L’arte come capacità

Guardando ai vari significati che l’uomo ha voluto dare all’arte nelle varie epoche storiche e nelle varie culture umane (perché è l’uomo che dà un senso alle cose, volendo citare un certo Protagora di Abdera servendoci di un suo famoso detto seppur non nel reale senso attribuitogli dall’autore, e proprio questa elasticità in qualche modo sembra supportare la sua tesi!) si può ben vedere che l’arte ha variato e varia i mezzi, i modi, le forme di espressione e gli scopi.
L’arte però per poter essere analizzata e commentata, o addirittura contemplata, e perché possa esprimersi una tesi sulla sua natura e sul suo senso, deve prima essere definita. Secondo il dizionario Le Monnier, “qualsiasi forma di attività dell’uomo come riprova o esaltazione del suo talento inventivo e della sua capacità espressiva” è definibile come arte e a prima vista sembra che tale descrizione sia perfettamente corrispondente al suo utilizzo (cioè il rapporto significante-significato è biunivoco): sono considerati arte infatti una tela di Leonardo, una scultura di Donatello, un poema di Virgilio, i templi degli antichi greci in quanto è in quelle opere che si ritiene l’uomo abbia saputo nel miglior modo possibile esprimere appunto il suo talento e la sua capacità espressiva.
Ma le parole sono variamente interpretabili e in un mondo così vasto, vario e complesso le poche centinaia di migliaia di vocaboli delle lingue umane sono forse insufficienti a descrivere una tale varietà. Dovremmo quindi considerare arte anche un tema di italiano molto ben riuscito o un’equazione fisico-matematica risolta una volta per tutte, in quanto è con esse che l’uomo esprime il proprio talento? È qui dunque che l’oggettività del significato fornito dal dizionario comincia a vacillare e a cadere nella soggettività: non per tutti un tema di italiano o un’equazione potrebbero essere considerati opere artistiche, ma tutti convengono sul fatto la Gioconda di Leonardo o il Discobolo di Mirone possano essere annoverate tra le più alte espressioni artistiche che si conoscano.
Un altro problema a questo punto si pone, ovvero se esiste una differenza tra l’arte in generale, intesa come capacità umana, e l’opera artistica, intesa come mezzo per esprimere tale capacità. Ovvero, se la Gioconda o il Discobolo hanno valore artistico per aver espresso un modo di concepire la realtà e la conoscenza o semplicemente per aver esternato le doti interiori dei loro autori, quelle che in un unico concetto i romani avrebbero chiamato “ingenium”.
È fuor di dubbio che l’uomo tenda a vedere il mondo dividendolo in categorie spesso e volentieri antitetiche, così che è portato a scegliere tra le due precedenti tesi o l’una, che vede l’arte come l’espressione dell’universale, o l’altra, che la vede come fenomeno individuale; tuttavia l’arte è espressione sia dell’uno che dell’altro aspetto della natura umana, sia della sua tendenza a vivere in collettività sia della sua capacità introspettiva.
Fino al Settecento l’arte era identificata con il bello, con l’estetica, e la capacità artistica era quella di cogliere le regole ordinatrici della natura (o di Dio) e della conoscenza: l’arte esprimeva dunque un concetto universale, in quanto le regole in cui si vive, ovvero il mondo, è comune a tutti gli esseri; nel Settecento il concetto di bellezza cominciò ad esser messo in crisi dall’introduzione di nuove mentalità ma anche di nuove tecnologie, prima fra tutte quella della fotografia.
