Archiviazioni mensili: agosto 2011
La manovra di Ferragosto e la shock economy
Da più parti e alle persone più inaspettate sento pronunciare commenti e apprezzamenti del tipo «per una volta mi trovo a dire che il Governo mi è piaciuto!» che dimostrano definitivamente quale sia la percezione della crisi nell’immaginario collettivo costruito sapientemente dietro controllo mediatico: la crisi viene percepita come se fosse un fenomeno naturale e una calamità inevitabile. Se un terremoto colpisce il territorio abruzzese o una tromba d’aria devasta la costa ionica del catanese, che colpa può averne il governo, la burocrazia o chiunque altro? Lo stesso ragionamento, grazie ai martellamenti continui del pensiero unico attraverso ogni canale di informazione, si impossessa automaticamente della mente di tanti, che di fronte a una crisi finanziaria si convincono di avere a che fare con una crisi sismica. Ma come potrebbe questo non accadere dal momento che è proprio l’inevitabilità il carattere di una crisi che tutti ci dicono piovere dall’alto?
Bene, voglio svelarvi un segreto: la crisi non è inevitabile né imprevedibile, è connaturata al sistema economico liberista e dunque è inevitabile solo finché non si mette in discussione il sistema stesso e si parla del liberismo come se fosse lo stato di natura (eppoi certo che la crisi sembra un fenomeno naturale!). Mi sembra invece che la manovra di Ferragosto decretata dal governo non faccia altro che ribadire la sua supremazia, o meglio la sua unicità nel panorama politico, visto che l’opposizione (tre volte virgolettata) ormai non fa più neanche ridere (Bersani: «è ora che la crisi la paghi chi non l’ha mai pagata!» ma senza dire chi, perchè il Pd ha paura).
Beatificazione del contratto di Mirafiori, liberalizzazioni (finirà come l’Argentina?) in barba allo spirito referendario (ma tanto lo sapevamo che sarebbe finita così!), festività accorpate o addossate alle domeniche per guadagnare qualche giorno di produttività nei prossimi anni (ma il turismo in Italia vive dei ponti), dal prossimo anno si lavorerà il 25 aprile e il primo maggio (ma proprio quest’ultima cosa, siamo sicuri che l’abbiano chiesta l’UE e la BCE?)
Non voglio entrare nei dettagli, perchè so di non averne le competenze necessarie, mi piuttosto dico: tutti contenti della manovra, ma nessuno pensa alla shock economy? In tanti sono disperati ma rassegnati, perchè «tutti dovremo fare qualche sacrificio». Ma se una banca fallisce, perchè il sacrificio lo devo fare io e non chi l’ha fatta fallire? E comunque, mai sentito parlare di shock economy? Si approfitta di un disastro (le cui cause peraltro in questo caso hanno un nome e un cognome) per far passare leggi e norme che non avrebbero mai il consenso popolare; dopodiché quelle norme rimarranno in vigore, per quanto possano sostenere i difensori dell’austerity, in buona o cattiva fede. O vi risulta che le leggi antiterrorismo degli anni di piombo siano state ritirate? E le straordinarie misure di sicurezza repressive della war on terrorism? Sono ancora là. E i cittadini del New Orleans che dopo l’uragano Katrina scoprono che non avranno mai più scuole e ospedali pubblici? Si può continuare a lungo l’elenco di episodi in cui il potere ha approfittato di situazioni di crisi per approvare delle scelte che mai la popolazione accetterebbe.
Allo stesso tempo mi chiedo se non sarebbe più socialmente giusto e più sensato ed efficace far pagare l’ICI alla Chiesa Cattolica; tassare i patrimoni sopra il milione di euro; combattere l’evasione fiscale; tagliare drasticamente le spese militari; ritirare i soldati italiani dall’Afghanistan e dalla Libia; abolire tutte le province.
Ma questo la «losca confraternita dei borghesi produttori di profitto» (sic!) non lo farà mai.
