Bastardo populismo mediatico

Pensate probabilmente che sto per scrivere dei fatti più recenti della cronaca politica e giudiziaria per associarli al mostruoso conflitto di interessi nel nostro paese e al cosiddetto populismo mediatico predominato quasi capillarmente da una cerchia ristretta di imprenditori-politici-criminali-fascisti italiani, visto che oggi abbiamo conquistato le prime pagine di una miriade di giornali internazionali (tanto per citarne qualcuno: New York Times, Le Monde, The Guardian, The Economist, El Paìs) con la notizia che l’on. Presidente del Consiglio Italiano Silvio Berlusconi è stato chiamato in tribunale per rito immediato, per evidenza delle prove delle accuse a suo carico (che sono due, tra cui sfruttamento della prostituzione minorile).

Invece non è per esprimere l’orgoglio di aver conquistato, come Paese, notorietà in tutto il mondo, che scrivo stasera, bensì per puntare i riflettori su un altro evento, molto significativo e a mio parere importante per la sua pericolosità: i magistrati francesi si stanno mobilitando contro il presidente della République, Nicolas Sarkozy. Considero pericoloso il fatto come ho sempre considerato un pericoloso precedente la situazione politica ed istituzionale italiana.

Del resto c’era da aspettarselo che, visto che dopo diversi anni di controllo mediatico di Berlusconi in Italia, nonostante i richiami alla moderazione da parte di organi nazionali, internazionali e non governativi, tale controllo non si è ridotto come richiesto ma anzi è stato rafforzato a sproposito e con spudoratezza e arroganza crescente, imponendo un controllo personalistico e aziendale della cosa pubblica a vantaggio di pochissimi imprenditori e dei loro amici, soffocando la politica con gli imperialistici principî dell’economia e della finanza, qualcuno si accorgesse che dopo tutto in Italia le cose vanno molto bene: volendo dire, con ciò, che è l’unico paese del capitalismo occidentale in cui la coincidenza totale tra classe politica e dirigenza economica non è tenuta nascosta all’opinione pubblica, così che non ci si fanno scrupoli di nessun tipo e lo Stato diventa una macchina funzionante palesemente per i soli interessi dei grandi ricchi o arricchiti. Detto in altre parole, in Italia gli stronzi possono fare quello che cazzo vogliono, soprattutto se sono ricchi.

E i ricchi di tutto il mondo adorano questa possibilità, non vedrebbero l’ora di poter evadere liberamente le tasse, violare contratti di lavoro e rimanere impuniti, crearsi un harem di puttane e ballerine offendendo l’umanità delle donne, rubare soldi senza finire in galera. È ovvio che tutto questo faccia gola. Ma anche senza interpretare la situazione italiana come un controllo del sistema economico sulla politica, di certo il populismo mediatico ha costituito un ottimo esempio di gestione del potere. Nessuna opposizione, infatti, né sociale, né parlamentare, né culturale (se ce n’è stata), è riuscita a scardinare il potere del regime, per quanto questo si sia macchiato di colpe gravissime, cominciando da violazioni dei diritti umani nel respingimento dei profughi e nella gestione del G8 di Genova nel 2001, andando a finire agli ultimi scandali, passando per i controlli dei servizi televisivi, l’approvazione dello scudo fiscale, le leggi di smantellamento della formazione e della ricerca, i tagli alla cultura, i crolli di Pompei, gli attacchi continui agli organi giudiziarî, le violente repressioni dei terremotati aquilani, dei pastori sardi, dei cittadini di Terzigno, degli studenti di tutta la penisola e delle migliaia di cittadini che per un motivo o per l’altro si sono trovati in strada a protestare.

Il regime ha retto ogni volta. E qual è il sogno di qualsiasi potere? Continuare ad esistere. Il potere ha capito che il berlusconismo paga e il populismo mediatico di Berlusconi costituisce, come già detto, un pericoloso precedente nella storia dell’Europa, che in molti sottovalutano. «In Francia o in Inghilterra non potrebbe mai succedere, si dimettono per una lampadina acquistata coi soldi pubblici! E poi c’è la legge sul conflitto di interessi». Spesso lo sento dire.

