tratto dal Fatto Quotidiano.

    Intanto i protagonisti di quei giorni fanno carriera. Ricordate la famosa fotografia del diciassettenne romano con il volto tumefatto e l’occhio ridotto a una fessura? Il “calciatore” era l’ex dirigente della Digos Alessandro Perugini. La vicenda è stata cancellata perché Perugini ha risarcito 30mila euro e la denuncia è rientrata. Poi c’è stata un’altra condanna a un anno per falso. Oggi Perugini è un alto funzionario della Questura di Alessandria. Francesco Gratteri, all’epoca direttore dello Sco è diventato prima questore di Bari ed ora è responsabile della Direzione anticrimine centrale, il Dac: la Corte d’Appello di Genova lo ha condannato a quattro anni per falso. Giovanni Luperi all’epoca vice capo dell’Ucigos da cui dipendeva il controllo delle squadre Digos presenti al vertice del G8, è oggi capo del Dipartimento analisi dell’Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna), l’ex Sisde: quattro anni per falso. Gilberto Caldarozzi, era il vice di Gratteri, poi ne ha preso il posto di direttore allo Sco, quindi è stato promosso questore per merito straordinario nel 2006 quando partecipò alla cattura di Bernardo Provenzano: tre anni e otto mesi per falso. Spartaco Mortola, era il capo della Digos di Genova, è stato quindi promosso a questore vicario di Torino e proprio poche settimane fa è diventato questore: 3 anni e 8 mesi per falso. Vincenzo Canterini, che nel 2001 guidava i reparti della celere è diventato ufficiale di collegamento con l’Interpol a Bucarest: cinque anni per falso in continuazione con le lesioni gravi.
    E non ci sono soltanto i membri delle forze dell’ordine: Giacomo Toccafondi, uno dei dottori chiamati a rispondere civilmente per gli orrori della caserma di Bolzaneto, non ha avuto nessuna sanzione disciplinare. Anzi la sua Asl ha deciso di premiarlo. Difficile chiudere così la ferita ancora infetta del G8.

  2. Figlio mio, la vita è piena di porcate, e l’Italia brilla (nel mondo occidentale, perchè comunque meno male non essere nati in Ruanda o in Cambogia).
    A 20 anni si ha il comprensibile dovere della speranza di cambiamento, a 50 resta l’amarezza di non esserci riusciti e la partecipazione alle inevitabili delusioni dei figli, accompagnate (e sempre superate) dall’angoscia per i pericoli che i figli corrono nel loro viaggio verso un’improbabile miglioramento globale.
    Hai come sempre la totalità della mia condivisione per le idee che fanno di te un UOMO ben oltre il mero significato biologico, ti chiedo solo di prestarmi un pizzico di ascolto limitando il compatimento, quando ti dico che non vale la pena di immolarsi per idee splendide che nel mondo che ci circonda appaiono come vaneggiamenti.
    Crescere è anche questo: cercare strenuamente di restare se stessi in una melma che cerca di inglobarti, tuttavia senza soccombere; è un’operazione che anch’io svolgo ancora quotidianamente.
    Un forte abbraccio da un ragazzo degli anni 70.

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