Archiviazioni mensili: dicembre 2011

Auguri!

Oggi è il giorno in cui la luce scende sul mondo e cala su di noi: accade solo una volta all’anno, ma dobbiamo ricordarcene sempre.

La saggezza dell’orso fragola

Sento un brusio confuso in mezzo a cui riesco a distinguere qualche frase, tipo «questo governo mi ha deluso», «da Monti non me l’aspettavo», «e io che ci speravo», insomma frasi che lasciano intendere che in tanti la fiducia nel nuovo governo è stata tradita con l’attuazione di politiche di mortificazione del lavoro e di scelte impopolari, e nel frattempo qualcuno dedica a Monti uno dei pugnàlati della giornata, che si è soliti dedicare a qualcuno non proprio simpatico.
Ma secondo questi che si lamentano e che cascano dalle nuvole, cosa c’era da aspettarsi da un governo tecnico (che significa destrorso liberista) chiamato a salvare l’Italia dall’attacco dei mercati per soddisfare le loro richieste sacrificali, se non ciò che, evidentemente, piace ai mercati, cioè privatizzazioni, flessibilità del lavoro, precarietà? E che altro aspettarsi da un governo controllato per metà dal Vaticano, se non che risparmi alla Chiesa il pagamento dell’ICI e continui a garantirle tutte le agevolazioni fiscali di cui ha sempre goduto dal 1929 in poi?
Invece no, «Monti è bravo», «Monti lasciamolo fare», «Monti vedremo», «Monti è sobrio e austero mica come quelli che c’erano prima». Ma sì, accettiamo un altro padrone: se ieri governavano i burattini delle banche e del mercato, oggi governano le banche e i mercati stessi. Non era più semplice sbarazzarsi dei padroni? Almeno non avremmo avuto tutte queste illusioni inattese e aspettative deluse. Ricordatevi cosa diceva Lots’o, l’orso rosso al profumo di fragola, che «Niente padroni significa niente cuori infranti».

Il popolino del web [3]

Con questo post chiudo la mia trilogia dedicata all’analisi di Facebook, in cui ho trattato prima dei meccanismi che garantiscono al social network l’enorme successo, poi delle strategie di controllo messe in atto dal gigante blu a scopo di lucro e non solo. Ora, invece, vi parlo delle differenze tra Facebook e Twitter, che ho scelto come termine di paragone per il semplice fatto che lo conosco (lo utilizzo da qualche mese) e soprattutto è molto diffuso, quindi consente di apprezzare le differenze tra i due social network al netto di eventuali diversità dovute all’estensione della rete di utenti.

Tra Facebook e Twitter esistono differenze facilmente individuabili, nella struttura e, di conseguenza, nell’utilizzo. Per esempio, Twitter non è totalizzante ma anzi è completamente proiettato verso l’esterno: può avere contenuti, se si riesce a rendere pregnanti i 140 caratteri per volta che sono messi a disposizione dell’utente a formare un tweet, altrimenti nella stragrande maggioranza dei casi non ha contenuti interni ma rimando a contenuti esterni. Diciamo allora che i tweet con contenuti sono in realtà veramente pochi e secondo me è qui che risiede la vera forza di questo tipo di social network: ha una potenzialità di liberazione che è più marcata rispetto a Facebook, nel senso che in quest’ultimo la struttura prende il sopravvento (ricordiamoci che è omologante e persuasivo) ed è impossibile da scardinare, mentre in Twitter permette molto più utilizzi di liberazione che di alienazione. Si badi che per “molto più” si intende che, volendolo, è più facile usare Twitter come strumento di liberazione di quanto non lo sia Facebook, ma questo non dice nulla sui numeri: non si finisca col credere che quel “molto più” implichi che la maggioranza degli utenti cinguettanti non utilizzino i propri tweet per pratiche tutte di alienazione o assolutamente prive di contenuti (o meglio, di rimandi a contenuti), semplicemente Twitter ha delle potenzialità anti-alienanti che Facebook non ha.