Infatti per tutta l’epoca classica e durante il medioevo l’arte era concepita come imitazione della realtà; imitazione fu anche per gli artisti umanisti e rinascimentali italiani ed europei (come i fiamminghi), ma accompagnata da una volontà di superare la bellezza della natura piuttosto che uguagliarla, come si evince dalle opinioni di plurimi trattatisti e artisti del periodo, tra cui Giorgio Vasari, che afferma che la grandezza di Leonardo risiede nel fatto che egli “oltre al contraffare sottilissimamente tutte le minuzie della natura così com’elle sono […] delle alle sue figure il moto e il fiato” o come si legge sull’epitaffio scritto dal Tebaldeo per Raffaello Sanzio “Ille hic est Raphael, timuit quo sospite vinci Rerum magna parens, et moriente mori” (qui giace quel Raffaello, da cui, vivo, la grande madre natura temette d’esser vinta e, quando morì, temette di morir con lui); con l’invenzione della fotografia si perse la prerogativa delle arti figurative di imitare la realtà nella sua perfezione, dunque l’arte dovette ricercare nuovi criteri di giudizio volti alla sua stessa valorizzazione. L’arte perse così il suo ruolo imitativo per assumere invece la funzione di strumento di comprensione della realtà attraverso la finzione, che non è da confondersi con la falsità (“Il teatro è il luogo in cui tutto è finto ma niente è falso” – G. Proietti); questo portò a lungo andare alla formazione dell’arte nella sua accezione moderna, “strettamente connessa alla capacità di trasmettere emozioni, per cui le espressioni artistiche, pur puntando a trasmettere messaggi, non costituiscono un vero e proprio linguaggio, in quanto non hanno un codice inequivocabile condiviso tra tutti i fruitori, ma al contrario vengono interpretate soggettivamente” (Wikipedia).
L’esempio più diffuso di questo tipo di arte è la musica leggera, che si divide in generi la cui bellezza varia notevolmente da individuo a individuo assumendo un carattere prettamente soggettivo; addirittura alcune persone non considerano arte certi generi musicali, a causa della loro banalità, scarsa originalità, “perché non trasmettono emozioni”. Ma è poi davvero possibile per l’uomo produrre qualcosa che sia totalmente originale? Sembra che ogni movimento nasca dalle ceneri di quello precedente e costituisca le radici di quello successivo, in un continuum che non è solo artistico e culturale ma anche storico e sociale; niente allora dovrebbe essere giudicato secondo la sua originalità, ma solo secondo la sua forma e la sua aderenza a schemi precisi e principi specifici? Per Terenzio, nel II secolo a.C, quindi in epoca classica, “nullum est iam dictum quod non sit dictum prius” (non si può dir nulla che non sia già stato detto prima) e tale sarebbe stata la risposta dei rinascimentali letterati, quali Ariosto e Machiavelli; in epoca contemporanea invece sembra di poter individuare chi ha detto qualcosa che mai prima era stato pensato, come Nietzsche (volendo inserire la filosofia tra le arti come strumento di comprensione) che negò le tesi di tutti i filosofi e i “liberi pensatori” precedenti. Ma si può essere certi che anche Nietzsche non fosse influenzato da una mentalità che nasceva dal sopramenzionato continuum? Per Nietzsche “grazie alla musica le passioni godono di se stesse” (Al di là del bene e del male, 106), non è forse questa una frase che si sarebbe potuta trovare sulle labbra di un romantico tedesco?
Ma seppure significati e interpretazioni anche parecchio distanti sono state attribuiti all’arte nel tempo, deve comunque esserci un motivo per cui le si definisce tutte con lo stesso vocabolo, che come già detto, alla pari di ogni parola, riduce l’immensa moltitudine della realtà a un singolo (motivo che Aristotele avrebbe chiamato “essenza del’arte”).
Per ricercare la natura dell’arte si deve analizzare ogni movimento o corrente artistica della storia, estrapolarne gli scopi, i modi, i significati, i canoni e trarne le dovute conclusioni, ma anche questo sarebbe alquanto riduttivo perché invece di considerare i movimenti potrebbero prendersi in esame tutte le singole opere, e per ogni opera le molteplici opinioni e considerazioni su ognuna di esse, formulate in epoche storiche diverse da uomini diversi con mentalità diversa.
Tuttavia, per comodità e per convenzione, l’arte può essere divisa in tre momenti storici di cui già si è parlato.