Ma intanto la Francia vive da almeno un anno qualcosa di simile: tagli alla scuola, contrasti con la magistratura, abuso dei privilegi dati ai parlamentari sono i tre dati più palesemente somiglianti. A questo si aggiunga il fatto che Sarkozy, l’anno scorso coinvolto in una storia di tangenti avvenuta quando era ancora sindaco, non si è dimesso e ha detto con tono familiare «noi andiamo avanti», mentre, sempre l’anno scorso, un suo ministro (Hortefeux) girava le sedi diplomatiche facendo battute razziste sugli arabi (e anche questo non mi giunge nuovo). Sarkozy è coinvolto in varie controversie giudiziarie, come l’affaire Clearstream 2 (che richiama stranamente il caso Hyberian 2 di Silvio), o l’affaire Woerth-Bettencourt (in cui avrebbe ottenuto finanziamenti illeciti per la campagna elettorale del 2007), o ancora il caso che lo ha visto telefonare alla redazione del quotidiano francese Libération per lamentarsi del titolo che avevano dato un articolo definendolo gentilmente «journal de gauche de merde». Inoltre pare che abbia esercitato pressioni per fare ottenere a un suo favorito la direzione di un giornale a tiratura nazionale, Les Échos, approfittando della vendita delle quote azionarie.

Insomma, in Francia c’è la legge sul conflitto di interessi, ma è facile aggirare la cosa (del resto anche secondo la legge italiana, cfr. art. 10 DPR 361/1957, «non sono eleggibili coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per contratti di opere o di somministrazioni, oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica», ma ciò non sempra importare a nessuno).

«Genoa docet» è una frase utilizzata da alcuni riferendosi alla consapevolezza dei movimenti, dopo il G8 del 2001, che bisogna evitare gli scontri e che bisogna tuttavia essere sempre pronti a prendere le botte, perchè della polizia non ti puoi fidare. Ma Genova 2001 docet anche agli Stati nazionali come l’Inghilterra, che quest’autunno quando prendeva gli studenti che protestavano contro la triplicazione delle tasse universitarie, lasciava che le forze dell’ordine li picchiassero, non in strada, spudoratamente come accade in Italia come se fosse normale, ma pur sempre li picchiavano, al sicuro e al riparo da telecamere e testimoni.

Il sogno berlusconiano è sempre più vicino. Viva la libertà!

Informazioni su Monsieur en rouge

Lotta continua contro l'Ancien Régime!

Pubblicato il 10 febbraio 2011, in Informazione con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

  1. A me pare che il berlusconismo costituisca un fenomeno prettamente Italiano, che ci avvicina di più a certi Paesi del cosiddetto “Terzo Mondo”, laddove c’è l’idea populista del leader forte e carismatico, che non ad altri Paesi europei. Le somiglianze che hai proposto fanno riferimento a certe misure pratiche repressive, abbastanza comuni nei momenti di crisi anche nelle cosiddette “democrazie”. L’Inghilterra, a questo riguardo, è molto diversa, e il “liderismo” non vi ha mai avuto preminenza politica (basta pensare alla non rielezione di Churchill, eroe di guerra inglese, nel 1945!). Nel caso della Francia, c’è già una maggiore somiglianza culturale all’Italia (si pensi a leader importanti come Napoleone I e III, Charles de Gaulle), tuttavia le strutture statali sono molto più centraliste ed efficienti, e non si è mai realizzato un vero e proprio bipolarismo. Sarkozy può ricordare per certi versi Berlusconi, è vero, ma il suo spazio di manovra è molto più ridotto.

    Non è un caso che, facendo l’analogia con il periodo fascista, mentre l’Italia ha avuto un fascismo fortemente condizionato dalla figura di Mussolini, il governo di Vichy è stato invece privo di una vera e propria figura carismatica. Che è anche il motivo per cui in Francia, ne discussi una volta con alcuni giovani militanti identitari francesi, il fascismo storico resta meno popolare rispetto all’Italia, dove il personaggio Mussolini continua a giocare un ruolo, a livello di cultura popolare, non irrilevante e utile alla stessa popolarità di Berlusconi, che agli occhi di non pochi Italiani assume un alone mussoliniano. Ancora diverso è il caso inglese, dove Mosley non riuscì mai a giocare un ruolo politico vero e proprio.

    Perciò, credo che sia più una questione di somiglianze esteriori, dovute al fatto che i governi occidentali reagiscono con mezzi represivi simili alle problematiche sociali esasperate dalla crisi economica, ma ritengo che questo modello italiano non sia affatto apprezzato, come testimoniato dal parere negativo espresso su Berlusconi dalle maggiori testate straniere. Lungi dal mostrare una possibilità di consolidare e garantire il potere, il berlusconismo ha creato una tensione politica tra le classi dominanti, che mette a repentaglio la “normale alternanza democratica”. Il potere, nel caso liberalcapitalista, non intende perpetrarsi come governo apertamente autoritario di un leader con una sua cricca, quanto come governo apparentemente democratico di strutture partitiche, caratterizzate dal dibattito parlamentare più che dal contrasto aperto.

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