In effetti, si dovrebbe dire che Facebook non manifesta le sue potenzialità anti-alienanti, perché il resto della sua struttura le soffoca, le opprime, le rende inattive e inutilizzabili: anche su Facebook infatti puoi rimandare a contenuti esterni o diffondere una notizia, ma per la sua forza totalizzante sarà raro ottenere risposte diverse da un “mi piace” o una sua traduzione in commento del tipo “grandi!” oppure “che schifo!”. Semplicemente su Twitter questo meccanismo non esiste (per ora), perché non esiste il tacito obbligo de facto di rispondere ad uno stimolo in maniera diretta e visibile.

Altra differenza: Facebook è un luogo chiuso, Twitter è una rete aperta: ciò comporta una pulsione maniacale di aggiungere amici facebook se si vuole accrescere la propria socialità virtuale oltre che il proprio prestigio (non dimentichiamoci che Facebook è nato come sito di college e università americane, in cui più amici hai e più sei un figo e se hai pochi amici vieni visto come uno sfigato).

Queste considerazioni sono state oggetto di tantissime discussioni che hanno portato qualche mese fa alla nascita di una vera e propria inchiesta collettiva (storificata qui) che è sfociata in articoli davvero illuminanti che hanno avuto risonanza nazionale.

Tuttavia, in un paese in cui i media e i comici parlano spesso di “popolo della Rete”, magari per veicolare messaggi comodi al padroncino di turno oppure proprio perché sono ingenui feticisti di internet, la conquista di Twitter è un obiettivo ambito.

Da quando, ultimamente, Fiorello ha fatto continui riferimenti al social network dalla diretta tv, il popolino si è iscritto in massa e starnazzante sembra aver invaso l’indigena aggregazione di cinguettii, soffocandola, diluendone i contenuti reali e avviandosi a sostituirla. Se ne sono accorti in molti: secondo alcuni si tratta di un effetto della caduta del governo Berlusconi, che ha obbligato gli italiani a trovare nuove valvole di sfogo, diverse dal puro sterile anti-berlusconismo fine a se stesso; altri vedono molte corrispondenze con quanto è accaduto negli Stati Uniti qualche anno fa; c’è chi prova a fare autocritica sull’uso di Twitter fatto finora e propone soluzioni per non cadere nella trappola di facebookizzazione e banalizzazione del social network.

Questa invasione esterna è stata contestualmente accompagnata anche da modifiche interne della struttura di Twitter (per puro caso, penso, visto che erano già state annunciate ad agosto): circa due settimane fa è stata introdotta la funzione “attività” che consente di vedere le ultime azioni twitter compiute dai tuoi follow, in maniera simile alla homepage di Facebook. Ho sentito utenti twitter lamentarsi del fatto che ultimamente i “flussi di informazione” si sono inceppati, non si trovano più tweet vecchi, certi hashtag scompaiono col tempo o sono incompleti. Insomma, si rischia di raggiungere l’atemporalità di cui parlavo l’anno scorso.

I giornali potranno fare proclami su qual è l’ultima battuta del popolo di Twitter o su qual è stato il motivo della lite online tra Fiorello e la Guzzanti, chi è più stronzo tra i personaggi dell’ultima serie televisiva secondo il popolo della Rete, quanto il web è incazzato e indignato per la violazione delle decisioni referendarie di giugno, se preferisce Vendola o Di Pietro, se Lady Gaga o Madonna.

Tutto grazie alla nuova ondata di utenti freschi che ridarà aria ai polmoni del web italiano, che stava per diventare un frame troppo trito e ritrito per essere credibile, troppo poco di moda per fare notizia. Tutto grazie al popolino del web.