Nell’età classica l’arte era imitazione della realtà, l’opera d’arte perfetta era dunque quella identica alla realtà, come narra un noto aneddoto che vede protagonisti i pittori greci Zeusi e Parrasio: “Si racconta che Parrasio sia venuto in competizione con Zeusi, il quale presentò un dipinto raffigurante acini d’uva: erano riusciti così bene, che alcuni uccelli volarono fin sul quadro. Lo stesso Parrasio, a sua volta, dipinse un drappo, ed era così realistico che Zeusi lo sollecitò a rimuoverlo, in modo che si potesse vedere il quadro. Zeusi ammise che il premio l’aveva meritato Parrasio., perché lui era stato in grado di ingannare gli uccelli, Parrasio aveva ingannato lui, un artista”; ecco che dunque l’arte classica è inganno dei sensi, è opera d’arte ciò che è finto ma sembra vero; ma sarebbe anche una limitazione ingiustificata l’assumere che l’arte classica fosse solo imitazione: gli archi di trionfo e le arene romane, i poemi e le opere teatrali, i mosaici e le statue erano anche carichi di significati religiosi, sociali, politici, “umani”, nascondevano ben più che semplice imitazione delle forme e delle strutture del reale, erano contenitori che venivano riempiti di valori e di concetti dagli artisti e dagli osservatori.
Nell’età rinascimentale l’arte aveva come scopo l’imitazione della realtà, ma “la creazione umana è in grado di superare la bellezza esistente in natura”, come sosteneva Michelangelo, secondo cui è vero che l’arte imita la realtà, ma non la imita tutta: avviene prima un processo di selezione delle cose migliori che esistono, segue poi una sua interpretazione fantasiosa da parte dell’artista (pur non intendendo con fantasia la trasfigurazione del reale). E così durante il Rinascimento l’arte imitativa, più che in epoca classica, fu caricata di simbolismi e allegorie, che ponevano il significato dell’arte oltre la fisicità del reale, per esempio il David di Michelangelo non era solo un’ottima riproduzione di un evento biblico, ma anche il simbolo del trionfo della ragione sulla forza bruta, di Firenze sulle monarchie europee e dell’uomo sulla natura; del resto lo stesso Leonardo da Vinci scriveva che “il bono pittore ha a dipingere due cose principali, cioè l’omo e il concetto della mente sua”, ovvero deve riuscire a esprimere concetti intuibili al di là delle figure rappresentate.
Terzo e ultimo periodo preso in esame è quello in cui lo scopo dell’arte diventa la comprensione della realtà, si potrebbe quindi quasi parlare di uno scopo metafisico o psicologico dell’arte (del resto il carattere psicologico dell’arte è stato preso in considerazione da grandi personaggi sia nel passato, come da Aristotele, che nel relativo presente, come da Sigmund Freud) in cui il vero significato dell’arte risiede al di là dell’opera artistica stessa.
È proprio questa la caratteristica comune alle tre generalizzazioni: il possedere un significato, sia esso oggettivo o soggettivo, che va oltre l’apparenza.
Potrebbe darsi una nuova accezione universale all’arte, considerando arte qualsiasi cosa dotata di significati non esteriori; dando così la possibilità di definire l’arte come capacità di cogliere significati non materiali, e dunque prerogativa dell’uomo e di lui solo.
Piero Lo Monaco

Informazioni su Monsieur en rouge

Lotta continua contro l'Ancien Régime!

Pubblicato il 19 dicembre 2008 su Pensieri. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 8 commenti.

  1. che mal di testa. lunedì ho proprio voglia di aprire quest\’argomento con teuffa, l\’arte è una delle cose alle quali penso con più difficoltà

  2. Yami Haru significa primavera oscura

  3. piero… sta scrittura è troppo piccola… mi cadono gli occhi….sii gentile coi poveri vecchi… più grosso

  4. *scrivi più grosso (non vedo manco quello che scrivo)

  5. allora ragazzi sul mio computer è comprensibile la scrittura, andate nelle vostre preferenze e aumentare le dimensioni dei caratteri, se scrivo piu grande sul mio computer il testo diventa enorme.cazzi voi!

  6. guarda che hanno ragione…comunque basta aumentare la grandezza di pochissimo e si potrà leggere perfettamente…

  7. lo so chesu altri computer si vede più piccolo che da me, ma sono cazzi degli altri computer

  8. non si risponde così ai vecchietti… e non usare quelle parole così volgaui

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