Le vacanze
Avevo in mente di scrivere su due argomenti, uno sulla scia dell’analisi di Marcuse sullo spostamento della produzione verso il Sud del mondo, l’altro sulle differenze tra Facebook e Twitter e le conseguenze che esse comportano. Tuttavia, capirete che l’impellenza del momento non mi permette di sorvolare un terzo argomento, che nell’immediato è di gran lunga più notevole, ovvero: i parlamenti quest’anno non vanno in vacanza.
Il tre agosto Berlusconi è stato chiamato in aula (non quella, quell’altra «sorda e grigia») per rispondere di ciò che sta facendo il Governo per evitare il tracollo di Piazza Affari, che potrebbe avvenire da un momento all’altro. Ovviamente, parlando dall’alto delle sue funzioni di presidente del consiglio italiano, ha invitato tutti ad acquistare le azioni delle sue aziende. Da non credere. Poi il parlamento ha deciso di sospendere le vacanze che erano previste per tutto il mese di agosto, così da poter trovare in fretta e furia una soluzione alla caduta libera della borsa.
A Tottenham, un quartiere di Londra, il 4 agosto Mark Duggan, pregiudicato, è inseguito dalla polizia e durante l’inseguimento viene colpito alla testa da un proiettile sparato dalle forze dell’ordine. Il giorno sucessivo, un presidio pacifico organizzato dai familiari della vittima degenera in violenza come da decenni non se ne vedevano in Regno Unito. Dopodiché è tutto un susseguirsi di eventi intrecciati e autocatalitici, e l’Inghilterra è in fiamme. David Cameron ha richiamato il parlamento dalle vacanze per risolvere la crisi dell’ordine pubblico, dopo aver tagliato soldi alla polizia e allo stato sociale, dicendo: «nella nostra società c’è qualcosa che non va». Ma va, come ha fatto ad accorgersene? Be’, direte voi, almeno, al contrario di quella puttana della Thatcher, ha ammesso che la società esiste.
Ieri, Francoforte era a -7 punti percentuali; un dato mostruoso, considerando che tutti vedono nella Germania la salvezza dell’Europa e della moneta unica.
Niente vacanze quest’anno, per le sanguisughe, no holidays thisnyear for leeches! Ma forse è questo il futuro che ci aspetta: le città in fiamme e le borse a farsi fottere.
Viva la decrescita!
Un indù alla finestra

Life of Pi, Yann Martel, 2001
Un indù si affaccia alla finestra e osserva il mondo cristiano, con la sua mitologia e i suoi fondamenti teologici: da un brano tratto da Vita di Pi, un romanzo di Yann Martel pubblicato nel 2001, vorrei proporvi la visione che ha il protagonista dell’evento di base di tutta le religioni cristiane: il sacrificio del figlio di Dio come strumento di redenzione per l’intera umanità. È una visione del tutto ragionevole, imparziale, non condizionata dall’assuefazione con cui il mondo occidentale è solito vedere la storiella della crocifissione; soprattutto considerando, e questo non c’è scritto, che l’umanità dovrà comunque cercare la redenzione ed espiare i prori peccati in altri modi. E questo, a chi la storiella l’ha sentita migliaia di volte, pare del tutto normale, mentre ha dell’incredibile (e in effetti, per chi crede nel “mistero della fede”, si deve credere all’incredibile, una conclusione logicamente impeccabile, direi). Voltaire scriveva: «Chi può fare credere delle assurdità, può fare commettere delle atrocità». Ma basta fare polemica, ecco il brevissimo brano che ho scelto per voi!
La mia prima reazione fu l’incredulità. Che cosa? Gli esseri umani peccavano ma era il Figlio di Dio a farne le spese? Mi sforzai di immaginare mio padre che mi diceva: «Ascolta, Pi. Un leone si è infilato nel recinto dei lama e ne ha uccisi due. Ieri un altro leone ha ammazzato un’antilope nera. La settimana scorsa due leoni hanno sbranato un cammello. La settimana prima è toccato alle cicogne e agli aironi cenerini. E qualcosa mi dice che anche il nostro aguti dorato abbia fatto la medesima fine. La situazione è diventata insostenibile. Ho deciso di darti in pasto ai leoni, in modo che possano finalmente espiare i loro peccati. È l’unica soluzione».