Il popolino del web [2]

Nel post precedente ho parlato dell’aspetto straniante di Facebook e dei meccanismi, interni o esterni ad esso, che lo rendono un così fortunato social network: la forza totalizzante, la dipendenza dalle notifiche, lo stigma sociale per chi non c’è dentro. Queste sono le principali caratteristiche per cui è facile entrarci ed è difficile uscirne, come in un giro di droga. Nella seconda parte della mia analisi tratto invece di un altro aspetto di Facebook, cioè i processi di controllo che esso mette in atto.

Che Facebook sia un ottimo strumento di controllo non stupisce: una rete in cui centinaia di milioni di persone mettono a disposizione dei suoi server dati personali è oggettivamente una fonte inesauribile di informazioni. Basti pensare all’esistenza di software in grado di compiere il riconoscimento facciale di una qualsiasi fotografia confrontandola con un numero consistente di altre fotografie: in pratica se si avesse una collezione di foto di tutti, si potrebbe riconoscere chiunque solo utilizzando questi programmi. Bene, questa collezione è Facebook, da cui si possono conoscere molti dati che gli utenti non scrivono direttamente sul sito: in questo esempio, con un confronto incrociato, dei ricercatori hanno scoperto quali utenti erano iscritti anche a un sito di appuntamenti senza che questi lo avessero mai dichiarato su Facebook. Le possibilità di utilizzo possono naturalmente essere tante altre.

Quando ci si iscrive a Facebook si accettano delle condizioni sulla privacy che recitano: «Facebook può inoltre condividere le informazioni se ha ragione di ritenere che sia necessario per: individuare, prevenire e segnalare frodi e altre azioni illegali». Ma Facebook non è un magistrato, non può arrogarsi il diritto di ritenere che delle illegalità siano in via di attuazione. E anche se fosse un magistrato, si sa bene quanto poco ci si dovrebbe fidare di “azioni preventive”, come la “guerra preventiva” imperialista in Iraq o come i “fermi preventivi” fascisti della polizia italiana prima di grandi manifestazioni.

La condivisione di notizie con le forze di sicurezza di molti paesi, anche senza prove di reato ma solo sospetti, è stato ultimamente uno scopo parecchio ambito, e a volte ottenuto, non solo dai regimi dittatoriali intimoriti dall’ondata rivoluzionaria del Nord Africa, ma anche dai governi occidentali come quello inglese di Cameron, durante le rivolte urbane dello scorso agosto.

Ora, come ogni altro strumento, Facebook può essere utilizzato con diverse finalità: in effetti non è con i social network che si apre una nuova era di spionaggio politico mondiale finalizzato al controllo delle masse. Prima c’erano altri strumenti come il controllo delle linee telefoniche, i pedinamenti, insomma lo spionaggio vero e proprio, in carne ed ossa. Quindi, come detto prima, non è questo l’aspetto di Facebook che deve stupire.

Invece, il dato importante è che Facebook sia riuscito a monetizzare i rapporti interpersonali con un’efficienza che fa impallidire qualsiasi sistema di sfruttamento capitalistico: il controllo esercitato da Facebook, prima che per la “sicurezza”, che per un’azienda di questo tipo è un pretesto per continuare ad esistere facendosi bella con i governi e le polizie, passa per processi finalizzati al guadagno.

Nella prima parte di queste considerazioni, è stato detto che è un sollievo scoprire di non essere dipendente da Facebook; tuttavia, le cose cambiano se contestualmente si scopre di essere dipendente di Facebook. Ogni utente, attraverso i link condivisi, le parole utilizzate, gli amici e le pagine frequentate, mette automaticamente a disposizione dell’azienda delle informazioni aggiuntive che rendono possibile l’individuazione di un target nel sistema di pubblicità personalizzato; in altre parole, a seconda di ciò che scrivi su Facebook, dei “mi piace” che metti e dei link che condividi, oltre che naturalmente ai tuoi dati del profilo, ti vengono proposte pubblicità di prodotti diversi, vicini il più possibile alle tue preferenze: «più sei popolare, più visite ricevi, più “amici” hai, più sei “accountabile” e allettante per la pubblicità» (parole di lucapadovano qui). Questa strategia pubblicitaria non è nuova, ma con Facebook raggiunge livelli di personalizzazione di una minuziosità mai sfiorata prima: la società consumistica di massa diventa società consumistica dell’individuo.

Ecco perché tutti gli utenti sono dipendenti di Facebook: inconsapevolmente, centinaia di milioni di utenti lavorano gratis per l’azienda, lo fanno volontariamente e per diverse ore al giorno, ed è un lavoro che, come si faceva notare su Giap, è tutto pluslavoro. Ultimamente, comunque, si è parlato anche di un sistema di retribuzione per chi guarda gli spot pubblicitari su Facebook (10 cent ciascuno): un meccanismo perverso, non c’è che dire, se si considera poi che la valuta di pagamento non è in dollari ma in crediti facebook. Si sta assistendo alla creazione di un giro economico mostruoso tutto virtuale, che riporta alla mente i guadagni già immensi di Second Life.

Le strategie pubblicitarie si spingono oltre e dimostrano, ancora una volta, che lo scopo di lucro rimane certamente preponderante nella logica della gestione del social network, anche rispetto alla riservatezza degli utenti: infatti, poco tempo fa è saltato fuori che, a insaputa degli internauti, Facebook segue gli spostamenti sul web anche quando non lo stai usando (e anche se non hai un account, basta essere stati almeno una volta sulla pagina iniziale), in modo da affinare la conoscenza sui tuoi gusti. L’unico modo per sfuggire a questo controllo e violazione di riservatezza, se non si è esperti abbastanza da fare modifiche ai cookies, è utilizzare per Facebook un browser differente da quello utilizzato per tutte le altre operazioni online. Da poco si parla anche di condivisione automatica di contenuti, detta frictionless sharing (“condivisione senza attrito”): ogni visita a un sito potrebbe essere pubblicamente tracciata in automatico, rendendo questo meccanismo palese.

In pratica è come una banca: quando usi crediti, le transazioni avvengono sempre tra te e Facebook, anziché tra te e i terzi da cui stai comprando un prodotto online. Come nel sistema bancario, tutto funziona perché Facebook, che è l’intermediario, è un’entità conosciuta, fidata, su cui si può contare, e questa fiducia deriva esclusivamente da una convenzione e un’abitudine che dà sicurezza all’utente. È su questa fiducia che Facebook costruisce il proprio guadagno, prendendosi una bella percentuale delle vendite dei prodotti di terzi venduti grazie alla sua pubblicità.

Insomma, siamo tutti indignati se siamo trattati come merce da politici e bachieri, ma nessuno ha da ridire se siamo merce nelle mani di Mark Zuckerberg.

[continua...]

Il popolino del web [1]

Un aspetto della mia personalità che alcuni lettori potrebbero aver già conosciuto è il periodico sottopormi ad esperimenti psicologici di mia invenzione, per avere un’idea di quale sia il mio livello di autocontrollo su determinate azioni che, spesso, diventano abitudini superflue e magari insensate e irrazionali. Per esempio, intorno al 18 novembre mi sono reso conto che, reduce da un periodo di intensa frequentazione quotidiana di Facebook e di continue visioni delle sue incessanti notifiche, non avrei effettuato l’accesso o ricevuto notifica via mail (peraltro sistema da me disattivato già da mesi) per il più lungo intervallo di tempo possibile. Attualmente, da circa due settimane non vedo il gigante blu: considerando che, sui circa 13.9 milioni di internauti italiani che ogni giorno entrano in rete, 13 milioni accedono a Facebook, direi che l’esperimento è riuscito, anche perché ho notato che più tempo passa dall’ultimo accesso, meno sento il bisogno di accedere e ciò significa che non sono dipendente da Facebook. Sono sollevato. Di più: se qualcuno è convinto che Facebook sia ormai indispensabile per informarsi, conoscere gente o semplicemente svagarsi, gli dirò che non mi sento meno informato né più annoiato né i miei rapporti interpersonali risentono della mia astinenza.
Ma ora dovrei spiegarvi come mi è saltato in testa tutto ciò: nei prossimi post cercherò di farlo.