«Sì, papà, hai ragione, È la cosa giusta da fare. Dammi un momento per prepararmi.»
«Alleluia, figlio mio.»
«Alleluia, padre.»
Che assurdità. Che strani ragionamenti.
La fine delle ideologie
Ogni tanto, quando qualcuno dice qualcosa che finalmente abbia un senso, lo si taccia di ideologia, che nel linguaggio dei giornali, dei parlamenti e dei salotti è una parolaccia, pari a demagogia. L’ideologia è, per costoro, la maggiore causa del «rifiuto di ogni idea di innovazione» (vedi per esempio in Val di Susa), il capriccio di chi non vuole la crescita economica, di chi ha la testa nel mondo delle nuvole o dei sogni e non riesce ad approcciarsi alla realtà in con realismo politico, senza mitizzazioni. Per inciso, mi sfugge, allora, il perchè non dovrebbero puntare il dito anche contro Mazzini accusandolo di aver fatto dell’ideologia, ma questa è un’altra storia di cui ho già scritto di recente.
Il messaggio che passa sugli schermi da quando il muro è caduto è che l’ideologia fa male, è per le persone con una mente chiusa, che sono incapaci di accettare qualsiasi cosa che cozzi con essa e i suoi dogmi. E questo nulla ideologico, questo vuoto di idee è proprio ciò che di più utile esiste per garantire un sano trasformismo. Per esempio, ma se n’è già parlato fin troppo, in Italia non c’è nessuna contrapposizione ideologica tra i partiti, anzi tra quelli che ancora conservano a parole una posizione ne emergono altri scandalosamente trasformisti e privi di qualunque programma e collocazione; in Spagna il PSOE attua «contro la crisi» le stesse misure che attuerebbe qualunque altro partito del parlamento spagnolo, compreso il Partito Popolare suo acerrimo avversario elettorale; in Grecia un socialista taglia il welfare nell’applicazione pratica di quella shock economy di cui scrive Naomi Klein; torniamo in Italia e tanto il Pd quanto il Pdl traboccano di imprenditori che da quando sono stati eletti (ma che dico, nominati!) hanno visto aumentare vertiginosamente il proprio reddito dichiarato. Se la caduta delle ideologie significa questo, allora converrebbe tornare sui propri passi e riabbracciare un po’ di sana ideologia.
Ma converrebbe tornare sui propri passi in ogni caso, perchè quella che chiamano fine delle ideologie è in realtà l’inizio dell’Ideologia. Se gli ex-comunisti sono azionisti della Goldman Sachs e sostengono le guerre imperialiste in Libia e Afghanistan, forti del supporto mediatico di un cartello di testate che hanno spostato l’opinione pubblica a favore dell’intervento; se nessun governo italiano, di alcun colore, ha avuto la volontà di varare delle norme sul conflitto di interessi; se tutti in Occidente parlano ormai di crescita economica come se fosse la cosa più naturale del mondo; se Marchionne può fare il cazzo che gli pare, questo lo dobbiamo non alla fine delle ideologie ma all’affermazione totale e capillare del neoliberismo. Bene, vorrei informare chi crede alla favoletta della mano invisibile che il liberismo è un’ideologia, con le sue mitizzazioni e le sue idealizzazioni, come quella del self-made man, della crescita e delle missioni di pace, e con i suoi martiri, i suoi ideologi, i suoi eroi e le sue vittime.
Quindi, quando in mezzo a questa bolgia di automi indemoniati e ipnotizzati qualcuno dirà qualcosa che abbia un minimo di senso, non fate come i giornali, i parlamentari e quelli dei salotti, non additatelo né accusatelo di essere «ideologizzato», ma rispondete citando Hemingway: «non possiamo raggiungere le stelle ma ci servono per tracciare la rotta». E ricordate, poi, che le stelle a volte sono state raggiunte.




Cultura! Libertà!