Da una ricerca internazionale sui comportamenti “tech” dei giovani, condotta nel 2010, risulta che la possibilità di accedere a internet mentre si lavora è tra i principali criteri di scelta del lavoro, anzi esiste una percentuale cospicua degli intervistati che considera tale possibilità determinante e preponderante rispetto al salario.

Secondo uno studioso, l’attaccamento ossessivo (e tecnicamente feticista) di alcune persone all’iPod è un fenomeno che può essere, piuttosto che assimilato ad una dipendenza, meglio descritto come amore. Ora si spiega quella ressa che c’era la mattina del 27 ottobre a Roma: cosa non si fa per amore? L’amore, però, è qui solo una condizione psicologica personale del consumatore che compra una merce; la condizione sociologica oggettiva è invece un capovolgimento del rapporto di possesso tra l’uomo e la merce. Ossia, non è l’uomo a possedere la merce bensì la merce a possedere l’uomo, chiedendogli in tributo denaro e parte del suo tempo: si tratta di assoggettamento dell’uomo alla merce.

Un simile assoggettamento è in effetti presente anche in Facebook, per meccanismi intrinseci o estrinseci. Infatti, questa deve essere la spiegazione di quella percentuale altissima di utenti del web che accedono al proprio profilo facebook tutti i giorni, per diverse ore. E anche della percentuale bulgara (93% un anno fa) di italiani meno che trentenni con un account. Non è possibile pensare che non ci sia un qualche meccanismo omologante alla base di una diffusione così capillare di uno strumento, dopotutto non indispensabile, di cui qualche anno fa tutti si faceva a meno.

Ma i meccanismi intrinseci sono, forse, i più pericolosi, perché sono impliciti e sembrano innocui: se l’omologazione è dovuta a condizionamenti sociali da parte di altri individui, questi meccanismi colpiscono singolarmente l’individuo e sono quelle caratteristiche connaturate alla struttura grafica e funzionale del social network che lo rendono un magnete irresistibile, tale da spingere l’utente a tornare spesso sul sito, a controllare gli aggiornamenti, a dar conto alle notifiche. Inoltre Facebook è totalizzante: tende a inglobare tutto, fagocita servizi di posta, chat, condivisione di video e immagini, utilizzo di applicazioni, come discusso quasi un anno fa.

Insomma, Facebook è omologante sul piano sociale e persuasivo sul piano individuale: uno strumento omologante e persuasivo, come lo si definiva già alla fine del 2010 in un saggio di Maddalena Mapelli pubblicato su Aut Aut e ripreso da Carmilla online.

Certo, ciascuno è liberissimo di gestire come vuole il proprio tempo, i propri dati, il proprio account : può scegliere, per esempio, di non caricare una foto di sé o di usare la funzione di condivisione a suo piacimento o di rifiutare l’amicizia a qualcuno. Ma la forza totalizzante è tale che, addirittura, «se non lo facciamo, saranno i nostri stessi “amici” a sollecitarci, perché tutti su Facebook hanno una loro immagine!» (dal saggio di cui sopra). Ancora, detto con le parole di Wu Ming 1 che discuteva di questo interessante articolo, «non c’è scritto da nessuna parte che non si possa rifiutare un’amicizia, ma se in una comunità questo comporta uno stigma sociale, e se la logica di fondo del dispositivo tende a imporsi conformando approcci e comportamenti, e quindi rendendo più cogente la “pressione dei pari”, tu puoi anche dire che nessuno obbliga di diritto, ma è un obbligo di fatto».

[continua...]

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